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Visualizzazione post con etichetta ricorrenze. Mostra tutti i post
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lunedì 26 aprile 2021
Schegge di Liberazione su Radio Sverso (il podcast)
E questo è il podcast delle Schegge di Liberazione, andate in onda alle 18:30 di sabato 24 aprile e, in replica, alle 12:30 di domenica 25 aprile su Radio Sverso. Un’ora e quaranta di reading, combat rock e Resistenza. Lo trovate negli Speciali di Radio Sverso:
sabato 25 aprile 2020
Resistere, immobili (un resoconto delle Schegge di Liberazione 2020)
Il 24 aprile di dieci anni fa avevamo iniziato, un po' per caso, a leggere le Schegge di Liberazione dal vivo. Era stata così bella, quella lettura pubblica al Mattatoio di Carpi, il 24 aprile del 2010, che avevamo continuato a leggere le Schegge di Liberazione ancora e ancora, per alcuni anni, in giro per l'Italia, a Milano, Perugia, Roma, Venezia, Fabriano, Bologna, Forlì e in tantissimi altri posti. Una volta eravamo stati anche a Parigi, roba da matti.
Avevamo in mente di fare una bella rimpatriata, ieri, ma la Storia, quella vera, ahinoi, ci ha costretti in casa. Così abbiamo provato a organizzare una lettura pubblica e virtuale. Ed è andata molto bene, come potete vedere e ascoltare qui sotto nella lista completa delle letture in ordine rigoroso e cronologico.
(NOTA: se stai leggendo questo post da un feed reader, forse non si vede tutto, perché è pieno di cose embeddate in modo abbastanza artigianale; si poteva far meglio, ma... insomma, porta pazienza)
Avevamo in mente di fare una bella rimpatriata, ieri, ma la Storia, quella vera, ahinoi, ci ha costretti in casa. Così abbiamo provato a organizzare una lettura pubblica e virtuale. Ed è andata molto bene, come potete vedere e ascoltare qui sotto nella lista completa delle letture in ordine rigoroso e cronologico.
(NOTA: se stai leggendo questo post da un feed reader, forse non si vede tutto, perché è pieno di cose embeddate in modo abbastanza artigianale; si poteva far meglio, ma... insomma, porta pazienza)
sabato 29 febbraio 2020
Schegge di Liberazione: Barabba dice 26 X 1 (ancora)
A tutti i writer, blogger e socialcosi STOP
Barabba dice 26 X 1 STOP
ancora, dieci anni dopo la prima volta STOP
scrivete un racconto, una poesia STOP
fate un disegno, un fumetto, una foto STOP
sulla Resistenza e la Liberazione STOP
apprezzatissimi temi attuali e necessari STOP
importanti hic et nunc STOP
antifascisti, antirazzisti STOP
migrazioni, LGBT, diritti civili, ambiente STOP
e cose che fanno schiumare di rabbia i cattivi là fuori STOP
Barabba creerà un ebook gratuito STOP
che forse leggerà dal vivo intorno al 25 aprile STOP
o forse no, ma ci si prova STOP
inviate il materiale entro il 31 marzo 2020 STOP
a barabba26x1 chiocciola yahoo punto com STOP
dieci anni dopo la prima volta STOP
Barabba dice 26 x 1 STOP
(comunicato ufficiale firmato da Carlo Dulinizo, il Many e tutta la brigata barabbista)
Barabba dice 26 X 1 STOP
ancora, dieci anni dopo la prima volta STOP
scrivete un racconto, una poesia STOP
fate un disegno, un fumetto, una foto STOP
sulla Resistenza e la Liberazione STOP
apprezzatissimi temi attuali e necessari STOP
importanti hic et nunc STOP
antifascisti, antirazzisti STOP
migrazioni, LGBT, diritti civili, ambiente STOP
e cose che fanno schiumare di rabbia i cattivi là fuori STOP
Barabba creerà un ebook gratuito STOP
che forse leggerà dal vivo intorno al 25 aprile STOP
o forse no, ma ci si prova STOP
inviate il materiale entro il 31 marzo 2020 STOP
a barabba26x1 chiocciola yahoo punto com STOP
dieci anni dopo la prima volta STOP
Barabba dice 26 x 1 STOP
(comunicato ufficiale firmato da Carlo Dulinizo, il Many e tutta la brigata barabbista)
martedì 5 dicembre 2017
E poi boh
Il 5 dicembre del 2013 avevo scritto un post che si chiamava "Siamo un po' stanchini" dove si diceva che il 5 dicembre del 2012 avevo scritto un post che si chiamava "Vediamo come va a finire" dove si diceva che il 5 dicembre del 2011 avevo scritto un post che si chiamava "Andare avanti" dove si diceva che il 5 dicembre 2010 avevo scritto un post che si chiamava "Cammina cammina" dove si diceva che il 5 dicembre del 2009 avevo scritto un post che si chiamava "Alzati e cammina" dove si diceva che dovevo riaprire il blog per farci delle cose.
Quindi, andando alla dritta, viene così:
Alzare, ci siamo alzàti; camminare, abbiamo camminato; andare avanti, siamo andati avanti; è andata a finire che eravamo davvero un po' stanchini, perché il 5 dicembre del 2014 non abbiamo festeggiato, e non abbiamo festeggiato il 5 dicembre del 2015, e poi neanche il 5 dicembre del 2016.
E poi?
E poi boh.
Forse il post del 5 dicembre del 2017 è un epitaffio.
O forse sono solo degli auguri.
Quindi, andando alla dritta, viene così:
Alzati e cammina.Conti alla mano, oggi è una specie di ottavo compleanno della resurrezione di Barabba.
Cammina cammina.
Andare avanti.
Vediamo come va a finire.
Siamo un po' stanchini.
Alzare, ci siamo alzàti; camminare, abbiamo camminato; andare avanti, siamo andati avanti; è andata a finire che eravamo davvero un po' stanchini, perché il 5 dicembre del 2014 non abbiamo festeggiato, e non abbiamo festeggiato il 5 dicembre del 2015, e poi neanche il 5 dicembre del 2016.
E poi?
E poi boh.
Forse il post del 5 dicembre del 2017 è un epitaffio.
O forse sono solo degli auguri.
martedì 8 marzo 2016
8 marzo 1898
Nella mia anima sta avvenendo una battaglia fra il desiderio ardente di andare a Pietroburgo a sentire Wagner e altri concerti e il timore di dare un dispiacere a Lev NikolaeviČ e di sentirmi questo suo dispiacere sulla coscienza. Stanotte ho pianto a causa di questa pesante sensazione di mancanza di libertà che grava sempre più su di me. Di fatto, naturalmente, sono libera. Ho soldi, cavalli, vestiti, tutto: potrei fare le valigie, salire in carrozza e andare. Sono libera di leggere le bozze, di comprare le mele per L. N., di cucire i vestiti per Saša e le camicie per il marito, di fotografarlo in tutte le pose, di ordinare il pranzo, di sbrigare le faccende di tutta la famiglia; sono libera di mangiare, di dormire, di tacere e di rassegnarmi. Ma non sono libera di pensare a modo mio, di amare quello e quelli che scelgo io stessa, di andare dove mi interessa e dove mi sento spiritualmente a mio agio; non sono libera di occuparmi di musica, non sono libera di cacciar fuori dalla mia casa quelle innumerevoli persone inutili, noiose e spesso molto cattive e di ricevere persone buone, piene di talento, intelligenti e interessanti. In casa nostra non si ha bisogno di persone simili: con cui bisogna misurarsi e porsi su un piano di parità, mentre qui si ama stare in posizione di superiorità e insegnare… E per me la vita è poco allegra, difficile… Ma non ho usato la parola giusta: «allegria». Non ho bisogno di questo. Ho bisogno di vivere una vita ricca di contenuto, tranquilla, e invece vivo nervosamente, con difficoltà e in modo vuoto.
Sof’ja Tolstaja (Diari 1862-1910, traduzione di Francesca Ruffini e Raffaella Setti Bevilacqua; Baldini & Castoldi, 2013)
Sof’ja Tolstaja (Diari 1862-1910, traduzione di Francesca Ruffini e Raffaella Setti Bevilacqua; Baldini & Castoldi, 2013)
venerdì 5 febbraio 2016
Così fan tutti (io con un mostro verde)
Fan tutti così, a quell’età lì, mi risulta, almeno i maschi, coi brufoli che puntellano la fronte e le erezioni granitiche, fresche e magnifiche, che devono esplodere il prima possibile di nascosto, costi quel che costi; lo fanno tutti, davvero, nessuno escluso; lo fanno tutti così, giuro, e lo fanno con le donnine fotografate o disegnate, o con degli omini, dipende dai gusti, o anche con dei pensieri colorati.
A me, per esempio, è capitato con un mostro verde.
A me, per esempio, è capitato con un mostro verde.
giovedì 1 maggio 2014
Lavoratori di tutto il mondo unitevi e amatevi gli uni con gli altri (e mangiate i cappelletti)
I socialisti italiani, vivamente consapevoli del fascino spontaneo della nuova Festa del lavoro agli occhi di una popolazione in gran parte cattolica e analfabeta, usarono l'espressione «Pasqua dei lavoratori» almeno a partire dal 1892, e simili analogie diventarono correnti in campo internazionale dalla seconda metà degli anni Novanta. È facile capirne il motivo. La somiglianza del nuovo movimento socialista con un movimento religioso e perfino, nei primi anni eroici della Festa del lavoro, con un movimento di rinascita religiosa a tinte messianiche, era evidente. E per certi versi, uguale era la somiglianza dei leader, attivisti e propagandisti di quel movimento con una gerarchia ecclesiastica, o almeno con un ordine missionario. Possediamo uno straordinario volantino del 1898 proveniente da Charleroi, in Belgio, riproducente quella che può essere solo definita una predica da Primo maggio; nessun'altra etichetta sarebbe adeguata. Fu stilato dai, o a nome dei, dieci deputati e senatori del Parti Ouvrier Belge - atei dal primo all'ultimo, senza dubbio - sotto il duplice motto «Lavoratori di tutto il mondo unitevi (Karl Marx)» e «amatevi gli uni con gli altri (Gesù)». Qualche citazione dà un'idea del contenuto:
(Eric J. Hobsbawm, Il Primo maggio: nascita di una ricorrenza, 1990; in Gente non comune, BUR Storia, 2007.)
***
I cappelletti, in Emilia, li mangiamo nei giorni di festa. Magari adesso li mangiamo anche nei feriali, soprattutto quando hai una nonna che fa una sfoglia di venticinque uova e per finire tutti i cappelletti che ne vengon fuori ci metti qualche mese, ma comunque, una volta, quando c'era la povertà, i cappelletti li mangiavamo solo nei giorni di festa.
Il fascismo aveva abolito il Primo Maggio. Qui in Emilia, come racconta mio nonno Corrado, giravano delle squadre che all'ora di pranzo irrompevano nelle case per vedere se qualcuno stava mangiando dei cappelletti. Quando trovavano una famiglia che li mangiava, i fascisti sbaraccavano la tavola e picchiavano e bastonavano i malcapitati.
Gli emiliani antifascisti, durante il fascismo, il Primo Maggio si erano abituati a mangiare i cappelletti di nascosto.
A Correggio, in provincia di Reggio Emilia, tutti gli anni, il Primo Maggio, è costume mettere delle gran tavolate sotto ai portici della piazza e tutti insieme fare una bella mangiata di cappelletti. Una volta si chiamavano proprio "i cappelletti antifascisti", solo che adesso, con l'aria di moderazione che c'è in giro, li hanno ribattezzati socialdemocraticamente "i cappelletti scendono in piazza".
Il Primo Maggio, quando siamo a casa e non in giro per l'Italia o per il mondo, noi barabbisti andiamo a Correggio, sotto i portici, a farci una bella mangiata di cappelletti antifascisti.
Scusateci se continuiamo a chiamarli così.
Ci siamo andati anche quest'anno.
Buon Primo Maggio.
È questo [così inizia] il tempo primaverile e festivo in cui la perpetua evoluzione della natura rifulge in tutta la sua gloria. Come la natura, riempitevi di speranza e preparatevi a una Nuova Vita.Dopo qualche riga di raccomandazioni morali («Abbiate rispetto di voi stessi: guardatevi dalle bevande che ubriacano e dalle passioni degradanti», e così via) e buoni propositi socialisti, la predica si concludeva con un brano di sapore millenaristico:
Presto le frontiere si dissolveranno! Presto finirà il tempo di guerre ed eserciti! Ogni volta che praticherete le virtù socialiste della Solidarietà e dell'Amore, farete sì che questo futuro sia più vicino. E allora, nella pace e nella gioia, verrà un mondo in cui il socialismo trionferà, una volta compreso il dovere sociale di tutti di favorire il pieno sviluppo personale di ciascuno.[...] Diversamente da altre ricorrenze, comprese molte manifestazioni più o meno ritualizzate del movimento operaio tenutesi in precedenza, il Primo maggio non commemorava niente, almeno al di fuori dell'influsso anarchico che mirava a collegarlo all'episodio degli anarchici di Chicago del 1886. Non verteva su niente fuorché sul futuro, che, al contrario di un passato che niente aveva avuto in serbo per il proletariato se non tristi esperienze («Du passé faisons table rase» cantava non per caso l'Internazionale), prometteva l'emancipazione. Inoltre «il movimento» non offriva, come invece la religione, ricompense dopo la morte ma una Nuova Gerusalemme su questa Terra.
(Eric J. Hobsbawm, Il Primo maggio: nascita di una ricorrenza, 1990; in Gente non comune, BUR Storia, 2007.)
I cappelletti, in Emilia, li mangiamo nei giorni di festa. Magari adesso li mangiamo anche nei feriali, soprattutto quando hai una nonna che fa una sfoglia di venticinque uova e per finire tutti i cappelletti che ne vengon fuori ci metti qualche mese, ma comunque, una volta, quando c'era la povertà, i cappelletti li mangiavamo solo nei giorni di festa.
Il fascismo aveva abolito il Primo Maggio. Qui in Emilia, come racconta mio nonno Corrado, giravano delle squadre che all'ora di pranzo irrompevano nelle case per vedere se qualcuno stava mangiando dei cappelletti. Quando trovavano una famiglia che li mangiava, i fascisti sbaraccavano la tavola e picchiavano e bastonavano i malcapitati.
Gli emiliani antifascisti, durante il fascismo, il Primo Maggio si erano abituati a mangiare i cappelletti di nascosto.
A Correggio, in provincia di Reggio Emilia, tutti gli anni, il Primo Maggio, è costume mettere delle gran tavolate sotto ai portici della piazza e tutti insieme fare una bella mangiata di cappelletti. Una volta si chiamavano proprio "i cappelletti antifascisti", solo che adesso, con l'aria di moderazione che c'è in giro, li hanno ribattezzati socialdemocraticamente "i cappelletti scendono in piazza".
Il Primo Maggio, quando siamo a casa e non in giro per l'Italia o per il mondo, noi barabbisti andiamo a Correggio, sotto i portici, a farci una bella mangiata di cappelletti antifascisti.
Scusateci se continuiamo a chiamarli così.
Ci siamo andati anche quest'anno.
Buon Primo Maggio.
venerdì 14 febbraio 2014
Pirata
Il 2 agosto del 1998, visto che ci eravamo appena diplomati e avevamo da passare quella meravigliosa estate di nulla che ci separava dal primo anno di università o dal lavoro a vita, avevamo pensato bene di fare un bell’interrail in Francia, Belgio e, ovviamente, che eravamo giovani, Olanda. Mi ricordo che avevo fatto di tutto perché il 2 agosto si passasse per Parigi, e nessuno capiva il perché, ma appena scesi dal treno e trovata una camera per dormirci in sei, abbiamo preso la metro e siamo arrivati sugli Champs-Élysées. C’era molto trambusto, nessuno capiva perché, solo io, dopo aver tirato fuori una bandiera italiana dallo zainetto, mi son messo a correre verso le transenne zampettando come un matto. Allora anche gli altri hanno capito: quel giorno lì arrivava il Tour de France, e c’era uno con la maglia gialla e un pizzetto giallo che arrivava a Parigi vittorioso. Sportivamente parlando, fu uno dei giorni più belli della mia vita.
Qualche anno prima, il 12 luglio del 1995, avevo 16 anni, è stata la prima volta che ho versato delle lacrime di gioia per un evento sportivo televisivo. Non sono state tante, dopo, le volte che l’ho fatto, ma se ci penso, credo che siano sempre state per colpa sua.
Il 14 febbraio del 2004 non mi ricordo dov'ero e cosa stavo facendo. Forse me l'ha detto qualcuno, forse l'ho letto su internet, forse l'ho sentito alla tv o alla radio. Boh. Non mi ricordo niente. Ma non dev'essere stata una bella giornata. Non avevo neanche la morosa.
Qualche anno prima, il 12 luglio del 1995, avevo 16 anni, è stata la prima volta che ho versato delle lacrime di gioia per un evento sportivo televisivo. Non sono state tante, dopo, le volte che l’ho fatto, ma se ci penso, credo che siano sempre state per colpa sua.
Il 14 febbraio del 2004 non mi ricordo dov'ero e cosa stavo facendo. Forse me l'ha detto qualcuno, forse l'ho letto su internet, forse l'ho sentito alla tv o alla radio. Boh. Non mi ricordo niente. Ma non dev'essere stata una bella giornata. Non avevo neanche la morosa.
giovedì 5 dicembre 2013
Siamo un po' stanchini
Il 5 dicembre del 2012 avevo scritto un post che si chiamava "Vediamo come va a finire" dove si diceva che il 5 dicembre del 2011 avevo scritto un post che si chiamava "Andare avanti" dove si diceva che il 5 dicembre 2010 avevo scritto un post che si chiamava "Cammina cammina" dove si diceva che il 5 dicembre del 2009 avevo scritto un post che si chiamava "Alzati e cammina" dove si diceva che dovevo riaprire il blog per farci delle cose.
E cose ne abbiamo fatte, ultimamente un po' meno, ma più grosse, come per esempio un matrimonio.
Conti alla mano, oggi è una specie di quarto compleanno della resurrezione di Barabba. Alzare, ci siamo alzàti; camminare, abbiamo camminato; andare avanti, siamo andati avanti; è andata a finire che siamo ancora qui; solo che adesso, oh, è una cosa normale, siamo un po' stanchini.
Intanto, comunque, grazie a voi che ci leggete.
E tanti auguri a noi.
E cose ne abbiamo fatte, ultimamente un po' meno, ma più grosse, come per esempio un matrimonio.
Conti alla mano, oggi è una specie di quarto compleanno della resurrezione di Barabba. Alzare, ci siamo alzàti; camminare, abbiamo camminato; andare avanti, siamo andati avanti; è andata a finire che siamo ancora qui; solo che adesso, oh, è una cosa normale, siamo un po' stanchini.
Intanto, comunque, grazie a voi che ci leggete.
E tanti auguri a noi.
giovedì 21 novembre 2013
Memoria
Non so tante poesie, intere, dall'inizio alla fine, a memoria: L'infinito, A Zacinto, Virginia che non si muove...
giovedì 10 ottobre 2013
Se potessi avere mille vecchie lire
Oh, è già la sesta volta che inizio il pezzo che mi hai detto di scrivere su Giuseppe Verdi e non ci riesco mica, a dire tutte le cose che volevo dire.
Volevo dire che la prima volta che ho visto Giuseppe Verdi è stata la prima volta che mia mamma mi ha dato mille lire.
Volevo dire che la prima volta che ho sentito la musica di Giuseppe Verdi è stato con uno sceneggiato della Rai che mia madre voleva assolutamente vedere e che vidi anch'io puntata per puntata e mi appassionai un casino.
Volevo dire che sono proprio orgoglioso che sia emiliano e che anche se c’è una grande disputa sul dove fosse esattamente Roncole di Busseto, direi che allora sono orgoglioso che sia della pianura padana e che sia un peccato che la parola “padano” abbia preso quella piega lì.
Volevo dire che è stato anche un parlamentare e poi quando si è reso conto che non era il suo mestiere è venuto via, che è mica da tutti.
Volevo dire che uno che, nel 1848, quando il tuo paroliere ti sollecita per delle scadenze e scrive “che musica avete composto maestro?” risponde “L’unica musica che voglio sentire è quella del cannone” ha tutto il mio rispetto.
Volevo dire che da piccolo il prete lo buttò fuori dalla chiesa e lui gli disse “C’at vegna un fulmen” e poi un fulmine colpì il prete di Busseto per davvero, lasciandolo secco.
Volevo dire che uno che per tutta la vita cerca un’opera buffa e poi ci chiude la carriera secondo me è un grande.
Volevo dire che quando lo chiamavano “Maestro” e lo definivano “compositore” o “musicista” lui rispondeva che era un “Uomo di teatro” e infatti a parte opere drammaturgiche non è che abbia composto molto, però poi quando ha scritto la Messa da Requiem provalo tu a fare un “Dies Irae” così.
Volevo dire che quando si scriveva con i suoi librettisti diceva che bisogna dare “un occhio all’arte e uno alla cassetta” e oggi invece lo vediamo come uno che ci parla da una vetta irraggiungibile e che secondo me è un poco come quando Tom Petty diceva “Mai capito a cosa servisse fare dischi che non piacciono a nessuno”.
Volevo dire che in neanche 3 anni ha buttato fuori dal cilindro “Rigoletto”, “Il trovatore” e “La traviata”, scritti e orchestrati.
Volevo dire che “Rigoletto” doveva essere censuratissimo e lui ad un certo punto disse una cosa che fa molto ridere ma se la dico poi rovino il finale a chi non ha mai visto quell’opera lì, che in assoluto (volevo dire anche questo) è la mia preferita.
Volevo dire che in generale la censura e i vari finanziatori delle opere di Verdi gli hanno sempre rotto le balle un sacco facendogli fare aggiustamenti qui e aggiustamenti là e spostandogli delle trame intere, roba che a confronto quando oggi una compagnia discografica dice che vuole “un missaggio diverso” per un disco di musica rock, la band di turno dovrebbe dire “Si, va bene” e basta.
Volevo dire che a Verdi gli hanno fatto due funerali.
Volevo dire che Verdi disse a Boito “Poche parole, ma significanti” perché voleva sfrondare dai libretti il più possibile.
Volevo dire che mentre Tchaikovsky (o come si scrive) nel primo movimento della Sinfonia Nr. 6 “patetica” ha il suo bel tema discendente che torna a farsi sentire cento volte perché doveva essere un bel filone e aveva capito che più volte lo faceva sentire e più volte i russi si pisciavano addosso dalla commozione, Verdi si permette di tenere “Amami Alfredo” e il suo motivetto appena in otto battute, sedici se contiamo l’ouverture, e che nell’Aida, nell’Otello e nel Falstaff inizia una scrittura dove c’è un flusso narrativo continuo e dove ci sono temi che altri avrebbero ripetuto cento volte e lui invece pum, una botta e via e chi c’era c’era, che è un bel lusso.
Volevo dire che quel lusso lui ha cominciato a pensarlo già ne “I vespri siciliani” e da lì in avanti perfeziona sempre quella ricerca lì.
Volevo anche dire che è vero che la sua seconda opera, “Un giorno di regno”, è una roba da poco paragonata al resto, ma provateci voi a scrivere un’opera buffa mentre vi muoiono la moglie e un figlio e poi vediamo come vi viene.
Volevo anche dire che alla fine gli “anni di galera” non è che poi siano stati così di galera, nel senso che lui ha usato quest’espressione soltanto una volta e che quando è andato a curarsi alle terme dicevano che non stava mai fermo, che era un vulcano e che aveva voglia di lavorare.
Volevo dire che “Nabucco” non è tutto questo lavoro rispetto al resto, però poi quando parte il “Va’ pensiero” uno non è che poi possa star lì tanto a parlare, dopo.
Volevo anche dire che, a parte la Strepponi, ci sono delle lettere dove dice “Salutami chi sai tu” in una maniera che secondo me la Strepponi quando passava dalle porte un poco si doveva chinare, ma magari mi sbaglio.
Volevo dire che non doveva mica esser facile vivere con una donna facendoci le cose che fanno uomo e donna senza sposarsi, nella seconda metà degli anni ‘50. Soprattutto nella seconda metà degli anni ’50 del secolo diciannovesimo.
Volevo dire che al mio funerale mi piacerebbe molto che qualcuno cantasse “Arrigo parli a un core” da “I vespri siciliani”, però ci vorrebbe anche un pianoforte e quindi mandata da un disco va benissimo e a questo punto mi piacerebbe che la voce dentro al disco fosse quella di Katia Ricciarelli.
Volevo dire che volevo dire un altro casino di cose, ma non riesco mica a dirle, facciamo che pubblichi questo coso qui e anche se è fatto male e scritto peggio poi uno se lo legge se vuole e sempre se vuole si incuriosisce e ci pensa poi da solo ad avvicinarsi a Verdi, che in fondo Verdi è POPOLARE nel miglior senso del termine.
Volevo dire che la prima volta che ho visto Giuseppe Verdi è stata la prima volta che mia mamma mi ha dato mille lire.
Volevo dire che la prima volta che ho sentito la musica di Giuseppe Verdi è stato con uno sceneggiato della Rai che mia madre voleva assolutamente vedere e che vidi anch'io puntata per puntata e mi appassionai un casino.
Volevo dire che sono proprio orgoglioso che sia emiliano e che anche se c’è una grande disputa sul dove fosse esattamente Roncole di Busseto, direi che allora sono orgoglioso che sia della pianura padana e che sia un peccato che la parola “padano” abbia preso quella piega lì.
Volevo dire che è stato anche un parlamentare e poi quando si è reso conto che non era il suo mestiere è venuto via, che è mica da tutti.
Volevo dire che uno che, nel 1848, quando il tuo paroliere ti sollecita per delle scadenze e scrive “che musica avete composto maestro?” risponde “L’unica musica che voglio sentire è quella del cannone” ha tutto il mio rispetto.
Volevo dire che da piccolo il prete lo buttò fuori dalla chiesa e lui gli disse “C’at vegna un fulmen” e poi un fulmine colpì il prete di Busseto per davvero, lasciandolo secco.
Volevo dire che uno che per tutta la vita cerca un’opera buffa e poi ci chiude la carriera secondo me è un grande.
Volevo dire che quando lo chiamavano “Maestro” e lo definivano “compositore” o “musicista” lui rispondeva che era un “Uomo di teatro” e infatti a parte opere drammaturgiche non è che abbia composto molto, però poi quando ha scritto la Messa da Requiem provalo tu a fare un “Dies Irae” così.
Volevo dire che quando si scriveva con i suoi librettisti diceva che bisogna dare “un occhio all’arte e uno alla cassetta” e oggi invece lo vediamo come uno che ci parla da una vetta irraggiungibile e che secondo me è un poco come quando Tom Petty diceva “Mai capito a cosa servisse fare dischi che non piacciono a nessuno”.
Volevo dire che in neanche 3 anni ha buttato fuori dal cilindro “Rigoletto”, “Il trovatore” e “La traviata”, scritti e orchestrati.
Volevo dire che “Rigoletto” doveva essere censuratissimo e lui ad un certo punto disse una cosa che fa molto ridere ma se la dico poi rovino il finale a chi non ha mai visto quell’opera lì, che in assoluto (volevo dire anche questo) è la mia preferita.
Volevo dire che in generale la censura e i vari finanziatori delle opere di Verdi gli hanno sempre rotto le balle un sacco facendogli fare aggiustamenti qui e aggiustamenti là e spostandogli delle trame intere, roba che a confronto quando oggi una compagnia discografica dice che vuole “un missaggio diverso” per un disco di musica rock, la band di turno dovrebbe dire “Si, va bene” e basta.
Volevo dire che a Verdi gli hanno fatto due funerali.
Volevo dire che Verdi disse a Boito “Poche parole, ma significanti” perché voleva sfrondare dai libretti il più possibile.
Volevo dire che mentre Tchaikovsky (o come si scrive) nel primo movimento della Sinfonia Nr. 6 “patetica” ha il suo bel tema discendente che torna a farsi sentire cento volte perché doveva essere un bel filone e aveva capito che più volte lo faceva sentire e più volte i russi si pisciavano addosso dalla commozione, Verdi si permette di tenere “Amami Alfredo” e il suo motivetto appena in otto battute, sedici se contiamo l’ouverture, e che nell’Aida, nell’Otello e nel Falstaff inizia una scrittura dove c’è un flusso narrativo continuo e dove ci sono temi che altri avrebbero ripetuto cento volte e lui invece pum, una botta e via e chi c’era c’era, che è un bel lusso.
Volevo dire che quel lusso lui ha cominciato a pensarlo già ne “I vespri siciliani” e da lì in avanti perfeziona sempre quella ricerca lì.
Volevo anche dire che è vero che la sua seconda opera, “Un giorno di regno”, è una roba da poco paragonata al resto, ma provateci voi a scrivere un’opera buffa mentre vi muoiono la moglie e un figlio e poi vediamo come vi viene.
Volevo anche dire che alla fine gli “anni di galera” non è che poi siano stati così di galera, nel senso che lui ha usato quest’espressione soltanto una volta e che quando è andato a curarsi alle terme dicevano che non stava mai fermo, che era un vulcano e che aveva voglia di lavorare.
Volevo dire che “Nabucco” non è tutto questo lavoro rispetto al resto, però poi quando parte il “Va’ pensiero” uno non è che poi possa star lì tanto a parlare, dopo.
Volevo anche dire che, a parte la Strepponi, ci sono delle lettere dove dice “Salutami chi sai tu” in una maniera che secondo me la Strepponi quando passava dalle porte un poco si doveva chinare, ma magari mi sbaglio.
Volevo dire che non doveva mica esser facile vivere con una donna facendoci le cose che fanno uomo e donna senza sposarsi, nella seconda metà degli anni ‘50. Soprattutto nella seconda metà degli anni ’50 del secolo diciannovesimo.
Volevo dire che al mio funerale mi piacerebbe molto che qualcuno cantasse “Arrigo parli a un core” da “I vespri siciliani”, però ci vorrebbe anche un pianoforte e quindi mandata da un disco va benissimo e a questo punto mi piacerebbe che la voce dentro al disco fosse quella di Katia Ricciarelli.
Volevo dire che volevo dire un altro casino di cose, ma non riesco mica a dirle, facciamo che pubblichi questo coso qui e anche se è fatto male e scritto peggio poi uno se lo legge se vuole e sempre se vuole si incuriosisce e ci pensa poi da solo ad avvicinarsi a Verdi, che in fondo Verdi è POPOLARE nel miglior senso del termine.
domenica 8 settembre 2013
8 settembre 2013
È l’otto settembre, la guerra è finita, o è questione di ore. La notizia, una volta affidata alle onde, si lascerà trasportare nell’aria e presto la ripeteranno tutti gli apparecchi radio del paese.Letture consigliate: Click.
Ma è già arrivata? Ci sono ordini nuovi?
Amico e nemico sono mai state parole sensate? I tedeschi stanno fuggendo a nord, metà dei militari della caserma di Reggio è in ricognizione sui monti, l’altra metà è di presidio alla base.
Lino è nella guardiola e quando arrivano i tedeschi è il primo a morire.
(Fabrizio Chinaglia "Bicio", Armistizio)
lunedì 20 maggio 2013
Ricicciamenti: Siamo fatti così
C'è una puntata del cartone animato Siamo fatti così dove viene spiegato che i sogni sono una cosa che il nostro cervello prende tutti i nostri ricordi e li mischia, e poi li ripresenta alla rinfusa mentre uno dorme. Per esempio, prima di fare l'amore per la prima volta, può capitare, sì, di sognare di fare l'amore, ma sono dei ricordi, come dire, di pellicole e di carta stampata; quindi si può sognare di fare l'amore senza averlo mai fatto, ma dentro al sogno non si fa davvero l'amore, si è come spettatori del fare l'amore.
Dopo, quando si è fatto l'amore per davvero, la prima volta, anzi forse dopo due o tre volte, diciamo, quando poi capita di sognare di fare l'amore, ecco, non si è più semplici spettatori del fare l'amore nel sogno, ma si diventa parte attiva del gesto di fare l'amore, mentre si dorme.
Ecco, col terremoto funziona uguale.
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Ricicciamenti non è una rubrica. Ricicciamenti è un prodotto della crisi delle idee. Nei ricicciamenti si prende un vecchio post e lo si riciccia, cioè lo si riscrive o lo si mette a posto e lo si ripubblica. Magari in un'occasione speciale come questa, a un anno quasi esatto dalle quattro del mattino di un anno fa.
Dopo, quando si è fatto l'amore per davvero, la prima volta, anzi forse dopo due o tre volte, diciamo, quando poi capita di sognare di fare l'amore, ecco, non si è più semplici spettatori del fare l'amore nel sogno, ma si diventa parte attiva del gesto di fare l'amore, mentre si dorme.
Ecco, col terremoto funziona uguale.
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Ricicciamenti non è una rubrica. Ricicciamenti è un prodotto della crisi delle idee. Nei ricicciamenti si prende un vecchio post e lo si riciccia, cioè lo si riscrive o lo si mette a posto e lo si ripubblica. Magari in un'occasione speciale come questa, a un anno quasi esatto dalle quattro del mattino di un anno fa.
mercoledì 1 maggio 2013
Lavoratori di tutto il mondo unitevi e amatevi gli uni con gli altri
I socialisti italiani, vivamente consapevoli del fascino spontaneo della nuova Festa del lavoro agli occhi di una popolazione in gran parte cattolica e analfabeta, usarono l'espressione «Pasqua dei lavoratori» almeno a partire dal 1892, e simili analogie diventarono correnti in campo internazionale dalla seconda metà degli anni Novanta. È facile capirne il motivo. La somiglianza del nuovo movimento socialista con un movimento religioso e perfino, nei primi anni eroici della Festa del lavoro, con un movimento di rinascita religiosa a tinte messianiche, era evidente. E per certi versi, uguale era la somiglianza dei leader, attivisti e propagandisti di quel movimento con una gerarchia ecclesiastica, o almeno con un ordine missionario. Possediamo uno straordinario volantino del 1898 proveniente da Charleroi, in Belgio, riproducente quella che può essere solo definita una predica da Primo maggio; nessun'altra etichetta sarebbe adeguata. Fu stilato dai, o a nome dei, dieci deputati e senatori del Parti Ouvrier Belge - atei dal primo all'ultimo, senza dubbio - sotto il duplice motto «Lavoratori di tutto il mondo unitevi (Karl Marx)» e «amatevi gli uni con gli altri (Gesù)». Qualche citazione dà un'idea del contenuto:
(Eric J. Hobsbawm, Il Primo maggio: nascita di una ricorrenza, 1990; in Gente non comune, BUR Storia, 2007.)
Buon Primo maggio.
È questo [così inizia] il tempo primaverile e festivo in cui la perpetua evoluzione della natura rifulge in tutta la sua gloria. Come la natura, riempitevi di speranza e preparatevi a una Nuova Vita.Dopo qualche riga di raccomandazioni morali («Abbiate rispetto di voi stessi: guardatevi dalle bevande che ubriacano e dalle passioni degradanti», e così via) e buoni propositi socialisti, la predica si concludeva con un brano di sapore millenaristico:
Presto le frontiere si dissolveranno! Presto finirà il tempo di guerre ed eserciti! Ogni volta che praticherete le virtù socialiste della Solidarietà e dell'Amore, farete sì che questo futuro sia più vicino. E allora, nella pace e nella gioia, verrà un mondo in cui il socialismo trionferà, una volta compreso il dovere sociale di tutti di favorire il pieno sviluppo personale di ciascuno.[...] Diversamente da altre ricorrenze, comprese molte manifestazioni più o meno ritualizzate del movimento operaio tenutesi in precedenza, il Primo maggio non commemorava niente, almeno al di fuori dell'influsso anarchico che mirava a collegarlo all'episodio degli anarchici di Chicago del 1886. Non verteva su niente fuorché sul futuro, che, al contrario di un passato che niente aveva avuto in serbo per il proletariato se non tristi esperienze («Du passé faisons table rase» cantava non per caso l'Internazionale), prometteva l'emancipazione. Inoltre «il movimento» non offriva, come invece la religione, ricompense dopo la morte ma una Nuova Gerusalemme su questa Terra.
(Eric J. Hobsbawm, Il Primo maggio: nascita di una ricorrenza, 1990; in Gente non comune, BUR Storia, 2007.)
Buon Primo maggio.
giovedì 21 marzo 2013
Arrosticini sciolti
[Avevo chiesto ai due massimi poeti contemporanei viventi, che sono, in ordine alfabetico, Azael e Guido Catalano, di scambiarsi due poesie e di commentarsele incrociati, ché oggi sarebbe stata la Giornata Mondiale della Poesia. Loro, che son poeti, ma poeti per davvero, ed eran lì a poetar tranquilli prima che li disturbassi, hanno risposto, gentilmente, e ragionevolmente, come segue.]
Commentare una poesia del MAESTRONE (che saluto con caloroso e virile abbraccio e rimando a solenne magnata di arrosticini aprutini) è troppo per me che sono scribacchino, e mi vergogno anche un po' a pensare di far commentare una mia poesiolla a lui. Perciò parafrasi e commento non riesco, ti lascio invece una nota a margine che avevo preparato l'anno scorso, quando mi è capitato di leggere una sua poesia a Torino.
La poesia è Grazie Martina che mi, una delle mie preferite e una delle più belle della letteratura mondiale degli ultimi seicentomila anni e porto due:
In quel vuoto ci sta un sacco di bella roba. C’è Martina che era scesa dal treno, qualche stazione prima, e il suo moroso ha aspettato che scendesse, perché si vergognava di scriverle a spatascio. C’è il moroso che la ringraziava, ma per quella cosa lì, quella che per Martina era una sciocchezza e che invece per lui no, e allora ha lasciato perdere di scriverla, a metà. C’è Martina che l’ha, quando lui ormai non ci sperava più e allora lui s’è messo lì, a ringraziarla, come un di più. E sì che invece non è una roba da dover dare dei ringraziamenti, c’è gente che la, che lo, tutti i giorni, in ogni tristissimo regionale Trenitalia, e nessuno dà dei premi, o delle pacche sulle spalle, per questo. C’è il suo moroso che, dopo aver rimesso nella tasca del giubbino il pennarello, ha riletto per qualche secondo quella cosa, lì come uno taglio sul tabellone, e ha pensato va là che testa di cazzo, innamorarsi in movimento. C’è Martina che la mattina dopo è risalita a Chivasso e ha letto quella roba e ha pensato chissà per chi è, e che vuol dire, e poi e passata oltre. C’è il suo moroso, che moroso non è mai stato, che ogni tanto ripensa a tutte le scritte lasciate in quello e in altri treni, grazie Martina che mi, ti prego Martina dimmi che, va bene Martina ma non, fanculo Martina però. C’è Martina che in fin dei conti è un treno pure lei, e tutt’intorno ha pareti, non ha muri, né alberi infiniti, e le pareti si muovono veloci, si appoggiano per 3 minuti alle stazioni e la gente ci appiccica due sguardi sconsolati di trasbordo. Ci sono i pendolari che ancora guardano nel vuoto e per la tristezza spaventosa di aver sbagliato vuoto hanno scambiato gli occhi con dei tappi zigrinati di acqua minerale. Ci sono quei due seduti di fronte che quel vuoto l’hanno arredato e a loro, santi e papi di un’altra chiesa, sta bene così. C’è lui che il resto l’ha scritto su un foglietto e l’ha buttato vicino alla tazza del cesso, e chi l’ha raccolto ancora si chiede dov’è-com’è che è esplosa tutta quella baraonda di antigienica felicità, e perché. C’è Martina che il finale ce l’ha messo a baci piccoli e a occhi di contentezza, come le poesie che finiscono col trucco. C’è Martina che invece non ne sa niente, e lui che avrebbe voluto dirglielo per bene, con un deragliamento nucleare di vagoni, ma se la frase la finisci poi dopo è solo letteratura. E la letteratura è per il dopo, quando il treno arriva da qualche parte in Brianza e il concerto dei nervi del corpo, come per pudore, smette di.
ciao belli
Massimo
ciao amici
leggo il tutto orora e la cosa mi sembra una bella idea senonchè il tempo mi è nemico.
e intanto, massimo, ti ringrazio per la nota che più che una nota è un bel pezzo che mi piace assai e assai amerei di mangiare gli arrosticini con te e magari battere il mio record passato che era tipo di 45 circa arrosticini e dunque il tempo stringe e son giorni di fuoco con tutto che io quando c'è 'sto minchia di giorno della poesia io mi sento un poco come quelle donne che dicono: echeccazzo è 'sto giorno della donna siamo mica una specie protetta! e tutti gli altri 364 giorni?
io queste feste tipo giorno della donna, giorno della poesia mondiale, giorno dell'arrosticino non ci credo molto.
gli arrosticini andrebbero mangiati tutti i giorni.
anche più volte al giorno.
la poesia andrebbe festeggiata tutti i giorni e così le femmine.
e poi io odio i poeti, esclusi i presenti, me incluso.
vi bacio tutti e vado a bermi il tè bancha che mi fa pisciare tantissimo.
g
- Azael -
Commentare una poesia del MAESTRONE (che saluto con caloroso e virile abbraccio e rimando a solenne magnata di arrosticini aprutini) è troppo per me che sono scribacchino, e mi vergogno anche un po' a pensare di far commentare una mia poesiolla a lui. Perciò parafrasi e commento non riesco, ti lascio invece una nota a margine che avevo preparato l'anno scorso, quando mi è capitato di leggere una sua poesia a Torino.
La poesia è Grazie Martina che mi, una delle mie preferite e una delle più belle della letteratura mondiale degli ultimi seicentomila anni e porto due:
Grazie Martina che miLa nota è questa qui, per qualsiasi uso tu voglia farne, o solo come piccolo omaggio a Guido, a Martina e al suo moroso:
poi non è andato più avanti
ero in un treno per andare nella lontana Brianza
pieno zeppo di pendolari
studenti e lavoratori
maschi e femmine
erano le sei della sera
stavo in piedi
i pendolari dentro i treni delle sei della sera
hanno occhi spenti e guardano nel vuoto
non parlano
sembrano tristi
giuro su dio che sono tristi
e sono stanchi
pensano
ma non so cosa
lo immagino
ma non ve lo dirò
i treni dei pendolari delle sei della sera
sono stretti e scomodi
e c’è poco posto
è fatto apposta
io ero nel vano
non so come si chiama
lo chiamo vano
appiccicata al muro
i treni hanno muri?
no, pareti
appiccicata alla parete c’era una cartina con tutte le linee
del Servizio Ferroviario Regionale – Regione Lombardia
e in mezzo alla cartina qualcuno aveva scritto:
“Grazie Martina che mi”
nel treno della tristezza
che porta i pendolari e le pendolaresse
dalla metropoli
ai paesi
stracchi, l’umore sotto al culo
qualcuno ha scritto grazie a Martina che gli
che l’ha
che lo
non so
t’immagino bella Martina
tutta ricciolina
e il tuo innamorato
di cui non sappiamo nulla
non è riuscito
a dirci
che l’hai?
che gli?
che lo?
cos’è successo?
l’hanno arrestato forse nell’atto?
la polizia ferroviaria l’ha colto col pennarello in mano?
dov’è finito, Martina?
l’hanno rinchiuso nelle segrete di qualche carcere brianzolo
e lo stanno torturando per sapere perché ti ringraziava?
e di cosa?
che gli hai fatto Martina?
Martina che gli hai dato?
che gli hai detto?
non ve lo dirà mai
e voi manco lo capireste
o forse è tutto più semplice
meno avventuroso
forse mi son fatto trasportare dalla fantasia
per ammazzare il tedio
forse Martina
il tuo moroso
non ha trovato le parole
e basta
e alla fin fin fine
in quel vuoto
ci sta un sacco di bella roba
In quel vuoto ci sta un sacco di bella roba. C’è Martina che era scesa dal treno, qualche stazione prima, e il suo moroso ha aspettato che scendesse, perché si vergognava di scriverle a spatascio. C’è il moroso che la ringraziava, ma per quella cosa lì, quella che per Martina era una sciocchezza e che invece per lui no, e allora ha lasciato perdere di scriverla, a metà. C’è Martina che l’ha, quando lui ormai non ci sperava più e allora lui s’è messo lì, a ringraziarla, come un di più. E sì che invece non è una roba da dover dare dei ringraziamenti, c’è gente che la, che lo, tutti i giorni, in ogni tristissimo regionale Trenitalia, e nessuno dà dei premi, o delle pacche sulle spalle, per questo. C’è il suo moroso che, dopo aver rimesso nella tasca del giubbino il pennarello, ha riletto per qualche secondo quella cosa, lì come uno taglio sul tabellone, e ha pensato va là che testa di cazzo, innamorarsi in movimento. C’è Martina che la mattina dopo è risalita a Chivasso e ha letto quella roba e ha pensato chissà per chi è, e che vuol dire, e poi e passata oltre. C’è il suo moroso, che moroso non è mai stato, che ogni tanto ripensa a tutte le scritte lasciate in quello e in altri treni, grazie Martina che mi, ti prego Martina dimmi che, va bene Martina ma non, fanculo Martina però. C’è Martina che in fin dei conti è un treno pure lei, e tutt’intorno ha pareti, non ha muri, né alberi infiniti, e le pareti si muovono veloci, si appoggiano per 3 minuti alle stazioni e la gente ci appiccica due sguardi sconsolati di trasbordo. Ci sono i pendolari che ancora guardano nel vuoto e per la tristezza spaventosa di aver sbagliato vuoto hanno scambiato gli occhi con dei tappi zigrinati di acqua minerale. Ci sono quei due seduti di fronte che quel vuoto l’hanno arredato e a loro, santi e papi di un’altra chiesa, sta bene così. C’è lui che il resto l’ha scritto su un foglietto e l’ha buttato vicino alla tazza del cesso, e chi l’ha raccolto ancora si chiede dov’è-com’è che è esplosa tutta quella baraonda di antigienica felicità, e perché. C’è Martina che il finale ce l’ha messo a baci piccoli e a occhi di contentezza, come le poesie che finiscono col trucco. C’è Martina che invece non ne sa niente, e lui che avrebbe voluto dirglielo per bene, con un deragliamento nucleare di vagoni, ma se la frase la finisci poi dopo è solo letteratura. E la letteratura è per il dopo, quando il treno arriva da qualche parte in Brianza e il concerto dei nervi del corpo, come per pudore, smette di.
ciao belli
Massimo
- Guido Catalano -
ciao amici
leggo il tutto orora e la cosa mi sembra una bella idea senonchè il tempo mi è nemico.
e intanto, massimo, ti ringrazio per la nota che più che una nota è un bel pezzo che mi piace assai e assai amerei di mangiare gli arrosticini con te e magari battere il mio record passato che era tipo di 45 circa arrosticini e dunque il tempo stringe e son giorni di fuoco con tutto che io quando c'è 'sto minchia di giorno della poesia io mi sento un poco come quelle donne che dicono: echeccazzo è 'sto giorno della donna siamo mica una specie protetta! e tutti gli altri 364 giorni?
io queste feste tipo giorno della donna, giorno della poesia mondiale, giorno dell'arrosticino non ci credo molto.
gli arrosticini andrebbero mangiati tutti i giorni.
anche più volte al giorno.
la poesia andrebbe festeggiata tutti i giorni e così le femmine.
e poi io odio i poeti, esclusi i presenti, me incluso.
vi bacio tutti e vado a bermi il tè bancha che mi fa pisciare tantissimo.
g
lunedì 4 marzo 2013
Ricicciamenti: Lucio e Marco
Dal vivo non l’avevo mai visto. O meglio: non l’avevo mai visto suonare.
La prima volta che lo incontrai stava facendo un tiro libero dalla lunetta sinistra del Palapanini di Modena - chissà se si chiamava già Palapanini; e chissà se era il Palapanini, poi - e con quel tiro libero lì inaugurava una partita amichevole tra Italia e Stati Uniti; io ero molto piccolo, ci ero andato perché da piccolo mi piaceva da matti il basket americano e volevo vedere se i neri facevano davvero le schiacciate come in televisione.
L’ultima volta che lo incontrai era in braghette corte, scarpe da calcetto, una canotta viola di dubbio gusto, abbronzato come il carbone e biondo come un campo di grano, scendeva da un gippone con la scritta “Casa di Lucio” aerografata tra un disegno delle due torri e uno di San Petronio; il mio amico fumettista Klaus, suo fan, ha coronato il sogno di averlo a pochi centimetri di distanza per confrontarsi in altezza: Lucio era nettamente più basso, e Klaus, al suo cospetto, stava come Pazienza a Pertini.
E poi, niente, mi piacevano molte delle sue canzoni.
Anna e Marco è la mia preferita. Quando dice: con un’aria da commedia americana, sta finendo anche questa settimana.
Devo dire che mi dispiace molto.
Ciao Lucio.
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Ricicciamenti non è una rubrica. Ricicciamenti è un prodotto della crisi delle idee. Nei ricicciamenti si prende un vecchio post e lo si riciccia, cioè lo si riscrive o lo si mette a posto e lo si ripubblica. Magari in un'occasione speciale come questa, a un anno e qualche giorno di distanza da un anno e qualche giorno fa.
La prima volta che lo incontrai stava facendo un tiro libero dalla lunetta sinistra del Palapanini di Modena - chissà se si chiamava già Palapanini; e chissà se era il Palapanini, poi - e con quel tiro libero lì inaugurava una partita amichevole tra Italia e Stati Uniti; io ero molto piccolo, ci ero andato perché da piccolo mi piaceva da matti il basket americano e volevo vedere se i neri facevano davvero le schiacciate come in televisione.
L’ultima volta che lo incontrai era in braghette corte, scarpe da calcetto, una canotta viola di dubbio gusto, abbronzato come il carbone e biondo come un campo di grano, scendeva da un gippone con la scritta “Casa di Lucio” aerografata tra un disegno delle due torri e uno di San Petronio; il mio amico fumettista Klaus, suo fan, ha coronato il sogno di averlo a pochi centimetri di distanza per confrontarsi in altezza: Lucio era nettamente più basso, e Klaus, al suo cospetto, stava come Pazienza a Pertini.
E poi, niente, mi piacevano molte delle sue canzoni.
Anna e Marco è la mia preferita. Quando dice: con un’aria da commedia americana, sta finendo anche questa settimana.
Devo dire che mi dispiace molto.
Ciao Lucio.
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Ricicciamenti non è una rubrica. Ricicciamenti è un prodotto della crisi delle idee. Nei ricicciamenti si prende un vecchio post e lo si riciccia, cioè lo si riscrive o lo si mette a posto e lo si ripubblica. Magari in un'occasione speciale come questa, a un anno e qualche giorno di distanza da un anno e qualche giorno fa.
martedì 5 febbraio 2013
Ricicciamenti: Il nome del padre
Mio padre si chiama Iules, ma non si è mica sempre chiamato così. Prima era Jules.
Fino ai quarant'anni, più o meno, su alcuni documenti c'era la I, su altri la J. All'anagrafe dicevano che c'era la I ma poi si grattavano la testa e rispondevano che boh, non erano sicuri neanche loro, perché una volta le schede venivano compilavate a mano e proprio sotto la I di Iules c'era uno sbavo. Non si capiva se fosse inchiostro sputato dalla penna (forse non era una biro, ché chissà quando è arrivata in un paesino di poche migliaia di anime la penna a sfera, la biro, anche se è stata inventata nel 1938 e le prime le han vendute nel 1945) o uno sbavo intenzionale, perché nel 1953 la J non era una lettera tanto in voga, c'era della gente che non la conosceva, la J, e l'impiegato dell'epoca, nel dubbio, c'è il caso che avesse sbavato apposta.
Mia nonna, sua madre, gli aveva dato nome Jules perché leggeva i fotoromanzi su Grandhotel e nei fotoromanzi di Grandhotel c'era questo Jules che era un gran figo. Mio nonno, quando è corso all'anagrafe per registrare suo figlio, su un bigliettino aveva scritto Jules copiandolo da un Grandhotel con una calligrafia tremolante per l'emozione e non s'immaginava, forse, che Jules si dovesse leggere alla francese. All'impiegato dell'anagrafe avrà detto "iules", poi gli avrà fatto vedere il bigliettino e l'impiegato, nel dubbio, ha compilato la scheda, forse apposta, con lo sbavo.
Mio padre fino ai quarant'anni, più o meno, si firmava con una I che sembrava una J, ed era contento così. Faceva un più bel ricciolo sotto la I, una cosa quasi artistica, una felicità ogni volta che doveva firmare un assegno o un voto sul mio diario o una giustificazione per la scuola o una nota. E io lo guardavo sempre con ammirazione, ogni volta che firmava. Gli dicevo: Babbo ma che bella firma, ma che bel nome.
Solo che a quarant'anni, più o meno, gli è arrivata una lettera dallo Stato. C'era da decidersi, da chiudere la questione, perché lassù, nello Stato, non erano mica sicuri che fossero arrivate tutte le bollette. Gli han detto: Sig. Iules, o Jules, si decida, le mandiamo un modulo da compilare e lei sceglie il suo nome una volta per tutte, noi le inviamo dei documenti nuovi di zecca e aggiorniamo tutte le sue pratiche; però si decida, ché qua non ci capiamo niente. Allora mio padre è stato una settimana col mento appoggiato sul pugno, seduto al tavolo della cucina, a decidere come chiamarsi da lì in poi.
Una mattina, senza dir niente a nessuno, si è alzato presto ed è andato a spedire il modulo. Quando è tornato a casa si è fatto un caffè, e quando ci siamo svegliati, io e mia sorella, ci ha detto: Ragazzi, ho una notizia, mi chiamo Iules con la I.
Ho sempre pensato che decidere il proprio nome a quarant'anni, più o meno, è una cosa giusta. Fosse per me, scriverei, voterei e approverei una legge per la quale ognuno, a quarant'anni, più o meno, o anche prima, se vuole, può scrivere una lettera allo Stato dove dice che nel pieno delle proprie facoltà mentali ha preso la decisione fortemente ragionata di cambiare nome. E anche il cognome, se ha voglia. Poi, ovviamente, se a uno invece gli piace il nome che porta, quello che gli han dato alla nascita, lo può anche tenere. Sarebbe una specie battesimo laico, scegliere coscientemente il proprio nome. Una cosa matura per una persona e, mi vien da pensare, anche per uno Stato. Io, per esempio, non avrei dubbi. Io, lo so, se potessi, da domani mi chiamerei John Laser.
__________
Ricicciamenti non è una nuova rubrica. Ricicciamenti è un prodotto della crisi delle idee. Nei ricicciamenti si prende un vecchio post di Barabba e lo si riciccia, cioè lo si riscrive o lo si mette a posto e lo si ripubblica. Magari in un'occasione speciale come questa, ché ieri mio padre, Iules Manicardi, con la I, ha compiuto sessant'anni.
Fino ai quarant'anni, più o meno, su alcuni documenti c'era la I, su altri la J. All'anagrafe dicevano che c'era la I ma poi si grattavano la testa e rispondevano che boh, non erano sicuri neanche loro, perché una volta le schede venivano compilavate a mano e proprio sotto la I di Iules c'era uno sbavo. Non si capiva se fosse inchiostro sputato dalla penna (forse non era una biro, ché chissà quando è arrivata in un paesino di poche migliaia di anime la penna a sfera, la biro, anche se è stata inventata nel 1938 e le prime le han vendute nel 1945) o uno sbavo intenzionale, perché nel 1953 la J non era una lettera tanto in voga, c'era della gente che non la conosceva, la J, e l'impiegato dell'epoca, nel dubbio, c'è il caso che avesse sbavato apposta.
Mia nonna, sua madre, gli aveva dato nome Jules perché leggeva i fotoromanzi su Grandhotel e nei fotoromanzi di Grandhotel c'era questo Jules che era un gran figo. Mio nonno, quando è corso all'anagrafe per registrare suo figlio, su un bigliettino aveva scritto Jules copiandolo da un Grandhotel con una calligrafia tremolante per l'emozione e non s'immaginava, forse, che Jules si dovesse leggere alla francese. All'impiegato dell'anagrafe avrà detto "iules", poi gli avrà fatto vedere il bigliettino e l'impiegato, nel dubbio, ha compilato la scheda, forse apposta, con lo sbavo.
Mio padre fino ai quarant'anni, più o meno, si firmava con una I che sembrava una J, ed era contento così. Faceva un più bel ricciolo sotto la I, una cosa quasi artistica, una felicità ogni volta che doveva firmare un assegno o un voto sul mio diario o una giustificazione per la scuola o una nota. E io lo guardavo sempre con ammirazione, ogni volta che firmava. Gli dicevo: Babbo ma che bella firma, ma che bel nome.
Solo che a quarant'anni, più o meno, gli è arrivata una lettera dallo Stato. C'era da decidersi, da chiudere la questione, perché lassù, nello Stato, non erano mica sicuri che fossero arrivate tutte le bollette. Gli han detto: Sig. Iules, o Jules, si decida, le mandiamo un modulo da compilare e lei sceglie il suo nome una volta per tutte, noi le inviamo dei documenti nuovi di zecca e aggiorniamo tutte le sue pratiche; però si decida, ché qua non ci capiamo niente. Allora mio padre è stato una settimana col mento appoggiato sul pugno, seduto al tavolo della cucina, a decidere come chiamarsi da lì in poi.
Una mattina, senza dir niente a nessuno, si è alzato presto ed è andato a spedire il modulo. Quando è tornato a casa si è fatto un caffè, e quando ci siamo svegliati, io e mia sorella, ci ha detto: Ragazzi, ho una notizia, mi chiamo Iules con la I.
Ho sempre pensato che decidere il proprio nome a quarant'anni, più o meno, è una cosa giusta. Fosse per me, scriverei, voterei e approverei una legge per la quale ognuno, a quarant'anni, più o meno, o anche prima, se vuole, può scrivere una lettera allo Stato dove dice che nel pieno delle proprie facoltà mentali ha preso la decisione fortemente ragionata di cambiare nome. E anche il cognome, se ha voglia. Poi, ovviamente, se a uno invece gli piace il nome che porta, quello che gli han dato alla nascita, lo può anche tenere. Sarebbe una specie battesimo laico, scegliere coscientemente il proprio nome. Una cosa matura per una persona e, mi vien da pensare, anche per uno Stato. Io, per esempio, non avrei dubbi. Io, lo so, se potessi, da domani mi chiamerei John Laser.
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Ricicciamenti non è una nuova rubrica. Ricicciamenti è un prodotto della crisi delle idee. Nei ricicciamenti si prende un vecchio post di Barabba e lo si riciccia, cioè lo si riscrive o lo si mette a posto e lo si ripubblica. Magari in un'occasione speciale come questa, ché ieri mio padre, Iules Manicardi, con la I, ha compiuto sessant'anni.
giovedì 20 dicembre 2012
È l'inizio della fine (speciale)
Tipo, oggi, venti dicembre duemiladodici, è il giorno del completamento del trentatreesimo (33esimo!) giro intorno al Sole del vostro socio barabbista tecnovillano preferito, il dottor Carlo Dulinizo, del quale agevoliamo un pregevole contributo fotografico. Auguràtelo.
mercoledì 5 dicembre 2012
Vediamo come va a finire
Il 5 dicembre del 2011 avevo scritto un post che si chiamava "Andare avanti" dove si diceva che il 5 dicembre 2010 avevo scritto un post che si chiamava "Cammina cammina" dove si diceva che il 5 dicembre del 2009 avevo scritto un post che si chiamava "Alzati e cammina" dove si diceva che dovevo riaprire il blog per farci delle cose.
Ecco, poi di cose ne abbiam fatte davvero tante: dei libri elettrici, dei reading, dei discorsi, delle bevute. E oggi è una specie di terzo compleanno della resurrezione di Barabba.
Alzare, ci siamo alzàti; camminare, abbiamo camminato; andare avanti, siamo andati avanti; e adesso, mah, vediamo come va a finire.
Intanto, grazie a voi.
E tanti auguri a noi.
Ecco, poi di cose ne abbiam fatte davvero tante: dei libri elettrici, dei reading, dei discorsi, delle bevute. E oggi è una specie di terzo compleanno della resurrezione di Barabba.
Alzare, ci siamo alzàti; camminare, abbiamo camminato; andare avanti, siamo andati avanti; e adesso, mah, vediamo come va a finire.
Intanto, grazie a voi.
E tanti auguri a noi.
venerdì 17 agosto 2012
Venerdì 17
Lo sappiamo, è tardi per dirvelo, è tardi per fare qualsiasi cosa, è tardi per fare le cose fatte bene, a parte forse una piccola lettura privata, un piccolo rituale per se stessi o per pochi intimi, dove siete, dove sarete, dove andrete entro la mezzanotte di stasera. Chi non è ancora su spiagge, baite, agriturismi, città d'arte, laghi, ruscelli e fiumiciattoli sarà avvantaggiato nell'esecuzione rituale.
Perché questa sera è un Venerdì 17 e, come ogni festività comandata, sarebbe cosa buona e giusta scorrere le tante sfighe che abbiamo qui radunato sotto l'azzeccato titolo di Cronache di una sorte annunciata, sceglierne una, a caso o scientemente (d'altronde si dice spesso che la fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo), e leggerla, per sé, per gli altri, per tutti, perché la sfiga è davvero il grande principio egalitario del mondo, che ci accomuna tutti, i belli e i brutti, i grassi e gli asciutti, i riccastri e i farabutti (ora smetto).
Se proprio non potete compiere la catarsi tramite lettura, pigliatevi l'ostia audiovisiva del mitico Paolo Rossi su Evaristo Beccalossi e ancora una volta Accettate la Sfiga.
Perché questa sera è un Venerdì 17 e, come ogni festività comandata, sarebbe cosa buona e giusta scorrere le tante sfighe che abbiamo qui radunato sotto l'azzeccato titolo di Cronache di una sorte annunciata, sceglierne una, a caso o scientemente (d'altronde si dice spesso che la fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo), e leggerla, per sé, per gli altri, per tutti, perché la sfiga è davvero il grande principio egalitario del mondo, che ci accomuna tutti, i belli e i brutti, i grassi e gli asciutti, i riccastri e i farabutti (ora smetto).
Se proprio non potete compiere la catarsi tramite lettura, pigliatevi l'ostia audiovisiva del mitico Paolo Rossi su Evaristo Beccalossi e ancora una volta Accettate la Sfiga.
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