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giovedì 5 luglio 2012

Generi di prima necessità

L'altro giorno abbiamo smontato e caricato e spostato letti e armadi dalla casa inagibile dei nonni, poi abbiamo chiuso a chiave per sempre la porta. Ma prima di farlo, prima di girare per l’ultima volta la chiave nella toppa, col cuore che piangeva, io e mio padre siamo andati nel solaio tutto crepato e abbiamo tirato fuori la macchina da cucire della nonna. Quando gliel’abbiamo portata, forse per la prima volta da tantissimo tempo, ho visto gli occhi di mia nonna inumidirsi. Ha sorriso e ha detto «oh, là, questa è proprio la mia». È una vecchia CASER fissata su un tavolino di legno tarlato, con la pedaliera in metallo, che forse è di ghisa, secondo me. L’ha comprata nel ’53 già usata.

«Non l’ho proprio comprata» dice mia nonna dopo qualche minuto di silenzio e contemplazione, «l’avevo vista da una signora, mi piaceva, l’ho scambiata con un una cassetta di mele.»

Dopo, mia sorella ha scritto una cosa su facebook. Una cosa che fa così:
Poi ti ritrovi a svuotare e smontare completamente la camera dei nonni, perché lì, nella loro casina che per loro era come un castello, per niente moderna ma tenuta con tanto amore, piena di ricordi e di abitudini… ahimè, non ci potranno più vivere. Guardo negli occhi la nonna che, per non pensarci, sta a casa mia a cucinare qualsiasi cosa gli sta passando per la testa e poi guardo negli occhi il nonno, che invece è là a guardare il figlio e i nipoti che smontano e caricano sul furgone un pezzo della sua vita. Entro in casa e prendo una M&M’s (che adora), gliela porto, la mangia ma è arrabbiato, il cuore è spezzato. Li vedo, sono abbattuti, delusi, arrabbiati con un nemico invisibile che in pochi secondi (un po’ per volta) gli ha portato via tutto ciò che con fatica e sudore si erano costruiti per poter vivere una vecchiaia serena. Li vedo così, con reazioni diverse, ma entrambi seri e in silenzio. Cercano di farsene una ragione, che in realtà non si faranno mai. Cercano di non far vedere troppo la sofferenza che stanno provando, ma che negli occhi si vede comunque, solo per non far stare peggio noi che gli siamo vicini.

Ci penso e l’unica cosa che mi viene da fare è piangere, ma non mi faccio vedere.

Io, come mio fratello, in quella casa ci sono cresciuta. Se non tutti i giorni, al massimo ogni due giorni, andavo là per fare due risate e soprattutto per fargli fare due risate. Dopo sì che erano felici, dopo sì che anche io ero felice sapendo di averli resi felici.
Da oggi non potrò più dire “vado dai nonni”; da oggi non potrò più fare arrabbiare la nonna presentandomi all’ultimo secondo a casa sua per pranzo o per cena, senza averla avvisata almeno qualche ora prima; da oggi non potrò più andare là e dire “dai nonno, vieni con me! – e lui perplesso: ma indua? – Nonno non preoccuparti, andiamo!” e anche se un po’ nervoso per non averlo avvisato prima, veniva sempre.

Ci ripenso e l’unica cosa che mi viene da fare è piangere, ma non mi faccio vedere.
Ecco, io adesso giro sempre col cane al guinzaglio e una borsina con dentro il computer, il caricabatterie del cellulare, la carta di credito e due o tre libri, anche se è un periodo che leggere è fatica. Son fatto così.

Mio suocero, Gianfranco, che non è mai uscito dalla sua casa piena di crepe, nella zona rossa di Carpi, che non c'è stato proprio verso di farlo uscire, anche se ci abbiam provato, ma niente, quando gli abbiamo chiesto cosa gli serviva, ci ha detto: sigarette e Lambrusco. E noi glieli abbiamo portati. «Siete la mia protezione civile», ci ha detto. È fatto così.

Mia nonna, Ada, sfollata in un camper davanti a casa dei miei, a Novi di Modena, quando siamo andati a recuperare le sue cose col carriolino e lei ha iniziato a capire che forse non sarebbe mai più rientrata nel posto in cui ha abitato per almeno cinquant’anni, ecco, le prime cose che ci ha fatto portar fuori, prima ancora dei vestiti e dei giabanini di valore, sono state: il casco per la permanente (perché le signore son signore in ogni situazione), l’asse per la sfoglia (perché «tua madre ha un tavolo che non va mica bene»), due o tre mattarelli e farina e uova (perché anche se casca il mondo bisogna fare delle torte). È fatta così.

Ed è proprio vero, mi vien da pensare, quello che diceva un mio amico cantautore un paio di giorni dopo la prima scossa del 20 maggio, e cioè che «l’unica cosa positiva di un disastro è che ti fa riconsiderare le priorità, e non so se sia il karma, lo ying e lo yang o chissà che cosa, però è indubbio che ti rimette a posto il cervello per quel che vale la pena di avere e vivere. Poi, piano piano, ti scordi tutto e ritorni un cretino. Chissà quale delle due è la nostra vera indole.» Siam fatti così.

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Questa cosa qui, che è il montaggio di un paio di post che avevo scritto dopo il terremoto (anche se "dopo" non è corretto, che era un periodo, ma l'abbiam capito dopo, che eravamo ancora "durante" il terremoto) sul mio blog personale, l'abbiamo letta al Concertone della Guazza, a Novi di Modena, e forse la leggiamo ancora il 25 luglio a Novellara, in provincia di Reggio Emilia, insieme al Coro delle Mondine di Novi di Modena, in una serata di raccolta fondi per la ricostruzione del Cinema Lux di Rovereto sul Secchia, frazione di Novi di Modena. Ma poi ve lo diciamo meglio.

mercoledì 9 febbraio 2011

Felice

Prima ho letto un passo del nuovo libro di Paolo Nori che si chiama La matematica è scolpita nel granito, era un passo che mi ha fatto pensare, diceva circa così:
"Ho ripensato poi all’idea che ti avevo accennato, una raccolta di racconti di scrittori emiliani. Il titolo, Allegri e disperati, significa nella mia testa un ragionamento che è cominciato da una frase di Gogol’. Nella mia testa c’è questa frase di Gogol’ che gira e dice più o meno Non avete provato anche voi quella sensazione di quando finisce la festa, che vi sembra che vi si stacchi la pelle di dosso? Questa sensazione di cui parla Gogol’, che la pelle ti si stacca di dosso dopo la festa, è secondo me tipica della nostra terra, dove il carattere gioviale della gente convive con una discrezione che impedisce di manifestare in pubblico i propri sentimenti e i propri affetti. Allora il momento della disperazione è un momento solitario. Non ci sono, da noi, e non potrebbero esserci, scrivevo, quelle donne che in Sicilia sono pagate per piangere ai funerali. Noi affrontiamo il mondo come se fossimo tutti d’un pezzo, con una dignità e una coerenza che ci hanno insegnato che vanno bene. E quando crolliamo, che crolliamo, crolliamo da soli, dentro le stanze. E uno che viene da fuori non lo direbbe mai, a vederci che teniamo su una compagnia di trenta persone e beviamo lambrusco e diciamo cazzate, non lo direbbe mai che diamo i pugni al muro, quando torniamo a casa."
E allora mi è venuto in mente che noi emiliani, quando andiamo ai funerali, a parte la prima fila dei parenti strettissimi, tipo la moglie e i figli se muore il marito, o i genitori se muore un figlio, a parte la prima fila non piange mai nessuno. E i funerali, da noi emiliani, son pieni di gente che ride, che si racconta le cose e soprattutto si racconta delle cose divertenti mentre si va insieme al cimitero dietro a una cassa da morto, anche se poi lo sai che son tutti lì che stanno abbastanza male, chi più chi meno, ma tutti almeno un pochino, per quello che è morto. E davvero dev'essere proprio così, come dice Nori, che uno che viene da fuori non lo direbbe mai, a vederci, non lo direbbe mai che diamo i pugni al muro, quando torniamo a casa.

Questa cosa si nota ancor di più quando l'ordine naturale del nostro cervello viene sconvolto. Per esempio, conosco un vecchio che si chiama Felice, che gira sempre avanti e indietro per la via dove abito adesso, gli son venuti due ictus e lui, dopo i due ictus, ha perso l'uso della parola. Si vede che il suo cervello, però, si è incantato sull'unica cosa che il cervello di un emiliano tratta come una funzione primaria e involontaria, primordiale, come respirare, battere le ciglia e far battere il cuore, e questa cosa sono le bestemmie.

E se lo incontri, Felice, mentre gira avanti e indietro per la via dove abito adesso, lui ti sorride e ti fa ciao con la mano. Allora rispondi e gli dici Ciao Felice, come andiamo oggi? Lui sorride ancora, fa su e giù con la testa e fa dei gesti come a dire Ma bene, dai, oggi non c'è male. E invece ti dice Diocane.

lunedì 13 settembre 2010

Primo giorno di scuola e manici di scopa

Il primo giorno di scuola in quarta elementare, me lo ricordo bene, mi son seduto al banco e ho cominciato a chiacchierare con Gabriele, lì di fianco, e c’era questa discussione infinita su chi dovesse fare Michelangelo e chi Donatello – stiam parlando delle Tartarughe Ninja, per capirci.

Io ero stato Michelangelo tutta l’estate, e mi ero fabbricato un paio di nunchaku con due pezzetti di legno, una corda e dei chiodini. Li usavo spesso al pomeriggio, quasi tutti i giorni, al parco con Gabriele, che invece era Donatello e aveva un bastone bō abbastanza brutto fatto col manico di una scopa svitato dalla scopa. Me li aveva invidiati tutta l’estate, i miei nunchaku, tanto erano belli.

Quel primo giorno di scuola in quarta elementare, però, me lo ricordo bene, la questione era che la Marcella, la biondina più carina della classe, che aveva il banco davanti al nostro, a un certo punto si era girata e ci aveva detto Vengo anch’io a giocare con voi, oggi pomeriggio, faccio April. A noi questa cosa ci mandava in tilt: April, ci risultava, nel cartone stava con Donatello e Donatello era Gabrilele, e a Gabriele piaceva la Marcella, e anche a me piaceva la Marcella, però io ero Michelangelo. Un bel casino.

Siamo rimasti seduti al banco a contrattare anche per la ricreazione, stavamo addirittura rischiando una nota, così, appena tornati dalle vacanze. Mi toccava usare l’unica moneta di scambio che avevo per diventare Donatello, che nel cartone non era simpatico come Michelangelo, e all’inizio avevo pure fatto il diavolo per essere Michelangelo, perché tutti volevano essere Michelangelo, all’inizio, e invece l’avevo spuntata io. Ma adesso era diverso, adesso bisognava fare Donatello per stare con April, la Marcella, solo che Donatello era Gabriele. E insomma, sul piatto ho messo i miei nunchaku.

Quel primo giorno di scuola in quarta elementare, mi ricordo bene, a un certo punto ho messo la mano sul grembiulino di Gabriele e gli ho detto Dammi pure il tuo manico di scopa. È un bastone bō, mi ha risposto lui. È un manico di scopa, gli ho detto, ti do i miei nunchaku e faccio Donatello, tu fai Michelangelo, io sto con la Marcella e tu ti tieni i miei bellissimi nunchaku, te li regalo: o così o niente. Ok, ha risposto Gabriele.

Così al pomeriggio abbiamo fatto lo scambio, e mi piangeva il cuore, ma in fondo ero contento perché diventavo Donatello e stavo con April.

Solo che al parco, dopo il primo giorno di scuola in quarta elementare, ahimè, mi ricordo bene, April, la Marcella, non è mica mai venuta. Abbiamo aspettato un bel po’, ma niente. Eravamo lì, io e Gabriele, lui a fare Michelangelo coi suoi nunchaku fichissimi, io Donatello, imbronciato, appoggiato a un manico di scopa che mi faceva anche un po’ schifo. Lui roteava quei meravigliosi bastoncini collegati dalla cordicella fissata sui chiodini e saltellava, e io, secondo me, se non ricordo male, l’ho mandato a cagare.

Quella sera decisi di smettere di giocarci e pure di guardarlo, il cartone, per la rabbia e per il nervoso e la delusione e i nunchaku e l’amore perduto. Metti che poi April si fidanza con Michelangelo, ho pensato, metti che molla lì Donatello e sposa Michelangelo, non ci voglio neanche pensare, pensavo.

Il secondo giorno di scuola in quarta elementare, mi ricordo bene, dopo la ricreazione vedo che sotto il banco, nello scomparto di lamiera che noi chiamavamo “sottobanco”, ci sono i miei nunchaku. Mi giro verso Gabriele e lo vedo che mi sorride con uno di quei sorrisi dell’amicizia che non so spiegare, ma ci siamo capiti. Sotto i nunchaku c’era un bigliettino. Quando l’ho aperto mi veniva quasi da piangere, ma non potevo, perché ero un maschietto e c’erano delle regole da rispettare. C’era scritto: Cowabunga!

Ti riporto il tuo bastone bō, ho detto subito a Gabriele.
No, dai, mi ha risposto, è un manico di scopa. Ne faccio un altro.

martedì 13 luglio 2010

Funhouse

Gli anni '80 erano una merda ma non sono mai del tutto passati. Anche quando passarono. Era il 1990, avevo 18 anni e Funhouse nelle orecchie in una cassetta CHIARA della sony da 74 minuti o 80. Registrato su entrambi i lati. Avevo una camicia di flanella nera, una maglietta della Stone Island fatta con della stoffa fallata comprata a poco e con la tagliaecuci di mia zia, quindi senza colletto e larghissima. Un basco fatto con gli avanzi di stoffa di altre maglie sempre da mia zia, due orecchini fatti con delle clip da tener fermo i fogli raggomitolate (5 per orecchio), i capelli lunghissimi, pesavo 103 Kg e fumavo un pacchetto di Marlboro rosse al giorno. Andavo in stazione delle corriere a Modena e tutti mi guardavano male. Ero davvero una merda. Sinceramente meraviglioso.

mercoledì 7 luglio 2010

Le greciate: in prosa

L'altro giorno, mentre prenotavo il traghetto da Ancona a Igoumenitsa, pensa te che nome, mi è venuto in mente che alle elementari la maestra Mila, che era una di quelle maestre a cui rimani grato per tutta la vita per le cose che ti ha detto e i posti che ti ha fatto vedere e gli insegnamenti preziosi e l'umana umanità dei modi e tutto il resto, insomma, la maestra Mila ci aveva fatto leggere tutta l'Odissea di Odisseo, così si chiamava il protagonista, in prosa, ce la faceva sottolineare e ogni giorno, la sera, a casa, dovevamo illustrare il capitolo che avevamo letto in classe, a turno, ad alta voce, perché la maestra Mila era fatta così, ci coinvolgeva e ci sconvolgeva, come quando avevamo fatto la stessa cosa con Pinocchio; e l'Odissea di Odisseo, si chiamava così il protagonista, mi è rimasta dentro per tutta la vita, tanto che poi, da grande, quando me la son letta in versi, non ero mica tanto convinto che quella fosse la storia che avevo illustrato alle elementari, e mi è venuto in mente l'altro giorno, mentre prenotavo il traghetto da Ancona a Igoumenitsa, pensa te che nome, mi è venuto in mente che la storia era la stessa, c'erano le stesse cose, lo stesso viaggio, le stesse creature, le stesse ninfe, gli stessi Proci, lo stesso cane, lo stesso figlio, la stessa moglie, la stessa tela, lo stesso ciclope, la stessa nutrice, la stessa cicatrice, le stesse sirene, gli stessi maiali, insomma, lo stesso tutto, ma c'era questa cosa che non riuscivo proprio a capire, perché nell'Odissea di Odisseo, quella in prosa, quella della maestra Mila alle elementari, c'era Odisseo. E adesso chi cazzo era Ulisse?

sabato 3 luglio 2010

Le greciate: Primo primissimo

L'altro giorno, mentre prenotavo il traghetto da Ancona a Ηγουμενίτσα, pensa te che nome, mi è venuto in mente il primo primissimo libro della mia vita, primo nel senso del primissimo libro che mi son preso da solo, in biblioteca, a Novi di Modena, avrò avuto sette o otto anni, era estate e non sapevamo dove andare, io e mio nonno, con quel caldo afoso che scioglieva il gelato prima che la lingua potesse leccarlo, e lui, mio nonno, mi ha detto Andiamo in biblioteca, che c'è fresco, là, e c'è la Guidetta che fa la bibliotecaria, te la ricordi, la Guidetta?, era la tua maestra alla scuola materna, e io Sì, nonno, andiamo dalla Guidetta, al fresco; e siamo andati là, in biblioteca, tra i libri, mi son perso per gli scaffali, intanto che mio nonno parlava con la Guidetta, e giravo per le stanze fresche e a un certo punto l'ho trovato, o lui ha trovato me, e mi è venuto in mente l'altro giorno, mentre prenotavo il traghetto da Ancona a Ηγουμενίτσα, pensa te che nome, mi è venuto in mente che era il primo primissimo libro della mia vita, quello che mi son preso da solo, in biblioteca, a Novi di Modena, quel giorno là d'estate col nonno e la Guidetta al fresco, si chiamava “Dei e eroi dell'antica Grecia”. Era bellissimo.

mercoledì 16 giugno 2010

Vuvuzela

Erano i giorni migliori della peggiore scuola italiana: le medie. Eravamo lì, seduti, giovani, svogliati, tutto il giorno; il professore… no, l’intero corpo insegnante era il nemico. Ma più di tutti, il nemico era la prof di Storia, quella che sembrava la chioccia del Robin Hood di Walt Disney, quella che ci divideva in gruppi per fare degli esempi sulla vita degli antichi romani e diceva Tu, Paolo, fai il patrizio, e tu, Alberto, fai il plebeo, e tu, invece, Marco, fai il servo della gleba. Stronza.

Bisognava rompere l’ordine costituito, ribellarsi, mandare a monte la lezione a ogni costo, a costo della nota sul registro. Si doveva radunare un manipolo di ribelli dagli ultimi banchi, spostarli al centro dell’aula, alcuni, e ai quattro lati della formazione, gli altri.

Allora cominciava qualcuno, con si bemolle dal centro, faceva: mmmmmmmh con la bocca chiusa, con la gola. Attaccava subito il vicino di banco: mmmmmmmh, sempre con la bocca chiusa, mmmmmmmh, con la gola. Poi tutto il manipolo centrale era mmmmmmmh e a quel punto i quattro lati si univano al coro: mmmmmmmh con la bocca chiusa anche loro, mmmmmmmh con la gola dagli angoli della classe.

Finché eravamo quasi tutti a fare mmmmmmmh con le bocche chiuse, con le gole, mmmmmmmh anche chi non era tra i prescelti per la rivoluzione, ma si faceva prendere dall’euforia ribelle del momento; mmmmmmmh e si rischiava di mandare in risonanza i vetri e il pavimento, mmmmmmmh e quella chioccia della prof di Storia, l’ordine costituito, non poteva mica farci la nota sul registro, non a tutti, non alla classe intera, mmmmmmmh era difficile, a regime, individuare il colpevole: tutti lì con la bocca chiusa, mmmmmmmh anche chi, ed erano pochi, non faceva mmmmmmmh con la gola, per la paura.

E niente, l’altro ieri accendo il televisore, guardo quei matti correre da una parte all’altra del campo verde, dietro una palla, poi ascolto meglio e lo sento, sento un si bemolle costante, esulto, madeleine!, rido, mi unisco al coro. Faccio mmmmmmmh sul letto, con la bocca chiusa, mmmmmmmh con la gola.

La signora mi chiede se sono diventato matto. No, le rispondo, mi sto ribellando. Mi sto ribellando all’ordine costituito. Stronzi.

mercoledì 14 aprile 2010

La prima volta

La prima volta che mi son trovato di fronte alle meccaniche sessuali avrò avuto otto o nove anni e ho imparato un verbo nuovo e dei nomi strani. Paolo, per la ricreazione, mi dice che dobbiamo vederci ai campetti, nel pomeriggio. Dal prete? gli domando. No, risponde Paolo, dal prete non possiamo, secondo me, andiamo ai campetti della polisportiva.

Erano tempi che un bambino di otto o nove anni lo lasciavano andare in giro randagio per le strade, con la bici – una bellissima bmx bianca che un anno dopo un bastardo mi ha rubato – su e giù per il paese senza problemi, bastava tornare a casa prima della mamma dal lavoro e tutto andava bene. Allora inforco il mio bolide e raggiungo Paolo al campetto.

Me l'hanno buttato in giardino dalla statale, mi dice Paolo mentre tira fuori dallo zainetto una rivista patinata e colorata come il Grandhotel della nonna, ma con delle persone nude. La sfogliamo tutta, in silenzio. Ci guardiamo e non ridiamo. Ripartiamo dalla prima pagina e la sfogliamo ancora tutta, in silenzio. Ci guardiamo e siamo perplessi.

Quella era la prima volta che vedevo una vagina, aperta, intendo, quella della mamma sotto la doccia non vale. Mi è sembrata brutta, subito, ma profumata, non so perché. Poi c'era quella specie di fotoromanzo, come il Grandhotel della nonna ma coi corpi nudi. C'era quella frase, me la ricordo come se fosse ieri, che diceva: Yvonne avviluppa la sua lingua sulla fava di Yves.

La prima volta che mi son trovato di fronte alle meccaniche sessuali, a otto o nove anni – poi le questioni logistiche, filosofiche, sentimentali e comportamentali sarebbero arrivate dopo, ora c'era solo la meccanica nuda e cruda, cosa si mette dove e cosa si fa come – la prima volta che ho avuto a che fare con la meccanica del sesso ho imparato un verbo nuovo, avviluppare, e dei nomi strani, Yvonne e Yves.

Mica male, come inizio.

(queste cose mi sono ripiombate in testa per via di quel saggio grand'uomo dello splendido quarantenne e quel mattacchione dello Sba. Allora le ho scritte. Scusate se ho turbato la sensibilità di qualcuno.)

martedì 16 febbraio 2010

Il mangiagatti

Lo zio di mio nonno non l’ho mai conosciuto. Ora come ora non saprei nemmeno dire quale fosse il suo nome, ma so che era il fratello di mia bisnonna, quella Galavotti Angiolina, cognome e nome, detta Bionda detta Scelba, della quale abbiam già parlato qualche tempo fa. Lo zio di mio nonno lo chiamavano Al Màgnagàt, il mangiagatti, e non era una gran bella persona, era un sadico.

A quel tempo, prima e durante la guerra, non è che fosse così insolito mangiare i gatti. Al Màgnagàt però non si limitava al pasto, lui era un sadico. Li prendeva e li bolliva vivi. Ci toglieva magari la pelle che loro erano ancora in vita e poi li lasciava correre per casa, e alla fine li buttava nella pignatta bollente così come capitava. Mia bisnonna, la Bionda, gli diceva sempre Te sé c’at faré ‘na bruta fein, cajoun (Te sì che farai una brutta fine, coglione).

Al Màgnagàt non gliene fregava niente di quello che gli dicevano, era un sadico. Gli piaceva ogni tanto prendere un topino e scuoiarlo dal collo in giù. E il topino dolorante si dibatteva senza pelle nel corpo, rimaneva solo un po’ di pellicina sulla testa a mo’ di criniera. E infatti Al Màgnagàt metteva il topino sul tavolo e diceva Biònda, veh chè, veh che bel liunsein (Bionda, guarda qua, guarda che bel leoncino). E mia bisnonna, la Bionda, esausta gli gridava sempre Guerda c’at faré ‘na brota fein, te, cajoun d’un cajoun (Guarda che farai una brutta fine, te, coglione d’un coglione).

Lo zio di mio nonno, Al Màgnagàt, l’han mandato in Jugoslavia a combattere. Solo che sul finire della guerra gli jugoslavi non volevano un granché bene agli italiani, erano anche un po’ dei sadici. Così lo zio di mio nonno, il mangiagatti, stava morendo di fame e di freddo da solo in mezzo alla Jugoslavia. E mi hanno raccontato che ha tagliato in due la pancia del suo cavallo per scaldarcisi dentro, come Luke Skywalker sul pianeta Hoth, solo che il cavallo era anche lui denutrito e talmente malato che non serviva nemmeno più per quello scopo. Allora lui, a piedi, bussava di porta in porta chiedendo un po’ d’acqua, magari del cibo, ma niente, gli jugoslavi con gli italiani ce l’avevano proprio a morte, eran dei sadici.

Lo zio di mio nonno, Al Màgnagàt, il mangiagatti, è morto di fame, così, da solo in mezzo alla Jugoslavia, non si sa neanche dove l’hanno sepolto. Quando mia bisnonna l’ha saputo, che gliel’avrà comunicato un appuntato dell’esercito o non so chi, quando l’ha saputo ha detto Ecco mo, al saijva me, al saijva c’al fèva na bruta fein, c’al cajoun d'un cajoun d'un cajoun (Ecco, lo sapevo io, lo sapevo che faceva una brutta fine, quel coglione d'un coglione d'un coglione). E non ha versato una lacrima.

venerdì 12 febbraio 2010

Le luci del quartiere

Sera. In automobile. Sto riaccompagnando mio fratello a casa dopo una giornata all'università.
Abitiamo in un quartiere di Carpi quasi residenziale e certamente gerontocratico: Cibeno.
Quando dal centro ci trasferimmo qui avevo 10 anni ed ero abituato a una via chiusa con 1 condominio, 9 case e 23 bambini. A Cibeno, nella mia via di 28 ville e villette a schiera, ho trovato una simpaticissima sedicenne (troppo grande per me) e un coetaneo invisibile alla fine della via che non ho mai visto. Le sue notizie mi giungevano dalla nonna o dalla mamma quando incontravano la mia. - Dovremmo farli giocare insieme, prima o poi... ma le mura delle villette sono mura di castello. Chissà dov'è andato a finire, non ricordo nemmeno come si chiamava...
Quando qualche anno dopo da ragazzini ci dividevamo il quartiere in territori tra due bande per scontrarci, eravamo talmente pochi e disseminati tra le vie che c'impiegavamo il pomeriggio a radunarci e quando era ora di fare a botte, ormai era buio e la cena era pronta.
Matteo: Hai visto? hanno cambiato le luci, prima erano bianche, ora son tutte arancioni.
Io: Hai ragione! sai che non mi ricordo quando l'han fatto?
Matteo: Boh, non lo so. Ma mi piacciono.
Io: Credo che centri qualcosa col risparmio energetico e tutte quelle storie lì. Non cambi migliaia di lampioni tutti in un colpo...
Matteo: Prima, con tutto quel bianco, si notava solo l'asfalto grigio, adesso il verde degli alberi è più forte, si vede di più.
Io: A me sembra di essere in un film noir anni '30. Tipo gangster, proibizionismo, fumo e mitragliatrici.
Matteo: Sarebbe bello se fosse tutto buio...
Io: Sei sicuro?
Nella mente mi si affollarono le classiche immagini di caos legate al buio nelle città: danneggiamenti, paura, saccheggi, impunità per i criminali, istinti nocivi che si risvegliano. Poi scacciai tutte queste immagini hollywoodiane, mi voltai un secondo. Mio fratello era sorridente, allegro ma serissimo. Allora ho capito.
L'umanità al buio dovrebbe dare il meglio di sé, senza il timore o la speranza di essere visti e riconosciuti.
Decisamente la prova del nove di ogni utopia.
Siamo pronti?

lunedì 8 febbraio 2010

Nero, il primo

Negli anni in cui cadeva il muro di Berlino, a Modena cominciavano a vedersi i primi marocchini veri e propri. Nel senso che venivano dal Marocco. Il Resto del Carlino lo aveva anche messo in un articolo "4 marocchini veri e propri" per segnalare che venivano dal Marocco. Perchè altrimenti venivano dal Sud, dalla "bassitalia" come si diceva in Emilia, che era al Nord perché ancora non c'era la Lega Nord. Noi facevamo sempre i cruciverba del Resto del Carlino. Li facevamo in bar e una volta Giulio Capelli vide scritto "Per alcuni danno la felicità", 5 lettere. Scrisse "CANNE" e lasciammo lì il resto del cruciverba, dopo aver riso un bel po'. Una volta una definizione del cruciverba del Carlino diceva "Polvere per il bucato" e aveva 6 lettere. Rimanemmo a pensare per un sacco di tempo. "Detersivo" non poteva essere e arrivammo a suggerire marche di detergenti piuttosto che riempire quelle 6 caselle. Non poteva essere... e invece risolvendo il resto arrivammo a vedere che "polvere per il bucato" era EROINA. Sempre il Carlino intitolò una volta "Un uomo e un marocchino uccisi a Bologna". Insomma, roba da far impallidire i manifesti delle truppe neonazi di Saja, e il tutto fatto senza malizia, con emiliana bonarietà.

Al Circolo 25 Aprile una sera si fece vivo un tipo piuttosto strano. Era NERO. Un NERO al quartiere Spada non si era mai visto. Non nel 1990. Magari di giorno, con le coperte in spalla e che suonava i campanelli. Ma di sera, un nero girare vestito normale non si era mai visto, non era neppure immaginabile. Gli avventori del bar si divisero subito in tre fazioni. A fianco di quelli che guardavano il fenomeno curiosamente ma tenendosi fuori da ogni possibile reazione, ci furono quelli che iniziarono a guardare allo straniero come nei film western si guarda agli stranieri (Ehi tu, straniero!) e quelli che iniziarono a guardarlo come se fosse entrata una rockstar, un qualcuno che avrebbe dato un po' di pepe alle loro miserevoli vite. Io facevo parte, manco a dirlo, di questi ultimi.

Andai dunque a scambiare quattro chiacchiere col. Si chiamava Hassan, veniva da Marrakech in Marocco e parlava un italiano di trenta vocaboli, più o meno. Lo straniero iniziò a conversare con me in francese e, stupito che qualcuno conoscesse una lingua che anch'egli potesse parlare fluentemente, scelse me come interlocutore privilegiato in tutta la compagnia, dove altre persone iniziarono a chiacchierare con lui facendosi raccontare la sua storia. Gli offrimmo da bere, incuranti che la sua legge coranica lo proibisse e lui d'altra parte bevve con gioia. Da lontano vedevamo gli sguardi in cagnesco di chi aveva fissato lo straniero con odio tipicamente razziale. Vedevamo gli sguardi e sentivamo i mugugni.

Lo straniero se ne andò a fine serata, ci salutammo con un "Au revoir" che lasciava intendere che aveva trovato un posto dove stare quando si sentiva solo. Tanto che qualche sera dopo lo straniero tornò e NON ERA SOLO, ma era con due suoi amici NERI COME LUI. Un nero al quartiere Spada ormai si era visto, ma TRE NERI MAI. E comunque non erano in tanti quelli che avevano visto un nero. TRE NERI mai. Li salutammo, parlammo un poco in francese e un poco in italiano, ci divertimmo parecchio tutta sera.

Un paio di sere dopo Hassan tornò al Circolo. Per il gruppo dei vecchi razzistoni era troppo da sopportare. Dopo 2 sere di mugugni partirono all'attacco. A guidare la cordata c'erano due individui che posso con sicurezza annoverare tra i più grandi fiaccamaroni della storia dell'umanità. Caliumi Ettore detto Calli, ancora oggi da me usato per antonomasia quando uno mi rompe i coglioni (Oh, ma chi sei? Caliumi Ettore?) L'altro, per ironia della sorte, era chiamato IL NEGRO. Ma pronunciato dicendo la E e la O velocissimamente, come se bruciassero.

I due individui cominciarono dicendo che Hassan doveva andare fuori. Noi chiedemmo perché e loro tirarono fuori il sempre valido argomento della tessera ARCI. Quotidianamente entravano personaggi che non facevano la tessera. Alcuni erano ormai stanziali e frequentavano il circolo 25 Aprile come avventori abituali, ma senza tessera. L'argomento però era valido, per cui io e altri quattro ragazzi ci guardammo negli occhi e scucimmo 2000 lire a testa per pagare la tessera al Signor Hassan. A quel punto il gruppo dei vecchioni, dei Caliumi Ettore, dei Negro (sempre pronunciato come se la E e la O scottassero) non aveva più un argomento.

Impreparati a una mossa del genere dissero dunque "NO, la deve pagare lui sennò non vale" come se quella fosse una maratona e il povero Hassan fosse il Dorando nazionale e noi il giudice che ne garantiva la squalifica davanti alla regina. Obbiettammo, ma loro insistettero come se la nostra obiezione avesse dato senso alla loro aberrante logica.

A quel punto, il sempre pratico Giulio Capelli chiuse il discorso. "Va bene, queste cose le ripetete davanti ai carabinieri" e chiamò Bowie, l'appellativo che davamo a Davide Bovi all'epoca gestore del Circolo, dicendogli che voleva un gettone del telefono (c'erano i gettoni, fatevi spiegare da un vecchio) per telefonare in caserma e segnalare un episodio di razzismo.

I tipi rimasero di sasso, davanti a tutti. Hassan venne altre volte al circolo, a volte portando degli amici. Che entravano tranquillamente. Senza tessera, tanto nessuno diceva niente.

E poi scoprimmo che il fratello del Negro (sempre pronunciato con la E e la O che scottavano) non odiava i neri. Anzi... ma questa è un'altra storia. La storia del vescovo. Che prima o poi racconterò.


(da un racconto di Tiziano Fiorveluti)

venerdì 5 febbraio 2010

Rivelazioni domestiche

Ecco, domani, tra poche ore, andrò a sentire cosa si dice su un libro che si chiama Silenzio in Emilia, in questo posto qui, e siccome lo so da qualche settimana che c'è questa conferenza e il libro l'ho letto all'inizio dell'anno, ultimamente mi ritrovo a guardare fuori dai finestrini, come a cercare di rubare un'immagine, un dettaglio nascosto, qualcosa. Questo di guardare fuori dai finestrini mentre guido è un bellissimo vizio che mi ha passato mio zio F. contadino (bis-zio in verità, fratello di mia nonna) che c'ha la terra, l'orto e la vite e dai 16 ai 20 anni l'ho aiutato in campagna durante la vendemmia. Prima di allora filavo dritto sul motorino, guai a distrarmi, la strada era l'unica certezza, gli ostacoli entravano nella mia visuale solo per essere superati, aggirati o (caso raro) insultati dopo frenata in extremis. Avevo anche caschi integrali delle dimensioni della zucca magica di Snoopy per la sempiterna tranquillità della madre apprensiva, cosa che certo non favoriva l'allargarsi dei miei orizzonti. Dicevo, mio zio contadino tutte le volte che si finiva la giornata e si riempivano le barchesse (termine tecnico per rimorchi piccoli in grado di passare sotto i filari della vite) di uva, mi tirava su sul trattore e mi portava a casa dove avremmo riempito il rimorchio grande (io) per poi andare alla cantina (lui). E non potete immaginare la goduria che si prova a salire su un rimorchio colmo straripante e rastrellare tutto perché l'uva non cada durante le sbandate. Perché mio zio è così: per lui muoversi nello spazio in un tempo breve non è sufficiente, ci si muove nello spazio in un tempo breve per osservare intorno il piccolo mondo intorno ai suoi campi. Guarda che bella vite a spalliera! Ma com'è venuto bene quel campo! Il canale è quasi secco, è meglio se vado a controllare il pozzo... Eh, qui Ettore ha sbagliato col concime, era meglio dello stallatico... Per mio zio questi tragitti a due metri d'altezza e alla velocità massima di 70 km/h sono una ricognizione quasi militaresca, una perlustrazione sul campo di battaglia ma l'incanto del mondo prende sempre il sopravvento e non riesco a contare le volte in cui abbiam rischiato di finire nei fossi o di andar dritti ad una curva perché lo zio si stupiva dei colori, della disposizione, delle luci, delle sfumature, delle parole non dette ma disegnate dal suo splendido mondo. Ora, questo vizio qui vien pure a me, quasi esclusivamente quando son solo e di notte, come i licantropi. Un vizio innocuo, o quasi, che però ti attanaglia verso il paesaggio e non ti molla più: butti l'occhio, decelleri, t'accosti, guardi, riparti, fai quattrocento metri e sei di nuovo meravigliato, ti sforzi di andare a casa alla veloce, è molto tardi e cominci a sentirti stanco, ma comunque sai che guarderai lo stesso, e magari senza fermarti, rischiando, controsterzando quando finisci di là dalla tua corsia e buttando rapide occhiate verso la direzione della strada. Lunedì sera, da due giorni era passata la luna piena, c'era la nebbia, come al solito, tornavo da Mirandola e il vizio m'ha riassalito. La nebbia era diversa, scintillante, rada, lasciava intuire le cose e le riempiva di luccichii. Tra Rovereto e San Marino ho intravisto, immerso nella neve, nascosto nel mezzo dei campi, inghirlandato dalla nebbia a lustrini, un pioppo coi rami alti verso la notte e ho capito: l'Emilia.

lunedì 1 febbraio 2010

La cosa più morale del mondo

(sottotitolo) Un amico sincero a volte fa male-malissimo

La Claudia Malavasi era una gran figa. Era una di quelle ragazze che ti ipnotizzavano, almeno a me. Io ne ero cottissimo. La Claudia Malavasi suonava il flauto. Faceva il conservatorio, non so a che anno fosse. Una volta l'avevano chiamata a far finta di suonare nella pubblicità dei Ferrero Rocher, quella dove un lui e una lei sono a teatro e si apre un sipario e c'è della gente che suona e parte la musica cogliona dei Ferrero Rocher. Era prima che Ambrogio si facesse sfruttare dalla riccona capitalista che aveva voglia di qualcosa di buono. La Claudia Malavasi credeva che i dischi di musica pop si registrassero dal vivo, come fanno le orchestre con la classica. Una cosa abbastanza ingenua per una musicista di circa 18/19 anni, ma la Claudia Malavasi era abbastanza ingenua, a volte. Il che non sminuiva il fatto che fosse una gran figa.

La Claudia Malavasi si mise con Buccia. Buccia in realtà si chiamava Marco Silvestri. Giocava a pallone con me, io ero terzino e lui ala. Era veramente forte e faceva un sacco di gol. Andavamo d'accordo, anche se lui era un fighino e io uno sfigato. Non so perché gli venne dato il nome Buccia, non so neanche cosa volesse dire. So solo che se lo chiamavano Buccia i grandi non diceva nulla, se lo chiamavamo Buccia io o gli altri, invece, si incazzava. Buccia aveva un amico del cuore che si chiamava Pietro Cavani. Pietro Cavani era stato in classe con me dalle elementari alle superiori dove le bocciature ci separarono. Pietro Cavani venne chiamato per qualche tempo "gene", non so se come abbreviativo di "genetica" o che. Poi un giorno si cominciò a chiamarlo "il Robboso" o “Robbo” e anche qui il motivo mi è ignoto visto che la droga era un affare decisamente ancora leggero dalle mie parti (sarebbe diventato pesante solo tempo dopo e non certo per lui).

Buccia era un ragazzo felice. Aveva una bella ragazza che lo amava, aveva tanti amici di cui uno preziosissimo. Poi un giorno si decise di andare in quella che si chiamava ancora Cecoslovacchia. Il muro di Berlino era appena caduto e si ironizzava sulle cecoslovacche, ponendo l'accento sulla parte bovina della nazionalità e chiamandole, con virile e codarda ironia, cecosloporche, cecoslozozze, cecoslotroie. Insomma, si andava a fare quello che oggi vien chiamato "turismo sessuale". Alcuni maschi negavano, ma si diceva avessero la coda di paglia. E si scherzava. Robbo scherzava poco sull'argomento. Lui non sarebbe andato a Praga. Ma scherzava poco e nessuno capiva perché. Nessuno se lo chiedeva, a dire il vero.

Comunque, Robbo scherzante o no, le ragazze dei partecipanti alla spedizione cecoslofiga venivano pungolate ogni giorno dai restanti membri (pardon) della compagnia del bar, con allusioni e battute sempre più grevi. Ognuna fingeva indifferenza oppure scommetteva con cieca fiducia sulla fedeltà del proprio ragazzo. Anche la Claudia Malavasi, a dire il vero, scherzava un bel po’ sull'argomento, ma lo faceva con simpatia e una buona dose di senso dell'umorismo.

Poco prima di partire però accadde una cosa strana. Robbo andò da Buccia, lo chiamò in un angolo e gli disse molto candidamente che, secondo lui, la Claudia Malavasi lo stava puntando. Insomma, gli fece capire che forse era il caso di dubitare della fedeltà della sua amata. Buccia ribatté che sicuramente l'amico suo si era fatto un'idea sbagliata e lo ringraziò dell'avvertimento. Robbo però non aveva ancora finito il suo discorso. Disse con Buccia che se la Claudia Malavasi ci avesse provato, lui ci sarebbe stato alla grande. Disse per la precisione che lui non avrebbe fatto nulla per incitarla, ma qualora lei ci avesse provato lui avrebbe fatto quello che ogni uomo avrebbe fatto con una gran bella figa.

Buccia si incazzò non poco. I due discussero animatamente e quella sera si lasciarono con una certa acrimonia. Il giorno seguente Buccia partiva per Praga. Si era appena dopo Natale, il 28 o il 29, una cosa così.

L'ultimo dell'anno, con quelli rimasti a casa, si andò tutti a cena da un amico. Poi a Bondeno di Suzzara, in provincia di Mantova. C'era una festa enorme, si diceva. Eravamo tutti ubriachi. Durante la spedizione a Bondeno di Suzzara, Robbo e la Claudia erano sul sedile posteriore della macchina di nonricordochi. La Claudia, che era una gran figa, quel giorno era in tiro particolare e ricordo che aveva una specie di boa di struzzo e un vestito luccicante che ne esaltava le forme e le tette, delle tette decisamente belle.

Narra la leggenda che disse al Robbo "Marco va con le cecoslovacche e io vado con gli italiani" prima di sprofondare con lui sul sedile posteriore. Non entrarono nel locale dove c'era la megafesta a Bondeno di Suzzara. Rimasero lì a fare quello che un uomo e una donna che si attraggono reciprocamente fanno, senza pudore.

Il giorno dopo qualcuno sapeva già del fattaccio, ma si pensò di non dire nulla o commentare. La faccenda rimase un segreto tra iniziati. Un paio di giorni e i partecipanti alla spedizione oltrecortina ritornarono. Robbo andò SUBITO da Buccia e gli raccontò, per filo e per segno, ogni cosa nei minimi dettagli. Buccia si incazzò non poco, si sentì tradito dalla sua donna e dal suo migliore amico.

Buccia e la Claudia Malavasi si mollarono. La Claudia Malavasi non si mise con Robbo, ma restò sola per un po’ e con la reputazione macchiata.

Tutta la compagnia diede del bastardo a Robbo per quello che aveva fatto. Solo io e mio fratello, ricordo bene questa cosa, dicemmo che Robbo era "un grande, forse il più grande di tutti". Robbo infatti ci disse poi che "tanto lei lo avrebbe fatto comunque o con me o con un altro". Nessuno capì l'estremo rigore morale alla base della sua decisione.

Robbo tempo dopo sparì dalla compagnia. Nessuno lo vide più. Lasciò in bar e in bottega dei conti da pagare enormi che saldò dopo mesi di sacrifici e ristrettezze.


(da un racconto di Tiziano Fiorveluti – storia vera, nomi inventati ma plausibili)

mercoledì 27 gennaio 2010

La spada, il fucile

Anni fa, ma davvero tanti anni fa, Carlo, in qualità di presidente della Polisportiva Spada nel quartiere Spada, andò dal prete per discutere la disponibilità del campo da calcio, voleva portarci i ragazzi della Polisportiva. La Polisportiva Spada aveva già un campo in cui giocare, ma ne serviva un altro, visto che l’utilizzo era condiviso anche da altre società sportive.

Al consiglio direttivo c’erano molti personaggi di chiesa, catuboni, come si diceva da quelle parti, gente che non voleva proprio dare il campo ai bambini perché nella Polisportiva Spada era pieno di comunisti, la Polisportiva Spada, dicevano, era una polisportiva comunista, piena di comunisti, tra cui Carlo.

Il prete, invece, quel prete che diceva sempre Quando andate al policlinico di Modena se passate dietro alla navata ci son dei cassonetti dai quali si sente piangere: sono i bambini, ce li buttano dentro visto che fanno gli aborti; quel prete lì, invece, in realtà era una persona ragionevole, e finì per dare la concessione per il campo anche contro il volere dei suoi parrocchiani catuboni, quelli che arricciavano il naso per via di tutti quei comunisti nella Polisportiva comunista Spada.

Durante la riunione, infatti, dopo l’intervento di qualche parrocchiano catubone del tipo Quelli no perché son comunisti e piuttosto il campo resta chiuso, e infatti il campo del prete era sempre vuoto per colpa dei parrocchiani catuboni, durante la riunione, dicevamo, dopo qualche intervento catubone Carlo si alzò in piedi e disse Fate come volete voi, ma ricordatevi che noi non abbiamo mai chiesto la tessera a nessuno, e stiam parlando anche dei vostri figli, visto che ci sono dentro anche i vostri figli nella Polisportiva Spada; e poi da noi, alla Polisportiva Spada, aggiunse Carlo, noi non si fa mai proselitismo e non si parla mica di politica, si gioca a calcio, noi, nella Polisportiva Spada. Così disse Carlo, col dito un po’ alzato come in un comizio.

E così dicendo si rivolse ai parrocchiani catuboni che sapeva avevano i figli che giocavano nella Polisportiva e disse Voi ditemi se quello che ho appena detto è vero oppure no. I parrocchiani catuboni dovettero annuire facendo sìssì con la testa, col naso sempre arricciato, e così il prete interruppe la riunione e disse a tutti che Carlo aveva ragione, disse La decisione e la responsabilità me le prendo io, mentre lei, Carlo, mi dica cosa devo fare e io il campo glielo apro, in cambio non voglio niente, solo che il campo sia curato e tenuto bene.

Usciti dalla riunione ci furono un sacco di mugugni e arricciamenti di nasi catuboni. E in particolare la Vladimira, la perpetua, che iniziò a gridare I comunisti son dei bastardi e cose così. Carlo, meravigliato da tutto quel livore, le domandò come mai lei pensasse che tutti i comunisti eran dei bastardi e cose così. La Vladimira lo guardò fisso negli occhi e rispose Perché mio marito è morto in Russia durante la ritirata, me l’hanno ammazzato i Russi, me l’hanno ammazzato i comunisti, perché son degli assassini, i comunisti, son dei bastardi e cose così.

Carlo le si avvicinò e disse pian piano Vladimira, mi scusi, posso farle una domanda un po’ indiscreta? Lei annuì. Carlo Fiorveluti allora, sempre pian piano, le domandò Ma non è che per caso suo marito è andato là col fucile in spalla?
La Vladimira si bloccò, non sapeva cosa rispondere. Carlo raddrizzo la schiena e fece un mezzo sorriso sornione. Poi, ancora pian piano, le disse No, perché sa, tante volte…

(trasposizione a memoria di un racconto orale di Tiziano Fiorveluti)

domenica 24 gennaio 2010

In orbita

Eravamo sicuri e strasicuri che il fratello calciatore del nostro amico Alessandro riusciva a mandare il pallone in orbita. Ce l’aveva detto Alessandro in persona, una persona piccola, durante la ricreazione, che non eravamo nemmeno tutti in classe insieme, ma avevamo i nonni nella stessa via e al pomeriggio, dopo la scuola, eravamo sempre fuori a fare qualcosa di strambo. Come quella volta che Federico ha preso un pesce gatto nella fossaraso e l’ha messo in una mastella che usava sua madre per raccogliere i panni. Noi siamo stati una settimana con le canne in giardino a cercare di pescarlo direttamente dalla mastella. Poi è morto, il pesce gatto, e non siamo mai più riusciti a pescarne un altro. O come quella volta che abbiamo fatto scoppiare una rana sulla riva del canale, e poi tutti a raccogliere i pezzi, volevamo ricostruirla con il nastro adesivo e non avevamo messo in conto i rimorsi negli anni a venire per una cosa che la sera stessa scopri che nessuno ride quando la racconti. Ma mandare il pallone in orbita, noi, una cosa così non l’avevamo mai vista. Era una roba da Holly e Benji, una roba da stare eccitati tutta la mattina per andare a vedere il fratello di Alessandro, al pomeriggio, che mandava il pallone in orbita. Non che sapessimo dove fosse esattamente, in orbita, ma ci sembrava una cosa molto, molto in alto, tipo nello spazio, vicino alla luna.

Alle tre del pomeriggio siamo nel cortile di Alessandro, col fiatone e l’eccitazione e Federico che era andato a cercare in orbita sul dizionario. Diceva che se un oggetto va in orbita poi comincia a girare intorno alla terra ma pian piano viene giù, è inevitabile, diceva, prima o poi stai sicuro che vien giù. Quando è arrivato il fratello di Alessandro – e Alessandro aveva un sorriso come se solo lui potesse averlo un fratello così – quando è arrivato, il fratello di Alessandro ha preso il pallone e senza dir niente gli ha dato un calcio della madonna. Il pallone andava sempre più in alto. Sempre più in alto fino a diventare un pallino e poi ancora in più alto, fino a scomparire sopra il tetto del palazzo di fianco. Noi davvero avevamo delle facce che facevano O senza rumore. Federico l’ho dovuto squassare un po’ perché sembrava paralizzato. Il fratello calciatore di Alessandro è tornato in casa ancora senza dir niente. E Alessandro, con un sorriso come se solo lui potesse averlo un fratello così, Alessandro ci ha detto Visto?

Poi il giorno dopo ci ha detto che il pallone era ritornato giù. Era un po’ più sgonfio ma era tornato giù. L’aveva trovato proprio Alessandro in persona, una persona piccola, lì in mezzo al cortile mentre andava a scuola. Federico, che voleva fare lo scienziato, ci ha detto che allora il pallone era andato in orbita davvero, perché se un oggetto va in orbita poi comincia a girare intorno alla terra ma pian piano viene giù, è inevitabile, diceva, prima o poi stai sicuro che vien giù.

martedì 19 gennaio 2010

Carpi, Illinois

Comunicazione di servizio pubblico e civile

Stamane la mia adorata donzella doveva prendere il treno per Bologna ed era lievemente in ritardo. Così, come si fa in questi casi quando c'è la possibilità, invece di andare dentro la stazione, attendere in una fila chilometrica che chi deve andare a Vladivostock o a Coccomaro riesca a comprendere l'astruso linguaggio che proviene al di là del plexiglas dai mastri-bigliettai, rifletta se è proprio necessario andare a trovare la suocera ammalata o il cugino latitante e si decida, invece di darsi a questo supplizio, quindi, la mia signorina opta per l'edicolante-tabaccaio, posto accanto alla stazione e come tale certamente non carente di clienti, soprattutto da quando, da qualche anno, è divenuto rivenditore autorizzato di biglietti a fascia chilometrica.
La calca in questi orari mattutini è grande ma l'edicola è talmente prurigginosa e, mi si conceda, da pipparoli che a volte non poteva mancare l'erotomane mattiniero che slumava le copertine di rivistine hard che circondano come un'icona russa l'edicolante.
Vorrei a questo punto specificare un particolare; l'edicola è gestita da tre soggetti: un anziano molto burbero e barbuto che se non fosse per l'assenza della proverbiale pipa da piccolo mi sembrava quello del tonno nostromo, e i suoi due figli trenta-quarantenni, uno molto riservato e con una ragguardevole collezione di foulard, da uomo beninteso, e l'altro pelato (pelato et rasato), bassino, con l'occhio lungo e la lingua ancora di più.
Quest'ultimo, stamane appunto, nella calca che può avere un'edicola-tabaccheria al mattino, che ha la benedizione di una biglietteria FFSS con personale che parla linguaggi da guerre stellari e una clientela di pendolari lavoratori e studenti sicuramente ben fornita, questo baldo edicolante, che apostrofa i passanti e sopratutto le passanti con appellativi informali da ggiovane simpaticone, mentre la mia signorina era in fila ha avuto il coraggio di dire, al ragazzo nero davanti alla mia signorina:
"Te ti faccio per ultimo perchè il colore della tua pelle è brutto!"
Naturalmente, nonostante lo shock, nessuno ha oltrepassato il turno del ragazzo, che molto civilmente, forse troppo, ha chiesto una ricarica e poi se n'è andato. Gli altri avventori erano ancora visibilmente sorpresi mentre la mia signorina era talmente furiosa da chiamarmi sul cellulare.
Ma credo che l'edicolante avesse ragione, è ora di fare una selezione, i beceri rincoglioniti da una parte e gli uomini dall'altra e stai pur sicuro, caro edicolante, che non sei nella seconda categoria...

p.s. Siete ovviamente tutti invitati al boicottaggio di codesto figuro

Il senso di Carlo per la nebbia

L'altra sera, tornando da Mirandola, c'era tanta nebbia che quando son salito su un piccolo cavalcavia mi sono accorto che l'avevo sceso solo davanti a un incrocio.

Ieri pomeriggio, cielo grigio su, asfalto grigio giù, mi sentivo in una bolla di vetro, immobile nel mio moto, e pensavo un po' anche ai Dik Dik...

Oggi a pranzo mia nonna ha detto che c'è una nebbia piccante e io le ho chiesto: "in che senso?" e lei: "che pizzica, sulla pelle..." Allora io avrei voluto chiederle se pizzicava come un peperoncino o un'ortica ma dovevo andare via. Così l'ho scoperto da solo. La nebbia, col cielo sereno e il sole, sembra un ghiacciolo al limone, un po' sciolto, che ti passa sulla pelle, e ti da quel bruciore lì.

Stasera tornando a casa da Modena ho acceso il riscaldamento per sbrinare i vetri e ho subito sentito un odore molto buono. Ho pensato ai fuochi che in questo periodo i potatori fanno con gli sfalci della vite, perché era un odore dolce e bruciato. Ripensandoci meglio era l'odore di frutti di bosco abrustoliti. Cosa ci faceva lì in quel pezzo di campagna tra Modena e Soliera, non lo so.

Stanotte ho rifatto il piccolo cavalcavia tornando da Mirandola e stavolta mi sono accorto di essere sceso ma poi la strada dopo m'è sembrata in salita, breve ma costante, per quasi un chilometro e comincio a chiedermi se devo tenere d'occhio la pendenza delle strade o del mio cervello. La nebbia era ancora lì, questa volta non era molto compatta, anzi. Bianchiccia, viscida, lattiginosa, una nebbia da film horror. Tornato a casa ho acceso la TV e ho visto Bettino Craxi. Volevo uscire di nuovo.

mercoledì 19 settembre 2007

Sapoeri forti per menti un po' scipite

In occasione del festivalfilosofia di Modena,Carpi e Sassuolo, alcuni barabbisti viventi in Carpi sono di buon grado andati a qualche lezione, in nome degli antichi lussi universitari. Il tempo (atmosferico), seguendo alla lettera le teorie di Murphy, è stato sempre sereno, soleggiato e rinfrescato da tiepide folate di vento fresco, a discapito dell’immenso tendone anti-grandine/fulmini/meteoriti/piaghe d’Egitto accampato in piazzale Re Astolfo. Un tendone così tipico e benaugurante da attirare la curiosità degl’ignavi (la nonna mi ha chiesto se era in programma la fiera del cipollotto oppure la sagra della zucca).

In ogni caso questi tre giorni, come ogni anno, hanno momentaneamente ma radicalmente modificato la popolazione che frequenta il centro storico; d’un tratto si parlava di ermeneutica e di Spinoza laddove si sentivano abitualmente elogi del doping e dell’evasione fiscale; ci si interrogava sull’ontologia, l’episteme e sul rapporto uomo-tecnica e non sul magnamagna dei politici e lo scandalo Ferrari-McLaren (quantunque un certo nesso col rapporto antropos-tekné, qui fosse plausibile). Ma più di tutto ha stupito profondamente i barabbisti lo scenario bucolico degli “alunni” placidamente distesi nei giardinetti dietro il teatro come in un celebre quadro di Manet, con somma onta del centro storico in attesa di shopping compulsivo. Riguardo alle lezioni, ancora oggi non abbiamo compreso la sicumera con cui Stefano Rodotà ha affibbiato del “gran reazionario” a Giuseppe Gioachino Belli e la timida vergognosità con cui Anthony Appiah ritiene che sia un dispiacere “parlare del crollo dell’impero romano qui in Italia” - all’estero ci ritengono ancora dei nostalgici di Roma Caput Mundi? -
Maurizio Ferraris invece ci ha mostrato un nuovo modo per guardare alla santità: “abbiamo capito che per diventare santi non servono le opere di bene, ora ci dicono che anche la fede non è necessaria, persino i laici possono assurgere a quella soglia…Ora, io sono ateo dall’età di 5 anni e da poco ho scoperto di esser stato credente più a lungo di Madre Teresa di Calcutta…”
Assodato che “la conoscenza è inseparabile dall’uso che se ne fa”, abbiamo molto apprezzato le nette eppure esaustive risposte di sapor schiettamente stoico e/o epicureo di Umberto Galimberti ed Emanuele Severino alle domande di qualcuno del pubblico che fin dai termini e dalle metafore scelte olezzava di sagrestia ed ansia di redenzione. A quanto pare “qualcuno” ha dichiarato guerra non solo al terrorismo islamico ma anche al libero pensiero umano…
Abbiamo inoltre appreso che persino le grandi menti, esperte nelle più complesse cogitazioni, come Sergio Moravia, hanno "435 quesiti ed inquietudini sul futuro partito democratico".

Infine, tanto per ridimensionare le sublimi vette del pensiero umano e ricordarci che la filosofia oggigiorno viene racchiusa in un festival, cioè in un evento sovversivo ma temporaneo, come il carnevale medievale, ed in quanto tale tollerato dalla grigia quotidianità che regna, chiudiamo queste considerazioni con due autentiche perle-domande, orgogliosamente poste come capofila di quelle che sono seguite nel dibattito, tratte dal pubblico sempre attento e desideroso d’interloquire con i portatori di saggezza:
1- (rivolta ad Umberto Galimberti): “Le volevo chiedere perché non è venuto all’incontro di Roma di due settimane fa; sa, noi eravamo tutti lì in attesa e lei…”( i filosofi più attesi delle rockstar, stranisce un po’ tanta idolatria).
2- (rivolta a Sergio Moravia): “ Premesso che vorrei sapere dov’è la mia classe…” (piccoli studenti disorientati crescono)