Fan tutti così, a quell’età lì, mi risulta, almeno i maschi, coi brufoli che puntellano la fronte e le erezioni granitiche, fresche e magnifiche, che devono esplodere il prima possibile di nascosto, costi quel che costi; lo fanno tutti, davvero, nessuno escluso; lo fanno tutti così, giuro, e lo fanno con le donnine fotografate o disegnate, o con degli omini, dipende dai gusti, o anche con dei pensieri colorati.
A me, per esempio, è capitato con un mostro verde.
Visualizzazione post con etichetta come eravamo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta come eravamo. Mostra tutti i post
venerdì 5 febbraio 2016
lunedì 3 febbraio 2014
Dialettica (16)
Mangio il fritto misto, me ne pento subito, mangio le patatine, bevo il solito vino cattivo da sagra e faccio il solito giro per la festa che finisce, come al solito, alla pista da ballo dove c’è l’orchestrina e i nonni che ballano.Mio nonno dice che per ballare la mazurka devi ripeterti in testa "131, 131, 131" (sèintrentùn, sèintrentùn, sèintrentùn). La mazurka è in 3/4. La polka in 2. Non serve neanche la musica, per ballare: basta contare.
Mi metto a guardare i ballerini abbronzati, le ballerine in paillette, i capelli cotonati anche al mare [...] Guardo le coppie che sono sempre le stesse e quelle che cambiano, certi settantenni coi sorrisi così sicuri e i denti così bianchi che non sembra neanche che li mettano nel bicchiere prima di dormire, guarda come li fissano le signore della prima fila di sedie, quelle col ventaglio e i mariti che non ballano, guarda come se li litigano le ballerine sole, quelle che non si capisce se sono sempre state signorine o se lo sono ritornate da poco, e guarda come fanno finta di niente, loro, con quei pantaloni beige e quelle polo color aragosta.
Fanno tutti i valzer, le polke, le mazurke, e tutti quegli altri balli che non si capisce com’è che li sanno fare tutti, quando li hanno imparati, se è una cosa che facevano anche da giovani o che è arrivata con le rughe e l’ingrossamento della prostata, e come tutte le altre volte mi chiedo se anch’io, un giorno, mi sveglierò coi fianchi più larghi e le tette più grosse, con le calze contenitive e un armadio di grembiali e maglie con le paillette, e andrò dal parrucchiere una volta a settimana a farmi cotonare i capelli e saprò la differenza tra una polka, una mazurka e una polka-mazurka.
(kumquat su FriendFeed)
Noi che siamo venuti su a punk e rock'n'roll (se ci è andata bene), e balliamo da soli anche quando siamo in tanti i nostri quattro-quarti sparati a volume alto, e non siamo tanto a nostro agio col dialetto, dopo i trent'anni abbiamo anche il coraggio di dire che non abbiamo più l'età per andare in pista.
Quando sono in casa da soli, delle volte, che si incrociano in corridoio, lei magari con uno straccio o un mattarello in mano, lui che è appena rientrato dal giardino dove ha fumato una mezza sigaretta, si vede che gli parte in testa il sèintrentùn, sèintrentùn, sèintrentùn, allora mio nonno prende mia nonna, così, senza dirle una parola, e comincia a prillarla di qua e di là, due o tre giri. Sèintrentùn, sèintrentùn, sèintrentùn.
Dura finché dura il corridoio. Poi si staccano, non si sono ancora detti niente. In casa c'è silenzio. Lei va a finire di dar giù la polvere o di tirare la sfoglia, lui va a leggere il giornale, o a mettere a posto le cose nell'orto.
lunedì 29 agosto 2011
Domatori
Eran già dei giorni che pioveva che dio la mandava, e la strada sterrata che da Rolo porta a Novi di Modena era diventata un pantano che non si poteva percorrere neanche coi carretti tirati dalle vacche. Solo che bisognava percorrerla lo stesso, quella strada lì, che era l'unica e bisognava portare in paese il raccolto, la frutta, le uova, la roba per tirare su qualche soldo e mangiare. Così tutti i contadini del vicinato partivano con le vacche e il carretto, poi arrivavano al valico sul canale e immancabilmente le vacche ci finivano dentro, sempre, quasi tutte, facendo scaravoltare il carico prezioso dentro all’acqua e soprattutto loro, le vacche, si ritrovavano immerse fino al collo e non ne volevano sapere di risalire. I contadini ci mettevano un giorno intero, delle volte, per tirarle fuori.
Allora mio bisnonno, che si chiamava Archimede e dicevano che avesse la doppia nervatura, una mattina ha svegliato mio nonno, Corrado, suo figlio adolescente, e gli ha detto Veh Corrado, m’è venuta un’idea, non l’ha mai fatto nessuno, ma ci proviamo. Poi ha preso due tori grossi e giovani dalla stalla e li ha legati a al carretto vuoto.
Babbo, cosa sei dietro a fare?, gli ha chiesto Corrado.
Eh, attacchiamo i tori al carretto, gli ha risposto Archimede ridacchiando.
Ma sei matto? - gli ha detto ancora Corrado - Non son mica delle vacche, non riesci mica a farli andar via dritti, due tori.
Adesso poi vediamo - gli ha risposto Archimede ridendo - salta su.
E mio nonno, Corrado, il figlio di Archimede, senza capirci niente è montato sul carro di fianco a suo padre, che aveva già le briglie in mano, come al solito, come quando andavano in paese col carretto pieno, solo che adesso il carretto era vuoto e a tirarlo c’eran due tori che sbattevano gli zoccoli nervosi nel fango e mandavano delle sbuffate dalle narici. C’era da aver paura davvero.
Mio bisnonno, Archimede, invece, non ha fatto una piega, ha dato un colpo con le briglie e son partiti. Così, sotto la pioggia, nella strada sterrata che da Rolo porta a Novi di Modena e che era un pantano indescrivibile, andavano coi tori al trotto, prima, ma poi sempre più forte, e dagli zoccoli posteriori delle bestie arrivavano degli zampilli di fango come se piovesse merda dal basso.
Dopo un po', con la velocità sempre in aumento, i tori ormai stavano correndo forte, nervosi, bizzarri, cattivi, correvano verso il valico sul canale, quello dove le vacche s’impantanavano e i carretti si rovesciavano, correvano senza rendersi conto, solo con la rabbia di avere delle cose attaccate al collo. E ogni tanto Corrado, mio nonno, si girava verso suo padre, Archimede, lo guardava e poi guardava la strada, lo riguardava e tornava a guardare la strada, e Archimede, invece, era lì che sorrideva e sputazzava via il fango che veniva su dai due bestioni bellissimi e stupidi che correvano impazziti.
Oh, papà, io salto giù, gli diceva Corrado.
‘spetta, valà, tra un po’, rispondeva Archimede ridendo e sputazzando.
Ma diobono, andiamo troppo forte!, gridava mio nonno.
‘spetta, t’ho detto, rispondeva ancora Archimede, e intanto teneva suo figlio con una mano per non farlo cadere e non farlo saltare.
Erano già a qualche metro dal canale quando Archimede, sempre con la faccia che sembrava divertirsi come un matto, si è girato verso mio nonno, suo figlio, e gli ha detto Corrado, conto fino a tre, poi saltiamo giù.
Uno.
Due.
E tre!
Subito, mio nonno, Corrado, è saltato giù dalla sua parte. Archimede, suo padre, dall’altra.
Il carretto è andato a finire dritto nel canale e si è rovesciato, e i tori, da tanto che andavano forte, son caduti, han picchiato la testa fortissimo e si sono ritrovati nell'acqua fino al muso, rintronati e scemi, scuotevano la testa e muggivano da fare compassione.
Corrado era per terra che controllava di non essersi fatto niente di grave. Archimede, invece, non ha fatto una piega: si è tirato su, è andato nel canale a piedi, comminando, ha preso i tori per le anelle del naso, li ha legati al carretto e li ha tirati fuori dall'acqua, poi li ha riportati a casa: i due tori, il carretto, e suo figlio, Corrado, che non ci aveva ancora capito niente.
Il giorno dopo sì, ha capito, quando è successo che delle altre vacche, come al solito, erano andate a finire nel canale e il contadino di turno non riusciva a tirare fuori il carretto e le bestie. Allora Archimede ha preso i due tori e loro, oh, non ci credeva nessuno, uscivano dalle case per vedere, addirittura, ché loro, i due tori, andavano al trotto, mansueti, arrivavano al canale e mio bisnonno gli attaccava con delle corde le vacche e il carretto impantanati e tiravano su tutto in cinque minuti, con grande gioia degli altri contadini.
Per qualche settimana quello lì è stato il suo lavoro, e anche quello di suo figlio, Corrado, che gli dava una mano per andare a ripescare le vacche e i carretti degli altri contadini. Tutto il paese diceva che Archimede era un domatore di tori, era un doma-tori.
***
E qui finisce la storia, me l'ha raccontata mio nonno, Corrado, qualche tempo fa per la prima volta. E quando mi racconta queste cose, gli viene una faccia che lo vedi proprio quanta ammirazione aveva per quel fenomeno di suo padre, mio bisnonno, Archimede.
Io, invece, è strano, io sto sempre a grattarmi la testa, e tutte le volte mi guardo le braccia, il petto, le gambe, e penso che se è proprio vero che sono suo pronipote, che sono il pronipote di Archimede, boh, mi domando dov'è che sbagliano le teorie sull'evoluzione della specie.
Allora mio bisnonno, che si chiamava Archimede e dicevano che avesse la doppia nervatura, una mattina ha svegliato mio nonno, Corrado, suo figlio adolescente, e gli ha detto Veh Corrado, m’è venuta un’idea, non l’ha mai fatto nessuno, ma ci proviamo. Poi ha preso due tori grossi e giovani dalla stalla e li ha legati a al carretto vuoto.
Babbo, cosa sei dietro a fare?, gli ha chiesto Corrado.
Eh, attacchiamo i tori al carretto, gli ha risposto Archimede ridacchiando.
Ma sei matto? - gli ha detto ancora Corrado - Non son mica delle vacche, non riesci mica a farli andar via dritti, due tori.
Adesso poi vediamo - gli ha risposto Archimede ridendo - salta su.
E mio nonno, Corrado, il figlio di Archimede, senza capirci niente è montato sul carro di fianco a suo padre, che aveva già le briglie in mano, come al solito, come quando andavano in paese col carretto pieno, solo che adesso il carretto era vuoto e a tirarlo c’eran due tori che sbattevano gli zoccoli nervosi nel fango e mandavano delle sbuffate dalle narici. C’era da aver paura davvero.
Mio bisnonno, Archimede, invece, non ha fatto una piega, ha dato un colpo con le briglie e son partiti. Così, sotto la pioggia, nella strada sterrata che da Rolo porta a Novi di Modena e che era un pantano indescrivibile, andavano coi tori al trotto, prima, ma poi sempre più forte, e dagli zoccoli posteriori delle bestie arrivavano degli zampilli di fango come se piovesse merda dal basso.
Dopo un po', con la velocità sempre in aumento, i tori ormai stavano correndo forte, nervosi, bizzarri, cattivi, correvano verso il valico sul canale, quello dove le vacche s’impantanavano e i carretti si rovesciavano, correvano senza rendersi conto, solo con la rabbia di avere delle cose attaccate al collo. E ogni tanto Corrado, mio nonno, si girava verso suo padre, Archimede, lo guardava e poi guardava la strada, lo riguardava e tornava a guardare la strada, e Archimede, invece, era lì che sorrideva e sputazzava via il fango che veniva su dai due bestioni bellissimi e stupidi che correvano impazziti.
Oh, papà, io salto giù, gli diceva Corrado.
‘spetta, valà, tra un po’, rispondeva Archimede ridendo e sputazzando.
Ma diobono, andiamo troppo forte!, gridava mio nonno.
‘spetta, t’ho detto, rispondeva ancora Archimede, e intanto teneva suo figlio con una mano per non farlo cadere e non farlo saltare.
Erano già a qualche metro dal canale quando Archimede, sempre con la faccia che sembrava divertirsi come un matto, si è girato verso mio nonno, suo figlio, e gli ha detto Corrado, conto fino a tre, poi saltiamo giù.
Uno.
Due.
E tre!
Subito, mio nonno, Corrado, è saltato giù dalla sua parte. Archimede, suo padre, dall’altra.
Il carretto è andato a finire dritto nel canale e si è rovesciato, e i tori, da tanto che andavano forte, son caduti, han picchiato la testa fortissimo e si sono ritrovati nell'acqua fino al muso, rintronati e scemi, scuotevano la testa e muggivano da fare compassione.
Corrado era per terra che controllava di non essersi fatto niente di grave. Archimede, invece, non ha fatto una piega: si è tirato su, è andato nel canale a piedi, comminando, ha preso i tori per le anelle del naso, li ha legati al carretto e li ha tirati fuori dall'acqua, poi li ha riportati a casa: i due tori, il carretto, e suo figlio, Corrado, che non ci aveva ancora capito niente.
Il giorno dopo sì, ha capito, quando è successo che delle altre vacche, come al solito, erano andate a finire nel canale e il contadino di turno non riusciva a tirare fuori il carretto e le bestie. Allora Archimede ha preso i due tori e loro, oh, non ci credeva nessuno, uscivano dalle case per vedere, addirittura, ché loro, i due tori, andavano al trotto, mansueti, arrivavano al canale e mio bisnonno gli attaccava con delle corde le vacche e il carretto impantanati e tiravano su tutto in cinque minuti, con grande gioia degli altri contadini.
Per qualche settimana quello lì è stato il suo lavoro, e anche quello di suo figlio, Corrado, che gli dava una mano per andare a ripescare le vacche e i carretti degli altri contadini. Tutto il paese diceva che Archimede era un domatore di tori, era un doma-tori.
***
E qui finisce la storia, me l'ha raccontata mio nonno, Corrado, qualche tempo fa per la prima volta. E quando mi racconta queste cose, gli viene una faccia che lo vedi proprio quanta ammirazione aveva per quel fenomeno di suo padre, mio bisnonno, Archimede.
Io, invece, è strano, io sto sempre a grattarmi la testa, e tutte le volte mi guardo le braccia, il petto, le gambe, e penso che se è proprio vero che sono suo pronipote, che sono il pronipote di Archimede, boh, mi domando dov'è che sbagliano le teorie sull'evoluzione della specie.
lunedì 27 giugno 2011
L’Adele è una roccia
L’Adele è una tipa arcigna, battagliera, capace di farsi rifare la casa perché un muratore le ha sbagliato di quattro millimetri la posizione della porta, capace di annullare un contratto telefonico per un centesimo non previsto sulla bolletta, capace di cose così. L’Adele è una roccia. Anche se è anziana, è una roccia.
L’Adele quando era giovane, avrà avuto vent’anni, era una prestigiatrice. Anzi no: l’Adele era la valletta di Antonio, il prestigiatore, il mago. Era quella che si faceva segare coricata nella cassa e muoveva i piedini della parte bassa del corpo tagliata a metà, era quella che pigliava dal pubblico i malcapitati per ipnotizzarli, poi entrava vestita nel baule e veniva infilzata con le spade e usciva, ta-dà, in mutandine e reggiseno e le gambe sottili in mostra, che nei primi anni cinquanta, quando l’Adele avrà avuto vent’anni, eran cose da spalancare la bocca dei presenti.
L’Adele ha cominciato a fare la valletta di Antonio quando sua sorella, l’Ada, che era stata valletta prima di lei, aveva deciso che preferiva la risaia e i campi di grano al continuo spostarsi della carovana. Ma all’Adele piaceva la vita del circo, e le piaceva Antonio, che però era molto più vecchio di lei e soprattutto era sposato.
C’era un’Italia sbrindellata, a quei tempi là, la guerra era appena finita, i muri erano rotti dalle bombe, l’asfalto sulle strade quasi niente, mangiare ce n’era poco, ma al circo, se andava bene, un po’ di più. E mentre l’Ada nel piatto aveva il riso della risaia e il pane del lavoro nei campi, l’Adele, ogni tanto, mangiava i fagioli e la salsiccia che, dice, come li cucinava la moglie di Antonio, nessuno.
Girava, l’Adele, e girovagava. La carovana si fermava e montava il tendone, e poi la sera, dopo i leoni e dopo i pagliacci, lei e Antonio avevano le luci dello spettacolo puntate sulla faccia, chilometri di fazzoletti colorati ripiegati nelle maniche della giacchetta, cilindri coi conigli, palloncini e colombe bianche, la cassa da tagliare in due e muovere i piedini nudi dell’altra metà, il pubblico da ipnotizzare, le spade per farsi trafiggere e, ta-dà, uscire in mutandine, reggiseno e le gambe giovani e sottili per le bocche spalancate dei presenti. Poi smontare, rimettersi in viaggio, girovagare, montare ancora e di nuovo le luci dello spettacolo negli occhi. Ha un milione di storie da raccontare ai nipoti, l’Adele, come di quella volta che hanno scoperto che al pagliaccio ci piacevano le bambine, erano in Sardegna e i sardi volevano ammazzarlo, e loro lo nascondevano, il pagliaccio, nella gabbia con l’elefante. Poi gli han detto Vai via, pagliaccio, che se non t’ammazzano i sardi, prima o poi la testa te la spacchiamo noi.
E intanto, mentre il circo era lì nel suo solito girovagare, un giorno di maggio, va a finire che la moglie di Antonio si ammala e muore.
Piangeva Antonio, suo marito. Piangeva l’Adele, la valletta. Piangeva tutto il circo perché le volevano un gran bene. Poi le han fatto un bel funerale, ché come faceva i fagioli e la salsiccia lei, la moglie di Antonio, nessuno.
E in quell'Italia sbrindellata dei primi anni cinquanta, anche se era molto più vecchio della sua valletta, ora che Antonio e la moglie morte li aveva separati, il mago, una sera d’estate, ha preso l’Adele per mano e le ha detto Ti amo. Si sono sposati in una chiesa del paese dove il circo era approdato. Da quel giorno, dice, gli spettacoli erano ancor più magici e colorati. E c’era l’amore nel sorriso della ragazzina che spuntava dal baule non trafitta dalle spade, ta-dà, in mutande, reggiseno e le gambe lucide e sottili sulla bocca spalancata dei presenti.
Per mesi e mesi l’Adele e Antonio hanno girovagato e si sono amati, dandosi la mano e un bacio al momento dell’inchino negli applausi.
Ma la vita, anche la vita era sbrindellata, e qualche anno dopo, non tanti, in verità, quando l’Adele ormai stava per diventare donna e non più ragazzina, il vecchio Antonio si ammala di un brutto male, l’Adele non dice quale, ma si capisce, un male supremo che prende la pancia e costringe il vecchio mago in posizione orizzontale sopra il letto della roulotte, morfina a litri due, tre volte al giorno, per giorni, per mesi. Mesi in cui il circo si sposta, girovaga, ma lo spettacolo dei prestigiatori è cancellato. Niente palloncini e colombe bianche che scompaiono, niente chilometri di fazzoletti colorati nelle maniche della giacchetta, c’è solo un vecchio mago morente sul letto di una carovana, che pian piano ha perso i sensi e la parola, con litri di morfina che non placano più il dolore, con la sua piccola moglie dalle gambe giovani e sottili lì al suo capezzale, dove gli asciuga il sudore.
Un giorno il circo arriva in una grossa città, una città importante, coi monumenti e tanto pubblico pagante. Allora il padrone del circo, col cappello altissimo e la divisa rossa dai bordi dorati, bussa alla roulotte di Antonio e chiama: Adele, Adele, scusa, te lo chiedo per favore, proveresti a far tu da sola lo spettacolo, stasera?
Oh, non lo so, gli risponde l’Adele, non son capace, sono solo la valletta. Dai Adele, la incita il padrone, è una serata importante, c’è pieno di gente, le alte cariche, i bambini, proviamoci ti prego. E l’Adele, che è una roccia, dopo dieci minuti di preghiere del padrone risponde che sì, ci prova, che deve solo dare la morfina a suo marito poi si prepara per uscire nell’arena, come sempre, dopo i leoni e dopo i pagliacci. Da sola, questa volta.
Il circo è davvero pieno, l’Adele ha le luci dello spettacolo sulla faccia, un semicerchio d’occhi addosso, i conigli nel cappello, chilometri di fazzoletti colorati che escono svolazzando dalle maniche della giacchetta, ipnotizza il pubblico, si fa tagliare in due dal padrone e muove i piedini nudi, si fa infilzare dalle spade dei pagliacci ed esce, ta-dà, in mutandine e reggiseno e le gambe giovani e sottili sulla bocca spalancata dei presenti.
Va meravigliosamente, l'Adele, gli applausi sono un fiume d’affetto e ammirazione, e mentre gioca con le colombe e le fa sparire e poi ricomparire, non lo direbbe nessuno che la sua bocca trema, e trema perché nei primi minuti dello spettacolo l’Adele aveva voltato la testa sulle prime file, e là, con la forza di volontà che fa sollevare le automobili alle mamme per salvare i figli intrappolati, con la potenza dell’amore che ti fa scavalcare il cancello alto due metri, là, in prima fila, sulla destra, seduto con una mano a pugno a sorreggere il mento c’era Antonio. Che rideva.
Ma l’Adele era una roccia. L’Adele ha concluso lo spettacolo, ha fatto un inchino e, quando ha alzato la testa con la bocca tremolante, ha visto Antonio alzarsi in piedi, barcollare verso l’uscita, andare via. Così dopo gli applausi è uscita dal circo, l'Adele, ha fatto una corsa a perdifiato e l’ha raggiunto, l’ha sorretto, l’ha portato alla roulotte e l’ha messo orizzontale sul letto. Poi si è messa lì a sedere.
Lui le ha preso una mano. Ha aperto gli occhi e con la voce troncata dallo stomaco attorcigliato, per la prima volta faccia a faccia dopo troppi mesi, le ha detto Adele, adesso che sai tutto quello che c’è da sapere, sono contento, amore mio, posso andare.
Poi la mano s’è afflosciata, il petto si è fermato. Antonio è morto sorridendo, nella calma dell’amore che compensa e supera anche l’ultimo dolore.
***
L’Adele è una tipa arcigna, battagliera, capace di farsi rifare la casa perché un muratore le ha sbagliato di quattro millimetri la posizione della porta, capace di annullare un contratto telefonico per un centesimo non previsto sulla bolletta, capace di cose così. L’Adele è una roccia. Anche se ora è anziana, è una roccia.
Ma quando l’altro giorno finisce di raccontarmi la sua storia, l’Adele, mia zia, appena alza la testa la vedo che ha lo sguardo bagnato e la bocca che un po' trema.
Non dura molto, qualche secondo, poi si riprende, gesticola e mi chiede se voglio conoscere il trucco del baule con le spade.
Questo però non posso raccontarvelo, le ho promesso che è un segreto.
Click.
L’Adele quando era giovane, avrà avuto vent’anni, era una prestigiatrice. Anzi no: l’Adele era la valletta di Antonio, il prestigiatore, il mago. Era quella che si faceva segare coricata nella cassa e muoveva i piedini della parte bassa del corpo tagliata a metà, era quella che pigliava dal pubblico i malcapitati per ipnotizzarli, poi entrava vestita nel baule e veniva infilzata con le spade e usciva, ta-dà, in mutandine e reggiseno e le gambe sottili in mostra, che nei primi anni cinquanta, quando l’Adele avrà avuto vent’anni, eran cose da spalancare la bocca dei presenti.
L’Adele ha cominciato a fare la valletta di Antonio quando sua sorella, l’Ada, che era stata valletta prima di lei, aveva deciso che preferiva la risaia e i campi di grano al continuo spostarsi della carovana. Ma all’Adele piaceva la vita del circo, e le piaceva Antonio, che però era molto più vecchio di lei e soprattutto era sposato.
C’era un’Italia sbrindellata, a quei tempi là, la guerra era appena finita, i muri erano rotti dalle bombe, l’asfalto sulle strade quasi niente, mangiare ce n’era poco, ma al circo, se andava bene, un po’ di più. E mentre l’Ada nel piatto aveva il riso della risaia e il pane del lavoro nei campi, l’Adele, ogni tanto, mangiava i fagioli e la salsiccia che, dice, come li cucinava la moglie di Antonio, nessuno.
Girava, l’Adele, e girovagava. La carovana si fermava e montava il tendone, e poi la sera, dopo i leoni e dopo i pagliacci, lei e Antonio avevano le luci dello spettacolo puntate sulla faccia, chilometri di fazzoletti colorati ripiegati nelle maniche della giacchetta, cilindri coi conigli, palloncini e colombe bianche, la cassa da tagliare in due e muovere i piedini nudi dell’altra metà, il pubblico da ipnotizzare, le spade per farsi trafiggere e, ta-dà, uscire in mutandine, reggiseno e le gambe giovani e sottili per le bocche spalancate dei presenti. Poi smontare, rimettersi in viaggio, girovagare, montare ancora e di nuovo le luci dello spettacolo negli occhi. Ha un milione di storie da raccontare ai nipoti, l’Adele, come di quella volta che hanno scoperto che al pagliaccio ci piacevano le bambine, erano in Sardegna e i sardi volevano ammazzarlo, e loro lo nascondevano, il pagliaccio, nella gabbia con l’elefante. Poi gli han detto Vai via, pagliaccio, che se non t’ammazzano i sardi, prima o poi la testa te la spacchiamo noi.
E intanto, mentre il circo era lì nel suo solito girovagare, un giorno di maggio, va a finire che la moglie di Antonio si ammala e muore.
Piangeva Antonio, suo marito. Piangeva l’Adele, la valletta. Piangeva tutto il circo perché le volevano un gran bene. Poi le han fatto un bel funerale, ché come faceva i fagioli e la salsiccia lei, la moglie di Antonio, nessuno.
E in quell'Italia sbrindellata dei primi anni cinquanta, anche se era molto più vecchio della sua valletta, ora che Antonio e la moglie morte li aveva separati, il mago, una sera d’estate, ha preso l’Adele per mano e le ha detto Ti amo. Si sono sposati in una chiesa del paese dove il circo era approdato. Da quel giorno, dice, gli spettacoli erano ancor più magici e colorati. E c’era l’amore nel sorriso della ragazzina che spuntava dal baule non trafitta dalle spade, ta-dà, in mutande, reggiseno e le gambe lucide e sottili sulla bocca spalancata dei presenti.
Per mesi e mesi l’Adele e Antonio hanno girovagato e si sono amati, dandosi la mano e un bacio al momento dell’inchino negli applausi.
Ma la vita, anche la vita era sbrindellata, e qualche anno dopo, non tanti, in verità, quando l’Adele ormai stava per diventare donna e non più ragazzina, il vecchio Antonio si ammala di un brutto male, l’Adele non dice quale, ma si capisce, un male supremo che prende la pancia e costringe il vecchio mago in posizione orizzontale sopra il letto della roulotte, morfina a litri due, tre volte al giorno, per giorni, per mesi. Mesi in cui il circo si sposta, girovaga, ma lo spettacolo dei prestigiatori è cancellato. Niente palloncini e colombe bianche che scompaiono, niente chilometri di fazzoletti colorati nelle maniche della giacchetta, c’è solo un vecchio mago morente sul letto di una carovana, che pian piano ha perso i sensi e la parola, con litri di morfina che non placano più il dolore, con la sua piccola moglie dalle gambe giovani e sottili lì al suo capezzale, dove gli asciuga il sudore.
Un giorno il circo arriva in una grossa città, una città importante, coi monumenti e tanto pubblico pagante. Allora il padrone del circo, col cappello altissimo e la divisa rossa dai bordi dorati, bussa alla roulotte di Antonio e chiama: Adele, Adele, scusa, te lo chiedo per favore, proveresti a far tu da sola lo spettacolo, stasera?
Oh, non lo so, gli risponde l’Adele, non son capace, sono solo la valletta. Dai Adele, la incita il padrone, è una serata importante, c’è pieno di gente, le alte cariche, i bambini, proviamoci ti prego. E l’Adele, che è una roccia, dopo dieci minuti di preghiere del padrone risponde che sì, ci prova, che deve solo dare la morfina a suo marito poi si prepara per uscire nell’arena, come sempre, dopo i leoni e dopo i pagliacci. Da sola, questa volta.
Il circo è davvero pieno, l’Adele ha le luci dello spettacolo sulla faccia, un semicerchio d’occhi addosso, i conigli nel cappello, chilometri di fazzoletti colorati che escono svolazzando dalle maniche della giacchetta, ipnotizza il pubblico, si fa tagliare in due dal padrone e muove i piedini nudi, si fa infilzare dalle spade dei pagliacci ed esce, ta-dà, in mutandine e reggiseno e le gambe giovani e sottili sulla bocca spalancata dei presenti.
Va meravigliosamente, l'Adele, gli applausi sono un fiume d’affetto e ammirazione, e mentre gioca con le colombe e le fa sparire e poi ricomparire, non lo direbbe nessuno che la sua bocca trema, e trema perché nei primi minuti dello spettacolo l’Adele aveva voltato la testa sulle prime file, e là, con la forza di volontà che fa sollevare le automobili alle mamme per salvare i figli intrappolati, con la potenza dell’amore che ti fa scavalcare il cancello alto due metri, là, in prima fila, sulla destra, seduto con una mano a pugno a sorreggere il mento c’era Antonio. Che rideva.
Ma l’Adele era una roccia. L’Adele ha concluso lo spettacolo, ha fatto un inchino e, quando ha alzato la testa con la bocca tremolante, ha visto Antonio alzarsi in piedi, barcollare verso l’uscita, andare via. Così dopo gli applausi è uscita dal circo, l'Adele, ha fatto una corsa a perdifiato e l’ha raggiunto, l’ha sorretto, l’ha portato alla roulotte e l’ha messo orizzontale sul letto. Poi si è messa lì a sedere.
Lui le ha preso una mano. Ha aperto gli occhi e con la voce troncata dallo stomaco attorcigliato, per la prima volta faccia a faccia dopo troppi mesi, le ha detto Adele, adesso che sai tutto quello che c’è da sapere, sono contento, amore mio, posso andare.
Poi la mano s’è afflosciata, il petto si è fermato. Antonio è morto sorridendo, nella calma dell’amore che compensa e supera anche l’ultimo dolore.
***
L’Adele è una tipa arcigna, battagliera, capace di farsi rifare la casa perché un muratore le ha sbagliato di quattro millimetri la posizione della porta, capace di annullare un contratto telefonico per un centesimo non previsto sulla bolletta, capace di cose così. L’Adele è una roccia. Anche se ora è anziana, è una roccia.
Ma quando l’altro giorno finisce di raccontarmi la sua storia, l’Adele, mia zia, appena alza la testa la vedo che ha lo sguardo bagnato e la bocca che un po' trema.
Non dura molto, qualche secondo, poi si riprende, gesticola e mi chiede se voglio conoscere il trucco del baule con le spade.
Questo però non posso raccontarvelo, le ho promesso che è un segreto.
Click.
sabato 5 febbraio 2011
Poesia d'amore carpigiana
Da cal dè, corp ed 'na lòuna,
c'a' i ho avù la sorta e la furtòuna
d'incuntrèret, et 'n'al cherdrè,
quand a'n't' vèdd me a sòun disprè:
quand a't' vèdd e a't' sòun darèint
tùtti agli òri em sèmbren mumèint.
Ma an sèmm mai da per nuèter:
tùtt 'st'andèr avanti e indré,
'ste balèr ed quèst e ed stèter,
e sburlòun, e pistèr 'd pé...
pròia mai catèr al drìtt
ed dir quell ch'an t'ho mai dìtt?
Ch'a se squàia i me magòun,
che t'me fàtt dvintèr più bòun,
e che insòma, dio scalabrèin,
me a te at vòi propri bèin?
An dìrem gninta, lasa stèr:
vagabònd seinsa sustansa
a'n'ho mai avù speransa
te m'la fàggh anch sol nasèr.
(Da quel dì, corpo di una luna, / che ho avuto la sorte e la fortuna / d'incontrarti, non lo crederai, / ma quando non ti vedo sono disperato: / quando ti vedo e ti sono vicino / tutte le ore mi sembrano istanti. // Ma non siamo mai soli: / tutto questo andare avanti e indietro, / questo ballare di questi e di quest'altro, / e spintoni e pestar di piedi... / potrò mai trovare il destro / di dirti ciò che non t'ho mai detto? // Che si scioglie il mio magone, / che mi hai fatto diventare più buono, / e che, insomma, dio scalabrino, / io ti voglio proprio bene? // Non dirmi niente, lascia stare: / vagabondo senza sostanza / non ho mai avuto speranza / che tu me la faccia anche solo annusare.)
____________
Autore carpigiano ignoto, tramandata dal nonno di mio padre Valentino Imbeni. Si sospetta che l'autore sia lo stesso Valentino, noto come il bandito Mastrilli della banda Adani e Caprari. "Troppe volte - scrive il babbo - me la recitò con occhi brillanti fino a farmela imprimere nella mente".
c'a' i ho avù la sorta e la furtòuna
d'incuntrèret, et 'n'al cherdrè,
quand a'n't' vèdd me a sòun disprè:
quand a't' vèdd e a't' sòun darèint
tùtti agli òri em sèmbren mumèint.
Ma an sèmm mai da per nuèter:
tùtt 'st'andèr avanti e indré,
'ste balèr ed quèst e ed stèter,
e sburlòun, e pistèr 'd pé...
pròia mai catèr al drìtt
ed dir quell ch'an t'ho mai dìtt?
Ch'a se squàia i me magòun,
che t'me fàtt dvintèr più bòun,
e che insòma, dio scalabrèin,
me a te at vòi propri bèin?
An dìrem gninta, lasa stèr:
vagabònd seinsa sustansa
a'n'ho mai avù speransa
te m'la fàggh anch sol nasèr.
(Da quel dì, corpo di una luna, / che ho avuto la sorte e la fortuna / d'incontrarti, non lo crederai, / ma quando non ti vedo sono disperato: / quando ti vedo e ti sono vicino / tutte le ore mi sembrano istanti. // Ma non siamo mai soli: / tutto questo andare avanti e indietro, / questo ballare di questi e di quest'altro, / e spintoni e pestar di piedi... / potrò mai trovare il destro / di dirti ciò che non t'ho mai detto? // Che si scioglie il mio magone, / che mi hai fatto diventare più buono, / e che, insomma, dio scalabrino, / io ti voglio proprio bene? // Non dirmi niente, lascia stare: / vagabondo senza sostanza / non ho mai avuto speranza / che tu me la faccia anche solo annusare.)
____________
Autore carpigiano ignoto, tramandata dal nonno di mio padre Valentino Imbeni. Si sospetta che l'autore sia lo stesso Valentino, noto come il bandito Mastrilli della banda Adani e Caprari. "Troppe volte - scrive il babbo - me la recitò con occhi brillanti fino a farmela imprimere nella mente".
venerdì 4 febbraio 2011
Per chi cantano (in coro) le mondine
Ieri sera ero alla Palazzina Liberty di Piazza Marinai d’Italia a Milano perché c’era Paolo Nori che leggeva pezzi da Disastri di Daniil Charms (Marcos y Marcos), accompagnato dal Coro delle Mondine di Novi. Io non sono mai stata a Novi di Modena, un giorno mi ci faccio portare, ho deciso.
Quando sono arrivata sentivo le prove, perché alla Palazzina Liberty si può entrare da due porte che stanno ai lati del palazzo, le entri dai fianchi insomma, si passa accanto alle finestrelle del seminterrato, aperte, e ieri sera sentivo le Mondine fare i vocalizzi.
La maggior parte di loro ha i capelli corti, alcune hanno una sciarpa al collo, altre una spilla, alcune gli occhiali, alcune i capelli bianchi, altre la messa in piega fatta e io noto sempre quando una signora si fa la messa in piega, specie se ha i capelli bianchi, perché mi viene in mente quando mia nonna avvisa tutta la famiglia di non telefonare al pomeriggio del sabato dalle cinque alle sei perché lei è dalla parrucchiera e non può rispondere e le dispiace non rispondere al telefono: è maleducazione.
Soprattutto: alcune di loro hanno una medaglia attaccata al petto e all’inizio non la noto mica: sono miope, sono giovane da meno tempo di loro, non ho gli occhiali.
Sarà un discorso sull’anarchia, dice Paolo Nori, sembra che all’inizio siano un sacco di cretinate, ma poi no, portate pazienza. Noi abbiamo portato pazienza, alla fine abbiamo capito, non tutto ma quasi tutto, ché per capire tutto, bisogna un attimo fermarsi a pensare, con calma, senza frenesia di capire e di uscire più intelligenti di prima. Sempre Paolo Nori poi ci chiede anche se per favore possiamo non applaudire dopo ogni pezzo, vediamo come viene il tutto, dice, e noi no, non applaudiamo mai, ridiamo ma non applaudiamo mai, tranne un tizio che dopo la prima canzone applaude e Paolo Nori gli fa un’occhiata brutta, gliela fa proprio, io non avevo mai visto Paolo Nori fare un’occhiata brutta, poi lui ha gli occhi chiari, non ci crede nessuno che fa un’occhiata brutta, e invece gliela fa e non so bene che pensa, una cosa simile a “ma diobono, l’ho appena finto di dire, anche te.” Però non lo so, non sono sicura.
Ogni tanto, ieri sera, non ho capito.
Fanno l’inchino e si prendono gli applausi. Tanti. Ché a non potergliene fare durante il reading poi ti viene voglia di farne di più dopo, raggrupparli e farli più vigorosi, non sopra le righe, non ci alza in piedi, non si urla brave, proprio le mani quasi quasi te le senti come se fossero più forti perché hanno lavorato - e invece hanno solo ascoltato, su una sedia scomoda, ma si rubano lo stesso le mosse e il vigore.
Mentre tutti iniziavano ad andare via, mi sono avvicinata alla Mondina più bassa e con i capelli più bianchi e la messa in piega fatta, aveva un vassoio di parmigiano in mano ma non ci sono andata per quello, è che sorrideva ed era bassa e le ho detto: “Salve mi chiamo Elena, vi porto i saluti di Marco, il nipote di Corrado, il figlio di Iules” e lei ha alzato entrambi i sopraccigli e ha spanato gli occhi che io mi vedevo già su una sedia tutta notte a sentire le storie di Corrado e Iules e invece no, mi ha detto una roba che non ho capito, forse in novese m’ha detto poi Marco, e mi ha infilato un pezzo di parmigiano in bocca. Come mia nonna il panettone dopo il parrucchiere al sabato pomeriggio.
Ve l’ho detto: ogni tanto, ieri sera, non ho capito.
Ho mangiato il parmigiano, dopo Bella ciao della Mondina che diventa Bella ciao del Partigiano: a questo punto si canta rivolti al pubblico, anche le sei che finiscono il semicerchio ai due lati del semicerchio, quelle sei lì, aprono il semicerchio e ce la cantano in faccia Bella ciao della Mondina che diventa Bella ciao del Partigiano e qualcuno si muove sulla sedia, qualcuno batte le mani con loro, in due-tre punti e succede quella cosa che succede sempre, per la mia esperienza, quando Bella ciao non la cantano al Concerto del Primo Maggio, ma in qualunque posto Partigiani veri o le Mondine, appunto: si sta zitti. Tutti. Fermi. Muti. Non si battono le mani la prima volta, magari poi, se ti incitano, se loro stessi ti danno il permesso con un gesto delle mani o della testa. E se stai zitto, puoi farlo per due motivi: commozione o rispetto. E infatti loro te la cantano in faccia per questo, per vedere se ci riconosciamo, se ci possiamo guardare in faccia liberamente, se adesso che finisce tutto pensiamo in coro a quella domanda difficile di diversi minuti prima, che si è impiantata lì e non vede il verso di uscire, diceva più o meno: è peggio morire ammazzati in un Paese con una dittatura o morire sulla sedia elettrica in un Paese con la democrazia?
Allora mentre mi mettevo a letto ieri sera mi son detta che non lo so e non so rispondere, però ci penserò ogni tanto, me lo sono segnato apposta e poi mi sono detta pure che le Mondine cantano un po’ perché sono orgogliose di essere le figlie e le nipoti delle prime Mondine e può sembrare quasi una tradizione, poi abitudine a cui non si pensa più, alla lunga, e invece no. È che è la loro Bandiera, hanno detto, l’orgoglio di una Bandiera umile e sentita, che non riescono a lasciar sventolare da sola, una Bandiera che spunta dal petto accanto alla medaglia e quasi se ne prende cura, senza urlare e con rispetto.
A me è venuto proprio da pensarlo con la b maiuscola, Bandiera, ed è stata la prima volta.
Quando sono arrivata sentivo le prove, perché alla Palazzina Liberty si può entrare da due porte che stanno ai lati del palazzo, le entri dai fianchi insomma, si passa accanto alle finestrelle del seminterrato, aperte, e ieri sera sentivo le Mondine fare i vocalizzi.
La maggior parte di loro ha i capelli corti, alcune hanno una sciarpa al collo, altre una spilla, alcune gli occhiali, alcune i capelli bianchi, altre la messa in piega fatta e io noto sempre quando una signora si fa la messa in piega, specie se ha i capelli bianchi, perché mi viene in mente quando mia nonna avvisa tutta la famiglia di non telefonare al pomeriggio del sabato dalle cinque alle sei perché lei è dalla parrucchiera e non può rispondere e le dispiace non rispondere al telefono: è maleducazione.
Soprattutto: alcune di loro hanno una medaglia attaccata al petto e all’inizio non la noto mica: sono miope, sono giovane da meno tempo di loro, non ho gli occhiali.
Sarà un discorso sull’anarchia, dice Paolo Nori, sembra che all’inizio siano un sacco di cretinate, ma poi no, portate pazienza. Noi abbiamo portato pazienza, alla fine abbiamo capito, non tutto ma quasi tutto, ché per capire tutto, bisogna un attimo fermarsi a pensare, con calma, senza frenesia di capire e di uscire più intelligenti di prima. Sempre Paolo Nori poi ci chiede anche se per favore possiamo non applaudire dopo ogni pezzo, vediamo come viene il tutto, dice, e noi no, non applaudiamo mai, ridiamo ma non applaudiamo mai, tranne un tizio che dopo la prima canzone applaude e Paolo Nori gli fa un’occhiata brutta, gliela fa proprio, io non avevo mai visto Paolo Nori fare un’occhiata brutta, poi lui ha gli occhi chiari, non ci crede nessuno che fa un’occhiata brutta, e invece gliela fa e non so bene che pensa, una cosa simile a “ma diobono, l’ho appena finto di dire, anche te.” Però non lo so, non sono sicura.
Ogni tanto, ieri sera, non ho capito.
Fanno l’inchino e si prendono gli applausi. Tanti. Ché a non potergliene fare durante il reading poi ti viene voglia di farne di più dopo, raggrupparli e farli più vigorosi, non sopra le righe, non ci alza in piedi, non si urla brave, proprio le mani quasi quasi te le senti come se fossero più forti perché hanno lavorato - e invece hanno solo ascoltato, su una sedia scomoda, ma si rubano lo stesso le mosse e il vigore.
Mentre tutti iniziavano ad andare via, mi sono avvicinata alla Mondina più bassa e con i capelli più bianchi e la messa in piega fatta, aveva un vassoio di parmigiano in mano ma non ci sono andata per quello, è che sorrideva ed era bassa e le ho detto: “Salve mi chiamo Elena, vi porto i saluti di Marco, il nipote di Corrado, il figlio di Iules” e lei ha alzato entrambi i sopraccigli e ha spanato gli occhi che io mi vedevo già su una sedia tutta notte a sentire le storie di Corrado e Iules e invece no, mi ha detto una roba che non ho capito, forse in novese m’ha detto poi Marco, e mi ha infilato un pezzo di parmigiano in bocca. Come mia nonna il panettone dopo il parrucchiere al sabato pomeriggio.
Ve l’ho detto: ogni tanto, ieri sera, non ho capito.
Ho mangiato il parmigiano, dopo Bella ciao della Mondina che diventa Bella ciao del Partigiano: a questo punto si canta rivolti al pubblico, anche le sei che finiscono il semicerchio ai due lati del semicerchio, quelle sei lì, aprono il semicerchio e ce la cantano in faccia Bella ciao della Mondina che diventa Bella ciao del Partigiano e qualcuno si muove sulla sedia, qualcuno batte le mani con loro, in due-tre punti e succede quella cosa che succede sempre, per la mia esperienza, quando Bella ciao non la cantano al Concerto del Primo Maggio, ma in qualunque posto Partigiani veri o le Mondine, appunto: si sta zitti. Tutti. Fermi. Muti. Non si battono le mani la prima volta, magari poi, se ti incitano, se loro stessi ti danno il permesso con un gesto delle mani o della testa. E se stai zitto, puoi farlo per due motivi: commozione o rispetto. E infatti loro te la cantano in faccia per questo, per vedere se ci riconosciamo, se ci possiamo guardare in faccia liberamente, se adesso che finisce tutto pensiamo in coro a quella domanda difficile di diversi minuti prima, che si è impiantata lì e non vede il verso di uscire, diceva più o meno: è peggio morire ammazzati in un Paese con una dittatura o morire sulla sedia elettrica in un Paese con la democrazia?
Allora mentre mi mettevo a letto ieri sera mi son detta che non lo so e non so rispondere, però ci penserò ogni tanto, me lo sono segnato apposta e poi mi sono detta pure che le Mondine cantano un po’ perché sono orgogliose di essere le figlie e le nipoti delle prime Mondine e può sembrare quasi una tradizione, poi abitudine a cui non si pensa più, alla lunga, e invece no. È che è la loro Bandiera, hanno detto, l’orgoglio di una Bandiera umile e sentita, che non riescono a lasciar sventolare da sola, una Bandiera che spunta dal petto accanto alla medaglia e quasi se ne prende cura, senza urlare e con rispetto.
A me è venuto proprio da pensarlo con la b maiuscola, Bandiera, ed è stata la prima volta.
sabato 18 dicembre 2010
Cinquantamila lire
Io vorrei raccontare la storia di quelle cinquantamila lire che mi aveva dato per Natale mia bisnonna, che si chiamava Galavotti Angiolina, prima il cognome e poi il nome, come d’uso tra la gente nata povera e mezzadra, specie nel 1905, anno di nascita, appunto, di Galavotti Angiolina, detta Bionda forse per il colore dei capelli, non si sa, e non se lo ricorda più nessuno, io li ho sempre visti bianchi, quei pochi capelli.
Vorrei raccontare di quelle cinquantamila lire e di come le avevo spese per comprare un chiodo, perché ero improvvisamente diventato, a dodici o tredici anni, un metallaro per via del fatto che era uscito questo disco che si chiamava Fear Of The Dark, e i miei amici me l’avevan regalato per il compleanno visto che non sapevano cosa regalarmi, e non avrebbero mai immaginato che mi sarei trasformato all’istante in un metallaro.
Vorrei raccontare che quelle cinquantamila lire mia bisnonna Bionda, Galavotti Angiolina, me le aveva regalate per Natale in una busta bianca senza scritte, perché dopo tanti anni che non scrivi, quando poi neanche l’hai mai saputo fare troppo bene, non ti ricordi mica come si fa, e me le aveva regalate, quelle cinquantamila lire nella busta bianca senza scritte, perché non sapeva cosa regalarmi, la Bionda, Galavotti Angiolina, che era nata in un mondo diverso, diceva, e non ci capiva mica niente di come era diventato adesso, il mondo, se ancora si poteva chiamare mondo, diceva sempre, e allora io, con quelle cinquantamila lire lì, avevo iniziato il mio processo di metallarimento.
Avrei voluto poi raccontare che dopo quelle cinquantamila lire lì, mia bisnonna Bionda, Galavotti Angiolina, non mi aveva dato più neanche un soldo, perché secondo lei con quel giubbotto, che le dicevo sempre che si chiamava chiodo, ma lei non capiva perché bisognasse dare il nome di un chiodo a un giubbotto e lo chiamava giubbotto, con quel giubbotto e con quei capelli lunghi lì, secondo lei facevo schifo.
Volevo raccontare delle cinquantamila lire che avevo speso per comprare il chiodo, ma poi è andata a finire che, così come mi ero metallarizzato, mi son poi demetallarizzato quando ho ascoltato questo disco che si chiamava In Utero, e lì è cominciato il mio processo di rockenrollamento che mi ha portato sempre più in là, finché un giorno quel chiodo, dopo che non ci avevo fatto aerografare la scritta “IRON MAIDEN” perché ero giovane e senza soldi, visto che la Bionda, Galavotti Angiolina, di soldi non me ne dava più, dopo che non ci avevo fatto aerografare “NIRVANA” nel mio periodo grunge perché non avevo voglia di farlo, disperso com’ero nel menefreghismo grunge, dopo che non ci avevo fatto aerografare “DISCHARGE” nel mio periodo hardcore perché mi son dimenticato di farlo, dopo che ho capito che se ci facevo aerografare “RADIOHEAD” ero uno sfigato, un giorno, dicevo, il chiodo l’ho messo in un armadio e non l’ho più tirato fuori. E già che c’ero mi son tagliato anche i capelli, belli corti, con la chioma fluente e orribile che è rimasta tutta sul pavimento del barbiere.
E della storia che volevo raccontare delle cinquantamila lire che la Bionda, Galavotti Angiolina, mia bisnonna, mi aveva regalato per Natale e che io ho usato per comprare un chiodo che poi ho messo nell’armadio quando mi son tagliato i capelli, e di come mia bisnonna Bionda, Galavotti Angiolina, avesse poi ripreso a darmi dei soldi della sua pensione dal primo Natale in cui avevo poi i capelli corti e non facevo più schifo, secondo lei, anche se dopo poco tempo è morta, perché così è la vita, specie per una nata nel 1905, anno di nascita, appunto, di Galavotti Angiolina, detta Bionda, ecco, forse, di quella storia lì, non gliene frega niente a nessuno. E allora non la racconto. Però secondo me è un peccato.
(è uscito ieri sul PslA)
Vorrei raccontare di quelle cinquantamila lire e di come le avevo spese per comprare un chiodo, perché ero improvvisamente diventato, a dodici o tredici anni, un metallaro per via del fatto che era uscito questo disco che si chiamava Fear Of The Dark, e i miei amici me l’avevan regalato per il compleanno visto che non sapevano cosa regalarmi, e non avrebbero mai immaginato che mi sarei trasformato all’istante in un metallaro.
Vorrei raccontare che quelle cinquantamila lire mia bisnonna Bionda, Galavotti Angiolina, me le aveva regalate per Natale in una busta bianca senza scritte, perché dopo tanti anni che non scrivi, quando poi neanche l’hai mai saputo fare troppo bene, non ti ricordi mica come si fa, e me le aveva regalate, quelle cinquantamila lire nella busta bianca senza scritte, perché non sapeva cosa regalarmi, la Bionda, Galavotti Angiolina, che era nata in un mondo diverso, diceva, e non ci capiva mica niente di come era diventato adesso, il mondo, se ancora si poteva chiamare mondo, diceva sempre, e allora io, con quelle cinquantamila lire lì, avevo iniziato il mio processo di metallarimento.
Avrei voluto poi raccontare che dopo quelle cinquantamila lire lì, mia bisnonna Bionda, Galavotti Angiolina, non mi aveva dato più neanche un soldo, perché secondo lei con quel giubbotto, che le dicevo sempre che si chiamava chiodo, ma lei non capiva perché bisognasse dare il nome di un chiodo a un giubbotto e lo chiamava giubbotto, con quel giubbotto e con quei capelli lunghi lì, secondo lei facevo schifo.
Volevo raccontare delle cinquantamila lire che avevo speso per comprare il chiodo, ma poi è andata a finire che, così come mi ero metallarizzato, mi son poi demetallarizzato quando ho ascoltato questo disco che si chiamava In Utero, e lì è cominciato il mio processo di rockenrollamento che mi ha portato sempre più in là, finché un giorno quel chiodo, dopo che non ci avevo fatto aerografare la scritta “IRON MAIDEN” perché ero giovane e senza soldi, visto che la Bionda, Galavotti Angiolina, di soldi non me ne dava più, dopo che non ci avevo fatto aerografare “NIRVANA” nel mio periodo grunge perché non avevo voglia di farlo, disperso com’ero nel menefreghismo grunge, dopo che non ci avevo fatto aerografare “DISCHARGE” nel mio periodo hardcore perché mi son dimenticato di farlo, dopo che ho capito che se ci facevo aerografare “RADIOHEAD” ero uno sfigato, un giorno, dicevo, il chiodo l’ho messo in un armadio e non l’ho più tirato fuori. E già che c’ero mi son tagliato anche i capelli, belli corti, con la chioma fluente e orribile che è rimasta tutta sul pavimento del barbiere.
E della storia che volevo raccontare delle cinquantamila lire che la Bionda, Galavotti Angiolina, mia bisnonna, mi aveva regalato per Natale e che io ho usato per comprare un chiodo che poi ho messo nell’armadio quando mi son tagliato i capelli, e di come mia bisnonna Bionda, Galavotti Angiolina, avesse poi ripreso a darmi dei soldi della sua pensione dal primo Natale in cui avevo poi i capelli corti e non facevo più schifo, secondo lei, anche se dopo poco tempo è morta, perché così è la vita, specie per una nata nel 1905, anno di nascita, appunto, di Galavotti Angiolina, detta Bionda, ecco, forse, di quella storia lì, non gliene frega niente a nessuno. E allora non la racconto. Però secondo me è un peccato.
(è uscito ieri sul PslA)
mercoledì 13 ottobre 2010
Una malattia
Mio nonno è milanista, lo è sempre stato. Mio padre è juventino da una vita, da quando era piccolo, nonostante i continui tentativi di mio nonno per trascinarlo dalla sua parte. Son questioni di tifo, mi dice lui, non puoi mica ragionarci, è una brutta bestia, il tifo, una malattia.
Mio nonno mi racconta che una volta è andato allo stadio con mio padre per vedere Milan-Juventus, a Milano. Si son presi su con la macchina da Novi di Modena a San Siro, loro due, padre e figlio, in una di quelle giornate che sono importantissime per i legami padre e figlio, almeno così dicono i pedagoghi.
Mi dice mio nonno che per farlo contento, per far contento mio padre, suo figlio, erano andati a sedersi nella curva della Juve anche se lui era milanista. Ma era la fine degli anni ‘50, racconta, cosa vuoi che gliene fregasse ai tifosi juventini se c’era un milanista in mezzo a loro, si doveva guardare la partita e buona lì. Si faceva il tifo.
Allora si son seduti, mio nonno e mio padre, padre e figlio, e si son messi a guardare la partita.
Quasi subito il Milan ha fatto un gol. Mio nonno racconta che si è alzato dal seggiolino di scatto con le mani alzate, i gomiti a novanta gradi, le gambe un po’ piegate, ha fatto un saltino e ha detto forte, non gridato, ha detto forte: GOL!
Si son girati tutti.
L’han guardato male per qualche secondo, qualche secondo silenziosissimo dove mio nonno mi dice che sentiva il suo respiro. Allora si è seduto, senza fiatare, con i palmi delle mani in avanti e la testa che scuoteva un po’ come a dire Scusate. Ma è rimasto lì, di fianco a mio padre, suo figlio, e han continuato a guardare la partita. Zittissimi.
E poi il Milan ha fatto un altro gol. E allora mio nonno, senza rendersi conto, senza pensarci, si è alzato un po’ dal seggiolino, ha battuto le mani una volta, un solo clap, e ha detto, neanche forte, stavolta, ha detto normalmente: ALÉ!
Si son girati tutti, ancora.
L’han guardato male e in silenzio per qualche secondo. Uno, da dietro, gli ha picchiato una mano sulla spalla e gli ha detto Signore, adesso lei si siede e ci fa il favore di tacere per tutta la partita.
Va bene, ha risposto mio nonno, con le mani avanti e scuotendo la testa come a dire Scusate di nuovo e scusi anche lei. Ed è rimasto lì, di fianco a mio padre, suo figlio, e han continuato a guardare la partita. Zittissimi. Ancor di più di prima.
Mio nonno racconta che era poi finita quattro a zero per il Milan, la partita, e lui per gli altri due gol aveva esultato tantissimo ma dentro di sé, nella pancia, provando anche a rimanere serio e impassibile, con gli angoli della bocca che un po’ ridevano, ma senza farsi vedere. Guardava sempre avanti, guardava il campo.
Era contentissimo, mi dice, che vittoria, mi dice.
Però era poi l’ultima volta che andavo allo stadio, mi dice anche, ché lui da giovane aveva sparato con delle mitragliatrici e non era mica uno che aveva paura della gente, per capirci, ma lo stadio gli sembrava che stesse diventando proprio un brutto ambiente.
Veh Jules, mi racconta di aver detto a mio padre juventino, che era un bambino e che si chiama Jules, Veh Jules, ha detto a suo figlio mentre tornavano in macchina da San Siro a Novi di Modena, è poi la prima e l’ultima volta che veniamo allo stadio, che non mi è mica piaciuto, anche se abbiamo vinto, anche se il Milan ha fatto una gran bella partita, mi sembra che sia proprio una brutta bestia, questa cosa, come la chiamate voi, il tifo. Una malattia.
E deve essere per quel motivo lì, per non farmi ammalare, che a otto anni, quando giocavo a pallone con gli amici nella via, e tenevo la Fiorentina e il Napoli, che un giorno d'estate loro due, mio nonno e mio padre, padre e figlio, mi han dato una bici da corsa e dei vestiti attillati, mi han messo a sedere sulla sella e mi han detto: pedala, Marco, pedala, che è meglio.
Mio nonno mi racconta che una volta è andato allo stadio con mio padre per vedere Milan-Juventus, a Milano. Si son presi su con la macchina da Novi di Modena a San Siro, loro due, padre e figlio, in una di quelle giornate che sono importantissime per i legami padre e figlio, almeno così dicono i pedagoghi.
Mi dice mio nonno che per farlo contento, per far contento mio padre, suo figlio, erano andati a sedersi nella curva della Juve anche se lui era milanista. Ma era la fine degli anni ‘50, racconta, cosa vuoi che gliene fregasse ai tifosi juventini se c’era un milanista in mezzo a loro, si doveva guardare la partita e buona lì. Si faceva il tifo.
Allora si son seduti, mio nonno e mio padre, padre e figlio, e si son messi a guardare la partita.
Quasi subito il Milan ha fatto un gol. Mio nonno racconta che si è alzato dal seggiolino di scatto con le mani alzate, i gomiti a novanta gradi, le gambe un po’ piegate, ha fatto un saltino e ha detto forte, non gridato, ha detto forte: GOL!
Si son girati tutti.
L’han guardato male per qualche secondo, qualche secondo silenziosissimo dove mio nonno mi dice che sentiva il suo respiro. Allora si è seduto, senza fiatare, con i palmi delle mani in avanti e la testa che scuoteva un po’ come a dire Scusate. Ma è rimasto lì, di fianco a mio padre, suo figlio, e han continuato a guardare la partita. Zittissimi.
E poi il Milan ha fatto un altro gol. E allora mio nonno, senza rendersi conto, senza pensarci, si è alzato un po’ dal seggiolino, ha battuto le mani una volta, un solo clap, e ha detto, neanche forte, stavolta, ha detto normalmente: ALÉ!
Si son girati tutti, ancora.
L’han guardato male e in silenzio per qualche secondo. Uno, da dietro, gli ha picchiato una mano sulla spalla e gli ha detto Signore, adesso lei si siede e ci fa il favore di tacere per tutta la partita.
Va bene, ha risposto mio nonno, con le mani avanti e scuotendo la testa come a dire Scusate di nuovo e scusi anche lei. Ed è rimasto lì, di fianco a mio padre, suo figlio, e han continuato a guardare la partita. Zittissimi. Ancor di più di prima.
Mio nonno racconta che era poi finita quattro a zero per il Milan, la partita, e lui per gli altri due gol aveva esultato tantissimo ma dentro di sé, nella pancia, provando anche a rimanere serio e impassibile, con gli angoli della bocca che un po’ ridevano, ma senza farsi vedere. Guardava sempre avanti, guardava il campo.
Era contentissimo, mi dice, che vittoria, mi dice.
Però era poi l’ultima volta che andavo allo stadio, mi dice anche, ché lui da giovane aveva sparato con delle mitragliatrici e non era mica uno che aveva paura della gente, per capirci, ma lo stadio gli sembrava che stesse diventando proprio un brutto ambiente.
Veh Jules, mi racconta di aver detto a mio padre juventino, che era un bambino e che si chiama Jules, Veh Jules, ha detto a suo figlio mentre tornavano in macchina da San Siro a Novi di Modena, è poi la prima e l’ultima volta che veniamo allo stadio, che non mi è mica piaciuto, anche se abbiamo vinto, anche se il Milan ha fatto una gran bella partita, mi sembra che sia proprio una brutta bestia, questa cosa, come la chiamate voi, il tifo. Una malattia.
E deve essere per quel motivo lì, per non farmi ammalare, che a otto anni, quando giocavo a pallone con gli amici nella via, e tenevo la Fiorentina e il Napoli, che un giorno d'estate loro due, mio nonno e mio padre, padre e figlio, mi han dato una bici da corsa e dei vestiti attillati, mi han messo a sedere sulla sella e mi han detto: pedala, Marco, pedala, che è meglio.
mercoledì 18 agosto 2010
venerdì 9 luglio 2010
martedì 6 luglio 2010
O me o te
Mio nonno, Corrado, quello che una volta ha sporcato la divisa del Balilla, poi ha disertato e si è nascosto in una concimaia, quando andavo o vado in manifestazione, da quelle della scuola contro la Jervolino a quelle della FIOM per il contratto, tutte le volte mi racconta le stesse due storie. Una è la storia delle fonderie e l’ho già raccontata, mesi fa, a suo tempo. L’altra è la storia della sbarra di ferro, e la racconto adesso. Mi è tornata in mente perché domani, cinquant’anni fa, a Reggio Emilia, morivano delle persone.
Mio nonno, Corrado, nel primo dopoguerra e poi negli anni ’50, non aveva più una gran voglia di fare il contadino. C’era l’Italia da ricostruire e da rimettere in piedi e lui, che era un gran lavoratore, prestava le braccia in giro, dove serviva, come per la bonifica del canale. Mi racconta che, mentre bonificavano, ogni tanto c'erano degli scioperi. E quando arrivavano i celerini, loro si mettevano con le pale e i forconi puntati in avanti. La prima fila in ginocchio, la seconda in piedi, le altre file dietro pronte a sostituire i caduti. Non gliel’aveva insegnato nessuno, a fare così, e, visto che erano in gran parte semianalfaberi, non lo sapevano mica che erano disposti come i macedoni di Alessandro Magno. Chissà, forse la tattica militare e la lotta ce le abbiamo tutti in un angolo del cervello, un angolo che pulsa e si risveglia nel caso del bisogno. Come usare la spada o qualsiasi altra cosa contundente per colpire. Lo sai fare, quando è ora, non te lo insegna nessuno.
E infatti, mio nonno, Corrado, dieci anni dopo, negli anni ’60, era già un operaio della cooperativa dei muratori che avevan fondato per rifare l’Italia. Adesso, che l’Italia era rifatta, c’era da modernizzarla. Loro, gli operai, pensa te che ingenuoni, l'Italia la volevano moderna ma senza compromessi etici. E allora scioperavano e scioperavano, continuamente, in tutta l’Italia e anche a Novi di Modena, alla cooperativa dei muratori di mio nonno. Scioperavano e scioperavano ancora, manifestavano, urlavano gli slogan, si tenevano a braccetto per proteggere i rappresentanti sindacali, nei cortei, lungo la piazza del paese, che adesso è un parcheggio, ma allora chissà quante lotte, quante urla, quante rivendicazioni.
Poi arrivava la celere, con le camionette, gli elmetti, le armature, i manganelli, le pistole e tutto il resto.
E via, di corsa, sparpagliati per il paese, una gran foga, un parapiglia, ognuno col suo celerino dietro al culo, il manganello e la pistola puntati alla schiena. Loro, i manifestanti, erano a mani vuote, perché ci credevano ancora che le cose le si potesse cambiare solo alzando la voce. E invece niente, te alzavi la voce e subito arrivava il celerino con l'elmetto, l'armatura, il manganello e la pistola, e tu via, di corsa. Sempre così.
Anche mio nonno, Corrado, correva anche lui. Anche lui col suo celerino dietro al culo.
Mi racconta che mentre correva come un matto per la paura ha visto il cortile di una ferramenta e ci si è infilato dentro, e il celerino dietro, ma un po’ distante dal culo, perché mio nonno correva veloce ed era il figlio di Archimede, l’uomo più forte del paese.
Poi è arrivato anche il celerino, lì, dentro il cortile della ferramenta. È entrato per il cancello e si è fermato di colpo, sudava. Davanti a lui c'era mio nonno, Corrado, che si era fermato con le gambe divaricate e ben piantate, e una sbarra di ferro in mano che sarà stata lunga un metro e mezzo, una di quelle sbarre di ferro piene, che fan male.
O me o te, ha detto mio nonno, Corrado, al celerino.
O me o te. Impugnava la sbarra di ferro come una mazza, come una spada.
Deve essersela vista brutta, il celerino. Tirare fuori la rivoltella e sparare non poteva, o meglio, non se la sentiva, da solo, sai te i casini, dopo. Aveva solo il manganello e l’elmetto e l’armatura. Mio nonno, Corrado, invece, aveva la camicia aperta, sudata, il torso nudo sotto, coi pettorali ereditati da suo padre che pulsavano, le gambe larghe e ben piantate e in mano la sbarra di ferro, come una mazza, come una spada, per far male. O me o te, diceva.
È scappato via, alla fine, il celerino. Mio nonno, Corrado, ha tirato fiato, come si dice, ha messo giù la sbarra di ferro e si è incamminato verso casa. Mentre camminava, con la testa bassa e il fiatone per la gran paura, pensava che non lo sapeva mica se avesse avuto il coraggio di spaccargliela, la testa, al celerino. Però, mi racconta oggi, gli era venuto automatico comportarsi così. Chissà, forse la tattica militare e la lotta ce le abbiamo tutti in un angolo del cervello, un angolo che pulsa e si risveglia nel caso del bisogno. Come usare una sbarra di ferro o qualsiasi altra cosa contundente per colpire. Lo sai fare, quando è ora, non te lo insegna nessuno.
Mio nonno, Corrado, nel primo dopoguerra e poi negli anni ’50, non aveva più una gran voglia di fare il contadino. C’era l’Italia da ricostruire e da rimettere in piedi e lui, che era un gran lavoratore, prestava le braccia in giro, dove serviva, come per la bonifica del canale. Mi racconta che, mentre bonificavano, ogni tanto c'erano degli scioperi. E quando arrivavano i celerini, loro si mettevano con le pale e i forconi puntati in avanti. La prima fila in ginocchio, la seconda in piedi, le altre file dietro pronte a sostituire i caduti. Non gliel’aveva insegnato nessuno, a fare così, e, visto che erano in gran parte semianalfaberi, non lo sapevano mica che erano disposti come i macedoni di Alessandro Magno. Chissà, forse la tattica militare e la lotta ce le abbiamo tutti in un angolo del cervello, un angolo che pulsa e si risveglia nel caso del bisogno. Come usare la spada o qualsiasi altra cosa contundente per colpire. Lo sai fare, quando è ora, non te lo insegna nessuno.
E infatti, mio nonno, Corrado, dieci anni dopo, negli anni ’60, era già un operaio della cooperativa dei muratori che avevan fondato per rifare l’Italia. Adesso, che l’Italia era rifatta, c’era da modernizzarla. Loro, gli operai, pensa te che ingenuoni, l'Italia la volevano moderna ma senza compromessi etici. E allora scioperavano e scioperavano, continuamente, in tutta l’Italia e anche a Novi di Modena, alla cooperativa dei muratori di mio nonno. Scioperavano e scioperavano ancora, manifestavano, urlavano gli slogan, si tenevano a braccetto per proteggere i rappresentanti sindacali, nei cortei, lungo la piazza del paese, che adesso è un parcheggio, ma allora chissà quante lotte, quante urla, quante rivendicazioni.
Poi arrivava la celere, con le camionette, gli elmetti, le armature, i manganelli, le pistole e tutto il resto.
E via, di corsa, sparpagliati per il paese, una gran foga, un parapiglia, ognuno col suo celerino dietro al culo, il manganello e la pistola puntati alla schiena. Loro, i manifestanti, erano a mani vuote, perché ci credevano ancora che le cose le si potesse cambiare solo alzando la voce. E invece niente, te alzavi la voce e subito arrivava il celerino con l'elmetto, l'armatura, il manganello e la pistola, e tu via, di corsa. Sempre così.
Anche mio nonno, Corrado, correva anche lui. Anche lui col suo celerino dietro al culo.
Mi racconta che mentre correva come un matto per la paura ha visto il cortile di una ferramenta e ci si è infilato dentro, e il celerino dietro, ma un po’ distante dal culo, perché mio nonno correva veloce ed era il figlio di Archimede, l’uomo più forte del paese.
Poi è arrivato anche il celerino, lì, dentro il cortile della ferramenta. È entrato per il cancello e si è fermato di colpo, sudava. Davanti a lui c'era mio nonno, Corrado, che si era fermato con le gambe divaricate e ben piantate, e una sbarra di ferro in mano che sarà stata lunga un metro e mezzo, una di quelle sbarre di ferro piene, che fan male.
O me o te, ha detto mio nonno, Corrado, al celerino.
O me o te. Impugnava la sbarra di ferro come una mazza, come una spada.
Deve essersela vista brutta, il celerino. Tirare fuori la rivoltella e sparare non poteva, o meglio, non se la sentiva, da solo, sai te i casini, dopo. Aveva solo il manganello e l’elmetto e l’armatura. Mio nonno, Corrado, invece, aveva la camicia aperta, sudata, il torso nudo sotto, coi pettorali ereditati da suo padre che pulsavano, le gambe larghe e ben piantate e in mano la sbarra di ferro, come una mazza, come una spada, per far male. O me o te, diceva.
È scappato via, alla fine, il celerino. Mio nonno, Corrado, ha tirato fiato, come si dice, ha messo giù la sbarra di ferro e si è incamminato verso casa. Mentre camminava, con la testa bassa e il fiatone per la gran paura, pensava che non lo sapeva mica se avesse avuto il coraggio di spaccargliela, la testa, al celerino. Però, mi racconta oggi, gli era venuto automatico comportarsi così. Chissà, forse la tattica militare e la lotta ce le abbiamo tutti in un angolo del cervello, un angolo che pulsa e si risveglia nel caso del bisogno. Come usare una sbarra di ferro o qualsiasi altra cosa contundente per colpire. Lo sai fare, quando è ora, non te lo insegna nessuno.
domenica 4 luglio 2010
venerdì 4 giugno 2010
Doppia nervatura
Mio bisnonno, Archimede, quello che ha quasi spaccato un forcone al cospetto di due nazisti, quello che ha messo fuori dalla finestra al quarto piano il preside della Scuola Elementare di Novi di Modena, lui, vi dicevo, una volta ha fermato un toro per le corna, con le mani. Adesso vi racconto com’è andata.
È andata che il toro si era imbizzarrito non si sa perché, ma dicono che fosse un toro nervoso di natura e che già da un po’ di tempo aveva preso di mira il padrone. Mio bisnonno non aveva un metro di terra sua, lavorava conto terzi. Un giorno il padrone era andato a vedere come funzionavano le cose e il toro l’ha incornato. Il padrone era lì sdraiato in terra che urlava e il toro sopra che cercava di affondare il suo corno preferito: i tori hanno sempre un corno preferito quando attaccano, mi hanno spiegato. Lì di fianco c’era Carlin, il fratello di mia bisnonna, che, nel baccano generale e tra la gente che correva e urlava aiuto, con una vanga stava menando la testa del toro.
“Oh, Carlin, ma c’sa fet, at mas al padroun” (oh, Carlin, cosa fai? Ammazzi il padrone!) gli gridava mio bisnonno, Archimede, perché Carlin colpiva un po’ a caso e ogni due o tre botte alla testa del toro ne arrivava qualcuna sulla testa del padrone.
Mio bisnonno, Archimede, non ci ha pensato due volte: è andato dal toro, gli ha preso le corna con le mani nude e gli ha girato la testa. Lo teneva fermo, così, con le braccia che sembravano attraversate da dei tubi di ferro. Era calmo, le pulsazioni erano basse, la faccia concentrata, il sudore colava giù per la fronte e arrivava in bocca; era una specie di macchina, mio bisnonno. In paese dicevano che Archimede aveva la doppia nervatura, che era un modo per spiegare quello che non capiva nessuno, cioè come mai fosse così forte. Pensavano che avesse una fila di muscoli in più rispetto alla gente normale, che ci fosse un’altra fila di muscoli sotto quella che si vedeva da fuori. C’era della gente, dicevano, che nasceva con la doppia nervatura. Uno era Archimede, mio bisnonno.
Ma torniamo al toro. Il padrone, sanguinante, aiutato da Carlin, è riuscito a scappare mentre mio bisnonno teneva il toro con le mani, per le corna. Poi l’han preso per l’anello del naso, il toro, e l’hanno portato dritto nel recinto.
Solo che quando il toro è entrato nella gabbia ha pensato bene di vendicarsi e si è appoggiato al muro. Tra il muro e il toro c’era il braccio di Archimede. Un toro appoggiato al braccio non lo sposti neanche quando hai la doppia nervatura. Anzi, il braccio comincia a far male, a stortarsi, il sangue non circola più.
Il toro stava lì, a vendicarsi. Mio bisnonno stava lì, ad aspettare.
Non diceva né au né bau, Archimede, aspettava che il toro si spostasse da solo, com’è poi successo qualche minuto dopo. Il braccio gli ha fatto un male cane per una settimana e passa. Gli dicevano Stai calmo, Archimede, stai a letto e guarisci. Ma lui niente. Lui aspettava ancora che il braccio tornasse in forma ma lavorava nei campi con quell’altro. Non lo fermavi mica, non c’era verso.
E il braccio dolorante è poi tornato a posto. Allora mio bisnonno, Archimede, col braccio a posto, ha preso con sé Carlin e sono andati a cercare dei bastoni di metallo. Poi sono andati dal toro e l’hanno portato in campagna, sotto un albero, così che nessuno potesse vederli, e han cominciato a picchiarlo. Non l’hanno mica ammazzato, un toro costa dei soldi e poi chissà cosa dice il padrone se scopre che gli hanno ammazzato un toro. No, l’hanno picchiato tantissimo, pim pum pam, e ancora e ancora, finché il toro era coperto di sangue e di sbraghi sulla pelle. Poi l’hanno brancato per l’anello del naso e l’hanno riportato nel recinto e l’han rinchiuso lì finché non guariva.
Mi han detto che dal giorno dopo, fino alla fine della sua esistenza bovina su questo pianeta, il toro, quando incontrava mio bisnonno, quando incontrava Archimede, s’inginocchiava. Proprio così: s’inginocchiava. Archimede passava e il toro giù, in ginocchio. Era quasi un’attrazione, in paese non si parlava d’altro.
Queste cose me le ha raccontate suo figlio, mio nonno, Corrado, quello che aveva fatto il disertore e si era nascosto in una concimaia per nove mesi, quello che aveva preso una sberla per avere sporcato la divisa del Balilla. Non l’ho mai conosciuto mio bisnonno, Archimede, quello con la doppia nervatura. Doveva essere anche molto bello, con tutti quei muscoli. Ma me lo posso solo immaginare. Non ho ereditato niente.
***
Ce n’era poi un altro, a Novi, con la doppia nervatura. Girava col kilt perché suo padre era scozzese e camminava sempre a piedi nudi, anche sulla neve. Lo chiamavano Stanloun, non so perché. Andava spesso a Carpi a piedi a far due chiacchiere in una vetreria. Scalzo. Era fatto così. Prima o poi vi racconto anche la sua storia.
È andata che il toro si era imbizzarrito non si sa perché, ma dicono che fosse un toro nervoso di natura e che già da un po’ di tempo aveva preso di mira il padrone. Mio bisnonno non aveva un metro di terra sua, lavorava conto terzi. Un giorno il padrone era andato a vedere come funzionavano le cose e il toro l’ha incornato. Il padrone era lì sdraiato in terra che urlava e il toro sopra che cercava di affondare il suo corno preferito: i tori hanno sempre un corno preferito quando attaccano, mi hanno spiegato. Lì di fianco c’era Carlin, il fratello di mia bisnonna, che, nel baccano generale e tra la gente che correva e urlava aiuto, con una vanga stava menando la testa del toro.
“Oh, Carlin, ma c’sa fet, at mas al padroun” (oh, Carlin, cosa fai? Ammazzi il padrone!) gli gridava mio bisnonno, Archimede, perché Carlin colpiva un po’ a caso e ogni due o tre botte alla testa del toro ne arrivava qualcuna sulla testa del padrone.
Mio bisnonno, Archimede, non ci ha pensato due volte: è andato dal toro, gli ha preso le corna con le mani nude e gli ha girato la testa. Lo teneva fermo, così, con le braccia che sembravano attraversate da dei tubi di ferro. Era calmo, le pulsazioni erano basse, la faccia concentrata, il sudore colava giù per la fronte e arrivava in bocca; era una specie di macchina, mio bisnonno. In paese dicevano che Archimede aveva la doppia nervatura, che era un modo per spiegare quello che non capiva nessuno, cioè come mai fosse così forte. Pensavano che avesse una fila di muscoli in più rispetto alla gente normale, che ci fosse un’altra fila di muscoli sotto quella che si vedeva da fuori. C’era della gente, dicevano, che nasceva con la doppia nervatura. Uno era Archimede, mio bisnonno.
Ma torniamo al toro. Il padrone, sanguinante, aiutato da Carlin, è riuscito a scappare mentre mio bisnonno teneva il toro con le mani, per le corna. Poi l’han preso per l’anello del naso, il toro, e l’hanno portato dritto nel recinto.
Solo che quando il toro è entrato nella gabbia ha pensato bene di vendicarsi e si è appoggiato al muro. Tra il muro e il toro c’era il braccio di Archimede. Un toro appoggiato al braccio non lo sposti neanche quando hai la doppia nervatura. Anzi, il braccio comincia a far male, a stortarsi, il sangue non circola più.
Il toro stava lì, a vendicarsi. Mio bisnonno stava lì, ad aspettare.
Non diceva né au né bau, Archimede, aspettava che il toro si spostasse da solo, com’è poi successo qualche minuto dopo. Il braccio gli ha fatto un male cane per una settimana e passa. Gli dicevano Stai calmo, Archimede, stai a letto e guarisci. Ma lui niente. Lui aspettava ancora che il braccio tornasse in forma ma lavorava nei campi con quell’altro. Non lo fermavi mica, non c’era verso.
E il braccio dolorante è poi tornato a posto. Allora mio bisnonno, Archimede, col braccio a posto, ha preso con sé Carlin e sono andati a cercare dei bastoni di metallo. Poi sono andati dal toro e l’hanno portato in campagna, sotto un albero, così che nessuno potesse vederli, e han cominciato a picchiarlo. Non l’hanno mica ammazzato, un toro costa dei soldi e poi chissà cosa dice il padrone se scopre che gli hanno ammazzato un toro. No, l’hanno picchiato tantissimo, pim pum pam, e ancora e ancora, finché il toro era coperto di sangue e di sbraghi sulla pelle. Poi l’hanno brancato per l’anello del naso e l’hanno riportato nel recinto e l’han rinchiuso lì finché non guariva.
Mi han detto che dal giorno dopo, fino alla fine della sua esistenza bovina su questo pianeta, il toro, quando incontrava mio bisnonno, quando incontrava Archimede, s’inginocchiava. Proprio così: s’inginocchiava. Archimede passava e il toro giù, in ginocchio. Era quasi un’attrazione, in paese non si parlava d’altro.
Queste cose me le ha raccontate suo figlio, mio nonno, Corrado, quello che aveva fatto il disertore e si era nascosto in una concimaia per nove mesi, quello che aveva preso una sberla per avere sporcato la divisa del Balilla. Non l’ho mai conosciuto mio bisnonno, Archimede, quello con la doppia nervatura. Doveva essere anche molto bello, con tutti quei muscoli. Ma me lo posso solo immaginare. Non ho ereditato niente.
***
Ce n’era poi un altro, a Novi, con la doppia nervatura. Girava col kilt perché suo padre era scozzese e camminava sempre a piedi nudi, anche sulla neve. Lo chiamavano Stanloun, non so perché. Andava spesso a Carpi a piedi a far due chiacchiere in una vetreria. Scalzo. Era fatto così. Prima o poi vi racconto anche la sua storia.
lunedì 29 marzo 2010
Finché non finiscono i binari del treno
Mia bisnonna, Galavotti Angiolina, detta Bionda, detta Scelba, era una comunista doc, di quelle con la tessera del ’22 perché, sosteneva, nel ’21 non le avevano stampate. Quando c’era da andare a votare, la Bionda voleva tenere colloqui privati con ognuno dei fratelli, figli, nipoti e pronipoti. Diceva loro – a noi – sempre la stessa frase, tutti gli anni: dove vedi una falce e un martello, te mettici una croce, mi raccomando. Te la diceva in privato e noi non abbiamo mai capito il perché. Però oggi, così, a pensarci dopo tanti anni che lei non c’è più, oggi mi sembra una cosa di una nobiltà eccezionale. E che potere di suggestione, cavoli.
Fino a qualche tempo fa pensavo che la Bionda avesse avuto solo dei fratelli. Invece mi hanno raccontato che esisteva una sorella, ma era talmente tanto tempo che nessuno aveva sue notizie che ci si era scordati perfino del nome. La sorella della Bionda, mi raccontano, era una che votava comunista non tanto per indole, ma perché la Bionda, in quei suoi colloqui privati prima delle elezioni, aveva un potere di suggestione tale che quando ti trovavi nella cabina la mano faceva la croce da sola. Però la sorella della Bionda, anche se diceva di esserlo, nessuno ha mai capito se fosse comunista davvero. Una cosa era certa: era povera, ma povera un bel po’.
Talmente povera che una volta un prete le ha dato dei soldi. C’erano le elezioni di lì a poco e il prete le ha detto se per favore poteva dare un voto alla Democrazia Cristiana, che i preti quando hai bisogno di soldi te li danno sempre, i comunisti, invece, vogliono qualcosa in cambio e questo qualcosa è la tua anima e l’anima è solo di Dio, quindi se non voti Democrazia Cristiana non solo vai all’inferno, ma può anche darsi che non ti diamo i soldi.
La sorella della Bionda, immagino, sarà stata preoccupatissima. Poi sarà stata male, di un male fisico e mentale, quando ha fatto il colloquio con la Bionda prima delle elezioni.
Insomma, alla fine ha votato DC. Però una volta la gente era più sincera e con una certa dignità, quindi, col cuore in mano, è andata dalla Bionda a dirle la verità. Veh Bionda, le ha detto, lo sai che sono povera, mi ha dato dei soldi un prete, io stavolta il voto l’ho dato alla Democrazia Cristiana anche se sono comunista come te, ma come faccio? Lo sai che mi servivano, quei soldi lì.
La Bionda è rimasta seria. Ci ha pensato dieci minuti e poi ha risposto: At ghe d’andér luntàn finché an finisen i binarii dal treno. Devi andare lontano, lontano da qui, finché non finiscono i binari del treno. Che voleva dire più vai in là e meglio è.
E non era mica un’invettiva: era un ordine ben preciso. Così la sorella della Bionda è partita, dicono che è finita a Bergamo. Bergamo era abbastanza lontano da rappresentare la fine dei binari: la Bionda quando le han detto che sua sorella era a Bergamo ha risposto che lei Bergamo non sapeva neanche dove fosse.
E così è finita. Una volta la sorella della Bionda ha scritto una lettera. La Bionda, quella lettera, penso che l’abbia buttata nel pattume senza aprirla. Non si sono più sentite. Non sappiamo neanche come si chiama o come si chiamava, la sorella della Bionda. Chissà poi, negli anni, cosa avrà votato, a Bergamo.
Fino a qualche tempo fa pensavo che la Bionda avesse avuto solo dei fratelli. Invece mi hanno raccontato che esisteva una sorella, ma era talmente tanto tempo che nessuno aveva sue notizie che ci si era scordati perfino del nome. La sorella della Bionda, mi raccontano, era una che votava comunista non tanto per indole, ma perché la Bionda, in quei suoi colloqui privati prima delle elezioni, aveva un potere di suggestione tale che quando ti trovavi nella cabina la mano faceva la croce da sola. Però la sorella della Bionda, anche se diceva di esserlo, nessuno ha mai capito se fosse comunista davvero. Una cosa era certa: era povera, ma povera un bel po’.
Talmente povera che una volta un prete le ha dato dei soldi. C’erano le elezioni di lì a poco e il prete le ha detto se per favore poteva dare un voto alla Democrazia Cristiana, che i preti quando hai bisogno di soldi te li danno sempre, i comunisti, invece, vogliono qualcosa in cambio e questo qualcosa è la tua anima e l’anima è solo di Dio, quindi se non voti Democrazia Cristiana non solo vai all’inferno, ma può anche darsi che non ti diamo i soldi.
La sorella della Bionda, immagino, sarà stata preoccupatissima. Poi sarà stata male, di un male fisico e mentale, quando ha fatto il colloquio con la Bionda prima delle elezioni.
Insomma, alla fine ha votato DC. Però una volta la gente era più sincera e con una certa dignità, quindi, col cuore in mano, è andata dalla Bionda a dirle la verità. Veh Bionda, le ha detto, lo sai che sono povera, mi ha dato dei soldi un prete, io stavolta il voto l’ho dato alla Democrazia Cristiana anche se sono comunista come te, ma come faccio? Lo sai che mi servivano, quei soldi lì.
La Bionda è rimasta seria. Ci ha pensato dieci minuti e poi ha risposto: At ghe d’andér luntàn finché an finisen i binarii dal treno. Devi andare lontano, lontano da qui, finché non finiscono i binari del treno. Che voleva dire più vai in là e meglio è.
E non era mica un’invettiva: era un ordine ben preciso. Così la sorella della Bionda è partita, dicono che è finita a Bergamo. Bergamo era abbastanza lontano da rappresentare la fine dei binari: la Bionda quando le han detto che sua sorella era a Bergamo ha risposto che lei Bergamo non sapeva neanche dove fosse.
E così è finita. Una volta la sorella della Bionda ha scritto una lettera. La Bionda, quella lettera, penso che l’abbia buttata nel pattume senza aprirla. Non si sono più sentite. Non sappiamo neanche come si chiama o come si chiamava, la sorella della Bionda. Chissà poi, negli anni, cosa avrà votato, a Bergamo.
giovedì 25 marzo 2010
Schegge di Liberazione: la divisa del Balilla
Quando gli hanno spedito a casa la divisa del Balilla, mio nonno Corrado, che era nato nel 1925 e faceva le scuole elementari nei primi anni ’30, dato che aveva un vestito solo perché soldi ce n’erano pochi e quello che aveva gli toccava metterlo anche al pomeriggio, perché al ritorno da scuola doveva andare ad aiutare la famiglia nei campi, appena gli hanno spedito a casa la divisa del Balilla, mio nonno Corrado era molto contento. Mio bisnonno Archimede, suo padre, invece, mica tanto.
Al mattino Corrado, con la divisa del Balilla, andava a scuola. Al pomeriggio tornava a casa a piedi, con le scarpe in mano per non rovinarle, si metteva il vestito sgualcito e lavorava nei campi con suo padre Archimede fino a sera, poi a letto presto e il giorno dopo uguale. Tutti i giorni funzionava così. C’era della povertà e c’era da lavorare, perché non erano tanti in famiglia, non si capiva perché erano nati solo due figli da Archimede e dalla Bionda quando nelle altre famiglie di contadini erano in dieci o addirittura quindici. Non si capiva. Allora c’era da lavorare e lavorare sodo. A scuola bisognava andarci, ma al pomeriggio nei campi, che i compiti faceva lo stesso.
Un giorno il vestito che serviva per lavorare nei campi si è strappato. Strappato per il lungo, che non lo si poteva mica usare e ci voleva un giorno o due per ripararlo dato che le cose da fare erano tante. Allora la Bionda, mia bisnonna, ha detto a suo figlio Veh, Corrado, vai mo’ a lavorare con la divisa del Balilla, che non è mica festa, oggi. Mio nonno Corrado, che aveva un po' timore di quella burbera di sua madre, non ha avuto il coraggio di ribattere ed è andato nei campi vestito da piccolo fascista. Archimede non era mica tanto contento di lavorare con suo figlio che aveva indosso quella brutta divisa lì, ma non era un giorno di festa, c’era da lavorare: arare, zappare, vangare e insozzarsi.
Il giorno dopo la divisa del Balilla, come potete immaginare, era sporca. Mio nonno però non poteva rimanere a casa da scuola, quindi, con le scarpe in mano e la divisa lurida, pian piano s’è incamminato verso il paese. Quando è arrivato a scuola si è seduto al banco e tutti lo guardavano. Cosa volete? diceva agli altri, L’ho dovuta usare per lavorare. E così avrà detto anche al maestro, ma questi gli ha dato una bella frustata sulle dita e l’ha spedito dal preside, su nella torretta: la presidenza stava su una torre della scuola, in alto al quarto piano.
Il preside, appena vista la divisa del Balilla tutta sporca, ha urlato con le mani sui fianchi Corrado, ma non ti vergogni, cosa direbbe il nostro Duce se ti vedesse così? Non ci pensi al decoro della nostra Scuola Elementare di Novi di Modena? Poi, senza aspettare la risposta, gli ha dato un gran ceffone. Ma un ceffone che mio nonno se lo ricorda ancora oggi. Un ceffone che quando da piccolo mi raccontava come sono i ceffoni usava sempre quell'esempio lì.
Corrado, appena arrivato a casa, con le scarpe in mano e la guancia rossa, è andato a mettersi il vestito strappato e ha raggiunto Archimede nei campi. Com’è che c’hai il vestito rotto, oggi? gli ha chiesto suo padre. Eh, Babbo, ha risposto mio nonno, Il preside mi ha dato un gran ceffone perché la divisa del Balilla era sporca, guarda qua, c’ho ancora il segno, diobon che gran ceffone.
Archimede è rimasto zitto. Ma non era mica tanto contento. Il giorno seguente, tutti e due con le scarpe in mano, sono andati a scuola insieme.
Corrado è andato in classe, Archimede invece è salito sulla torretta, lassù in alto al quarto piano. Ha bussato garbatamente, poi ha stretto la mano al preside e gli ha detto Buongiorno, son qui per sapere cos’è successo ieri. Il preside gliel’ha spiegato, e forse non notava che nelle braccia di mio bisnonno Archimede si stavano formando delle vene grosse come dei tubi di ferro. Forse ve l’ho già detto: Archimede era l’uomo più forte del paese, una volta ha afferrato un toro per le corna. Questa volta, invece, ha preso il preside per il collo dall’altra parte della scrivania, l’ha tirato su e tranquillamente l’ha messo fuori dalla finestra, al quarto piano. Se tocchi ancora mio figlio, gli ha detto, Se lo tocchi ancora, se solo ci provi ancora io la prossima volta ti lascio cadere giù.
Deve avere capito bene l’antifona, il preside della Scuola Elementare di Novi di Modena, perché il giorno dopo mio nonno Corrado aveva un’altra divisa del Balilla, tutta nuova. E quindi eran due, una la poteva mettere pulita quando andava a scuola, l’altra, quella sporca, la usava nei campi, ed era molto contento. Mio bisnonno Archimede, suo padre, invece, mica tanto.
Al mattino Corrado, con la divisa del Balilla, andava a scuola. Al pomeriggio tornava a casa a piedi, con le scarpe in mano per non rovinarle, si metteva il vestito sgualcito e lavorava nei campi con suo padre Archimede fino a sera, poi a letto presto e il giorno dopo uguale. Tutti i giorni funzionava così. C’era della povertà e c’era da lavorare, perché non erano tanti in famiglia, non si capiva perché erano nati solo due figli da Archimede e dalla Bionda quando nelle altre famiglie di contadini erano in dieci o addirittura quindici. Non si capiva. Allora c’era da lavorare e lavorare sodo. A scuola bisognava andarci, ma al pomeriggio nei campi, che i compiti faceva lo stesso.
Un giorno il vestito che serviva per lavorare nei campi si è strappato. Strappato per il lungo, che non lo si poteva mica usare e ci voleva un giorno o due per ripararlo dato che le cose da fare erano tante. Allora la Bionda, mia bisnonna, ha detto a suo figlio Veh, Corrado, vai mo’ a lavorare con la divisa del Balilla, che non è mica festa, oggi. Mio nonno Corrado, che aveva un po' timore di quella burbera di sua madre, non ha avuto il coraggio di ribattere ed è andato nei campi vestito da piccolo fascista. Archimede non era mica tanto contento di lavorare con suo figlio che aveva indosso quella brutta divisa lì, ma non era un giorno di festa, c’era da lavorare: arare, zappare, vangare e insozzarsi.
Il giorno dopo la divisa del Balilla, come potete immaginare, era sporca. Mio nonno però non poteva rimanere a casa da scuola, quindi, con le scarpe in mano e la divisa lurida, pian piano s’è incamminato verso il paese. Quando è arrivato a scuola si è seduto al banco e tutti lo guardavano. Cosa volete? diceva agli altri, L’ho dovuta usare per lavorare. E così avrà detto anche al maestro, ma questi gli ha dato una bella frustata sulle dita e l’ha spedito dal preside, su nella torretta: la presidenza stava su una torre della scuola, in alto al quarto piano.
Il preside, appena vista la divisa del Balilla tutta sporca, ha urlato con le mani sui fianchi Corrado, ma non ti vergogni, cosa direbbe il nostro Duce se ti vedesse così? Non ci pensi al decoro della nostra Scuola Elementare di Novi di Modena? Poi, senza aspettare la risposta, gli ha dato un gran ceffone. Ma un ceffone che mio nonno se lo ricorda ancora oggi. Un ceffone che quando da piccolo mi raccontava come sono i ceffoni usava sempre quell'esempio lì.
Corrado, appena arrivato a casa, con le scarpe in mano e la guancia rossa, è andato a mettersi il vestito strappato e ha raggiunto Archimede nei campi. Com’è che c’hai il vestito rotto, oggi? gli ha chiesto suo padre. Eh, Babbo, ha risposto mio nonno, Il preside mi ha dato un gran ceffone perché la divisa del Balilla era sporca, guarda qua, c’ho ancora il segno, diobon che gran ceffone.
Archimede è rimasto zitto. Ma non era mica tanto contento. Il giorno seguente, tutti e due con le scarpe in mano, sono andati a scuola insieme.
Corrado è andato in classe, Archimede invece è salito sulla torretta, lassù in alto al quarto piano. Ha bussato garbatamente, poi ha stretto la mano al preside e gli ha detto Buongiorno, son qui per sapere cos’è successo ieri. Il preside gliel’ha spiegato, e forse non notava che nelle braccia di mio bisnonno Archimede si stavano formando delle vene grosse come dei tubi di ferro. Forse ve l’ho già detto: Archimede era l’uomo più forte del paese, una volta ha afferrato un toro per le corna. Questa volta, invece, ha preso il preside per il collo dall’altra parte della scrivania, l’ha tirato su e tranquillamente l’ha messo fuori dalla finestra, al quarto piano. Se tocchi ancora mio figlio, gli ha detto, Se lo tocchi ancora, se solo ci provi ancora io la prossima volta ti lascio cadere giù.
Deve avere capito bene l’antifona, il preside della Scuola Elementare di Novi di Modena, perché il giorno dopo mio nonno Corrado aveva un’altra divisa del Balilla, tutta nuova. E quindi eran due, una la poteva mettere pulita quando andava a scuola, l’altra, quella sporca, la usava nei campi, ed era molto contento. Mio bisnonno Archimede, suo padre, invece, mica tanto.
giovedì 25 febbraio 2010
Schegge di Liberazione: e di legno del forcone
Mio bisnonno aveva un nome bellissimo, si chiamava Archimede. Non l’ho mai conosciuto, ma si dice che fosse l’uomo più forte del paese. Ma non forte tipo quelli che vincono a braccio di ferro, no. Lui, mi han detto, una volta ha fermato un toro per le corna e l’ha picchiato. Poi tutte le volte che Archimede gli si avvicinava, il toro s’inginocchiava. Mi han detto proprio così: s’inginocchiava, era quasi un’attrazione. Forse un altro giorno la racconto, questa storia del toro. Adesso non c’entra.
Mio nonno, il figlio di Archimede, era un disertore. Un giorno era vestito da soldato in un camion di soldati e ha pensato bene di dare un gran pugno sui denti all’autista e di tornare a casa. Solo che, una volta tornato, han dovuto nasconderlo per un bel po’ di tempo, ché lo cercavano, i fascisti e i tedeschi, lo cercavano per metterlo al muro. Archimede ha pensato di nascondere mio nonno, suo figlio, in una concimaia. Ha fabbricato una casetta di qualche metro quadro in legno e l’ha infilata sotto il letame. Mio nonno è stato lì per nove mesi, nella casetta di legno sotto il letame, col mitra puntato verso l’apertura, che all’occorrenza si chiudeva con dell’altro letame, e uscendo solo di notte per fumare una sigaretta e per sgranchire le gambe. Un giorno, però, due tedeschi han bussato alla porta di casa.
Mio bisnonno, Archimede, è uscito e gli ha detto Be’, cosa c’è? Loro volevano fare un giro in casa. Secondo loro mio nonno, il disertore, si nascondeva lì, ma non l’hanno trovato. Allora hanno detto che volevano fare un giro intorno alla casa e Archimede, senza fare una piega, gli dice Va bene, andiamo, aspetta che prendo il forcone che intanto devo rivoltare il fieno. Loro han detto Faccia pure ma si sbrighi. E son partiti alla ricerca del disertore, i tedeschi, e Archimede li accompagnava col forcone, perché doveva andare a rivoltare il fieno.
Mio nonno racconta che ha sentito gli stivali che si avvicinavano alla casetta di legno sotto il letame. Dice che sentiva parlottare e stava col mitra puntato sull’apertura, che era stata chiusa con dell'altro letame. Stava lì trattenendo il respiro e sentiva sempre gli stivali che camminavano intorno alla concimaia e il sudore che scendeva sul viso, il cuore a mille, il dito sul grilletto, e se avessero solo aperto un po’ la porta della casetta di legno lui sparava e come andava andava. Sentiva i passi, gli stivali, poi uno scricchiolio come del legno che si spacca. Una gran paura.
Fuori dalla concimaia c’erano i due tedeschi che giravano intorno alla casa. Quando si sono avvicinati al letame mio bisnonno, Archimede, ha fatto un respiro grandissimo e ha cominciato a stringere il forcone per il manico. Stava fermo, sembrava tranquillo, a vederlo, i due tedeschi non erano mica preoccupati di lui, avevano i mitra, loro. Archimede era impassibile, anzi sembrava anche un po’ scocciato per aver perso del tempo. Però se gli guardavi il braccio c’erano delle vene grosse come dei tubi di ferro che lo attraversavano. E la mano che stringeva il forcone stava spaccando il manico di legno, lo faceva scricchiolare.
Poi niente, i due crucchi si son convinti che lì non c’era nessun disertore e sono andati via. Mio bisnonno ha rimesso il forcone dove l’aveva preso ed è tornato in casa a bere un bicchier d’acqua, aspettando la sera per andare a fumare una sigaretta con suo figlio, mio nonno, il disertore.
Mi han detto che il giorno dopo, quando davvero Archimede doveva andare a voltare il fieno, il forcone s’è poi spaccato proprio nel punto in cui l’aveva stretto il giorno prima. Ne hanno dovuto comprare uno nuovo, che c’erano pochi soldi anche per un forcone nuovo, a quei tempi. Ma un forcone intero devi sempre avercelo in casa. Metti che arrivano altri due tedeschi.
Mio nonno, il figlio di Archimede, era un disertore. Un giorno era vestito da soldato in un camion di soldati e ha pensato bene di dare un gran pugno sui denti all’autista e di tornare a casa. Solo che, una volta tornato, han dovuto nasconderlo per un bel po’ di tempo, ché lo cercavano, i fascisti e i tedeschi, lo cercavano per metterlo al muro. Archimede ha pensato di nascondere mio nonno, suo figlio, in una concimaia. Ha fabbricato una casetta di qualche metro quadro in legno e l’ha infilata sotto il letame. Mio nonno è stato lì per nove mesi, nella casetta di legno sotto il letame, col mitra puntato verso l’apertura, che all’occorrenza si chiudeva con dell’altro letame, e uscendo solo di notte per fumare una sigaretta e per sgranchire le gambe. Un giorno, però, due tedeschi han bussato alla porta di casa.
Mio bisnonno, Archimede, è uscito e gli ha detto Be’, cosa c’è? Loro volevano fare un giro in casa. Secondo loro mio nonno, il disertore, si nascondeva lì, ma non l’hanno trovato. Allora hanno detto che volevano fare un giro intorno alla casa e Archimede, senza fare una piega, gli dice Va bene, andiamo, aspetta che prendo il forcone che intanto devo rivoltare il fieno. Loro han detto Faccia pure ma si sbrighi. E son partiti alla ricerca del disertore, i tedeschi, e Archimede li accompagnava col forcone, perché doveva andare a rivoltare il fieno.
Mio nonno racconta che ha sentito gli stivali che si avvicinavano alla casetta di legno sotto il letame. Dice che sentiva parlottare e stava col mitra puntato sull’apertura, che era stata chiusa con dell'altro letame. Stava lì trattenendo il respiro e sentiva sempre gli stivali che camminavano intorno alla concimaia e il sudore che scendeva sul viso, il cuore a mille, il dito sul grilletto, e se avessero solo aperto un po’ la porta della casetta di legno lui sparava e come andava andava. Sentiva i passi, gli stivali, poi uno scricchiolio come del legno che si spacca. Una gran paura.
Fuori dalla concimaia c’erano i due tedeschi che giravano intorno alla casa. Quando si sono avvicinati al letame mio bisnonno, Archimede, ha fatto un respiro grandissimo e ha cominciato a stringere il forcone per il manico. Stava fermo, sembrava tranquillo, a vederlo, i due tedeschi non erano mica preoccupati di lui, avevano i mitra, loro. Archimede era impassibile, anzi sembrava anche un po’ scocciato per aver perso del tempo. Però se gli guardavi il braccio c’erano delle vene grosse come dei tubi di ferro che lo attraversavano. E la mano che stringeva il forcone stava spaccando il manico di legno, lo faceva scricchiolare.
Poi niente, i due crucchi si son convinti che lì non c’era nessun disertore e sono andati via. Mio bisnonno ha rimesso il forcone dove l’aveva preso ed è tornato in casa a bere un bicchier d’acqua, aspettando la sera per andare a fumare una sigaretta con suo figlio, mio nonno, il disertore.
Mi han detto che il giorno dopo, quando davvero Archimede doveva andare a voltare il fieno, il forcone s’è poi spaccato proprio nel punto in cui l’aveva stretto il giorno prima. Ne hanno dovuto comprare uno nuovo, che c’erano pochi soldi anche per un forcone nuovo, a quei tempi. Ma un forcone intero devi sempre avercelo in casa. Metti che arrivano altri due tedeschi.
martedì 16 febbraio 2010
Il mangiagatti
Lo zio di mio nonno non l’ho mai conosciuto. Ora come ora non saprei nemmeno dire quale fosse il suo nome, ma so che era il fratello di mia bisnonna, quella Galavotti Angiolina, cognome e nome, detta Bionda detta Scelba, della quale abbiam già parlato qualche tempo fa. Lo zio di mio nonno lo chiamavano Al Màgnagàt, il mangiagatti, e non era una gran bella persona, era un sadico.
A quel tempo, prima e durante la guerra, non è che fosse così insolito mangiare i gatti. Al Màgnagàt però non si limitava al pasto, lui era un sadico. Li prendeva e li bolliva vivi. Ci toglieva magari la pelle che loro erano ancora in vita e poi li lasciava correre per casa, e alla fine li buttava nella pignatta bollente così come capitava. Mia bisnonna, la Bionda, gli diceva sempre Te sé c’at faré ‘na bruta fein, cajoun (Te sì che farai una brutta fine, coglione).
Al Màgnagàt non gliene fregava niente di quello che gli dicevano, era un sadico. Gli piaceva ogni tanto prendere un topino e scuoiarlo dal collo in giù. E il topino dolorante si dibatteva senza pelle nel corpo, rimaneva solo un po’ di pellicina sulla testa a mo’ di criniera. E infatti Al Màgnagàt metteva il topino sul tavolo e diceva Biònda, veh chè, veh che bel liunsein (Bionda, guarda qua, guarda che bel leoncino). E mia bisnonna, la Bionda, esausta gli gridava sempre Guerda c’at faré ‘na brota fein, te, cajoun d’un cajoun (Guarda che farai una brutta fine, te, coglione d’un coglione).
Lo zio di mio nonno, Al Màgnagàt, l’han mandato in Jugoslavia a combattere. Solo che sul finire della guerra gli jugoslavi non volevano un granché bene agli italiani, erano anche un po’ dei sadici. Così lo zio di mio nonno, il mangiagatti, stava morendo di fame e di freddo da solo in mezzo alla Jugoslavia. E mi hanno raccontato che ha tagliato in due la pancia del suo cavallo per scaldarcisi dentro, come Luke Skywalker sul pianeta Hoth, solo che il cavallo era anche lui denutrito e talmente malato che non serviva nemmeno più per quello scopo. Allora lui, a piedi, bussava di porta in porta chiedendo un po’ d’acqua, magari del cibo, ma niente, gli jugoslavi con gli italiani ce l’avevano proprio a morte, eran dei sadici.
Lo zio di mio nonno, Al Màgnagàt, il mangiagatti, è morto di fame, così, da solo in mezzo alla Jugoslavia, non si sa neanche dove l’hanno sepolto. Quando mia bisnonna l’ha saputo, che gliel’avrà comunicato un appuntato dell’esercito o non so chi, quando l’ha saputo ha detto Ecco mo, al saijva me, al saijva c’al fèva na bruta fein, c’al cajoun d'un cajoun d'un cajoun (Ecco, lo sapevo io, lo sapevo che faceva una brutta fine, quel coglione d'un coglione d'un coglione). E non ha versato una lacrima.
A quel tempo, prima e durante la guerra, non è che fosse così insolito mangiare i gatti. Al Màgnagàt però non si limitava al pasto, lui era un sadico. Li prendeva e li bolliva vivi. Ci toglieva magari la pelle che loro erano ancora in vita e poi li lasciava correre per casa, e alla fine li buttava nella pignatta bollente così come capitava. Mia bisnonna, la Bionda, gli diceva sempre Te sé c’at faré ‘na bruta fein, cajoun (Te sì che farai una brutta fine, coglione).
Al Màgnagàt non gliene fregava niente di quello che gli dicevano, era un sadico. Gli piaceva ogni tanto prendere un topino e scuoiarlo dal collo in giù. E il topino dolorante si dibatteva senza pelle nel corpo, rimaneva solo un po’ di pellicina sulla testa a mo’ di criniera. E infatti Al Màgnagàt metteva il topino sul tavolo e diceva Biònda, veh chè, veh che bel liunsein (Bionda, guarda qua, guarda che bel leoncino). E mia bisnonna, la Bionda, esausta gli gridava sempre Guerda c’at faré ‘na brota fein, te, cajoun d’un cajoun (Guarda che farai una brutta fine, te, coglione d’un coglione).
Lo zio di mio nonno, Al Màgnagàt, l’han mandato in Jugoslavia a combattere. Solo che sul finire della guerra gli jugoslavi non volevano un granché bene agli italiani, erano anche un po’ dei sadici. Così lo zio di mio nonno, il mangiagatti, stava morendo di fame e di freddo da solo in mezzo alla Jugoslavia. E mi hanno raccontato che ha tagliato in due la pancia del suo cavallo per scaldarcisi dentro, come Luke Skywalker sul pianeta Hoth, solo che il cavallo era anche lui denutrito e talmente malato che non serviva nemmeno più per quello scopo. Allora lui, a piedi, bussava di porta in porta chiedendo un po’ d’acqua, magari del cibo, ma niente, gli jugoslavi con gli italiani ce l’avevano proprio a morte, eran dei sadici.
Lo zio di mio nonno, Al Màgnagàt, il mangiagatti, è morto di fame, così, da solo in mezzo alla Jugoslavia, non si sa neanche dove l’hanno sepolto. Quando mia bisnonna l’ha saputo, che gliel’avrà comunicato un appuntato dell’esercito o non so chi, quando l’ha saputo ha detto Ecco mo, al saijva me, al saijva c’al fèva na bruta fein, c’al cajoun d'un cajoun d'un cajoun (Ecco, lo sapevo io, lo sapevo che faceva una brutta fine, quel coglione d'un coglione d'un coglione). E non ha versato una lacrima.
domenica 24 gennaio 2010
In orbita
Eravamo sicuri e strasicuri che il fratello calciatore del nostro amico Alessandro riusciva a mandare il pallone in orbita. Ce l’aveva detto Alessandro in persona, una persona piccola, durante la ricreazione, che non eravamo nemmeno tutti in classe insieme, ma avevamo i nonni nella stessa via e al pomeriggio, dopo la scuola, eravamo sempre fuori a fare qualcosa di strambo. Come quella volta che Federico ha preso un pesce gatto nella fossaraso e l’ha messo in una mastella che usava sua madre per raccogliere i panni. Noi siamo stati una settimana con le canne in giardino a cercare di pescarlo direttamente dalla mastella. Poi è morto, il pesce gatto, e non siamo mai più riusciti a pescarne un altro. O come quella volta che abbiamo fatto scoppiare una rana sulla riva del canale, e poi tutti a raccogliere i pezzi, volevamo ricostruirla con il nastro adesivo e non avevamo messo in conto i rimorsi negli anni a venire per una cosa che la sera stessa scopri che nessuno ride quando la racconti. Ma mandare il pallone in orbita, noi, una cosa così non l’avevamo mai vista. Era una roba da Holly e Benji, una roba da stare eccitati tutta la mattina per andare a vedere il fratello di Alessandro, al pomeriggio, che mandava il pallone in orbita. Non che sapessimo dove fosse esattamente, in orbita, ma ci sembrava una cosa molto, molto in alto, tipo nello spazio, vicino alla luna.
Alle tre del pomeriggio siamo nel cortile di Alessandro, col fiatone e l’eccitazione e Federico che era andato a cercare in orbita sul dizionario. Diceva che se un oggetto va in orbita poi comincia a girare intorno alla terra ma pian piano viene giù, è inevitabile, diceva, prima o poi stai sicuro che vien giù. Quando è arrivato il fratello di Alessandro – e Alessandro aveva un sorriso come se solo lui potesse averlo un fratello così – quando è arrivato, il fratello di Alessandro ha preso il pallone e senza dir niente gli ha dato un calcio della madonna. Il pallone andava sempre più in alto. Sempre più in alto fino a diventare un pallino e poi ancora in più alto, fino a scomparire sopra il tetto del palazzo di fianco. Noi davvero avevamo delle facce che facevano O senza rumore. Federico l’ho dovuto squassare un po’ perché sembrava paralizzato. Il fratello calciatore di Alessandro è tornato in casa ancora senza dir niente. E Alessandro, con un sorriso come se solo lui potesse averlo un fratello così, Alessandro ci ha detto Visto?
Poi il giorno dopo ci ha detto che il pallone era ritornato giù. Era un po’ più sgonfio ma era tornato giù. L’aveva trovato proprio Alessandro in persona, una persona piccola, lì in mezzo al cortile mentre andava a scuola. Federico, che voleva fare lo scienziato, ci ha detto che allora il pallone era andato in orbita davvero, perché se un oggetto va in orbita poi comincia a girare intorno alla terra ma pian piano viene giù, è inevitabile, diceva, prima o poi stai sicuro che vien giù.
Alle tre del pomeriggio siamo nel cortile di Alessandro, col fiatone e l’eccitazione e Federico che era andato a cercare in orbita sul dizionario. Diceva che se un oggetto va in orbita poi comincia a girare intorno alla terra ma pian piano viene giù, è inevitabile, diceva, prima o poi stai sicuro che vien giù. Quando è arrivato il fratello di Alessandro – e Alessandro aveva un sorriso come se solo lui potesse averlo un fratello così – quando è arrivato, il fratello di Alessandro ha preso il pallone e senza dir niente gli ha dato un calcio della madonna. Il pallone andava sempre più in alto. Sempre più in alto fino a diventare un pallino e poi ancora in più alto, fino a scomparire sopra il tetto del palazzo di fianco. Noi davvero avevamo delle facce che facevano O senza rumore. Federico l’ho dovuto squassare un po’ perché sembrava paralizzato. Il fratello calciatore di Alessandro è tornato in casa ancora senza dir niente. E Alessandro, con un sorriso come se solo lui potesse averlo un fratello così, Alessandro ci ha detto Visto?
Poi il giorno dopo ci ha detto che il pallone era ritornato giù. Era un po’ più sgonfio ma era tornato giù. L’aveva trovato proprio Alessandro in persona, una persona piccola, lì in mezzo al cortile mentre andava a scuola. Federico, che voleva fare lo scienziato, ci ha detto che allora il pallone era andato in orbita davvero, perché se un oggetto va in orbita poi comincia a girare intorno alla terra ma pian piano viene giù, è inevitabile, diceva, prima o poi stai sicuro che vien giù.
martedì 19 gennaio 2010
La bionda e il nemico
Mia bisnonna si chiamava Galavotti Angiolina, prima il cognome e poi il nome, come d’uso tra la gente nata povera e mezzadra, specie nel 1905, anno di nascita, appunto, di Galavotti Angiolina detta Bionda. Bionda forse per il colore dei capelli, non so, io li ho sempre visti in bianco e nero, quei capelli, sulle foto e sulla sua testa. Per me e per la mia famiglia rimane ancora un mistero.
Ci ricordiamo, invece, dell’altro soprannome: Scelba. E la Bionda, Scelba, non era, come avrete capito, una personcina alla mano. Era spietata, una matriarca, una matrona, una severa padrona di casa come in un romanzo ottocentesco; ma a me mi amava talmente tanto che penso di essere la persona che da lei, in vita sua, ha ricevuto più sorrisi di tutti. Con mia sorella non era così. Con lei mai un sorriso, solo convenzioni e convenevoli, magari soldi, ma mai sorrisi. Per me, il maschio primogenito, sorrisi e buffetti. Sorrisi, buffetti e minestrone: lei faceva sempre il minestrone.
Con la Bionda ci passavo le giornate, perché i miei genitori lavoravano in fabbrica ed erano talmente giovani che lavoravano in fabbrica anche i miei nonni, non erano ancora in pensione. In casa con lei, la Bionda, Scelba, guardavo i cartoni animati mentre lei mescolava il minestrone e ogni tanto, sempre senza smettere di mescolare, la Bionda si girava di scatto e mi sorrideva. Una cosa che mi viene il magone solo a ripensarci. Una cosa che quando lo raccontavo a mia mamma, la sera, quando tornavo a casa, quando le raccontavo che la Bionda mi sorrideva, mia mamma diceva mavalà.
Quando non c’erano i cartoni ogni tanto leggevo, perché mi piaceva leggere, e a lei piaceva farmi leggere e sorrideva mentre mescolava il minestrone. Leggevo per modo di dire, ma leggevo. Leggevo Topolino, leggevo l’Unità, che in casa della Bionda, di Scelba, non mancava mai, leggevo la Gazzetta di Modena e TV Sorrisi&Canzoni. Lì, un giorno, su TV Sorrisi&Canzoni, mentre la Bionda era sempre a mescolare il minestrone, mi soffermo sulla foto di un manifesto elettorale, che per me era una foto bellissima, e manifesto elettorale, a quell’età lì, non sapevo nemmeno cosa fosse. La foto era bianca, a tutta pagina, con un garofano rosso che faceva da pavimento a un signore pelato con gli occhiali, distinto ma un po’ buffo, che ci camminava sopra. Allora avrò fatto un risolino, così tra me e me, e la Bionda si è girata per guardarmi, mescolando il minestrone, col suo solito sorriso a ricambiare il mio.
Nonna, chi è questo qui con gli occhiali? le ho chiesto, sempre col risolino, tirando su la pagina per fargliela vedere. La Bionda, Scelba, ha allungato il collo e subito è diventata seria. Ma seria tipo serissima, una faccia che non avevo mai visto, peggio di quella della mamma quando si arrabbiava, peggio, molto peggio, seria serissima come le zie cattive dei cartoni per ragazze. Smette di mescolare e si siede di fianco a me, seria serissima, io con l’ansia e quasi il fiatone, lei seria serissima. Marco, mi dice… Marco, guardalo bene, guardalo bene perché lui, questo qui, lui è il nemico. E io lo guardavo bene, il nemico. Lo guardavo bene sperando che la Bionda, Scelba, smettesse di guardare me seria serissima.
Oggi, che la Bionda non c’è più, tutte le volte che vedo quella faccia buffa e con gli occhiali in televisione o sento quel nome, buffo anche lui, perché vogliono metterlo su qualche strada, su una targa, o ribadire chi era e chi non era, insomma io vedo mia bisnonna, la Bionda, Scelba, Galavotti Angiolina, cognome e nome, che molla il minestrone e diventa seria serissima come le zie cattive dei cartoni per ragazze. Poi comincia l’ansia. E il fiatone. E se sto facendo un risolino, ecco, non sorrido più.
Ci ricordiamo, invece, dell’altro soprannome: Scelba. E la Bionda, Scelba, non era, come avrete capito, una personcina alla mano. Era spietata, una matriarca, una matrona, una severa padrona di casa come in un romanzo ottocentesco; ma a me mi amava talmente tanto che penso di essere la persona che da lei, in vita sua, ha ricevuto più sorrisi di tutti. Con mia sorella non era così. Con lei mai un sorriso, solo convenzioni e convenevoli, magari soldi, ma mai sorrisi. Per me, il maschio primogenito, sorrisi e buffetti. Sorrisi, buffetti e minestrone: lei faceva sempre il minestrone.
Con la Bionda ci passavo le giornate, perché i miei genitori lavoravano in fabbrica ed erano talmente giovani che lavoravano in fabbrica anche i miei nonni, non erano ancora in pensione. In casa con lei, la Bionda, Scelba, guardavo i cartoni animati mentre lei mescolava il minestrone e ogni tanto, sempre senza smettere di mescolare, la Bionda si girava di scatto e mi sorrideva. Una cosa che mi viene il magone solo a ripensarci. Una cosa che quando lo raccontavo a mia mamma, la sera, quando tornavo a casa, quando le raccontavo che la Bionda mi sorrideva, mia mamma diceva mavalà.
Quando non c’erano i cartoni ogni tanto leggevo, perché mi piaceva leggere, e a lei piaceva farmi leggere e sorrideva mentre mescolava il minestrone. Leggevo per modo di dire, ma leggevo. Leggevo Topolino, leggevo l’Unità, che in casa della Bionda, di Scelba, non mancava mai, leggevo la Gazzetta di Modena e TV Sorrisi&Canzoni. Lì, un giorno, su TV Sorrisi&Canzoni, mentre la Bionda era sempre a mescolare il minestrone, mi soffermo sulla foto di un manifesto elettorale, che per me era una foto bellissima, e manifesto elettorale, a quell’età lì, non sapevo nemmeno cosa fosse. La foto era bianca, a tutta pagina, con un garofano rosso che faceva da pavimento a un signore pelato con gli occhiali, distinto ma un po’ buffo, che ci camminava sopra. Allora avrò fatto un risolino, così tra me e me, e la Bionda si è girata per guardarmi, mescolando il minestrone, col suo solito sorriso a ricambiare il mio.
Nonna, chi è questo qui con gli occhiali? le ho chiesto, sempre col risolino, tirando su la pagina per fargliela vedere. La Bionda, Scelba, ha allungato il collo e subito è diventata seria. Ma seria tipo serissima, una faccia che non avevo mai visto, peggio di quella della mamma quando si arrabbiava, peggio, molto peggio, seria serissima come le zie cattive dei cartoni per ragazze. Smette di mescolare e si siede di fianco a me, seria serissima, io con l’ansia e quasi il fiatone, lei seria serissima. Marco, mi dice… Marco, guardalo bene, guardalo bene perché lui, questo qui, lui è il nemico. E io lo guardavo bene, il nemico. Lo guardavo bene sperando che la Bionda, Scelba, smettesse di guardare me seria serissima.
Oggi, che la Bionda non c’è più, tutte le volte che vedo quella faccia buffa e con gli occhiali in televisione o sento quel nome, buffo anche lui, perché vogliono metterlo su qualche strada, su una targa, o ribadire chi era e chi non era, insomma io vedo mia bisnonna, la Bionda, Scelba, Galavotti Angiolina, cognome e nome, che molla il minestrone e diventa seria serissima come le zie cattive dei cartoni per ragazze. Poi comincia l’ansia. E il fiatone. E se sto facendo un risolino, ecco, non sorrido più.
venerdì 15 gennaio 2010
Su-per, Grechi e gli accenti in disuso
In questi giorni sto ripensando ai miei errori grammaticali, che sono stati tanti, chi mi conosce dalle medie o dalle elementari potrà sicuramente ricordarne alcuni veramente drastici e irripetibili, strafalcioni veramente lunari, la mia lotta per avere una parvenza di lingua con cui comunicare con tutti voi è stata lunga e ricomincia ogni giorno, ma quello che mi ha reso più incredulo è stato ricordare un'analisi logica di una frase che non ricordo se non nel punto dell'errore "super" che per me, in un eccesso di zelo e taglieggiamento logico e fonetico era diventato "preposizione composta o complessa di su + per". Confesso che ancora oggi mi chiedo fino a dove sarei arrivato a furia di sminuzzare e tritare le sillabe e le lettere.
Un'altro ricordo, doloroso, su cosa voleva dire sbagliare, non l'ho vissuto in prima persona ma mi ha terrorizzato per tutte le elementari (quando non dormivo sui banchi o tiravo gli elastici, industriali larghi 2 cm): il Maestro P. della sezione C accanto (un giorno, se volete, vi riassumerò la divisione in caste della scuola elementari Manfredo Fanti negli anni in cui la frequentai, oppure ricordatemelo voi...) un giorno spalanca la porta, interrompendo tutto e tutti, è ghignoso e malvagiamente felice (se l'avessi saputo all'epoca l'avrei soprannominato Il Grinch), tra pollice e indice ha un trofeo, il trofeo è F.S. una bambina di 11 anni in lacrime e tremiti, tenuta per l'orecchio e umiliata davanti a tutta la scuola, classe per classe, trascinata e costretta a confessare tra i singhiozzi di aver scritto "Grechi" al posto di "Greci". Anni dopo Bush figlio una cosa così l'avrebbe affiancata al waterboarding come tecnica di tortura lecita.
L'ultima cosa però non è un ricordo, è un'immagine che come tante mi si è scavata dentro con gli anni, qualcuno le chiama fantasticazioni, e condensa in pochissimo tutto il periodo delle elementari. Durante tutti quei 5 interminabili anni, tutte le persone preposte al controllo della lingua ci hanno sempre corretto quei segnetti aerei ed aureolati che stanno sopra le vocali, scivolando in avanti o indietro, a volte mettendosi sospese tra una consonante e una vocale o addirittura piegandosi come corone sulla vocale più nobile. Per noi pargoli questi accenti erano alette, deltaplani, ali di polistirolo nere in grado di farci volare e piroettare nella magia delle parole con più slancio e forza del solito: "mè, tè, c'elodà, non fà, cià, massé, il fiume pò, stà quà, zì, zazzà, si sà, un bel blù ecc. ecc." E siccome ogni volta ci tarpavano il volo il mio ricordo falso e automatico sulle elementari è: noi bambini tutti chini sui libri o fissi sulla maestra (orribile) mentre tutte le tristi alette nere di polistirolo prendono polvere e ragnatele negli angoli dell'aula. Fin
Un'altro ricordo, doloroso, su cosa voleva dire sbagliare, non l'ho vissuto in prima persona ma mi ha terrorizzato per tutte le elementari (quando non dormivo sui banchi o tiravo gli elastici, industriali larghi 2 cm): il Maestro P. della sezione C accanto (un giorno, se volete, vi riassumerò la divisione in caste della scuola elementari Manfredo Fanti negli anni in cui la frequentai, oppure ricordatemelo voi...) un giorno spalanca la porta, interrompendo tutto e tutti, è ghignoso e malvagiamente felice (se l'avessi saputo all'epoca l'avrei soprannominato Il Grinch), tra pollice e indice ha un trofeo, il trofeo è F.S. una bambina di 11 anni in lacrime e tremiti, tenuta per l'orecchio e umiliata davanti a tutta la scuola, classe per classe, trascinata e costretta a confessare tra i singhiozzi di aver scritto "Grechi" al posto di "Greci". Anni dopo Bush figlio una cosa così l'avrebbe affiancata al waterboarding come tecnica di tortura lecita.
L'ultima cosa però non è un ricordo, è un'immagine che come tante mi si è scavata dentro con gli anni, qualcuno le chiama fantasticazioni, e condensa in pochissimo tutto il periodo delle elementari. Durante tutti quei 5 interminabili anni, tutte le persone preposte al controllo della lingua ci hanno sempre corretto quei segnetti aerei ed aureolati che stanno sopra le vocali, scivolando in avanti o indietro, a volte mettendosi sospese tra una consonante e una vocale o addirittura piegandosi come corone sulla vocale più nobile. Per noi pargoli questi accenti erano alette, deltaplani, ali di polistirolo nere in grado di farci volare e piroettare nella magia delle parole con più slancio e forza del solito: "mè, tè, c'elodà, non fà, cià, massé, il fiume pò, stà quà, zì, zazzà, si sà, un bel blù ecc. ecc." E siccome ogni volta ci tarpavano il volo il mio ricordo falso e automatico sulle elementari è: noi bambini tutti chini sui libri o fissi sulla maestra (orribile) mentre tutte le tristi alette nere di polistirolo prendono polvere e ragnatele negli angoli dell'aula. Fin
si parla di:
come eravamo,
impara l'arte,
squola
Iscriviti a:
Post (Atom)