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domenica 5 agosto 2012

Noi e i terremoti

L'altra sera, che era il sessantesimo anniversario di matrimonio dei nonni (pensa te, sessant'anni), siamo andati nella via dove c'era prima la loro casa, che poi c'è ancora, solo che non ci si può più entrare, e in fondo a quella via lì ha appena riaperto, dopo due mesi, la pizzeria Quadrifoglio, che praticamente è l'unico edificio agibile su quella strada, e oltretutto, non lo dico perché ci sono affezionato o per far della pubblicità, è davvero una delle migliori pizzerie della regione. Era piena di gente, c'era da far la fila, ma c'era della contentezza, anche a far la fila.

Dopo, parlando un po' coi miei genitori, a tavola, ho scoperto che il meccanico delle biciclette, che ha la bottega squarciata nella zona rossa, ha riallestito il negozio nel suo garage e adesso lavora lì tutti i giorni. Anche il mio barbiere, che è il figlio di una delle ragazze del Coro delle Mondine e che dopo decine di anni di lavoro a Rolo era appena riuscito ad aprire la bottega in centro a Novi, il suo paese, adesso taglia i capelli regolarmente al primo piano di casa sua, appena fuori dalla zona rossa, se si può pensare di esser fuori da una zona rossa, a Novi.

E allora, forse senza nessun nesso logico, mi è venuto da pensare che non è tanto questione di emilianità (che non esiste, l'emilianità, come spiega bene Leonardo nel suo libro La scossa, che è un libro molto bello e secondo me dovreste leggerlo, oltre al fatto che in fondo c'è il mio nome e io faccio la coda di pavone) o di tener botta (che è un'espressione che non vuol dir niente e, francamente, ha un po' rotto i maroni), ma invece, forse, è come dice Paolo Nori in un discorso bellissimo intitolato Noi e i governi:
[...] c’è un mio amico, per esempio che è uno storico della città di Pietroburgo e gli avevano impedito di fare il suo lavoro perché era un antisovietico, seguito dalla polizia segreta, e è stato costretto a lavorare in fabbrica e ha continuato a studiare per conto suo, di notte, e andava in biblioteca al sabato e alla domenica, e lui per tutta la vita, se la libertà fosse un muscolo, che si rafforza con l’esercizio, che un po’ forse è così, no?, come tutte le altre cose, be’, se fosse un muscolo, o un fascio di muscoli, come i muscoli addominali, che lì non si scappa, si sente al tatto, o ce li hai o non ce li hai, non te li danno gli altri, te li fai su te, con la pratica, be’, è come se lui, quel mio amico lì, che si chiama Al’bin, la sua libertà l’avesse esercitata tutti i giorni per quarant’anni e l’Unione Sovietica è stata la palestra ideale, per lui, e andava in giro per l’Unione Sovietica con il suo ventre piatto da pugilatore e guardarlo andare era un piacere.
Ecco, adesso non lo so come andrà a finire, che da queste parti c'è ancora un bel po' di disperazione, altro che l'emiliano di qua e l'emiliano di là. Ma, se non altro, le cose come i terremoti fan venire i muscoli, mi viene da dire, ché qui, dove c'era la bassa modenese, adesso è tutta palestra.

martedì 27 marzo 2012

Son fatto così (16)

Son fatto che, per esempio, l’altro giorno mi ero definitivamente stufato del continuo spegnersi della batteria del telefono ogni dieci minuti, allora ho preso dal baule coi panni da lavare due vestiti stropicciati, mi son tolto il pigiama e sono sceso a cambiarlo, il telefono, saran state le quattro del pomeriggio, e appena sceso, lungo la strada, mentre andavo a piedi al negozio di telefonia, ho incontrato Paolo Nori; ci siam guardati, Paolo Nori e io, che eravamo ancora lontani, ci siamo sorrisi, poi quand’eravamo vicini ho detto Ciao, tutto bene?, e intanto pensavo Tutto bene?, e lui m’ha risposto Sì, sono stato alla Fondazione (credo la Fondazione Fossoli, ma adesso non c’entra), e io Ah, io invece son sceso da lì, gli ho detto indicando casa mia, Abito lì, gli ho detto, e intanto pensavo Abito lì?, e lui, che eravamo già messi coi busti torti in direzioni opposte e le teste che ancora si guardavano e si sorridevano imbarazzate, o almeno, la mia sorrideva imbarazzata, mentre eravam messi in quel modo lì, lui ha detto Ah, davvero?, e io Eh, sì; e poi ci siamo salutati, lui è andato da una parte, io dall’altra, che cento metri dopo mi son vergognato come un cane, Ma sono scemo?, pensavo, Ma si parla così con la gente?, pensavo, Ma cosa vuoi che gliene freghi a Paolo Nori dove abito?, pensavo, Potevo dirgli che avevo iniziato a leggere Si chiama Francesca, questo romanzo, che prima non l’avevo mai letto, e adesso che l’hanno ristampato mi son messo a leggerlo, pensavo, Potevo dirgli che ci sono delle cose che mi interessavano, tipo sulla punteggiatura che secondo me era molto ricercata, pensavo, Potevo dirgli che mi sarebbe piaciuto sapere, come curiosità, perché certe virgole in certi posti ci sono e in altri invece non ci sono e, insomma, cose così, di letteratura, pensavo, e invece gli ho detto Abito lì… Ma sono scemo?, pensavo, Cosa vuoi che gliene freghi a Paolo Nori dove abito?, pensavo, E poi Tutto bene?, pensavo, Tutto bene cosa?, pensavo, Che tutto bene non lo dico mai con nessuno e che quando uno mi dice Tutto bene? io mi vengon dei nervosi che Tutto bene cosa?, vorrei rispondere, pensavo. E guarda come son vestito, pensavo. Son fatto così.

giovedì 6 ottobre 2011

Buongiorno. Si sente se parlo così?

Tutte le volte che leggo un discorso di Paolo Nori, come quelli bellissimi che ci sono ne La meravigliosa utilità del filo a piombo (marcos y marcos, 2011), soprattutto Noi e i governi, o in Esattamente il contrario (drago, 2009), o come nell'ultimo Vorrei fare una domanda, ecco, sempre, tutte le volte, mi sento un po' in imbarazzo perché anch'io, nei miei discorsi, comincio sempre con "Buongiorno. Si sente se parlo così?". Lo faccio apposta, è una specie di omaggio, diciamo.

Una volta, però, al Salone del Libro di Torino, dovevo fare un discorso sulla storia di Barabba Edizioni ed ero abbastanza preoccupato, visto che Paolo Nori era lì e diceva di voler venire a sentirlo. Allora sono andato da lui e, timidamente, che è un eufemismo per dire che mi vergognavo come un cane, gli ho detto Paolo, scusa, volevo dirti una cosa, perché mi rendo conto che il confine tra la citazione e la figura di merda è molto labile e ambiguo - ho detto proprio così, labile e ambiguo, e, mentre lo dicevo, pensavo Ma come parlo? - e allora, ho continuato, volevo farti sapere che il discorso che sto per fare inizia con "Buongiorno. Si sente se parlo così?".

Lui mi ha guardato, si è messo a ridere, come può mettersi a ridere Paolo Nori, cioè alzando le sopracciglia e allargando un po' il sorriso, poco poco, si è messo a ridere e mi ha detto: Se vuoi fare una cosa fatta bene, mentre lo dici dovresti fare anche così. E si è grattato la testa.

venerdì 8 aprile 2011

L'odore della... carta

Me l'è trent'ann ch'a chégh cumé un arlòzz, ha detto un giorno il romagnolo Nino Pedretti al suo amico romagnolo Raffaello Baldini. E Baldini gli ha chiesto subito, a Pedretti: Questo verso me lo regaleresti? Pedretti ha risposto Sì, sì, prendilo pure; e Baldini ci ha scritto un pezzo intitolato Cuntantèrs, che vuol dire accontentarsi. Questa cosa l'ho scoperta ne La matematica è scolpita nel granito, il primo ebook che mi è capitato di leggere.

Eh, anch'io, poi, ho pensato, è trent'anni che vado di corpo regolarmente, come si dice, anche se di anni ne ho poi solo trentadue, ma nelle mie cose son sempre stato regolarissimo. E ho scoperto che è un po' di tempo che mentre faccio quello che devo fare, puntualmente, come un orologio, non sto più lì a leggere dei giornali o delle riviste musicali, come facevo fino a poco tempo fa, ma leggo dei libri. Più precisamente leggo degli ebook, il primo è stato appunto La matematica è scolpita nel granito, di Paolo Nori, pubblicato dai Sugamàn, che da noi vuol dire Asciugamano, cioè si dice di persona che ha la testa nelle nuvole e non fa le cose che deve fare, mica per cattiveria, solo perché è un asciugamano. E di asciugamani, ho pensato poi, ce ne ho sempre un bel numero lì intorno, quando leggo degli ebook.

Il secondo ebook che ho letto, l'ho finito qualche ora fa, puntualmente, come un orologio, era Kammerspiel di Paolo Colagrande, edizioni Alet. Che con La matematica è scolpita nel granito, dove l'iPhone segna 488 pagine ognuna delle quali grande come lo schermo, si fa anche presto, ma con Kammerspiel, che di pagine ne ha 840, ci ho messo dei mesi, qualche pagina al giorno, come un orologio, per un bel po' di giorni. E sarà che in quei momenti la concentrazione sale, ma le cose che leggo negli ebook me le ricordo meglio e le sottolineo subito, con l'iPhone che me le salva e me le rende disponibili alla bisogna. Tipo quando ho letto questo:
"E siccome bisogna battere il ferro finché è caldo, approfitterò ora per dire che lo stesso discorso del fiume vale per la via Emilia, celebre strada consolare di Marco Emilio Lepido console romano avversario politico di Quinto Lutazio Catulo. Perché purtroppo in queste terre orgogliose golenali va di moda a tutti i livelli sociali economici ideologici idrogeologici dire la via Emilia di qua, e la via Emilia di là, e la via Emilia e Hollywood, e la via Emilia e il Far West, e la via Emilia e la California, e la via Emilia e Nashville, e la via Emilia e Memphis, la via Emilia e la statale diciassette lungo nastro di catrame, figli della via Emilia, abbiam pianto sulla via Emilia, abbiamo amato sulla via Emilia, abbiam giocato al calcio sulla via Emilia.
Andate a girare, vien voglia di dire, figli e cantori della via Emilia, sulla via Emilia. Provateci, a far tutte quelle cose, amare piangere concepire crossare e dribblare ripartire e fluidificare, sulla via Emilia, se siete capaci, col traffico pesante. Prova te a far la via Emilia la mattina alle otto, vedi te sospirare amare dribblare: ti stirano, sulla via Emilia coi camion a rimorchio che poi passano e ripassano sui brani insanguinati della tua carne effimera; in mezzo all’inquinamento atmosferico e acustico ed elettromagnetico; altro che amare e crossare, e piollare; magari piangere sì, o tirar dei sacramenti, o trapassare, sulla mistica via Emilia. Altro che Hollywood e il Far West.
A me, bisogna che lo dica, la via Emilia, senza nessun risentimento per il console, che avrà anche indovinato a livello pianificazione del territorio e di viabilità, non sto a sindacare, ma la via Emilia devo essere onesto mi fa cagare. E adesso che l’ho detto mi sento più libero. Mi fa cagare la via Emilia e per par condicio mi fan cagare Hollywood e la California e Nashville, anche se non ci son mai stato. Che poi ci si riempie la bocca con questa via Emilia, che invece se Quinto Lutazio Catulo non veniva indagato per reati contro il buon governo cesariano e di conseguenza non cadeva in disgrazia, politicamente parlando, la via Emilia l’avrebbe fatta lui e si chiamerebbe via Lutazia e la feconda regione si chiamerebbe Lutazia-Romagna e l’Appennino tosco emiliano si chiamerebbe lutazio-toscano e la rigogliosa città di Reggio Emilia si chiamerebbe Reggio in Lutazia; e il console Emilio Lepido, che adesso si dà delle arie per via di tutti i richiami onomastici che lo celebrano, nel panorama storico politico della Roma repubblicana passava da sfigato e i posteri lo ricorderebbero solo marginalmente come quello sconfitto dall’insigne Quinto Lutazio Catulo. Anche i nomi propri sarebbero tutti di conseguenza: Emiliano Zapata, rivoluzionario messicano, si chiamerebbe Lutaziano Zapata, Carlo Emilio Gadda, ingegnere e scrittore milanese, si chiamerebbe Carlo Lutazio Gadda, e si chiamerebbe Lutazio anche il protagonista di Senilità di Italo Svevo; e anche la canzone del cantautore direbbe: Vero aperto finto strano chiuso anarchico verdiano brutta razza il lutaziano."
Mi son detto subito Guarda te se non lo leggiamo dal vivo al reading sui centocinquant'anni dell'Unità d'Italia. E infatti l'abbiamo letto. Poi quando ho letto questo:
"Mio nonno Neride diceva che a fare i gesti d’orgoglio si passa sempre da stupidi. Non bisognerebbe farli. Le cose, c’è più gusto a non capirle che a capirle: le volte che ti metti a capirle, e poi magari le capisci, ti si rivoltano contro. Il discorso di Neride Bisi detto in parole povere vuol dire che l’orgoglio è un ottuso gesto di intelligenza, quindi un gesto deleterio perché è attraverso la cosiddetta intelligenza che scivoli nella trappola maligna dell’orgoglio e non sai più cosa fare finché senza volerlo ti ritrovi nascosto dentro qualcuno che non sei più tu ma che ti tocca far finta di essere.
Che è la stessa cosa che dice Ivan Karamazov a suo fratello Aleksej: la stupidità, dice Ivan a suo fratello, è schietta e sbrigativa, l’intelligenza si nasconde. Non so se erano proprio queste le parole letterali, e non so se la citazione è appropriata; ho provato a ricercare la frase nel romanzo ma non son stato buono di ritrovarla, del resto è un libro lunghissimo. Chi la trova può far la correzione, se l’ho sbagliata. Ma il concetto c’è.
Per via dell’orgoglio l’han presa nel polacco gli scienziati, compresi i Premi Nobel come Watson e Crick e Monod, l’ha presa nel polacco il dottor Faust, l’ha presa nel polacco l’angelo ribelle Satana, poi il Pelide Achille, il duecentometrista Tommie Smith e la signora Emma Bovary, per non parlare di come l’han presa nel polacco tutti i filosofi della storia della filosofia e continuano a prenderla adesso. È inutile, dicono pressappoco Neride Bisi e Ivan Karamazov, andare a studiare le cose per l’orgoglio di capire, ribellarsi per l’orgoglio di essere sopra le cose e non sotto, dimostrare che siam tutti più bravi più furbi più capaci, che raggiungiamo quel che vogliamo. Tutto orgoglio. È la stessa cosa che diceva Biagio Pascal che dopo aver studiato tutte le scienze, la matematica la fisica e la filosofia eccetera eccetera, diceva che era uno sforzo inutile: l’uomo è fallibile e provvisorio, dice Biagio Pascal: meglio ammettere la propria miserabilità, invece che appesantirsi di scienza: se l’uomo è debole come un giunco, dice sempre Biagio Pascal, nella natura c’è un essere ancora più debole: un giunco pensante. Anche qui bisogna controllare le parole testuali ma il concetto c’è. Bisognava dirlo a Monod, e anche a Watson e Crick, tutti premi inutilmente Nobel. Tutti giunchi pensanti.
Un pomeriggio di primavera, precisamente il 2 aprile 1974, Neride Bisi aveva l’influenza; intanto che il dottore lo visitava, mio nonno ha detto: guarda te, prendere ancora l’influenza a novantatré anni. L’ha detto a bassa voce tutto in dialetto, qui è tradotto in italiano. Poi ha tirato un sospiro di pazienza e nel tempo che il medico si è girato era già morto. E anche quella volta la terra ha continuato, come stanotte, a girare intorno al sole a centosettemila chilometri all’ora, la luna ha continuato anche lei, come stanotte, a girare intorno alla terra tirandosi dietro tutto il suo equilibrio naturale, biologico, agronomico, idrogeologico eccetera. Neride Bisi non sapeva chi erano Pascal e Dostoevskij: del resto la sua influenza, i soldi, le mie crisi affettive con Zani eccetera sono dei fatti marginali.
Ma sarà poi vero che sono fatti marginali? o avrà ragione lo svedese, a dire che è tutto un universo disgregato? Neride Bisi non sapeva neanche chi era, Strindberg."
Mi è venuto in mente che Colagrande, che l'avevo conosciuto di persona alle riunioni dell'Accalappiacani, ma non sono sicurissimo che lui si ricordi di me, mi è venuto in mente che Colagrande ogni tanto sembra che abbia una prosa da Bianciardi emiliano, anche se forse è un'esagerazione, tanto più che Colagrande è di Piacenza e non è che Piacenza abbia davvero qualcosa a che fare con l'Emilia, ma è una questione annosa che non conta niente.

Però, così, senza esagerare, dopo aver finito Kammerspiel mi è venuta una gran voglia di leggere gli altri libri di Paolo Colagrande, ché non li ho ancora letti e non ci avevo neanche mai pensato. E credo che se uno scrittore ti fa venir voglia di leggere tutti i suoi libri, quando hai appena finito di leggerne uno, beh, sicuro ha fatto quello che doveva fare, quello che dovrebbe fare uno scrittore, cioè scrivere bene.

***

Poi l'altro giorno è uscito il nuovo ebook degli asciugamani, si chiama Restituiscimi il cappotto e l'ha scritto Adrián N. Bravi, un altro di cui so poco e niente. Appena possibile, domani, direi, se non vanno storte delle cose, alla stessa ora di oggi e di ieri, mi sa che lo incomincio.

martedì 29 marzo 2011

Barabbisti laureati

Qualche ora fa la nostra Ilke Bab, emiliano-marchigiana che misura il tempo su un Pop Swatch del 1988 e ha una passione per i brontosauri e i libretti d'opera, ha conseguito la laurea specialistica in Linguistica italiana e civiltà letterarie, presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell'Alma Mater Studiorum-Università di Bologna, con una tesi di laurea in Prosa e generi narrativi del '900 dal titolo "Il progetto letterario di Paolo Nori", voto centodieci su centodieci con tanto di lode e baci, abbracci e brindisi interminabili.

Noi altri barabbisti ci alziamo in piedi e applaudiamo con le lacrime agli occhi.

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Sul sito di Paolo Nori trovate una lunga intervista che è in appendice alla tesi di Ilke Bab. Qui, invece, c'è una rarissima foto che ritrae la laureanda mentre spiega la sua tesi di laurea alla sua tesi di laurea.

sabato 12 febbraio 2011

Dialettica (intermezzo ragionato)

(dialogo tra genti dell'internet sulla visione norista del dialetto - cfr. Dialettica (7) - e su altre questioni non meno importanti)

Many: Nel museo ci metterei anche una faina, con scritto sotto bèndla, faina, fùrub c'me na bèndla (in modenese, furbo come una faina, ché la faina era una terribile piaga per i contadini, e non si fa mai prendere). E poi un setaccio, con scritto sotto sdàs, setaccio, fùrub c'me un sdàs (in modenese, furbo come un setaccio, che però è usato in modo ironico, perché il setaccio lascia passare la roba fina e tiene solo il grosso). Brutto come la fame, invece, forse si dice un po' dappertutto. Poi sarebbe difficile da esporre, la fame.

bloggo: Comunque i balabiot li hanno inventati a Locarno, stavano in una villa sul Monte Verità, i teosofi, e ballavano nudi. Saputa questa cosa, le zitelle locarnesi non ci potevano credere. Scandalo in città. Devo dire che in questo pezzo del libro [di Paolo Nori, cfr. Dialettica (7), ndr] mi aspettavo inserisse anche la vicenda dell'eppi berdei alla pizzeria due lune in via battindarno. Quando poi ho capito che non c'era ho pensato allo zio [Bonino, ndr] che diceva Questo pezzo lo tagliamo (maledetto).

MrPotts: Da un lato il like [a Dialettica (7) su FriendFeed, ndr] è per un bel pezzo di prosa; dall'altro, molto semplicisticamente e stupidamente, ammetto che vorrei "dis-likare" l'apologia del dialetto; infine, in quel "non so, sull'iPhone dice da 204 a 209" c'è secondo me una questione molto interessante sul testo al tempo dei nuovi reader, ecc.

elisabetta: Sull'iPad iBooks è p. 101, Bluefire Reader p. 59.

bloggo: MrPotts, più in generale Nori non fa un'apologia del dialetto, ne evidenzia i punti forti, e la stessa cosa la fa con l'italiano (vedi vicenda della ragazza ucraina e la frase che conclude tutto che è forse la frase più bella di tutto il libro: l'italiano è come il cielo ci tiene tutti sotto quelli che lo parlano bene quelli che parlano male o poco ecc... e parlare male dell'italiano è come sputare in cielo, ti casca in testa. Si capisce meglio qui. E qui.

Zio Bonino: No il pezzo dell'eppi bërdei non c'era. I Malpensanti.

MrPotts: Sì, bloggo, io sbaglio (oggi ascolto gli interventi che mi suggerisci) (poi, figuriamoci, Noventa..., ma non soltanto i poeti). Mi è solo scappato (semplicistico e stupido) (e si non dovrebbe) un fiato di insofferenza, del tutto fuori bersaglio.

francesco: a me, questa cosa qui, a proposito di dialetto, è sempre piaciuta molto.

venerdì 11 febbraio 2011

Dialettica (7)

Su Fiori e Leddi che cantano Loi ci sarebbero un sacco di cose da dire, cantano in milanese, e prima c’è la traduzione italiana, solo che la traduzione italiana è difficile, che arrivi al dialetto, per esempio Balabiot, dice Fiori, come fai a tradurlo, vuol dire uno che balla nudo, si può tradurre con Innocente, ma vuoi mettere Innocente con Balabiot.
Non c’è niente da fare, il dialetto, o la lingua, ha un’espressività, anche il parmigiano, per dire, per significare che qualcosa è asciutto, o che uno è dimagrito molto si dice l’è sut c’me na bresca, è asciutto come una caccola, per dire che qualcosa puzza si dice al spusa c’me n’endes, puzza come un indice, che gli indici erano le uova che mettevano nei pollai per indicare alle galline il posto dove fare le uova, e dopo un po’ marcivano, e puzzavano allora, per dire che uno è alto si dice l’e alt come na picca, è alto come una picca, per dire che una cosa costa molto si dice l’e car c’me al chiné, è caro come il chinino, per dire che una cosa non serve a niente si dice l’è gram cme al smoj, è gramo come lo smoglio, e al smoj, lo smoglio, che poi questa parola smoglio probabilmente in realtà non esiste, al smoj era l’acqua che restava dopo aver fatto il bucato con la cenere, che non serviva a niente, era da buttar via, gram c’me al smoj. Non so, per dire che una cosa è lacera, e vecchia e povera, a Parma si dice l’e trid c’me l’Albania, è trito come l’Albania, e han cominciato a dirlo probabilmente quelli che avevano fatto la guerra e eran tornati dall’Albania e, l’Emilia, all’epoca, nella prima metà del novecento, era un posto povero, ma l’Albania.
Allora, non lo so, l’espressività che c’è in questi termini dialettali, anche se uno non sa esattamente cosa vogliono dire, io per esempio per tutta la vita sut c’me na bresca l’ho detto senza sapere che la bresca era la caccola, l’ho scoperto venti minuti fa, l’ho chiesto a Gea, c’è un’espressività, in queste parole qua, che trovarla in italiano è difficile, mi viene da dire.
E mi vien da pensare che sarebbe bello far dei musei linguistici, esporre una caccola e sotto metterci scritto: caccola, bresca, sut c’me na bresca. Esporre una picca, che anche quella non so di preciso cos’è, immagino che sia una specie di alabarda che usavano le guardie di Maria Luigia duchessa di Parma, e sotto scriverci pica, alabarda, alt c’me na pica. Esporre una cartina dell’Albania e sotto scriverci Albania, Albania, trid c’me l’Albania, e questa cosa si potrebbe fare in tutti i posti d’Italia, e anche a Milano, esporre uno nudo che balla e sotto scriverci balabiot, innocente, delle cose così.

(Paolo Nori, La matematica è scolpita nel granito, Sugaman, 2011; le pagine, non so, sull'iPhone dice da 204 a 209)

mercoledì 9 febbraio 2011

Felice

Prima ho letto un passo del nuovo libro di Paolo Nori che si chiama La matematica è scolpita nel granito, era un passo che mi ha fatto pensare, diceva circa così:
"Ho ripensato poi all’idea che ti avevo accennato, una raccolta di racconti di scrittori emiliani. Il titolo, Allegri e disperati, significa nella mia testa un ragionamento che è cominciato da una frase di Gogol’. Nella mia testa c’è questa frase di Gogol’ che gira e dice più o meno Non avete provato anche voi quella sensazione di quando finisce la festa, che vi sembra che vi si stacchi la pelle di dosso? Questa sensazione di cui parla Gogol’, che la pelle ti si stacca di dosso dopo la festa, è secondo me tipica della nostra terra, dove il carattere gioviale della gente convive con una discrezione che impedisce di manifestare in pubblico i propri sentimenti e i propri affetti. Allora il momento della disperazione è un momento solitario. Non ci sono, da noi, e non potrebbero esserci, scrivevo, quelle donne che in Sicilia sono pagate per piangere ai funerali. Noi affrontiamo il mondo come se fossimo tutti d’un pezzo, con una dignità e una coerenza che ci hanno insegnato che vanno bene. E quando crolliamo, che crolliamo, crolliamo da soli, dentro le stanze. E uno che viene da fuori non lo direbbe mai, a vederci che teniamo su una compagnia di trenta persone e beviamo lambrusco e diciamo cazzate, non lo direbbe mai che diamo i pugni al muro, quando torniamo a casa."
E allora mi è venuto in mente che noi emiliani, quando andiamo ai funerali, a parte la prima fila dei parenti strettissimi, tipo la moglie e i figli se muore il marito, o i genitori se muore un figlio, a parte la prima fila non piange mai nessuno. E i funerali, da noi emiliani, son pieni di gente che ride, che si racconta le cose e soprattutto si racconta delle cose divertenti mentre si va insieme al cimitero dietro a una cassa da morto, anche se poi lo sai che son tutti lì che stanno abbastanza male, chi più chi meno, ma tutti almeno un pochino, per quello che è morto. E davvero dev'essere proprio così, come dice Nori, che uno che viene da fuori non lo direbbe mai, a vederci, non lo direbbe mai che diamo i pugni al muro, quando torniamo a casa.

Questa cosa si nota ancor di più quando l'ordine naturale del nostro cervello viene sconvolto. Per esempio, conosco un vecchio che si chiama Felice, che gira sempre avanti e indietro per la via dove abito adesso, gli son venuti due ictus e lui, dopo i due ictus, ha perso l'uso della parola. Si vede che il suo cervello, però, si è incantato sull'unica cosa che il cervello di un emiliano tratta come una funzione primaria e involontaria, primordiale, come respirare, battere le ciglia e far battere il cuore, e questa cosa sono le bestemmie.

E se lo incontri, Felice, mentre gira avanti e indietro per la via dove abito adesso, lui ti sorride e ti fa ciao con la mano. Allora rispondi e gli dici Ciao Felice, come andiamo oggi? Lui sorride ancora, fa su e giù con la testa e fa dei gesti come a dire Ma bene, dai, oggi non c'è male. E invece ti dice Diocane.

venerdì 4 febbraio 2011

Per chi cantano (in coro) le mondine

Ieri sera ero alla Palazzina Liberty di Piazza Marinai d’Italia a Milano perché c’era Paolo Nori che leggeva pezzi da Disastri di Daniil Charms (Marcos y Marcos), accompagnato dal Coro delle Mondine di Novi. Io non sono mai stata a Novi di Modena, un giorno mi ci faccio portare, ho deciso.

Quando sono arrivata sentivo le prove, perché alla Palazzina Liberty si può entrare da due porte che stanno ai lati del palazzo, le entri dai fianchi insomma, si passa accanto alle finestrelle del seminterrato, aperte, e ieri sera sentivo le Mondine fare i vocalizzi.
La maggior parte di loro ha i capelli corti, alcune hanno una sciarpa al collo, altre una spilla, alcune gli occhiali, alcune i capelli bianchi, altre la messa in piega fatta e io noto sempre quando una signora si fa la messa in piega, specie se ha i capelli bianchi, perché mi viene in mente quando mia nonna avvisa tutta la famiglia di non telefonare al pomeriggio del sabato dalle cinque alle sei perché lei è dalla parrucchiera e non può rispondere e le dispiace non rispondere al telefono: è maleducazione.

Soprattutto: alcune di loro hanno una medaglia attaccata al petto e all’inizio non la noto mica: sono miope, sono giovane da meno tempo di loro, non ho gli occhiali.

Sarà un discorso sull’anarchia, dice Paolo Nori, sembra che all’inizio siano un sacco di cretinate, ma poi no, portate pazienza. Noi abbiamo portato pazienza, alla fine abbiamo capito, non tutto ma quasi tutto, ché per capire tutto, bisogna un attimo fermarsi a pensare, con calma, senza frenesia di capire e di uscire più intelligenti di prima. Sempre Paolo Nori poi ci chiede anche se per favore possiamo non applaudire dopo ogni pezzo, vediamo come viene il tutto, dice, e noi no, non applaudiamo mai, ridiamo ma non applaudiamo mai, tranne un tizio che dopo la prima canzone applaude e Paolo Nori gli fa un’occhiata brutta, gliela fa proprio, io non avevo mai visto Paolo Nori fare un’occhiata brutta, poi lui ha gli occhi chiari, non ci crede nessuno che fa un’occhiata brutta, e invece gliela fa e non so bene che pensa, una cosa simile a “ma diobono, l’ho appena finto di dire, anche te.” Però non lo so, non sono sicura.

Ogni tanto, ieri sera, non ho capito.

Fanno l’inchino e si prendono gli applausi. Tanti. Ché a non potergliene fare durante il reading poi ti viene voglia di farne di più dopo, raggrupparli e farli più vigorosi, non sopra le righe, non ci alza in piedi, non si urla brave, proprio le mani quasi quasi te le senti come se fossero più forti perché hanno lavorato - e invece hanno solo ascoltato, su una sedia scomoda, ma si rubano lo stesso le mosse e il vigore.
Mentre tutti iniziavano ad andare via, mi sono avvicinata alla Mondina più bassa e con i capelli più bianchi e la messa in piega fatta, aveva un vassoio di parmigiano in mano ma non ci sono andata per quello, è che sorrideva ed era bassa e le ho detto: “Salve mi chiamo Elena, vi porto i saluti di Marco, il nipote di Corrado, il figlio di Iules” e lei ha alzato entrambi i sopraccigli e ha spanato gli occhi che io mi vedevo già su una sedia tutta notte a sentire le storie di Corrado e Iules e invece no, mi ha detto una roba che non ho capito, forse in novese m’ha detto poi Marco, e mi ha infilato un pezzo di parmigiano in bocca. Come mia nonna il panettone dopo il parrucchiere al sabato pomeriggio.

Ve l’ho detto: ogni tanto, ieri sera, non ho capito.

Ho mangiato il parmigiano, dopo Bella ciao della Mondina che diventa Bella ciao del Partigiano: a questo punto si canta rivolti al pubblico, anche le sei che finiscono il semicerchio ai due lati del semicerchio, quelle sei lì, aprono il semicerchio e ce la cantano in faccia Bella ciao della Mondina che diventa Bella ciao del Partigiano e qualcuno si muove sulla sedia, qualcuno batte le mani con loro, in due-tre punti e succede quella cosa che succede sempre, per la mia esperienza, quando Bella ciao non la cantano al Concerto del Primo Maggio, ma in qualunque posto Partigiani veri o le Mondine, appunto: si sta zitti. Tutti. Fermi. Muti. Non si battono le mani la prima volta, magari poi, se ti incitano, se loro stessi ti danno il permesso con un gesto delle mani o della testa. E se stai zitto, puoi farlo per due motivi: commozione o rispetto. E infatti loro te la cantano in faccia per questo, per vedere se ci riconosciamo, se ci possiamo guardare in faccia liberamente, se adesso che finisce tutto pensiamo in coro a quella domanda difficile di diversi minuti prima, che si è impiantata lì e non vede il verso di uscire, diceva più o meno: è peggio morire ammazzati in un Paese con una dittatura o morire sulla sedia elettrica in un Paese con la democrazia?

Allora mentre mi mettevo a letto ieri sera mi son detta che non lo so e non so rispondere, però ci penserò ogni tanto, me lo sono segnato apposta e poi mi sono detta pure che le Mondine cantano un po’ perché sono orgogliose di essere le figlie e le nipoti delle prime Mondine e può sembrare quasi una tradizione, poi abitudine a cui non si pensa più, alla lunga, e invece no. È che è la loro Bandiera, hanno detto, l’orgoglio di una Bandiera umile e sentita, che non riescono a lasciar sventolare da sola, una Bandiera che spunta dal petto accanto alla medaglia e quasi se ne prende cura, senza urlare e con rispetto.
A me è venuto proprio da pensarlo con la b maiuscola, Bandiera, ed è stata la prima volta.

martedì 14 settembre 2010

Cronache di una sorte annunciata: appuntamenti

Si apre e poi si richiude subito in un sorriso la forza indomabile e bella degli sfigati, che è nelle crepe, nelle onde, nei dettagli e nei tartagli. E che da sempre serve a tutti per guarire il mondo.
(L’ha scritto Bruno Tognolini per il Cabudanne de sos poetas di Seneghe dell’anno scorso, il resto si trova qui - via Paolo Nori)

Insomma, è fatta. Abbiamo accettato la sfiga, i gatti neri son sul ciglio delle strade e pronti allo scatto, i gufi roteano gli occhi anche al mattino, il sale capitombola sul tavolo e non c'è ferro e non c'è legno che possa salvarvi al tocco. Cronache di una sorte annunciata, l'ebook, è quasi pronto. Di seguito gli appuntamenti, le pacche sulle spalle, le consolazioni:
Se qualche volenteroso tra di voi vuol venire a leggere il proprio pezzo o un pezzo altrui al Mattatoio, venerdì 17, non esiti a contattarmi al solito indirizzo marcomncrd chiocciola gmail punto com. Per il resto, non abbiate timore, passate pure a trovarci. Useremo la mano libera per stringere la vostra.

domenica 27 giugno 2010

Siamo una società orribile (4)

E mi era venuto in mente un mio amico, che fa il musicista, che tempo prima mi aveva detto che lui avrebbe voluto fare un referendum contro la musica di sottofondo, e in quei giorni avevo pensato che quel referendum, che fino ad allora mi era sembrata una cosa simpatica e un po' strampalata, sarebbe stato, se fosse passato, un cambiamento rivoluzionario.

(Paolo Nori, I malcontenti)
Vorrei che tornaste ad assaporare il silenzio e il rumore di fondo della vita, le scarpe sul porfido e sul pavimento, tra i banchi, i mugugnii della gente, i saluti, gli oggetti che si accatastano nelle sporte, le ruote delle biciclette e i campanelli, spòstati, devo passare. Maledetto quel popolo che ha bisogno della filodiffusione sotto i portici, o delle canzonette in voga, mentre fa la spesa.