venerdì 26 febbraio 2016
mercoledì 17 febbraio 2016
Racconti molto ma molto brevi (2)
Un giorno, finalmente, dopo anni di ricerche, il Dottor Bernardi, uno dei biologi più importanti del mondo, scoprì il segreto della vita eterna. Nessuno lo rivide mai più.
giovedì 11 febbraio 2016
Racconti molto ma molto brevi
Giuseppe sembrava del tutto pelato, ma osservandolo da vicino si poteva notare un capello abbastanza lungo quasi al centro della testa. Solo che quel capello era il Diavolo.
venerdì 5 febbraio 2016
Così fan tutti (io con un mostro verde)
Fan tutti così, a quell’età lì, mi risulta, almeno i maschi, coi brufoli che puntellano la fronte e le erezioni granitiche, fresche e magnifiche, che devono esplodere il prima possibile di nascosto, costi quel che costi; lo fanno tutti, davvero, nessuno escluso; lo fanno tutti così, giuro, e lo fanno con le donnine fotografate o disegnate, o con degli omini, dipende dai gusti, o anche con dei pensieri colorati.
A me, per esempio, è capitato con un mostro verde.
A me, per esempio, è capitato con un mostro verde.
giovedì 14 gennaio 2016
Tre domande a Emanuele Vannini
Ciao Vannini (io sono abituato a chiamarlo Vannini), perché hai scritto Il tensore di Torperterra?
Ciao belli! Ho scritto il Tensore perché me l’ha chiesto Blonk, la casa editrice - a livello di meccanica della faccenda – perché io mica ci avevo mai pensato che potevo scrivere una roba lunga come un romanzo, né sapevo se ne sarei stato capace o meno. Come motivazione, c’è stato che m’han chiesto di scriverlo nel momento in cui avevo delle cose da dire e una storia che mi frullava nell’ampio spazio inutilizzato che ho in testa. Queste sono le motivazioni ufficiali, vi piacciono? Poi, la realtà – invece – è che l’ho scritto perché quelli che scrivono piacciono alle donne.
Dove, come e quando l'hai scritto?
L’ho scritto in cucina, ma state tranquilli: nella mia. Non è che – se ne scrivo un altro – rischiate di trovarmi nella vostra. Forse. Nel caso mi trovaste nella vostra cucina – di notte - a scrivere un libro, comunque, lo so che avreste tutte le ragioni per arrabbiarvi, però trattatemi comunque con gentilezza, per favore. Ho pensato il libro per un po’ e mi sono segnato date, personaggi e frasi che volevo entrassero nel Tensore su un cartellone che avevo sempre in vista. Intanto, leggevo e mi documentavo sull’ambientazione storica. Poi, per circa un mese e mezzo, ho scritto. Da mezzanotte alle tre di notte circa, tutte le notti del giugno e della prima metà di luglio di un paio di anni fa, dato che il lavoro che facevo all’epoca me lo permetteva e – soprattutto – che io son sempre stato una bestia parecchio notturna. L’ho scritto di getto, circa tre o quattro pagine a notte, mentre ogni tanto mi buttavo sotto il tavolo perché entravano delle falene enormi. Evidentemente, tra le bestie notturne, io non sono quella in cima alla catena alimentare. Delle volte mi buttavo all’indietro come i sommozzatori dal canotto e mi trovavo a rotolare in terrazzo, così mi fumavo una sigaretta e intanto guardavo le falene enormi con disapprovazione, muovendo la testa come a dire No e polemizzando “…è così, che rispetti la letteratura?!”. Non ha mai funzionato, anzi: delle volte mi pareva che le falene enormi volassero sullo sfondo del soffitto della cucina, a comporre la scritta Non te ne frega niente della letteratura, scrivi solo perché quelli che scrivono piacciono alle donne. Le falene, pure quelle enormi – OH! – saranno anche sceme dure con questa cosa di scambiare le luci artificiali per le stelle o la luna e di farsi friggere dai neon azzurrognoli appesi nei locali fighi che frequento io ma, per altre cose, si vede, che hanno dell’intuito.
È bello?
Sì, anche se l’ho scritto io.
_________________
Emanuele Vannini, che alcuni conoscono come Van deer Gaz, ha un blog dove scrive e disegna (soprattutto scrive). Nella vita gli è capitato anche di scrivere delle cose per Barabba come quel racconto pazzesco che è Va là tugnino per le Schegge di Liberazione.
Il tensore di Torperterra fu il suo esordio letterario elettrico per l'editore Blonk nel lontano 2013, e Vannini l'avevamo già intervistato alla rovescia, all'epoca. Ma visto che, caso più unico che raro per un editore che fa principalmente ebook, Il tensore di Torperterra è stato in questi giorni stampato su carta, cellulosa e idrocarburi, abbiamo pensato bene di fargli altre tre domande.
Adesso che sono finite le feste e avete smesso di fare dei regali agli altri, fatevene uno col tensore di Torperterra, ultimo classico romagnolo di un grande scrittore vivente.
Ciao belli! Ho scritto il Tensore perché me l’ha chiesto Blonk, la casa editrice - a livello di meccanica della faccenda – perché io mica ci avevo mai pensato che potevo scrivere una roba lunga come un romanzo, né sapevo se ne sarei stato capace o meno. Come motivazione, c’è stato che m’han chiesto di scriverlo nel momento in cui avevo delle cose da dire e una storia che mi frullava nell’ampio spazio inutilizzato che ho in testa. Queste sono le motivazioni ufficiali, vi piacciono? Poi, la realtà – invece – è che l’ho scritto perché quelli che scrivono piacciono alle donne.
Dove, come e quando l'hai scritto?
L’ho scritto in cucina, ma state tranquilli: nella mia. Non è che – se ne scrivo un altro – rischiate di trovarmi nella vostra. Forse. Nel caso mi trovaste nella vostra cucina – di notte - a scrivere un libro, comunque, lo so che avreste tutte le ragioni per arrabbiarvi, però trattatemi comunque con gentilezza, per favore. Ho pensato il libro per un po’ e mi sono segnato date, personaggi e frasi che volevo entrassero nel Tensore su un cartellone che avevo sempre in vista. Intanto, leggevo e mi documentavo sull’ambientazione storica. Poi, per circa un mese e mezzo, ho scritto. Da mezzanotte alle tre di notte circa, tutte le notti del giugno e della prima metà di luglio di un paio di anni fa, dato che il lavoro che facevo all’epoca me lo permetteva e – soprattutto – che io son sempre stato una bestia parecchio notturna. L’ho scritto di getto, circa tre o quattro pagine a notte, mentre ogni tanto mi buttavo sotto il tavolo perché entravano delle falene enormi. Evidentemente, tra le bestie notturne, io non sono quella in cima alla catena alimentare. Delle volte mi buttavo all’indietro come i sommozzatori dal canotto e mi trovavo a rotolare in terrazzo, così mi fumavo una sigaretta e intanto guardavo le falene enormi con disapprovazione, muovendo la testa come a dire No e polemizzando “…è così, che rispetti la letteratura?!”. Non ha mai funzionato, anzi: delle volte mi pareva che le falene enormi volassero sullo sfondo del soffitto della cucina, a comporre la scritta Non te ne frega niente della letteratura, scrivi solo perché quelli che scrivono piacciono alle donne. Le falene, pure quelle enormi – OH! – saranno anche sceme dure con questa cosa di scambiare le luci artificiali per le stelle o la luna e di farsi friggere dai neon azzurrognoli appesi nei locali fighi che frequento io ma, per altre cose, si vede, che hanno dell’intuito.
È bello?
Sì, anche se l’ho scritto io.
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Emanuele Vannini, che alcuni conoscono come Van deer Gaz, ha un blog dove scrive e disegna (soprattutto scrive). Nella vita gli è capitato anche di scrivere delle cose per Barabba come quel racconto pazzesco che è Va là tugnino per le Schegge di Liberazione.
Il tensore di Torperterra fu il suo esordio letterario elettrico per l'editore Blonk nel lontano 2013, e Vannini l'avevamo già intervistato alla rovescia, all'epoca. Ma visto che, caso più unico che raro per un editore che fa principalmente ebook, Il tensore di Torperterra è stato in questi giorni stampato su carta, cellulosa e idrocarburi, abbiamo pensato bene di fargli altre tre domande.
Adesso che sono finite le feste e avete smesso di fare dei regali agli altri, fatevene uno col tensore di Torperterra, ultimo classico romagnolo di un grande scrittore vivente.
lunedì 4 gennaio 2016
Tre domande a Cristiano Micucci
Ciao Mix (per gli amici Cristiano Micucci si chiama Mix), perché hai scritto Eccì?
Eccì l'ho scritto perché un giorno mi è capitato davanti, probabilmente per la biliardesima volta nella mia vita, quel dettaglio sulla velocità degli starnuti che lascia sempre tutti stupiti per alcuni secondi, poi non gliene frega più niente a nessuno, e forse è per questo che non ci sono tanti libri che parlano di starnuti. Insomma ho letto che gli starnuti vanno a 200-300 o anche di più (ogni fonte riporta cifre diverse) chilometri orari, e come tutte le volte precedenti sono rimasto a bocca aperta, e ho pensato che era una velocità incredibile, che non ci si aspetta mica da uno starnuto. Poi però, passati alcuni secondi, invece di cliccare altrove o girare pagina, invece di fare come tutte le volte precedenti, mi sono chiesto Chissà cosa succede aumentando la velocità, che mi pare anche una considerazione da scienziato (io spesso mi spaccio per uomo di scienza), o quantomeno da empirista (io spesso mi spaccio per uomo di filosofia), così ho deciso di scrivere cosa succedeva, giocando a sproposito con quella variabile, ed è venuto fuori Eccì.
Dove, come e quando l'hai scritto?
L'ho scritto nella sala lettura (e scrittura, evidentemente) della biblioteca comunale di Matelica. Non è che ci vado apposta, a Matelica, che è un paesino della provincia di Macerata, ci abito proprio, quindi mi resta piuttosto comodo, almeno rispetto a, che so, Roma o Vibo Valentia. La biblioteca, intitolata a Libero Bigiaretti, è un luogo tranquillo, sebbene molto vivo, in cui sono di casa, e c'è una rete wi-fi sufficientemente lenta da limitare le distrazioni da social network. Inoltre, essere circondato da libri è stimolante, perché appena vedi uno spazio vuoto pensi Ecco, lì ci starebbe proprio bene il mio, di libro.
L'ho scritto su Naima, che è il mio netbook (do i nomi ai computer, sì. Non lo fanno tutti?). È un po' vecchiotto, c'è da dire, ma con Xubuntu (è un sistema operativo) è abbastanza scattante: tanto, per scrivere non serve mica Pensiero profondo, basta poco. Come programma ho usato Abiword, anche se sempre più spesso scrivo tutto con editor di testo minimali e salvo ogni cosa in txt. Less is more, diceva Dante Alighieri.
Eccì è stato scritto in due fasi. Anzi tre. La prima mi pare fosse verso l'autunno del 2014. Raggiunta una bozza di alcune pagine e molti appunti, lo lasciai da parte (io faccio così, di solito, coi testi lunghi: inizio a scrivere una cosa, poi a un certo punto mi annoio, arranco, e lascio stare, e inizio a scrivere altro. Poi riprendo in mano questi abbozzi dopo mesi, o anni, e riparto). All'inizio della primavera del 2015 l'ho ripreso e dopo non più di due mesi avevo una prima stesura piuttosto sostanziosa. Infine c'è stata una terza fase di scrittura, messa in moto dai sacrosanti consigli di Lele Rozza (editor di Blonk), che ha portato Eccì al suo volume attuale. L'ho scritto di giorno, comunque.
È bello?
È un tipo.
_________________
Cristiano Micucci (Mix) ha un blog dove scrive delle cose che fanno ridere e bene alla pelle. Spesso gli passa per la testa anche di scrivere su e per Barabba (tra cui anche un libro di racconti digitali).
Eccì, che è uscito qualche giorno fa (l'anno scorso!) in formato elettrico per Blonk, non è propriamente il suo esordio letterario, ma forse sì. Comunque, mentre lo leggevo, prima delle ferie, in pausa pranzo, a un certo punto ho dovuto smettere per non sputazzare le penne all'arrabbiata sulla schiena di uno seduto nel tavolo di fronte al mio.
Eccì l'ho scritto perché un giorno mi è capitato davanti, probabilmente per la biliardesima volta nella mia vita, quel dettaglio sulla velocità degli starnuti che lascia sempre tutti stupiti per alcuni secondi, poi non gliene frega più niente a nessuno, e forse è per questo che non ci sono tanti libri che parlano di starnuti. Insomma ho letto che gli starnuti vanno a 200-300 o anche di più (ogni fonte riporta cifre diverse) chilometri orari, e come tutte le volte precedenti sono rimasto a bocca aperta, e ho pensato che era una velocità incredibile, che non ci si aspetta mica da uno starnuto. Poi però, passati alcuni secondi, invece di cliccare altrove o girare pagina, invece di fare come tutte le volte precedenti, mi sono chiesto Chissà cosa succede aumentando la velocità, che mi pare anche una considerazione da scienziato (io spesso mi spaccio per uomo di scienza), o quantomeno da empirista (io spesso mi spaccio per uomo di filosofia), così ho deciso di scrivere cosa succedeva, giocando a sproposito con quella variabile, ed è venuto fuori Eccì.
Dove, come e quando l'hai scritto?
L'ho scritto nella sala lettura (e scrittura, evidentemente) della biblioteca comunale di Matelica. Non è che ci vado apposta, a Matelica, che è un paesino della provincia di Macerata, ci abito proprio, quindi mi resta piuttosto comodo, almeno rispetto a, che so, Roma o Vibo Valentia. La biblioteca, intitolata a Libero Bigiaretti, è un luogo tranquillo, sebbene molto vivo, in cui sono di casa, e c'è una rete wi-fi sufficientemente lenta da limitare le distrazioni da social network. Inoltre, essere circondato da libri è stimolante, perché appena vedi uno spazio vuoto pensi Ecco, lì ci starebbe proprio bene il mio, di libro.
L'ho scritto su Naima, che è il mio netbook (do i nomi ai computer, sì. Non lo fanno tutti?). È un po' vecchiotto, c'è da dire, ma con Xubuntu (è un sistema operativo) è abbastanza scattante: tanto, per scrivere non serve mica Pensiero profondo, basta poco. Come programma ho usato Abiword, anche se sempre più spesso scrivo tutto con editor di testo minimali e salvo ogni cosa in txt. Less is more, diceva Dante Alighieri.
Eccì è stato scritto in due fasi. Anzi tre. La prima mi pare fosse verso l'autunno del 2014. Raggiunta una bozza di alcune pagine e molti appunti, lo lasciai da parte (io faccio così, di solito, coi testi lunghi: inizio a scrivere una cosa, poi a un certo punto mi annoio, arranco, e lascio stare, e inizio a scrivere altro. Poi riprendo in mano questi abbozzi dopo mesi, o anni, e riparto). All'inizio della primavera del 2015 l'ho ripreso e dopo non più di due mesi avevo una prima stesura piuttosto sostanziosa. Infine c'è stata una terza fase di scrittura, messa in moto dai sacrosanti consigli di Lele Rozza (editor di Blonk), che ha portato Eccì al suo volume attuale. L'ho scritto di giorno, comunque.
È bello?
È un tipo.
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Cristiano Micucci (Mix) ha un blog dove scrive delle cose che fanno ridere e bene alla pelle. Spesso gli passa per la testa anche di scrivere su e per Barabba (tra cui anche un libro di racconti digitali).
Eccì, che è uscito qualche giorno fa (l'anno scorso!) in formato elettrico per Blonk, non è propriamente il suo esordio letterario, ma forse sì. Comunque, mentre lo leggevo, prima delle ferie, in pausa pranzo, a un certo punto ho dovuto smettere per non sputazzare le penne all'arrabbiata sulla schiena di uno seduto nel tavolo di fronte al mio.
martedì 22 dicembre 2015
Tre domande a Ginevra Lamberti
Ciao Ginevra, perché hai scritto La questione più che altro?
Ho iniziato a scriverlo nel momento in cui ho compreso che la mia idea di quel che mi sarebbe piaciuto fare era frutto di un equivoco. Cioè, ho iniziato a scriverlo quando ho capito che sarei stata una sega come giornalista e che quel che usavo mettere nero su bianco già da diversi anni non era la cronaca del quotidiano ma la sua narrazione/rappresentazione. Poi mi sono arenata. Poi l’ho finito perché mio padre è mancato e pensavo di doverlo restituire al mondo in tutta la sua bellezza non compresa. Poi è finita che mi sto accorgendo che è stato lui a portare nel mondo me.
Dove, come e quando l'hai scritto?
Davanti alla stufa nella casa materna, in treno, in una stanza singola di un appartamento condiviso, in una stanza doppia di un appartamento condiviso, in treno, in autobus, su un foglio A4 tra una chiamata e l’altra in un callcenter, alla fermata del vaporetto, seduta per terra, in ospedale, camminando, riempiendomi le tasche di pizzini accartocciati durante i turni al ristorante, al computer, sul diario, sul retro degli scontrini, la mattina presto, a notte fonda, in pausa, a singhiozzo, tra il novembre del 2010 e l’agosto del 2014, con lunghi silenzi nel mezzo.
È bello?
È un tipo.
_________________
Ginevra Lamberti ha un blog inbassoadestra. Nella vita le è capitato di scrivere anche delle cose su Barabba e su Schegge di Liberazione.
La questione più che altro è, come si dice, il suo esordio letterario, uscito qualche mese fa per le edizioni nottetempo.
Fate ancora in tempo a correre in libreria per poi infilarlo in qualche cesto natalizio. Secondo me viene un bel regalo.
Ho iniziato a scriverlo nel momento in cui ho compreso che la mia idea di quel che mi sarebbe piaciuto fare era frutto di un equivoco. Cioè, ho iniziato a scriverlo quando ho capito che sarei stata una sega come giornalista e che quel che usavo mettere nero su bianco già da diversi anni non era la cronaca del quotidiano ma la sua narrazione/rappresentazione. Poi mi sono arenata. Poi l’ho finito perché mio padre è mancato e pensavo di doverlo restituire al mondo in tutta la sua bellezza non compresa. Poi è finita che mi sto accorgendo che è stato lui a portare nel mondo me.
Dove, come e quando l'hai scritto?
Davanti alla stufa nella casa materna, in treno, in una stanza singola di un appartamento condiviso, in una stanza doppia di un appartamento condiviso, in treno, in autobus, su un foglio A4 tra una chiamata e l’altra in un callcenter, alla fermata del vaporetto, seduta per terra, in ospedale, camminando, riempiendomi le tasche di pizzini accartocciati durante i turni al ristorante, al computer, sul diario, sul retro degli scontrini, la mattina presto, a notte fonda, in pausa, a singhiozzo, tra il novembre del 2010 e l’agosto del 2014, con lunghi silenzi nel mezzo.
È bello?
È un tipo.
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Ginevra Lamberti ha un blog inbassoadestra. Nella vita le è capitato di scrivere anche delle cose su Barabba e su Schegge di Liberazione.
La questione più che altro è, come si dice, il suo esordio letterario, uscito qualche mese fa per le edizioni nottetempo.
Fate ancora in tempo a correre in libreria per poi infilarlo in qualche cesto natalizio. Secondo me viene un bel regalo.
venerdì 18 dicembre 2015
giovedì 17 dicembre 2015
mercoledì 16 dicembre 2015
martedì 1 dicembre 2015
Tre domande a Elena Marinelli
Ciao Elena, perché hai scritto Il terzo incomodo?
Ho scritto Il terzo incomodo perché volevo additarlo in pubblico e un post su Facebook mi pareva troppo poco.
Dove, come e quando l'hai scritto?
L'ho scritto in un anno e mezzo circa, con due riscritture, a parte i capitoli finali che ho riscritto quattro volte. Io sono lenta a scrivere e mi aiuta molto riscrivere, è una cosa che ho imparato ad apprezzare da pochi anni a questa parte, deve essere l'età, dice che si diventa più pazienti. Scrivevo dalle 5.45 alle 7.40 dal lunedì al venerdì, dalle 8.30 alle 17 il sabato e la domenica con una pausa di una mezz'ora per il pranzo e dalle 8.30 fino almeno alle 11 durante le feste comandate o le ferie.
Anche il posto era abitudinario: seduta alla mia scrivania, con il computer, guardando un muro bianco di fronte a me e una finestra che affaccia su Milano alla mia destra. Il muro bianco l'ho scelto perché uno scrittore statunitense molto bravo in un'intervista in tv una volta ha detto che scriveva guardando un muro bianco*. Ho pensato che tentare non mi sarebbe costato nulla, letteralmente, perché non avrei dovuto dipingere niente. Il computer l'ho scelto perché è comodo. Ho cambiato solo per un Natale e una Pasqua, perché non ero a Milano e mi sono dovuta adattare; il computer era sempre quello, ma di fronte a me c'era lo spettacolo panoramico delle colline molisane dove sono cresciuta.
È bello?
È diviso in due parti. A molti è piaciuta più la prima della seconda, ad alcuni più la seconda della prima. Qualcuno si è affezionato a due personaggi che sembrano minori, Memè e Marianna, e io l'ho chiamato "Fattore M", altri mi hanno detto che Teresa, la protagonista, è un personaggio molto interessante. Una domanda molto bella che mi è stata fatta è perché ho scelto i nomi che ho scelto - io sono molto attenta ai nomi che uso, hanno un significato preciso nella storia e per il suono complessivo prodotto dalle lettere.
Una persona ci ha tenuto a sottolineare che gli è piaciuto «assai» e quell'assai mi ha fatto molto piacere.
Per fortuna nessuno fino a questo momento mi ha detto che so scrivere come uno scrittore maschio.
*Il video non l'ho trovato, quindi può essere che me lo sia immaginato.
Grazie delle domande.
_________________
Elena Marinelli ha un blog tutto suo, scrive(va) su Barabba collo pseudonimo di osvaldo e se guardate nel catalogo di Barabba Edizioni ci sono un paio di libri che ha scritto.
Il terzo incomodo è il suo esordio letterario nell'editoria reale, è uscito di questi tempi per Baldini & Castoldi ed è un libro molto bello. Noi del soviet barabbista supremo siamo molto orgogliosi di lei.
Lo scrittore americano che scrive davanti a un muro bianco mi sembra di ricordare che fosse Paul Auster, che da qualche parte disse che se metteva il tavolo davanti alla finestra del salotto di casa sua, a Park Slope, Brooklyn, NY, là fuori c'era talmente tanta vita che smetteva di aver voglia di scrivere.
Ho scritto Il terzo incomodo perché volevo additarlo in pubblico e un post su Facebook mi pareva troppo poco.
Dove, come e quando l'hai scritto?
L'ho scritto in un anno e mezzo circa, con due riscritture, a parte i capitoli finali che ho riscritto quattro volte. Io sono lenta a scrivere e mi aiuta molto riscrivere, è una cosa che ho imparato ad apprezzare da pochi anni a questa parte, deve essere l'età, dice che si diventa più pazienti. Scrivevo dalle 5.45 alle 7.40 dal lunedì al venerdì, dalle 8.30 alle 17 il sabato e la domenica con una pausa di una mezz'ora per il pranzo e dalle 8.30 fino almeno alle 11 durante le feste comandate o le ferie.
Anche il posto era abitudinario: seduta alla mia scrivania, con il computer, guardando un muro bianco di fronte a me e una finestra che affaccia su Milano alla mia destra. Il muro bianco l'ho scelto perché uno scrittore statunitense molto bravo in un'intervista in tv una volta ha detto che scriveva guardando un muro bianco*. Ho pensato che tentare non mi sarebbe costato nulla, letteralmente, perché non avrei dovuto dipingere niente. Il computer l'ho scelto perché è comodo. Ho cambiato solo per un Natale e una Pasqua, perché non ero a Milano e mi sono dovuta adattare; il computer era sempre quello, ma di fronte a me c'era lo spettacolo panoramico delle colline molisane dove sono cresciuta.
È bello?
È diviso in due parti. A molti è piaciuta più la prima della seconda, ad alcuni più la seconda della prima. Qualcuno si è affezionato a due personaggi che sembrano minori, Memè e Marianna, e io l'ho chiamato "Fattore M", altri mi hanno detto che Teresa, la protagonista, è un personaggio molto interessante. Una domanda molto bella che mi è stata fatta è perché ho scelto i nomi che ho scelto - io sono molto attenta ai nomi che uso, hanno un significato preciso nella storia e per il suono complessivo prodotto dalle lettere.
Una persona ci ha tenuto a sottolineare che gli è piaciuto «assai» e quell'assai mi ha fatto molto piacere.
Per fortuna nessuno fino a questo momento mi ha detto che so scrivere come uno scrittore maschio.
*Il video non l'ho trovato, quindi può essere che me lo sia immaginato.
Grazie delle domande.
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Elena Marinelli ha un blog tutto suo, scrive(va) su Barabba collo pseudonimo di osvaldo e se guardate nel catalogo di Barabba Edizioni ci sono un paio di libri che ha scritto.
Il terzo incomodo è il suo esordio letterario nell'editoria reale, è uscito di questi tempi per Baldini & Castoldi ed è un libro molto bello. Noi del soviet barabbista supremo siamo molto orgogliosi di lei.
Lo scrittore americano che scrive davanti a un muro bianco mi sembra di ricordare che fosse Paul Auster, che da qualche parte disse che se metteva il tavolo davanti alla finestra del salotto di casa sua, a Park Slope, Brooklyn, NY, là fuori c'era talmente tanta vita che smetteva di aver voglia di scrivere.
martedì 24 novembre 2015
Un dato
Se provate a chiedere a bruciapelo a chi vi sta intorno, al lavoro, a scuola, in casa, per la strada, dove vi pare, quando sono stati compiuti gli attentati a Parigi, difficilmente, anzi quasi mai, senza googlare o magari contare un-due-tre con le dita e lo sguardo verso l'alto, vi verrà risposto al volo con la data precisa. Provate.
Non so cosa voglia dire. Però è un dato.
Non so cosa voglia dire. Però è un dato.
giovedì 19 novembre 2015
Col viso rivolto a oriente
"Un tratto della rozzezza dei Franchi - Dio li confonda! - è questo. Quando visitai Gerusalemme io solevo entrare nella Moschea al-Aqsa, al cui fianco c'è un piccolo oratorio, di cui i Franchi avevan fatto una chiesa. Quando dunque entravo nella Moschea al-Aqsa, dove erano insediati i miei amici Templari, essi mi mettevano a disposizione quel piccolo oratorio per compiervi le mie preghiere. Un giorno entrai, dissi la formula Allah akbar e ristetti per iniziar la preghiera, quando un Franco mi si precipitò addosso, mi afferrò e volse il viso verso oriente, dicendo: «Così si prega». Subito intervennero alcuni Templari, che lo presero e allontanarono da me, mentre io tornavo a compiere la preghiera. Ma colui, colto un momento che non badavano, mi si ributtò addosso rivolgendomi la faccia a oriente, e ripetendo: «Così si prega». E di nuovo i Templari intervennero, lo allontanarono, e si scusarono con me dicendo: «È un forestiero, arrivato in questi giorni dal paese dei Franchi, e non ha mai visto nessuno a pregare fuorché col viso rivolto a oriente». «Ho pregato abbastanza», risposi; ed uscii, stupefatto per quel demonio che tanto si era alterato e agitato al veder pregare in direzione della Qibla!"
(Usama ibn Munqidh, Libro degli ammaestramenti, 1130 circa)
(Usama ibn Munqidh, Libro degli ammaestramenti, 1130 circa)
giovedì 12 novembre 2015
Sulla statale che collega Modena e Carpi
L'altro giorno, mentre eravamo in macchina sotto il sole di mezzogiorno sulla statale che collega Modena e Carpi, o forse è una strada provinciale, ma poco importa, e leggevamo ad alta voce la storia di un coccodrillo che partecipa a Lascia o raddoppia e crea scompiglio ingoiando e poi rigurgitando gli altri concorrenti e perfino Mike Bongiorno, mi è venuta improvvisamente questa illuminazione, non avallata da ulteriori analisi, approfondimenti o evidenze, che potrebbe anche essere una cavolata, sia chiaro, ma più ci penso e più sento che prende la forma di un assioma che potrei tatuarmi sul petto, e cioè: Gianni Rodari è il nostro Bulgakov.
giovedì 5 novembre 2015
Il declino dell'impero occidentale (2)
Per fare un altro esempio di come stiamo arrivando dove stiamo arrivando, o forse ci siamo già arrivati, chi lo sa, basti pensare agli apericena e alle gare tra i cuochi in televisione, o al fatto che dopo i trentacinque anni si son messi tutti improvvisamente a correre a piedi, e così via, beh, insomma, mi viene in mente quando cercavo su internet una ricetta per la crema pasticcera, e ne trovavo solo che dicevano alla fine della ricetta di ricoprire la crema con uno strato di pellicola prima di metterla in frigo, per evitare la formazione della «fastidiosa pellicina» che ci viene altrimenti. E mi saliva il magone, una cosa un po' proustiana, pensando a mia sorella e a me che ci contendevamo ogni millimetro di pellicina della crema che aveva fatto nostra madre, e quando finiva la pellicina, sotto ci poteva essere ancora un chilo di crema, noi la lasciavamo lì, che magari a stare in frigo, andare a sera, la superficie si sarebbe indurita ancora un po', e si poteva continuare la battaglia.
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