Ieri ero in una boutique milanese a provare quattro abiti bianchi.
Ci sono andata dopo il lavoro: jeans, scarpe da ginnastica, niente trucco e gli occhiali da vista. Eh, oh.
In effetti non ero molto credibile come sposa, mi hanno pure domandato quattro volte quanti anni avessi. Ad ogni modo, sono salita sulla pedana quattro volte, indossavo pure dei sandali che stavano benissimo attaccati alle mie caviglie e la shop assistant continuava a dirmi: «No ma non preoccuparti, lo troviamo un vestito. Lo troviamo di sicuro, eh.» E io a tranquilizzarla: «Non si preoccupi, ho tempo, va bene anche se non lo trovo stasera o domani mattina. Va bene così.»
E poi, mentre mi infilava gli abiti - rigorosamente dall'alto, mani in alto - mi diceva: «Dovrò farti bellissimissima.»
Bellissimissima, se ci pensate, è una parola agghiacciante: è molto più di bella e bellissima, ma soprattutto nasconde tutta una serie di dolore e sacrifici, vitini da vespa, gambe snelle e tacchi alti, strascichi, menu di matrimonio che non si possono ingurgitare; per dire bellissimissima bisogna stringere la parola bella in vita, proprio, e trattenere il respiro.
Allora le ho detto: «Ma scusi, ma non son le damigelle quelle che devono rimorchiare?»
A me, d'altronde, l'han raccontata così.
venerdì 15 febbraio 2013
giovedì 14 febbraio 2013
Invio manoscritti
Oggi il sito di ISBN Edizioni è tutto nuovo, sono andata a dargli una sbirciata, così, nella pagina Chi siamo, al punto Invio manoscritti, ho letto questo:
Astenersi dall'inviare: romanzi storici, romanzi rosa, romanzi i cui protagonisti hanno soprannomi tipo Strippo, Scubi o Faina, romanzi di auto-fiction, romanzi ispirati a Bukowski, romanzi ispirati a Carver, fantasy che non siano all'altezza di Game of Thrones, horror che non siano (almeno) all'altezza di Clive Barker, storie di Sud Italia idilliaco, storie di artisti che hanno girato il mondo e tornano a casa e non si riconoscono, romanzi troppo letterari, romanzi in cui non succede veramente un cazzo.Che è un modo eccezionale per scoraggiare chiunque, tranne i coraggiosi e i megalomani. Astenersi perditempo.
lunedì 11 febbraio 2013
Tunnel
Quella che stai per iniziare è la grande storia del tunnel.
Ci sono voluti 3 giorni a farlo. Tu impiegherai al peggio 8 minuti a leggerlo. Non lesinare.
Io e la mia famiglia abitiamo in una casa che ha un nome, il nome è Le Budrie, la casa è a Samone, a 5 km da Zocca, in una valletta che non ha un nome - per quanto ne sappiamo, e per arrivare a casa Le Budrie dalla strada provinciale bisogna imboccare una via, che ha un nome pure questa, ed è via Busano, e percorrere 580 mt di strada sterrata.
Il numero civico di fianco all’ingresso di casa Le Budrie è, to’ mò, 580.
Quando nevica parecchio quei 580 mt di strada diventano impraticabili.
Se la neve rimane - diciamo - più o meno al di sotto dell’altezza delle ruote della Lada, allora vado avanti e indietro e via di gran sgommate. Se ne scende più di mezzo metro desisto, non avrebbe senso, suicidio automobilistico. Lascio l’auto sulla provinciale e si scende a piedi.
A quel punto telefoniamo al cowboy, che è un tizio che fa centomila lavori qua in montagna, uno che dalle mie parti si chiamerebbe un fattorone, e che in emergenza neve è precettato per la pulizia delle strade.
Il cowboy per pulire la nostra strada si piglia almeno almeno un cinquantello.
Era il prezzo di due anni fa. Magari quest’anno si piglia pure di più.
La settimana scorsa – che è nevicato pure la settimana scorsa - è venuto a pulirci la strada, e una volta arrivato giù a casa nostra son voluto salire sul trattore per tornare a prendere la macchina. Mi ha detto che coi mezzi spalaneve devono uscire quando supera i 5 cm. Che devono stare in giro finché le strade non sono praticabili. Che sono divisi per zone. Che quando hanno finito la loro zona possono andare dai privati. E fare un fracasso di soldi. Questo non l’ha detto.
La settimana che va dal 6 al 12 febbraio ha visto una delle peggio nevicate della storia della collina modenese (me l’ha detto un tizio della protezione civile, io sono uno di pianura che si è trasferito, non ho memoria storica). Roba che i mezzi spalaneve han dovuto girare sempre, ché le strade non restavano pulite (così mi ha detto la moglie del cowboy al telefono). Il vento forte non mi ha aiutato coi calcoli: in certi punti le dune di neve mi arrivavano alla spalla. Sono basso, certo. Però parliamo comunque di un metro e mezzo almeno. Neve e freddo. Il freddo ci ha congelato i tubi dell’acqua calda che escono dalla caldaia, che è in uno stanzino adiacente alla casa, pure al coperto. In una mattinata tempestosa il nostro idraulico si è fatto tutta la stradina a piedi per venire a casa nostra a scongelarci i tubi. Noi eravamo tutti a letto. Ci ha svegliato il cane che ha sentito l’idraulico che bussava. L’idraulico aveva tipo un phon però che faceva un caldo così assurdo da piegare i metalli.
Non ricordo neppure quando ha cominciato a nevicare. Abbiamo perso la cognizione dei giorni. Pare che la neve ci sia da sempre e che debba restare per sempre. C’è questo cartone uscito qualche mese fa, che piacque molto ad Ester, che si chiama Arietty, dove loro sono degli esserini minuscoli che vivono sotto al pavimento, e la madre ha questi fondali dietro alle finestre della loro casetta minuscola con dei paesaggi incantevoli, e ogni tanto li cambia per dare l’impressione di essere sempre in posti diversi e ariosi e bellissimi.
Agnese in questi giorni dice che vorrebbe avere dei pannelli come quelli di Arietty da mettere alle finestre di casa.
Ora che scrivo è domenica sera. Il calendario dice che è iniziato venerdì notte. Nella notte tra giovedì e venerdì. E infatti giovedì sera decidemmo di uscire e andare da amici prima della reclusione. Qua in montagna la viviamo così. Quando minacciano queste nevicate esose si vive il più possibile il giorno prima della catastrofe, si fa scorta di cibo, si copre per bene la legna, si sistemano le cose come se dovesse iniziare una guerra lampo. E poi si sta reclusi. Per giorni.
Agnese al primo giorno già strippa. Io al secondo.
Così, il secondo giorno, si diede inizio al tunnel. E tunnel fu.
Però prima c’ho da spiegare ancora due robe.
Ci sono voluti 3 giorni a farlo. Tu impiegherai al peggio 8 minuti a leggerlo. Non lesinare.
Io e la mia famiglia abitiamo in una casa che ha un nome, il nome è Le Budrie, la casa è a Samone, a 5 km da Zocca, in una valletta che non ha un nome - per quanto ne sappiamo, e per arrivare a casa Le Budrie dalla strada provinciale bisogna imboccare una via, che ha un nome pure questa, ed è via Busano, e percorrere 580 mt di strada sterrata.
Il numero civico di fianco all’ingresso di casa Le Budrie è, to’ mò, 580.
Quando nevica parecchio quei 580 mt di strada diventano impraticabili.
Se la neve rimane - diciamo - più o meno al di sotto dell’altezza delle ruote della Lada, allora vado avanti e indietro e via di gran sgommate. Se ne scende più di mezzo metro desisto, non avrebbe senso, suicidio automobilistico. Lascio l’auto sulla provinciale e si scende a piedi.
A quel punto telefoniamo al cowboy, che è un tizio che fa centomila lavori qua in montagna, uno che dalle mie parti si chiamerebbe un fattorone, e che in emergenza neve è precettato per la pulizia delle strade.
Il cowboy per pulire la nostra strada si piglia almeno almeno un cinquantello.
Era il prezzo di due anni fa. Magari quest’anno si piglia pure di più.
La settimana scorsa – che è nevicato pure la settimana scorsa - è venuto a pulirci la strada, e una volta arrivato giù a casa nostra son voluto salire sul trattore per tornare a prendere la macchina. Mi ha detto che coi mezzi spalaneve devono uscire quando supera i 5 cm. Che devono stare in giro finché le strade non sono praticabili. Che sono divisi per zone. Che quando hanno finito la loro zona possono andare dai privati. E fare un fracasso di soldi. Questo non l’ha detto.
La settimana che va dal 6 al 12 febbraio ha visto una delle peggio nevicate della storia della collina modenese (me l’ha detto un tizio della protezione civile, io sono uno di pianura che si è trasferito, non ho memoria storica). Roba che i mezzi spalaneve han dovuto girare sempre, ché le strade non restavano pulite (così mi ha detto la moglie del cowboy al telefono). Il vento forte non mi ha aiutato coi calcoli: in certi punti le dune di neve mi arrivavano alla spalla. Sono basso, certo. Però parliamo comunque di un metro e mezzo almeno. Neve e freddo. Il freddo ci ha congelato i tubi dell’acqua calda che escono dalla caldaia, che è in uno stanzino adiacente alla casa, pure al coperto. In una mattinata tempestosa il nostro idraulico si è fatto tutta la stradina a piedi per venire a casa nostra a scongelarci i tubi. Noi eravamo tutti a letto. Ci ha svegliato il cane che ha sentito l’idraulico che bussava. L’idraulico aveva tipo un phon però che faceva un caldo così assurdo da piegare i metalli.
Non ricordo neppure quando ha cominciato a nevicare. Abbiamo perso la cognizione dei giorni. Pare che la neve ci sia da sempre e che debba restare per sempre. C’è questo cartone uscito qualche mese fa, che piacque molto ad Ester, che si chiama Arietty, dove loro sono degli esserini minuscoli che vivono sotto al pavimento, e la madre ha questi fondali dietro alle finestre della loro casetta minuscola con dei paesaggi incantevoli, e ogni tanto li cambia per dare l’impressione di essere sempre in posti diversi e ariosi e bellissimi.
Agnese in questi giorni dice che vorrebbe avere dei pannelli come quelli di Arietty da mettere alle finestre di casa.
Ora che scrivo è domenica sera. Il calendario dice che è iniziato venerdì notte. Nella notte tra giovedì e venerdì. E infatti giovedì sera decidemmo di uscire e andare da amici prima della reclusione. Qua in montagna la viviamo così. Quando minacciano queste nevicate esose si vive il più possibile il giorno prima della catastrofe, si fa scorta di cibo, si copre per bene la legna, si sistemano le cose come se dovesse iniziare una guerra lampo. E poi si sta reclusi. Per giorni.
Agnese al primo giorno già strippa. Io al secondo.
Così, il secondo giorno, si diede inizio al tunnel. E tunnel fu.
Però prima c’ho da spiegare ancora due robe.
domenica 10 febbraio 2013
Un'altra occasione sprecata per fare una valanga di soldi
Che a pensarci, un paio d'anni fa, era un attimo, e invece niente, non ci abbiamo pensato, o se ci abbiamo pensato non l'abbiamo messo in pratica, furbi come siamo, e va sempre a finire così, che arriva uno che ci pensa, lo mette in pratica, e tac!, ci riesce, ma vacca d'un cane, era così diretto, il passaggio, lineare, c'è da farsi venire il nervoso, da sentirsi stupidi, che era tanto ma tanto facile, dopo i vampiri: gli zombie emo.
venerdì 8 febbraio 2013
Avvertimenti
Ieri, oltre a essersi concluso felicemente l'anno della maledizione cristica per il socio tecnocrate, al quale anche da qui porgiamo festevoli auguri, sono successe due cose, che hanno a che fare coi quadri, e che hanno a che fare con la Francia.
Ieri una donna ha scritto qualcosa con l'evidenziatore giallo nella parte bassa della Libertà di Eugène Delacroix. Ovviamente la scrivente è stata subito fermata da un sorvegliante, anche grazie all'aiuto di un visitatore. Gli esperti già dicono che è un danno superficiale. Che il restauro sarà presto fatto. Ma la parte più interessante non la sappiamo ancora, cioè:
Che cosa ha scritto col suo benedetto evidenziatore giallo?
Credeva di non essere vista?
Pensava che la scritta non sarebbe stata notata, se non da chi voleva lei?
C'è un legame tra l'evidenziatore e il quadro?
Era un messaggio cifrato?
Un messaggio d'amore?
Un messaggio politico, considerando appunto il quadro?
Sempre ieri poi, è circolata e rimbalzata in rete la notizia che l'Origine del mondo di Gustave Courbet avrebbe un viso, sempre dipinto e addirittura riconducibile a un nome e cognome. Il quadro che noi tutti conosciamo sarebbe dunque il pezzo di una tela a figura intera, una parte del tutto. Se tale riconoscimento sarà confermato il dettaglio smetterebbe, a parer mio, di avere la connotazione universalistica e universale che gli ho sempre attribuito. ma questo è il mio parere.
Gilles Deleuze (si, questa è la parte noiosa) in una delle sue lezioni all'università che ho visto in tv grazie a Fuori orario di Enrico Ghezzi e sopratutto alla mia insonnia, sosteneva che l'interesse per il viso, per il volto, per l'espressione della faccia, è una attenzione tutta moderna e legata al nostro interesse per l'anima e la coscienza. I popoli primitivi, sempre secondo Deleuze, invece davano massima importanza al corpo, certamente per questioni di sopravvivenza e di riproduzione della specie.
Moderni o non moderni, la scoperta del volto toglierà l'imbarazzo ai solerti censori, timorosi per lo sconvolgimento delle giovani menti.
Forse.
Forse.
Un paio d'anni fa, infatti, l'opera era esposta in via temporanea al MART di Rovereto e qualche metro prima dell'ingresso era stato collocato un solenne avviso su piedistallo che avvertiva il gentile pubblico della presenza di tale dipinto nel catalogo, collocato appositamente in una saletta appartata così da poter essere tralasciato senza troppi problemi nel corso della visita.
Ovviamente il testo era corredato dall'immagine a colori e proporzionata del dipinto.
Esattamente all'altezza di quando ero in quinta elementare.
si parla di:
impara l'arte,
tanto per dire qualcosa,
vandali
mercoledì 6 febbraio 2013
Lumache
Lumaca omnia vorat
Parlerò di lumache. Prima parlerò per 16 righe del perché parlerò di lumache.
Lo Ziro e il Many fanno tipo gli editori in internet. Lo Ziro mi fa, un giorno d’estate: scrivi qualcosa per questo secondo e-book che facciamo sulla sfiga? Figo, dico. Mi è sempre piaciuto scrivere. Poi io che sono uno che in internet non partecipa a niente, che in internet non ha nessun tipo di domicilio a parte l’email, mi son anche galvanizzato all’idea di far parte di qualcosa in internet. Grande Ziro, una di queste sere scrivo e ti mando. La sera è quella parte della giornata che dedico al computer, generalmente per i fatti miei, lavoro arretrato a parte. Non ho un blog, non ho un sito, no anobii, friendfeed, twitter et cetera. Non credo che tutte queste mancanze mi abbiano reso una persona migliore. Nemmeno credo mi abbiano reso peggiore, ma non saprei.
Mi hanno reso una persona con un orto.
La sfiga vuole che l’orto sia preda delle lumache. Limacce per la precisione. Che sono tipo lumache ma senza il guscio. Ci sono anche quelle col guscio, ma di preferenza l’orto è invaso dalle limacce. Quando mi mettevo davanti al computer per scrivere qualcosa per Ziro, il Many e il loro stracazzo di ebook non riuscivo a non pensare: Mentre son qua a cazzeggiare, quelle schifose mi stanno mangiando tutte le piantine di pomodoro. Mollavo lì e andavo nell’orto.
Io non credo che il concetto di avere un orto lo possa capire chi non ha un orto. È una sentenza stronza, me ne rendo conto. Però c’è della verità. E non parlo dell’orto dei tuoi nonni o dei tuoi genitori. Il tuo orto. È come quando ti chiedono di spiegare di cosa tratta la tua tesi di laurea: ci puoi provare, ma in fondo sai che l’altro non potrà mai capire tutte le sfaccettature di quel che hai fatto. Noi è il primo anno che abbiamo un orto serio. Serio nel senso che son più di tre mesi che non compriamo verdura – a parte un po’ di carote ogni tanto, dai. Aggiungi che sono vegetariano. È un orto serio, dai, fidati. 64 metri quadrati. Circa. Per la precisione è un orto sinergico. Agnese ha seguito un corso, a fine primavera, sull’orto sinergico. E così abbiamo fatto un orto sinergico. Il nome mi metteva soggezione, evocava fricchettonaggini e madre terra e ciclo della vita, ma in soldoni si tratta di fare dei cumuli di terra e ricoprire tutto di paglia. L’idea l’ha avuta Fukuoka (google: Fukuoka + orto sinergico, desumo), ma lo faceva anche mio nonno: fai i cumuli così le piante han più terra soffice dove crescere; metti la paglia così l’acqua evapora meno e innaffi meno. Poi di diverso c’è che nell’orto sinergico le piante dello stesso tipo non sono tutte attaccate ma distribuite per tutto l’orto, mischiate anche con fiori e officinali; poi, in secondo luogo, l’orto sinergico, dopo qualche anno, non lo devi più lavorare: perché lasci andare le piante in fiore e si seminano da sole; lasci le radici nella terra che la rendono friabile e non devi zappare; depositi le piante morte sul cumulo che concimano da sole. Natura spontanea.
Questa la teoria.
Io c’ho l’orto sinergico da quest’estate, e per ora, da solo, non ha fatto un benemerito. Anzi.
A un certo punto tutta quella stramaledetta paglia l’ho dovuta togliere perché sotto la paglia le lumache se la godevano anche di giorno e facevano orge spaventose (desumo) e si riproducevano a livelli enormi. Paglia di merda.
Le lumache, a livello di ecosistema, non fanno niente di male – e ci mancherebbe. Dove abbiamo creato l’orto era un campo di erba medica. Era territorio loro. Gliel’abbiamo strappato. Hanno tutti i diritti di mangiare i nostri ortaggi. E io ho qualche diritto nel farmi il mio orto. Quindi ambedue i contendenti hanno in parte ragione. Per questo si può parlare di lotta. Di guerra.
Parlerò di lumache. Prima parlerò per 16 righe del perché parlerò di lumache.
Lo Ziro e il Many fanno tipo gli editori in internet. Lo Ziro mi fa, un giorno d’estate: scrivi qualcosa per questo secondo e-book che facciamo sulla sfiga? Figo, dico. Mi è sempre piaciuto scrivere. Poi io che sono uno che in internet non partecipa a niente, che in internet non ha nessun tipo di domicilio a parte l’email, mi son anche galvanizzato all’idea di far parte di qualcosa in internet. Grande Ziro, una di queste sere scrivo e ti mando. La sera è quella parte della giornata che dedico al computer, generalmente per i fatti miei, lavoro arretrato a parte. Non ho un blog, non ho un sito, no anobii, friendfeed, twitter et cetera. Non credo che tutte queste mancanze mi abbiano reso una persona migliore. Nemmeno credo mi abbiano reso peggiore, ma non saprei.
Mi hanno reso una persona con un orto.
La sfiga vuole che l’orto sia preda delle lumache. Limacce per la precisione. Che sono tipo lumache ma senza il guscio. Ci sono anche quelle col guscio, ma di preferenza l’orto è invaso dalle limacce. Quando mi mettevo davanti al computer per scrivere qualcosa per Ziro, il Many e il loro stracazzo di ebook non riuscivo a non pensare: Mentre son qua a cazzeggiare, quelle schifose mi stanno mangiando tutte le piantine di pomodoro. Mollavo lì e andavo nell’orto.
Io non credo che il concetto di avere un orto lo possa capire chi non ha un orto. È una sentenza stronza, me ne rendo conto. Però c’è della verità. E non parlo dell’orto dei tuoi nonni o dei tuoi genitori. Il tuo orto. È come quando ti chiedono di spiegare di cosa tratta la tua tesi di laurea: ci puoi provare, ma in fondo sai che l’altro non potrà mai capire tutte le sfaccettature di quel che hai fatto. Noi è il primo anno che abbiamo un orto serio. Serio nel senso che son più di tre mesi che non compriamo verdura – a parte un po’ di carote ogni tanto, dai. Aggiungi che sono vegetariano. È un orto serio, dai, fidati. 64 metri quadrati. Circa. Per la precisione è un orto sinergico. Agnese ha seguito un corso, a fine primavera, sull’orto sinergico. E così abbiamo fatto un orto sinergico. Il nome mi metteva soggezione, evocava fricchettonaggini e madre terra e ciclo della vita, ma in soldoni si tratta di fare dei cumuli di terra e ricoprire tutto di paglia. L’idea l’ha avuta Fukuoka (google: Fukuoka + orto sinergico, desumo), ma lo faceva anche mio nonno: fai i cumuli così le piante han più terra soffice dove crescere; metti la paglia così l’acqua evapora meno e innaffi meno. Poi di diverso c’è che nell’orto sinergico le piante dello stesso tipo non sono tutte attaccate ma distribuite per tutto l’orto, mischiate anche con fiori e officinali; poi, in secondo luogo, l’orto sinergico, dopo qualche anno, non lo devi più lavorare: perché lasci andare le piante in fiore e si seminano da sole; lasci le radici nella terra che la rendono friabile e non devi zappare; depositi le piante morte sul cumulo che concimano da sole. Natura spontanea.
Questa la teoria.
Io c’ho l’orto sinergico da quest’estate, e per ora, da solo, non ha fatto un benemerito. Anzi.
A un certo punto tutta quella stramaledetta paglia l’ho dovuta togliere perché sotto la paglia le lumache se la godevano anche di giorno e facevano orge spaventose (desumo) e si riproducevano a livelli enormi. Paglia di merda.
Le lumache, a livello di ecosistema, non fanno niente di male – e ci mancherebbe. Dove abbiamo creato l’orto era un campo di erba medica. Era territorio loro. Gliel’abbiamo strappato. Hanno tutti i diritti di mangiare i nostri ortaggi. E io ho qualche diritto nel farmi il mio orto. Quindi ambedue i contendenti hanno in parte ragione. Per questo si può parlare di lotta. Di guerra.
martedì 5 febbraio 2013
Ricicciamenti: Il nome del padre
Mio padre si chiama Iules, ma non si è mica sempre chiamato così. Prima era Jules.
Fino ai quarant'anni, più o meno, su alcuni documenti c'era la I, su altri la J. All'anagrafe dicevano che c'era la I ma poi si grattavano la testa e rispondevano che boh, non erano sicuri neanche loro, perché una volta le schede venivano compilavate a mano e proprio sotto la I di Iules c'era uno sbavo. Non si capiva se fosse inchiostro sputato dalla penna (forse non era una biro, ché chissà quando è arrivata in un paesino di poche migliaia di anime la penna a sfera, la biro, anche se è stata inventata nel 1938 e le prime le han vendute nel 1945) o uno sbavo intenzionale, perché nel 1953 la J non era una lettera tanto in voga, c'era della gente che non la conosceva, la J, e l'impiegato dell'epoca, nel dubbio, c'è il caso che avesse sbavato apposta.
Mia nonna, sua madre, gli aveva dato nome Jules perché leggeva i fotoromanzi su Grandhotel e nei fotoromanzi di Grandhotel c'era questo Jules che era un gran figo. Mio nonno, quando è corso all'anagrafe per registrare suo figlio, su un bigliettino aveva scritto Jules copiandolo da un Grandhotel con una calligrafia tremolante per l'emozione e non s'immaginava, forse, che Jules si dovesse leggere alla francese. All'impiegato dell'anagrafe avrà detto "iules", poi gli avrà fatto vedere il bigliettino e l'impiegato, nel dubbio, ha compilato la scheda, forse apposta, con lo sbavo.
Mio padre fino ai quarant'anni, più o meno, si firmava con una I che sembrava una J, ed era contento così. Faceva un più bel ricciolo sotto la I, una cosa quasi artistica, una felicità ogni volta che doveva firmare un assegno o un voto sul mio diario o una giustificazione per la scuola o una nota. E io lo guardavo sempre con ammirazione, ogni volta che firmava. Gli dicevo: Babbo ma che bella firma, ma che bel nome.
Solo che a quarant'anni, più o meno, gli è arrivata una lettera dallo Stato. C'era da decidersi, da chiudere la questione, perché lassù, nello Stato, non erano mica sicuri che fossero arrivate tutte le bollette. Gli han detto: Sig. Iules, o Jules, si decida, le mandiamo un modulo da compilare e lei sceglie il suo nome una volta per tutte, noi le inviamo dei documenti nuovi di zecca e aggiorniamo tutte le sue pratiche; però si decida, ché qua non ci capiamo niente. Allora mio padre è stato una settimana col mento appoggiato sul pugno, seduto al tavolo della cucina, a decidere come chiamarsi da lì in poi.
Una mattina, senza dir niente a nessuno, si è alzato presto ed è andato a spedire il modulo. Quando è tornato a casa si è fatto un caffè, e quando ci siamo svegliati, io e mia sorella, ci ha detto: Ragazzi, ho una notizia, mi chiamo Iules con la I.
Ho sempre pensato che decidere il proprio nome a quarant'anni, più o meno, è una cosa giusta. Fosse per me, scriverei, voterei e approverei una legge per la quale ognuno, a quarant'anni, più o meno, o anche prima, se vuole, può scrivere una lettera allo Stato dove dice che nel pieno delle proprie facoltà mentali ha preso la decisione fortemente ragionata di cambiare nome. E anche il cognome, se ha voglia. Poi, ovviamente, se a uno invece gli piace il nome che porta, quello che gli han dato alla nascita, lo può anche tenere. Sarebbe una specie battesimo laico, scegliere coscientemente il proprio nome. Una cosa matura per una persona e, mi vien da pensare, anche per uno Stato. Io, per esempio, non avrei dubbi. Io, lo so, se potessi, da domani mi chiamerei John Laser.
__________
Ricicciamenti non è una nuova rubrica. Ricicciamenti è un prodotto della crisi delle idee. Nei ricicciamenti si prende un vecchio post di Barabba e lo si riciccia, cioè lo si riscrive o lo si mette a posto e lo si ripubblica. Magari in un'occasione speciale come questa, ché ieri mio padre, Iules Manicardi, con la I, ha compiuto sessant'anni.
Fino ai quarant'anni, più o meno, su alcuni documenti c'era la I, su altri la J. All'anagrafe dicevano che c'era la I ma poi si grattavano la testa e rispondevano che boh, non erano sicuri neanche loro, perché una volta le schede venivano compilavate a mano e proprio sotto la I di Iules c'era uno sbavo. Non si capiva se fosse inchiostro sputato dalla penna (forse non era una biro, ché chissà quando è arrivata in un paesino di poche migliaia di anime la penna a sfera, la biro, anche se è stata inventata nel 1938 e le prime le han vendute nel 1945) o uno sbavo intenzionale, perché nel 1953 la J non era una lettera tanto in voga, c'era della gente che non la conosceva, la J, e l'impiegato dell'epoca, nel dubbio, c'è il caso che avesse sbavato apposta.
Mia nonna, sua madre, gli aveva dato nome Jules perché leggeva i fotoromanzi su Grandhotel e nei fotoromanzi di Grandhotel c'era questo Jules che era un gran figo. Mio nonno, quando è corso all'anagrafe per registrare suo figlio, su un bigliettino aveva scritto Jules copiandolo da un Grandhotel con una calligrafia tremolante per l'emozione e non s'immaginava, forse, che Jules si dovesse leggere alla francese. All'impiegato dell'anagrafe avrà detto "iules", poi gli avrà fatto vedere il bigliettino e l'impiegato, nel dubbio, ha compilato la scheda, forse apposta, con lo sbavo.
Mio padre fino ai quarant'anni, più o meno, si firmava con una I che sembrava una J, ed era contento così. Faceva un più bel ricciolo sotto la I, una cosa quasi artistica, una felicità ogni volta che doveva firmare un assegno o un voto sul mio diario o una giustificazione per la scuola o una nota. E io lo guardavo sempre con ammirazione, ogni volta che firmava. Gli dicevo: Babbo ma che bella firma, ma che bel nome.
Solo che a quarant'anni, più o meno, gli è arrivata una lettera dallo Stato. C'era da decidersi, da chiudere la questione, perché lassù, nello Stato, non erano mica sicuri che fossero arrivate tutte le bollette. Gli han detto: Sig. Iules, o Jules, si decida, le mandiamo un modulo da compilare e lei sceglie il suo nome una volta per tutte, noi le inviamo dei documenti nuovi di zecca e aggiorniamo tutte le sue pratiche; però si decida, ché qua non ci capiamo niente. Allora mio padre è stato una settimana col mento appoggiato sul pugno, seduto al tavolo della cucina, a decidere come chiamarsi da lì in poi.
Una mattina, senza dir niente a nessuno, si è alzato presto ed è andato a spedire il modulo. Quando è tornato a casa si è fatto un caffè, e quando ci siamo svegliati, io e mia sorella, ci ha detto: Ragazzi, ho una notizia, mi chiamo Iules con la I.
Ho sempre pensato che decidere il proprio nome a quarant'anni, più o meno, è una cosa giusta. Fosse per me, scriverei, voterei e approverei una legge per la quale ognuno, a quarant'anni, più o meno, o anche prima, se vuole, può scrivere una lettera allo Stato dove dice che nel pieno delle proprie facoltà mentali ha preso la decisione fortemente ragionata di cambiare nome. E anche il cognome, se ha voglia. Poi, ovviamente, se a uno invece gli piace il nome che porta, quello che gli han dato alla nascita, lo può anche tenere. Sarebbe una specie battesimo laico, scegliere coscientemente il proprio nome. Una cosa matura per una persona e, mi vien da pensare, anche per uno Stato. Io, per esempio, non avrei dubbi. Io, lo so, se potessi, da domani mi chiamerei John Laser.
__________
Ricicciamenti non è una nuova rubrica. Ricicciamenti è un prodotto della crisi delle idee. Nei ricicciamenti si prende un vecchio post di Barabba e lo si riciccia, cioè lo si riscrive o lo si mette a posto e lo si ripubblica. Magari in un'occasione speciale come questa, ché ieri mio padre, Iules Manicardi, con la I, ha compiuto sessant'anni.
sabato 2 febbraio 2013
Un tale chiamato Barabba (Marco 15, 7)
Carpi; libreria di fiducia, dove però non ho mai ordinato niente da mandare a prendere, in quasi otto anni che abito qui; interno giorno.
MANY: Ciao, ce l'hai mica Il peccato di Zachar Prilepin?
LIBRAIO: 'spetta che guardo.
(Va al computer.)
LIBRAIO: No, deve arrivare. Forse. Se arriva. Se vuoi lo mando a prendere a tuo nome.
M.: Ok.
LIBRAIO: Me lo ripeti, il tuo nome, che non me lo ricordo mai?
M.: Marco Manicardi.
LIBRAIO: Oh, guarda, sei già nel database. Il numero di telefono è sempre [numero di telefono]?
M.: No, non è mai stato quello.
LIBRAIO: Allora è un altro Marco Manicardi.
M.: Sì, è uno che fa il calciatore, o l'allenatore di pallone.
LIBRAIO: Allora ti inserisco. Però per non sbagliarci ti inserisco con un altro nome.
M.: ...
LIBRAIO: Va bene Barabba?
MANY: Ciao, ce l'hai mica Il peccato di Zachar Prilepin?
LIBRAIO: 'spetta che guardo.
(Va al computer.)
LIBRAIO: No, deve arrivare. Forse. Se arriva. Se vuoi lo mando a prendere a tuo nome.
M.: Ok.
LIBRAIO: Me lo ripeti, il tuo nome, che non me lo ricordo mai?
M.: Marco Manicardi.
LIBRAIO: Oh, guarda, sei già nel database. Il numero di telefono è sempre [numero di telefono]?
M.: No, non è mai stato quello.
LIBRAIO: Allora è un altro Marco Manicardi.
M.: Sì, è uno che fa il calciatore, o l'allenatore di pallone.
LIBRAIO: Allora ti inserisco. Però per non sbagliarci ti inserisco con un altro nome.
M.: ...
LIBRAIO: Va bene Barabba?
venerdì 1 febbraio 2013
Siamo una società orribile (7)
Il traffico astioso delle auto la domenica comincia nel primo pomeriggio, perché vanno sempre in branco alla partita. Gli altri giorni sono pericolosi, e chi ha un bambino fa bene a mettergli in testa la paura del traffico, e dirgli attento nini, la macchina ti schiaccia, dai la mano a mamma. Come se fossero lupi, le automobili.Vorrei che non vi sentiste creditori di un pedone, di un suo cenno con la mano, la testa un po' piegata, un mezzo sorriso sforzato interrotto da una corsetta veloce, se vi fermate per farlo passare. Maledetto quel popolo che deve ringraziare, quando attraversa la strada.
Ma anche i grandi debbono stare attenti, se sono pedoni senza la mutua, perché se finisci sotto sei fregato. Se finisci sotto fuori delle strisce, loro non hanno da pagarti una lira, anzi sei tu che gli paghi il danno eventuale, il vetro del finestrino rotto, lo sporco del sangue sui sedili, un'ammaccatura al cofano, l'incomodo, il tempo perso, perché loro hanno sì l'obbligo di non omettere il soccorso, ma poi te lo fanno scontare, tanta benzina dal punto del sinistro all'ospedale, tanto dall'ospedale al posto dove avevano la commissione, un appuntamento mancato, un affare andato a monte per colpa tua. Loro hanno gli avvocatoni, e tu sei solo. La paghi anche se finisci sotto al passaggio zebrato, perché nell'urto è quasi sicuro che tu vai a cadere più in là delle strisce, e loro possono sempre dire, e dimostrare con gli avvocatoni delle assicurazioni, che è stato fuori, l'investimento. Conviene traversare sulle strisce, ma tenendoti al margine più vicino alla parte da dove arriva il traffico, così sei un poco più sicuro di cadere nel passaggio, e i danni te li pagano, anche se penalmente non gli costa più di un quattro mesi con la condizionale.
E al bimbo, se ce l'hai, mettigli bene in testa la favola del lupo-automobile, anche a costo di far diventare lupo lui, che desideri la macchina per schiacciare gli altri, da grande.
Ci sono due passaggi zebrati, dalla porta di casa mia all'edicola dei giornali, e finora ce l'ho fatta senza danno, solo qualche insulto dai guidatori costretti a rallentare, specialmente quelli civili, quelli consapevoli del proprio dovere, che si bloccano davanti alle strisce e con la manina rabbiosa ti fanno segno di passare, e intanto borbottano 'sto pirla.
(Luciano Bianciardi, La vita agra; Bompiani, 2002)
martedì 29 gennaio 2013
In Russia c'è da morir dal ridere (5)
Ogni volta che esce un film di Tarantino, s'innalza implacabile e funesto il livello dello scontro sulla visione del cinema straniero e dei film in lingua originale. Adesso che ci sono i socialcosi, le polemiche di questo tipo son diventate decisamente delle guerre di religione. Per quanto mi riguarda, sono d'accordissimo con quello che ha scritto oggi il dottor Mario Fillioley sul Post. Ma non era di questo che volevo parlare.
Quello che volevo dire è che la lettura del post di Fillioley mi ha fatto venire in mente di quella sera in cui ce ne stavamo spaparanzati sul lettone, io e la mia signora, in un hotel a costo bassissimo di Volgograd, cioè Stalingrado, sfiancati da una giornata di camminate tra le statue gigantesche di Mamaev Kurgan e il museo della Grande Guerra Patriottica - dove, tra le altre cose, abbiam visto il vero fucile del sempiterno Vasilij Grigor'evič Zajcev, il cecchino ritratto in quel film tutto sommato godibile dal titolo Il nemico alle porte.
E niente, eravamo lì spaparanzati sul lettone e abbiam deciso di guardare la televisione. Zappando un po' tra i notiziari, le soap slave e i film sovietici - c'è un canale che dà SOLO film sovietici, che sono bellissimi anche quando non si capisce niente - ci salta all'occhio Pulp Fiction.
Oplà. Ci siamo guardati, io e la mia signora, abbiamo annuito senza dire niente, e ci siamo messi comodi.
Da quello che abbiamo capito, il doppiaggio in Russia funziona così: si mette il film, si abbassa moltissimo il volume della pellicola, ma non così tanto da perdere i rumori di fondo, gli effetti, la colonna sonora e soprattutto le voci in lingua originale dei protagonisti, poi un omaccione che dalla voce avrà avuto una quarantina d'anni e un fisico ben piazzato, semplicemente, senza nessunissimo problema morale, e senza seguirne la lunghezza e men che meno il labiale, si prende in carico tutti i dialoghi di tutti i personaggi e li pronuncia più o meno sempre con la stessa intonazione neutra.
È una cosa molto bella perché, oltre alla sospensione dell'incredulità, ti sospende anche la capacità di giudizio, catapultandola al di fuori della guerra di religione di cui sopra. E quindi non so cosa dirvi, a parte che è stato bellissimo.
__________
(In Russia c'è da morir dal ridere googletradotto diventa В России есть умереть, смеясь, che rigoogletradotto diventa La Russia deve morire dal ridere.)
Quello che volevo dire è che la lettura del post di Fillioley mi ha fatto venire in mente di quella sera in cui ce ne stavamo spaparanzati sul lettone, io e la mia signora, in un hotel a costo bassissimo di Volgograd, cioè Stalingrado, sfiancati da una giornata di camminate tra le statue gigantesche di Mamaev Kurgan e il museo della Grande Guerra Patriottica - dove, tra le altre cose, abbiam visto il vero fucile del sempiterno Vasilij Grigor'evič Zajcev, il cecchino ritratto in quel film tutto sommato godibile dal titolo Il nemico alle porte.
E niente, eravamo lì spaparanzati sul lettone e abbiam deciso di guardare la televisione. Zappando un po' tra i notiziari, le soap slave e i film sovietici - c'è un canale che dà SOLO film sovietici, che sono bellissimi anche quando non si capisce niente - ci salta all'occhio Pulp Fiction.
Oplà. Ci siamo guardati, io e la mia signora, abbiamo annuito senza dire niente, e ci siamo messi comodi.
Da quello che abbiamo capito, il doppiaggio in Russia funziona così: si mette il film, si abbassa moltissimo il volume della pellicola, ma non così tanto da perdere i rumori di fondo, gli effetti, la colonna sonora e soprattutto le voci in lingua originale dei protagonisti, poi un omaccione che dalla voce avrà avuto una quarantina d'anni e un fisico ben piazzato, semplicemente, senza nessunissimo problema morale, e senza seguirne la lunghezza e men che meno il labiale, si prende in carico tutti i dialoghi di tutti i personaggi e li pronuncia più o meno sempre con la stessa intonazione neutra.
È una cosa molto bella perché, oltre alla sospensione dell'incredulità, ti sospende anche la capacità di giudizio, catapultandola al di fuori della guerra di religione di cui sopra. E quindi non so cosa dirvi, a parte che è stato bellissimo.
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(In Russia c'è da morir dal ridere googletradotto diventa В России есть умереть, смеясь, che rigoogletradotto diventa La Russia deve morire dal ridere.)
mercoledì 16 gennaio 2013
Tra una cotoletta e l'altra
La barista del posto in cui vado in pausa pranzo, oggi, mentre ero lì alla cassa a pagare il mio panino con la cotoletta, mi ha chiesto, prendendomi completamente alla sprovvista, se avessi mica un libro da consigliarle. Mi ha detto che mi vede sempre leggere («perché con quel coso lì si leggono i libri, giusto?», indicando il kindle che mi spuntava dalla tasca). Mi ha detto che anche a lei piace molto leggere, ma che adesso non ha mai tempo, o ne ha molto poco, per via del bar, che ci deve stare tutto il giorno, tutti i giorni, anche la domenica; e per via del mutuo, che è un'ossessione, e dopo il terremoto ancor di più; e perché adesso ha un figlio piccolo, la sera, che ha bisogno della mamma, e ha ragione lui. Mi ha detto che a lei piacciono soprattutto i romanzi, ma «non quelli come Camilleri o le cinquanta sfumature, mi piacciono quelli che quando li hai finiti ti lasciano qualcosa.»
Mentre contavo le monete sulla mano per pagare il mio panino con la cotoletta, ci ho pensato un po', e poi le ho dato la mia risposta, il mio consiglio: Guerra e pace.
Mi ha guardato con una faccia del tipo «diciotto bobine!»
Allora l'ho rassicurata, le ho detto che sì, è lungo, ma è perfetto se uno ha poco tempo, ché i capitoli sono corti ed esaustivi, che c'è la storia, e c'è la Storia, che tutto sommato è fatto in un modo che è come i telefilm di adesso, a puntate, che si segue benissimo, che è scritto in maniera semplice e diretta, che puoi lasciarlo lì per un po' e poi riprenderlo e capire subito dov'eri rimasto, che c'è da innamorarsi dei personaggi, letteralmente, che poi quando l'hai finito hai la testa che ti sembra che si sia spalancata, e che secondo me fa anche bene alla salute.
«C'è solo una difficoltà,» le ho detto alla fine, «ci sono delle parti in francese, e allora devi scegliere un'edizione dove sia tradotto o ci siano delle note.»
Lei ha sorriso, come a voler marcare una superiorità naturale su qualcuno che ha in grande considerazione, e mi ha detto: «ma io il francese lo so molto bene, sai?»
«Wow, parti già in vantaggio su un sacco di lettori!» ho detto io.
«Allora ci penserò,» ha detto lei. E ci siamo salutati
Ho pagato e sono uscito, e mi sono incamminato verso la macchina per tornare in ufficio. Mi sembrava di volare.
E se un giorno la barista del posto in cui vado in pausa pranzo, magari mentre mi porta un panino con la cotoletta e un po' di maionese, il mio preferito, dovesse dirmi che ha letto Guerra e pace e che mi ringrazia di averglielo consigliato, ecco, io, davvero, da quel momento lì in poi, penserò che è stato totalmente appagato, per me, nella mia testa, tra una cotoletta e l'altra, il senso della vita.
Mentre contavo le monete sulla mano per pagare il mio panino con la cotoletta, ci ho pensato un po', e poi le ho dato la mia risposta, il mio consiglio: Guerra e pace.
Mi ha guardato con una faccia del tipo «diciotto bobine!»
Allora l'ho rassicurata, le ho detto che sì, è lungo, ma è perfetto se uno ha poco tempo, ché i capitoli sono corti ed esaustivi, che c'è la storia, e c'è la Storia, che tutto sommato è fatto in un modo che è come i telefilm di adesso, a puntate, che si segue benissimo, che è scritto in maniera semplice e diretta, che puoi lasciarlo lì per un po' e poi riprenderlo e capire subito dov'eri rimasto, che c'è da innamorarsi dei personaggi, letteralmente, che poi quando l'hai finito hai la testa che ti sembra che si sia spalancata, e che secondo me fa anche bene alla salute.
«C'è solo una difficoltà,» le ho detto alla fine, «ci sono delle parti in francese, e allora devi scegliere un'edizione dove sia tradotto o ci siano delle note.»
Lei ha sorriso, come a voler marcare una superiorità naturale su qualcuno che ha in grande considerazione, e mi ha detto: «ma io il francese lo so molto bene, sai?»
«Wow, parti già in vantaggio su un sacco di lettori!» ho detto io.
«Allora ci penserò,» ha detto lei. E ci siamo salutati
Ho pagato e sono uscito, e mi sono incamminato verso la macchina per tornare in ufficio. Mi sembrava di volare.
E se un giorno la barista del posto in cui vado in pausa pranzo, magari mentre mi porta un panino con la cotoletta e un po' di maionese, il mio preferito, dovesse dirmi che ha letto Guerra e pace e che mi ringrazia di averglielo consigliato, ecco, io, davvero, da quel momento lì in poi, penserò che è stato totalmente appagato, per me, nella mia testa, tra una cotoletta e l'altra, il senso della vita.
lunedì 14 gennaio 2013
Trucchi della borghesia (80)
[...] Un'altra cosa contribuì ad offendermi: il modo arrogante, tipico dell'alta società, col quale invece di rispondere alla mia domanda e fingendo anzi di non averla sentita, l'aveva interrotta con un'altra, come per farmi notare che m'ero spinto troppo in là, mi ero preso troppa confidenza osando rivolgergli simili domande. Per questa tattica dell'alta società nutrivo un'avversione che rasentava l'odio.
Fëdor Dostoevskij, Umiliati e offesi (Einaudi tascabili, pagina 224)
(di Lofa)
Fëdor Dostoevskij, Umiliati e offesi (Einaudi tascabili, pagina 224)
(di Lofa)
giovedì 10 gennaio 2013
Accademia della semola: Alimortis o Arimortis
Non ricordo bene ma io, quando qualcuno sbraitava Alimortis, mi fermavo, bloccato. Che fosse calcetto, nascondino, rubabandiera, palla avvelenata, tutto: mi congelavo. E così facevamo tutti.
Tutti di pietra.
Col cuore che pompava a mille, gli occhi gonfi e gli sforzi per rallentare il fiato, per diventare una statua meglio degli altri. Tutti immobili, in quella piazzetta piccola baciata dal sole, col porfido più rosso del vino, così rosso che se cadevi e ti sbucciavi e usciva sangue, non lo vedevi. Lo scoprivi poi a casa.
E poi cominciavi a pregare che chi aveva detto Alimortis, che era lui in quel momento a comandare questo momento di gioco, di metagioco, di gioco nel gioco, si stancasse di star fermo. Che gli venisse un prurito, un grattamento, gli arrivasse addosso una bestiola in volo che lo costringesse a farci uscire tutti da questo momentaneo museo di statue viventi.
La variante Arimortis invece era la versione più perfida, perché noi ci siamo sempre immaginati che se i romani dicevano arimortacci tua, era nel senso che dovevi stare più fermo, perché eri morto due volte e che non potevi muoverti assolutissimamente e chi l'aveva lanciato, l'Arimortis, poteva muoversi e girare e vedere com'eravamo tutti belli fermi e immobili. Poi però doveva decretare il migliore e passare a lui, al migliore, il potere di lanciare l'Arimortis, che a sua volta avrebbe trasmesso al prossimo e al prossimo ancora e così via.
Questo per dimostrare che a uno il latino glielo insegnano troppo tardi e non quando gli serve davvero, a sei anni.
Tutti di pietra.
Col cuore che pompava a mille, gli occhi gonfi e gli sforzi per rallentare il fiato, per diventare una statua meglio degli altri. Tutti immobili, in quella piazzetta piccola baciata dal sole, col porfido più rosso del vino, così rosso che se cadevi e ti sbucciavi e usciva sangue, non lo vedevi. Lo scoprivi poi a casa.
E poi cominciavi a pregare che chi aveva detto Alimortis, che era lui in quel momento a comandare questo momento di gioco, di metagioco, di gioco nel gioco, si stancasse di star fermo. Che gli venisse un prurito, un grattamento, gli arrivasse addosso una bestiola in volo che lo costringesse a farci uscire tutti da questo momentaneo museo di statue viventi.
La variante Arimortis invece era la versione più perfida, perché noi ci siamo sempre immaginati che se i romani dicevano arimortacci tua, era nel senso che dovevi stare più fermo, perché eri morto due volte e che non potevi muoverti assolutissimamente e chi l'aveva lanciato, l'Arimortis, poteva muoversi e girare e vedere com'eravamo tutti belli fermi e immobili. Poi però doveva decretare il migliore e passare a lui, al migliore, il potere di lanciare l'Arimortis, che a sua volta avrebbe trasmesso al prossimo e al prossimo ancora e così via.
Questo per dimostrare che a uno il latino glielo insegnano troppo tardi e non quando gli serve davvero, a sei anni.
si parla di:
accademia della semola
mercoledì 9 gennaio 2013
Nel nome del padre (13)
Quattro anni fa, nella notte che sta per arrivare
- quella tra il 9 e il 10 gennaio -
succedevano queste cose.
Domani sarà il compleanno di Ester.
E quella notte andò così:
http://piovonopietre.rockit.it/2012/03/21/parto/
- quella tra il 9 e il 10 gennaio -
succedevano queste cose.
Domani sarà il compleanno di Ester.
E quella notte andò così:
http://piovonopietre.rockit.it/2012/03/21/parto/
martedì 8 gennaio 2013
Trucchi della borghesia (79)
Il caldo cotone. (E poi, è inutile che mettano l'aggettivo prima, per convincermi. Il cotone non è caldo manco se lo premetti.)
(di Cristiano Micucci "Mix")
(di Cristiano Micucci "Mix")
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