giovedì 19 aprile 2012
Un'altra intervista
Marta Traverso di Ledita.it (un sito che ha a che fare con LibrInnovando 2012 e che organizza le cose che andiamo a fare a Roma la prossima settimana) qualche ora fa mi ha fatto delle domande e io le ho risposto al volo. Trovate tutto qui.
Neverending tour: addendum aprile 2012
All'ultimo minuto, aggiungiamo due appuntamenti barabbisti che si terranno domani:
Venerdì 20 aprile
Se siete a Milano, al Balakobako, se si scrive così, c'è osvaldo, cioè l'elena, che legge croccantissima di simone rossi, con simonerossi e Bicio che strimpellano come loro solito.
Se invece siete a Correggio, in piazza, ci sono il dottor carlo dulinizo e la Betty Vezzani (che forse alcuni di voi, una paio d'anni fa, hanno visto sul palco insieme ai Modena City Ramblers) che presentano le Schegge di Liberazione all'European Resistance Assembly in un orario un po' barbino dalle tra le 16 e le 17.
Poi siamo tutti a Busto Arsizio, sabato 21, a fare le Schegge di Liberazione. E il 22 all'OFF di Modena con il Coro delle Mondine di Novi di Modena, e il 25 (cioè Natale) all'Antica Pescheria di Rimini, sempre con le Mondine. E ancora, a Roma il 27 al Fanfulla per un reading di cui vi diciamo più avanti e il 28 all'università di Tor Vergata per LibrInnovando. Ma lo sapevate già. Poi non dite che non veniamo mai dalle vostre parti.
Dopo c'è maggio. Ci saranno delle cose anche in maggio.
Venerdì 20 aprile
Se siete a Milano, al Balakobako, se si scrive così, c'è osvaldo, cioè l'elena, che legge croccantissima di simone rossi, con simonerossi e Bicio che strimpellano come loro solito.
Se invece siete a Correggio, in piazza, ci sono il dottor carlo dulinizo e la Betty Vezzani (che forse alcuni di voi, una paio d'anni fa, hanno visto sul palco insieme ai Modena City Ramblers) che presentano le Schegge di Liberazione all'European Resistance Assembly in un orario un po' barbino dalle tra le 16 e le 17.
Poi siamo tutti a Busto Arsizio, sabato 21, a fare le Schegge di Liberazione. E il 22 all'OFF di Modena con il Coro delle Mondine di Novi di Modena, e il 25 (cioè Natale) all'Antica Pescheria di Rimini, sempre con le Mondine. E ancora, a Roma il 27 al Fanfulla per un reading di cui vi diciamo più avanti e il 28 all'università di Tor Vergata per LibrInnovando. Ma lo sapevate già. Poi non dite che non veniamo mai dalle vostre parti.
Dopo c'è maggio. Ci saranno delle cose anche in maggio.
mercoledì 18 aprile 2012
Biografie essenziali (137)
Albert Einstein, gli attribuiscono così tante frasi che nella vita non dev’essere stato zitto un minuto.
(di Cristiano Micucci "Mix")
(di Cristiano Micucci "Mix")
lunedì 16 aprile 2012
E far l'amore anche se il mondo muore: un ebook
«Sai, mia cara, che non siamo distanti l’uno dall’altra? Se una mattina tu uscissi da Terezin e ti dirigessi a nord, e io da Bautzen venissi verso sud, la sera ci si potrebbe incontrare. Andremmo di corsa, no?»E far l'amore anche se il mondo muore è la raccolta delle quattro letture che abbiamo fatto il 15 aprile 2012 (ieri) nelle stanze del Museo Monumento al Deportato di Carpi (MO). In appendice, invece, ci abbiamo messo una specie di resoconto del viaggio che due di noi hanno intrapreso sul Treno della Memoria 2012, da Carpi ad Auschwitz e ritorno.
(Jula, Cecoslovacchia ― Museo Monumento al Deportato, Sala 6)
E far l'amore anche se il mondo muore è stato stampato in trentatré copie pinzate a mano e distribuito il giorno delle letture (ieri) a chi è venuto a sentirci. Da oggi, però, potete scaricarlo gratuitamente in ebook: in pdf (se volete fare in casa la vostra copia di carta), in epub e in mobi (se avete i cosi per leggere i libri elettrici).
E far l'amore anche se il mondo muore ieri è venuto così bene, dal vivo, che può anche darsi che ci venga voglia di rifarlo. Intanto, buona lettura.
domenica 15 aprile 2012
Penso che sia da selvaggi fare all’amore nudi
«Hitler è un tipo un po’ strambo e non sarà mai Cancelliere: potrebbe diventare al massimo Ministro delle Poste.» Il Presidente tedesco Paul von Hindeburg nel 1931. Neanche due anni dopo Hitler verrà nominato Cancelliere, prendendo di fatto il potere assoluto. Paul inizierà a collezionare francobolli. L’Europa, milioni di morti.
«Perché? avete i negri anche voi?» George W. Bush, citato dal Der Spiegel, durante un incontro ufficiale con il presidente del Brasile Fernando Cardoso, sociologo e scrittore.
«Oggi niente di nuovo.» Annotazione di Luigi XVI nel suo diario: 14 luglio 1789. Il giorno della Presa della Bastiglia, inizio della Rivoluzione Francese. Una delle cinque date della storia che occorrerebbe imparare a memoria e che Luigi avrebbe voluto dimenticare.
«La band è OK. Ma liberatevi di quel cantante con i labbroni.» Andrew Loog Oldham, produttore della BBC dopo un’audizione dei Rolling Stones, 1963. Il cantante con i labbroni era Mick Jagger.
«Il cinema è solo una moda passeggera. È il dramma in lattina. Non illudetevi. Il pubblico vuole vedere storie di carne e sangue rappresentate in palcoscenico.» Charlie Chaplin.
«Quattro scimmie che urlano non useranno mai, senza permesso, l'onorato nome di famiglia.» Baronessa Frau Eva von Zeppelin.
«Aha! È impensabile che il dottor Berlusconi entri in politica. Deve occuparsi dei suoi debiti. Stia fermo, tanto prenderebbe pochi voti. Non siamo mica in Brasile.» Massimo D'Alema, 1983.
«La ragazza mi pare non possieda quella percezione speciale dei sentimenti che solleverebbe di poco questo libro dal puro livello di curiosità.» Scheda editoriale de “Il Diario di Anna Frank”. Una volta pubblicato, sarà tradotto in 55 lingue.
«Penso che sia da selvaggi fare all’amore nudi.» Sharon Stone.
«Un ignorante sesquipedale, un mostriciattolo prodotto di un'avventura di analfabeti... una sogliola da schiacciare... una teppa... un bugiardo, un buffone... un arabo mentitore, un levantino con il gusto della menzogna... uno che potrebbe finire in galera... un pugile suonato... un pazzo... un botolo ringhioso... un topo chiuso in una scatola, che batte la testa da tutte le parti cercando un buco, ma da tutte le parti c'è una tagliola.» Gianfranco Miglio, co-fondatore e ideologo della Lega, su Umberto Bossi, suo amico.
«La libertà di critica è totale in URSS.» Jean-Paul Sartre, filosofo, su "Liberation", 1954.
«È chiaro che non ci sarà nessuna riunificazione della Germania in questo secolo.» Flora Lewis, corrispondente per gli affari esteri dalla sua rubrica sul New York Times, 1984. Un mestiere, come abbiamo capito, che potrebbe fare chiunque scrivendo reportage dal tinello della propria cucina.
«Ormai Mickey Mouse non interessa più a nessuno. Penso che dovremo eliminarlo.» Roy O. Disney, fratello di Walt, 1937, pericoloso topicida.
«A chi diavolo vuoi che interessi sentir parlare gli attori?» Hirsch Eichelbaum Warner, Co-fondatore della Warner Brothers, 1927 commentando la nuova invenzione del cinema sonoro.
«Questa roba non sarà musica neanche nel trentesimo secolo.» Frank Sinatra dopo aver ascoltato un disco rock di Billy Idol.
«Questo virus è un gattino innocuo.» Dr. Peter Duesberg, professore di biologia molecolare alla University of California, Berkeley, commentando la scoperta del virus dell'HIV, nel 1988. Tra il 1980 e il 2010 l’Aids ha ucciso, solo in Africa, venticinque milioni di persone.
«Non credo che abbiamo commesso qualcosa di sbagliato nel portargli via questo grande paese. C’era così tanta gente che aveva bisogno di nuova terra e gli indiani erano egoisti se volevano tenerla tutta per sé.» John Wayne.
__________
Questa è una specie di introduzione scritta dal prode carlo dulinizo per una cosa che potete sentire dal vivo oggi, alle 17, al Museo Monumento al Deportato di Carpi, mentre facciamo l'amore anche se il mondo muore. Vestìti.
«Perché? avete i negri anche voi?» George W. Bush, citato dal Der Spiegel, durante un incontro ufficiale con il presidente del Brasile Fernando Cardoso, sociologo e scrittore.
«Oggi niente di nuovo.» Annotazione di Luigi XVI nel suo diario: 14 luglio 1789. Il giorno della Presa della Bastiglia, inizio della Rivoluzione Francese. Una delle cinque date della storia che occorrerebbe imparare a memoria e che Luigi avrebbe voluto dimenticare.
«La band è OK. Ma liberatevi di quel cantante con i labbroni.» Andrew Loog Oldham, produttore della BBC dopo un’audizione dei Rolling Stones, 1963. Il cantante con i labbroni era Mick Jagger.
«Il cinema è solo una moda passeggera. È il dramma in lattina. Non illudetevi. Il pubblico vuole vedere storie di carne e sangue rappresentate in palcoscenico.» Charlie Chaplin.
«Quattro scimmie che urlano non useranno mai, senza permesso, l'onorato nome di famiglia.» Baronessa Frau Eva von Zeppelin.
«Aha! È impensabile che il dottor Berlusconi entri in politica. Deve occuparsi dei suoi debiti. Stia fermo, tanto prenderebbe pochi voti. Non siamo mica in Brasile.» Massimo D'Alema, 1983.
«La ragazza mi pare non possieda quella percezione speciale dei sentimenti che solleverebbe di poco questo libro dal puro livello di curiosità.» Scheda editoriale de “Il Diario di Anna Frank”. Una volta pubblicato, sarà tradotto in 55 lingue.
«Penso che sia da selvaggi fare all’amore nudi.» Sharon Stone.
«Un ignorante sesquipedale, un mostriciattolo prodotto di un'avventura di analfabeti... una sogliola da schiacciare... una teppa... un bugiardo, un buffone... un arabo mentitore, un levantino con il gusto della menzogna... uno che potrebbe finire in galera... un pugile suonato... un pazzo... un botolo ringhioso... un topo chiuso in una scatola, che batte la testa da tutte le parti cercando un buco, ma da tutte le parti c'è una tagliola.» Gianfranco Miglio, co-fondatore e ideologo della Lega, su Umberto Bossi, suo amico.
«La libertà di critica è totale in URSS.» Jean-Paul Sartre, filosofo, su "Liberation", 1954.
«È chiaro che non ci sarà nessuna riunificazione della Germania in questo secolo.» Flora Lewis, corrispondente per gli affari esteri dalla sua rubrica sul New York Times, 1984. Un mestiere, come abbiamo capito, che potrebbe fare chiunque scrivendo reportage dal tinello della propria cucina.
«Ormai Mickey Mouse non interessa più a nessuno. Penso che dovremo eliminarlo.» Roy O. Disney, fratello di Walt, 1937, pericoloso topicida.
«A chi diavolo vuoi che interessi sentir parlare gli attori?» Hirsch Eichelbaum Warner, Co-fondatore della Warner Brothers, 1927 commentando la nuova invenzione del cinema sonoro.
«Questa roba non sarà musica neanche nel trentesimo secolo.» Frank Sinatra dopo aver ascoltato un disco rock di Billy Idol.
«Questo virus è un gattino innocuo.» Dr. Peter Duesberg, professore di biologia molecolare alla University of California, Berkeley, commentando la scoperta del virus dell'HIV, nel 1988. Tra il 1980 e il 2010 l’Aids ha ucciso, solo in Africa, venticinque milioni di persone.
«Non credo che abbiamo commesso qualcosa di sbagliato nel portargli via questo grande paese. C’era così tanta gente che aveva bisogno di nuova terra e gli indiani erano egoisti se volevano tenerla tutta per sé.» John Wayne.
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Questa è una specie di introduzione scritta dal prode carlo dulinizo per una cosa che potete sentire dal vivo oggi, alle 17, al Museo Monumento al Deportato di Carpi, mentre facciamo l'amore anche se il mondo muore. Vestìti.
sabato 14 aprile 2012
E far l'amore anche se il mondo muore: di carta e voce domani, d'elettroni lunedì
Volevamo farne un centinaio di copie, invece sono solo trentatré (che, barabbisticamente parlando, è anche un bel numero), perché ci è finita la carta. Ma si tratta poi di trentatré fascicoletti fotocopiati e pinzati a mano, giusto un ricordo da portarsi a casa per chi verrà domani a sentirci far l'amore anche se il mondo muore, alle 17 abbastanza puntuali, presso il Museo Monumento al Deportato di Carpi (anche in caso di maltempo, tanto siamo al chiuso nelle stanze del museo).
Lunedì, invece, lo facciamo uscire in ebook, in tutti i formati che volete, infinitamente downloadabile gratis, liberamente condivisibile, come nostro solito. Secondo noi è bello.
Lunedì, invece, lo facciamo uscire in ebook, in tutti i formati che volete, infinitamente downloadabile gratis, liberamente condivisibile, come nostro solito. Secondo noi è bello.
venerdì 13 aprile 2012
Qualcuno senza ali
Quando dalla Sicilia sono salita a Carpi era il millenovecentoquarantatre, non avevo ancora sedici anni e avevo un lasciapassare che diceva che potevo frequentare la prima magistrale superiore. Il sistema allora era tutto diverso. Mia madre, rimasta vedova e senza più lavoro aveva deciso di salire tutta l’Italia con me e mia sorella maggiore e di venire a stare qua. Ancora adesso mi chiedo come ha fatto una donna di quasi cinquant’anni in un paese in guerra, senza saper leggere e scrivere, a portarci fin quassù.
Ci siamo arrivate col treno, anche se avevamo tanti bagagli e dovevamo spesso scendere e salire dai treni per paura dei bombardamenti. Io non avevo mai viaggiato prima, a parte qualche giornata a Messina in compagnia del babbo. Si può dire che l’Italia quella volta dal finestrino l’ho vista quasi tutta. L’ho pure toccata coi piedi ad ogni sosta e a volte, quando scampavamo ai bombardamenti, anche baciata. Erano i miei primi baci a qualcuno che non fosse di famiglia e son contenta di averli dati ai posti che mi han salvato la vita.
Una volta dopo un allarme stavo per salire in un vagone chiuso che dalle fessure lasciava vedere delle ombre ma mia sorella che mi aveva tenuto d’occhio ha urlato: “Dove vai? Non vedi che è chiuso?” – “ma c’è qualcuno lì dentro!” - “Qualcuno? Al massimo qualcosa! Ehh!!! Domenica Aliquò, cominci a fare gli scherzi col tuo cognome adesso?” - e anche se non l’avevo capita l’ho seguita lo stesso verso la carrozza dove la mamma ci aspettava. Durante il viaggio mi ha spiegato un po’ di latino e quella regola che si ripete sempre: quando aliquis, che significa qualcuno o qualcosa d’indefinito, è preceduto da si o nisi, cioè se e se non, perde le ali, perché accompagna un evento possibile e rimane solo quis. Erano viaggi lunghi a quei tempi, erano ancora più lunghi per via dei bombardamenti, mettici pure le lezioni di latino, non arrivavamo più.
Abbiamo capito di essere vicine all’arrivo quando abbiamo smesso di vedere qualcosa oltre alla pianura piatta in fondo all’orizzonte. Giusto in tempo per rimandare la costruzione della perifrastica passiva. Poi è salita la nebbia, che non avevamo mai visto, almeno io. Arrivata la sera sembrava di entrare in un mondo fantasma. Un mondo di fantasmi tutti gentili, per fortuna.
Era marzo quando ci eravamo sistemate, e anche se potevo comunque andare a scuola, all’istituto superiore, avevo come paltò solo la mantella da piccola italiana e mi sembrava che andare a scuola con intorno le altre ragazze delle famiglie bene di Carpi... non mi sarei trovata bene. E poi il magistrale era solo a Modena, per andarci c’era la corriera ma era privata, a pagamento oppure il treno ma ci volevano dei soldi e noi avevamo solo il sussidio da sfollati. Quindi non è che potevo dire e fare.
Allora ho promesso a mia madre che dopo la guerra avrei ripreso a studiare, e in quel periodo c’era una legge fascista, quella delle madrine di guerra e uno poteva andare a lavorare o a far qualcosa per la patria, una specie di volontariato, diciamo così. Quindi sono andata alla stazione di Carpi e ho fatto domanda per essere assunta in biglietteria. Quando mi sono presentata in stazione mi hanno chiesto da dove venivo e io “Carpi” ho risposto, ma con la C in gola, come si diceva giù, e allora mi hanno chiesto di nuovo “Da dove?” e io dico “Garpi, Garpi con la Gi, Gi di Gane”. E tutti son scoppiati a ridere.
Così la stazione di Carpi mi ha scelto e sono andata a Mantova, un mese, a imparare a fare i biglietti. E la prima volta che sono arrivata alla stazione di Mantova, era la fine di Aprile e c’erano già stati i primi giorni di sole, m’ero distratta a preparare i fogli che dovevo consegnare a quelli di Mantova per cominciare ad imparare e ho guardato fuori quando ormai stavamo arrivando e mi sono abbagliata, perché non m’aspettavo luce guardando in basso e non sapevo che lì c’era un lago, più azzurro del cielo, più grande del respiro, e per un attimo mi è sembrato il paradiso.
Fino a che il mese non è finito e allora toccava a me fare i biglietti per la stazione di Carpi. Intanto mia sorella aveva già trovato lavoro da operaia nell’unica industria meccanica di Carpi allora e in mezzo a tutti quei lavoratori, aveva deciso di diventare socialista. A sentir lei i comunisti erano pericolosi quasi come i nazisti e il patto del trentanove tra Hitler e Stalin ne era la prova. Credeva molto nella democrazia, nel potere del popolo di scegliere e soprattutto nelle donne.
Che bisognava far qualcosa dice di averlo deciso quando una sera, alle cinque e mezza, proprio all’ora dell’uscita degli operai dalla fabbrica, lì dalla via della catena, la via sotto il portico a metà della piazza grande, i fascisti avevano appeso un morto al catenaccio che blocca il passaggio alle macchine, con le gambe stese per terra, le braccia sulla catena come un cristo e un cartello con su scritto: così muore un traditore. Dice che, quando ha visto la madre del morto e la moglie incinta piangerlo, ha capito che doveva fare qualcosa.
Io ancora certe cose non le volevo capire, perché facevano paura, e facevan preoccupare la mamma e allora continuavo a fare i biglietti e cercavo di fare bene quello che dovevo fare. Poi un giorno ho visto lui, che tornava dalla licenza, tutto bello in divisa militare, con quel viso allungato, quei capelli color del fieno a Maggio. Aveva una faccia un po’ mogia ma mi è bastato dirgli “Dai che torni presto!” di qua dal vetro per vederlo sorridere. Ed è lì che, come si dice qua, mi ha fatto su. Io non ero mai stata innamorata, e dire che ero carina, e molto. Me lo dicevano tutti, e quando quelli del bar centrale, dopo avermi detto per filo e per segno tutto quel che sapevano sul mio innamorato, mi chiedevano cosa ci trovavo mai in lui, io dicevo solo “C’ha un sorriso…”
Manco a farlo apposta, dopo neanche un mese, arriva l’Armistizio, 8 settembre, tutti a casa, e ci sembra che la guerra è finita, pace fatta e io comincio ad aspettare il mio bel Romeo. Mia madre non vuole che torni al lavoro, insiste e insiste, mi fa una testa così. Così un giorno, di punto in bianco, resto a casa, senza avvertire nessuno. E nessuno mi viene a cercare. Nessuno. Alla sera mia sorella mi dice che sono arrivati i tedeschi in stazione e che nessuno può più starci.
Passano i giorni, e io resto chiusa in casa, sola, con mia mamma che mi dice di avere pazienza ma io... figurati se a quell’età riesci a stare ferma, volevo andare, chiedere, informarmi! Mia sorella alla sera, dopo che ha allontanato la mamma con la scusa di aver lasciato al vicino le sue chiavi, mi dice che Lui è qui, è tornato, è stata lunga a piedi, ma è tornato, è in banda tra i partigiani e che volendo, se non lo dico a nessuno, in primis alla mamma, può organizzarmi un rendez vous. Non sono mai stata più rossa in vita mia, roba da far impallidire le rape, altroché! Ma comunque voglio dargli il benvenuto e propongo di trovarci domani nel piccolo prato tra la tratta ferroviaria e il villino d’Agostino, a Cibeno, fuori Carpi, ma non così tanto da sembrar sospetti.
La sera dopo alla cantina, anche se è già buio, continuano ad entrare rimorchi pieni d’uva per il lambrusco di quest’anno. La nebbia è già salita, mi sembra di camminare sulle nuvole e il pensiero di essere soli e non visti mi fa arrossire forse più di ieri.
Arrivo e lui è già lì.
Il cuore mi dà più colpi dei bombardamenti.
Non riesco ad aprire bocca. Lui nemmeno, sembra.
A un suo cenno di saluto rispondo anch’io col braccio, poi vedo che sta indicando il treno che passa di fianco a noi. È un treno merci che sfila lentamente, silenzioso, senza fretta. Dalle finestre del villino le luci si appoggiano, un po’ storte, sbilenche, sui vagoni. In ogni vagone, nell’angolo in alto a destra, c’è un buco grande come una scatola da scarpe.
Per un attimo mi sembra di vedere qualcosa o qualcuno muoversi dentro.
Qualcuno senza ali.
Ci siamo arrivate col treno, anche se avevamo tanti bagagli e dovevamo spesso scendere e salire dai treni per paura dei bombardamenti. Io non avevo mai viaggiato prima, a parte qualche giornata a Messina in compagnia del babbo. Si può dire che l’Italia quella volta dal finestrino l’ho vista quasi tutta. L’ho pure toccata coi piedi ad ogni sosta e a volte, quando scampavamo ai bombardamenti, anche baciata. Erano i miei primi baci a qualcuno che non fosse di famiglia e son contenta di averli dati ai posti che mi han salvato la vita.
Una volta dopo un allarme stavo per salire in un vagone chiuso che dalle fessure lasciava vedere delle ombre ma mia sorella che mi aveva tenuto d’occhio ha urlato: “Dove vai? Non vedi che è chiuso?” – “ma c’è qualcuno lì dentro!” - “Qualcuno? Al massimo qualcosa! Ehh!!! Domenica Aliquò, cominci a fare gli scherzi col tuo cognome adesso?” - e anche se non l’avevo capita l’ho seguita lo stesso verso la carrozza dove la mamma ci aspettava. Durante il viaggio mi ha spiegato un po’ di latino e quella regola che si ripete sempre: quando aliquis, che significa qualcuno o qualcosa d’indefinito, è preceduto da si o nisi, cioè se e se non, perde le ali, perché accompagna un evento possibile e rimane solo quis. Erano viaggi lunghi a quei tempi, erano ancora più lunghi per via dei bombardamenti, mettici pure le lezioni di latino, non arrivavamo più.
Abbiamo capito di essere vicine all’arrivo quando abbiamo smesso di vedere qualcosa oltre alla pianura piatta in fondo all’orizzonte. Giusto in tempo per rimandare la costruzione della perifrastica passiva. Poi è salita la nebbia, che non avevamo mai visto, almeno io. Arrivata la sera sembrava di entrare in un mondo fantasma. Un mondo di fantasmi tutti gentili, per fortuna.
Era marzo quando ci eravamo sistemate, e anche se potevo comunque andare a scuola, all’istituto superiore, avevo come paltò solo la mantella da piccola italiana e mi sembrava che andare a scuola con intorno le altre ragazze delle famiglie bene di Carpi... non mi sarei trovata bene. E poi il magistrale era solo a Modena, per andarci c’era la corriera ma era privata, a pagamento oppure il treno ma ci volevano dei soldi e noi avevamo solo il sussidio da sfollati. Quindi non è che potevo dire e fare.
Allora ho promesso a mia madre che dopo la guerra avrei ripreso a studiare, e in quel periodo c’era una legge fascista, quella delle madrine di guerra e uno poteva andare a lavorare o a far qualcosa per la patria, una specie di volontariato, diciamo così. Quindi sono andata alla stazione di Carpi e ho fatto domanda per essere assunta in biglietteria. Quando mi sono presentata in stazione mi hanno chiesto da dove venivo e io “Carpi” ho risposto, ma con la C in gola, come si diceva giù, e allora mi hanno chiesto di nuovo “Da dove?” e io dico “Garpi, Garpi con la Gi, Gi di Gane”. E tutti son scoppiati a ridere.
Così la stazione di Carpi mi ha scelto e sono andata a Mantova, un mese, a imparare a fare i biglietti. E la prima volta che sono arrivata alla stazione di Mantova, era la fine di Aprile e c’erano già stati i primi giorni di sole, m’ero distratta a preparare i fogli che dovevo consegnare a quelli di Mantova per cominciare ad imparare e ho guardato fuori quando ormai stavamo arrivando e mi sono abbagliata, perché non m’aspettavo luce guardando in basso e non sapevo che lì c’era un lago, più azzurro del cielo, più grande del respiro, e per un attimo mi è sembrato il paradiso.
Fino a che il mese non è finito e allora toccava a me fare i biglietti per la stazione di Carpi. Intanto mia sorella aveva già trovato lavoro da operaia nell’unica industria meccanica di Carpi allora e in mezzo a tutti quei lavoratori, aveva deciso di diventare socialista. A sentir lei i comunisti erano pericolosi quasi come i nazisti e il patto del trentanove tra Hitler e Stalin ne era la prova. Credeva molto nella democrazia, nel potere del popolo di scegliere e soprattutto nelle donne.
Che bisognava far qualcosa dice di averlo deciso quando una sera, alle cinque e mezza, proprio all’ora dell’uscita degli operai dalla fabbrica, lì dalla via della catena, la via sotto il portico a metà della piazza grande, i fascisti avevano appeso un morto al catenaccio che blocca il passaggio alle macchine, con le gambe stese per terra, le braccia sulla catena come un cristo e un cartello con su scritto: così muore un traditore. Dice che, quando ha visto la madre del morto e la moglie incinta piangerlo, ha capito che doveva fare qualcosa.
Io ancora certe cose non le volevo capire, perché facevano paura, e facevan preoccupare la mamma e allora continuavo a fare i biglietti e cercavo di fare bene quello che dovevo fare. Poi un giorno ho visto lui, che tornava dalla licenza, tutto bello in divisa militare, con quel viso allungato, quei capelli color del fieno a Maggio. Aveva una faccia un po’ mogia ma mi è bastato dirgli “Dai che torni presto!” di qua dal vetro per vederlo sorridere. Ed è lì che, come si dice qua, mi ha fatto su. Io non ero mai stata innamorata, e dire che ero carina, e molto. Me lo dicevano tutti, e quando quelli del bar centrale, dopo avermi detto per filo e per segno tutto quel che sapevano sul mio innamorato, mi chiedevano cosa ci trovavo mai in lui, io dicevo solo “C’ha un sorriso…”
Manco a farlo apposta, dopo neanche un mese, arriva l’Armistizio, 8 settembre, tutti a casa, e ci sembra che la guerra è finita, pace fatta e io comincio ad aspettare il mio bel Romeo. Mia madre non vuole che torni al lavoro, insiste e insiste, mi fa una testa così. Così un giorno, di punto in bianco, resto a casa, senza avvertire nessuno. E nessuno mi viene a cercare. Nessuno. Alla sera mia sorella mi dice che sono arrivati i tedeschi in stazione e che nessuno può più starci.
Passano i giorni, e io resto chiusa in casa, sola, con mia mamma che mi dice di avere pazienza ma io... figurati se a quell’età riesci a stare ferma, volevo andare, chiedere, informarmi! Mia sorella alla sera, dopo che ha allontanato la mamma con la scusa di aver lasciato al vicino le sue chiavi, mi dice che Lui è qui, è tornato, è stata lunga a piedi, ma è tornato, è in banda tra i partigiani e che volendo, se non lo dico a nessuno, in primis alla mamma, può organizzarmi un rendez vous. Non sono mai stata più rossa in vita mia, roba da far impallidire le rape, altroché! Ma comunque voglio dargli il benvenuto e propongo di trovarci domani nel piccolo prato tra la tratta ferroviaria e il villino d’Agostino, a Cibeno, fuori Carpi, ma non così tanto da sembrar sospetti.
La sera dopo alla cantina, anche se è già buio, continuano ad entrare rimorchi pieni d’uva per il lambrusco di quest’anno. La nebbia è già salita, mi sembra di camminare sulle nuvole e il pensiero di essere soli e non visti mi fa arrossire forse più di ieri.
Arrivo e lui è già lì.
Il cuore mi dà più colpi dei bombardamenti.
Non riesco ad aprire bocca. Lui nemmeno, sembra.
A un suo cenno di saluto rispondo anch’io col braccio, poi vedo che sta indicando il treno che passa di fianco a noi. È un treno merci che sfila lentamente, silenzioso, senza fretta. Dalle finestre del villino le luci si appoggiano, un po’ storte, sbilenche, sui vagoni. In ogni vagone, nell’angolo in alto a destra, c’è un buco grande come una scatola da scarpe.
Per un attimo mi sembra di vedere qualcosa o qualcuno muoversi dentro.
Qualcuno senza ali.
si parla di:
e far l'amore anche se il mondo muore
giovedì 12 aprile 2012
Hai sentito?
«Come fai a dire che non senti niente?»
«Non sento niente, Vale’. Che c’è? Dimmi che c’è. Vuoi uscire? Non mi vuoi più?»
«No, non è questo, è il posto, questo stanzino, è che io sento i rumori dalla finestrella.»
«Preferisci il bagno?»
«No.»
«La palestra?»
«No, sono tutti in palestra, ci sentono.»
Mi accarezza la guancia: lo fa sempre quando sono agitata e non voglio baciarlo.
Non è che io non voglia, in realtà, è solo che quella maledetta finestrella tonda con le sbarre mi mangia le parole e fa rumorini insidiosi, fastidiosi, e sembro matta, lo so, perché da fuori non si sentono, ma da qua sì, lo giuro: forse si spargono sul vetro, sullo sporco della parte superiore della finestra del corridoio, non lo so, ma quando sto qui dentro me li ritrovo in faccia e io non posso non sentirli. Sarà colpa di Valeria.
«Vale’, dimmi che vuoi fare. Ci ho messo due pomeriggi a fregare le chiavi a mio padre.»
«Lo so, scusa, cioè, non lo so, non mi piace questo posto. Poi mi gratto. Sarà la polvere.»
«Ma se ci veniamo sempre.»
«E allora? Oggi va così, oggi sento i rumori.»
«Ma quali rumori?»
«Ma tu davvero non senti niente?»
«Mio padre me lo dice sempre che tu sei un po’ matta.»
La finestra alta sta nella stessa posizione da quando la nostra scuola non era ancora una scuola, ha gli infissi vecchi e una moncatura sulla sinistra, come se le avessero amputato un braccio; è sempre sporca nella parte in alto, nessuno riesce a pulirla, nemmeno il custode, basso e tozzo.
Quella finestra, non lo sa nessuno, si completa nel muro, coltiva vermi nelle intercapedini. Accanto, una porta sempre chiusa a chiave in tre punti; le mandate serrano il segreto di ogni custode da allora a oggi.
***
Quasi sempre apriva, sbirciava, poi richiudeva; non aveva mai voglia di capire fino in fondo, lui, né di pensare al perché le sedie fossero marce, impagliate male. Le guardava da lontano, scacciava la curiosità di sapere come se fosse stata una mosca troppo vicina ai fichi. Le poche volte in cui accendeva la luce, gli dava fastidio perfino passarci dentro, a quella stanza: di colpo, le linee diventavano oggetti, le crepe dei muri disegnavano sgorbi, i colori erano torvi, l’occhio era costretto a registrare tutte le forme che gli apparivano dinnanzi, e allora lui faceva quello che doveva, pulire o cercare un arnese, in fretta, e, se urtava contro la gamba di una sedia o uno stipite, si puliva il pantalone all'altezza del polpaccio, strofinando forte, come se lo avesse leccato un cane con la rogna o se avesse inciampato in un cadavere: sulla soglia faceva sempre una
smorfia di disgusto tappandosi le narici.
***
«Che brutta finestra, è sporca.»
Anna guarda verso la curva che scendeva al paese vecchio, affacciata alla finestra, con una scopa in mano.
«Che fai qua? Non hai da lavorare?»
«Scorbutico.»
«Anna, via, sciò, questo non è posto per te.»
«Ah, no?»
«No, tu sei una ficcanaso.»
«E tu non sai pulire! Guarda là che schifo!»
«E che me ne frega a me. Provaci tu, se sei tanto brava a pulirla fino a là, io sulla scala alta non ci salgo: queste qua sono tutte matte e come minimo mi fanno cadere. Le vedi che occhi che hanno?»
«Hai paura delle femmine. Hai-paura-delle-femmine. Sei proprio un fifone. Comunque, qua pare tagliata.»
«È stata murata, si dice così. Anni fa. tanti. Ma mo’ che vuoi da me? Non tieni niente da fare?»
«Uff, vado a pulire.»
«Ecco, brava, impicciona che non sei altro.»
«Vedi che ci stava tuo figlio prima, qua.»
«Ah.»
«Eh.»
«E che voleva?»
«Che ne so, però doveva stare in classe, o no?»
«Quel disgraziato!»
«Che hai?»
«Lo sapevo! Lo sapevo!»
«Cosa?
«Quel disgraziato!»
Inveisce contro un cassetto scassinato del suo tavolo, dove conserva le chiavi e i documenti importanti che passano dalla portineria e poi vanno smistati in Presidenza.
«Si può sapere che è successo?»
«Non sono affari tuoi, Anna. Via, sciò.»
«Che modi! Maleducato che non sei altro!»
***
«Adesso come faccio?», pensava. «Adesso se lo sa qualcuno, se li scopre qualcuno, lui e quella matta, io che faccio? Madonna, Madonna, io lo ammazzo; mi ammazzano, questi mi ammazzano. Ah, ma lo ammazzo io prima», continuava, sbattendo il pugno sul tavolo. Sotto la finestra, un gruppetto di soldati marciava e i vetri tremavano.
«Papà, dov'è?»
«Ah, proprio tu! Dove sei stato?»
«Non lo vuoi sapere.»
«Maledetto! Ti dovevano ammazzare a te!»
«Papà, ho poco tempo e non lo voglio perdere con te: dov’è?»
«Non c'è.»
«Non è vero che non c'è, l'ho vista prima da sotto.»
«Da sotto? Ma sei matto? Ci sono i soldati. Quante volte ti ho detto di non ronzare qua attorno, che sei segnalato e sei stato fortunato una volta che non ti hanno fatto niente.»
«Ho solo un dolore cane sul braccio e sul fianco, ma no, papà, non mi hanno fatto niente, certo che no. Gli amici tuoi.»
«Abbassa la voce, stupido.»
«Domani me ne vado, papà. E voglio salutare Valeria.»
«E dove te ne vai?»
«Non te lo dico, non mi posso fidare di nessuno, lo dicono anche i miei compagni. Stasera a casa non mi ci ritrovi.»
«Vattene, va’, vai dagli amici tuoi.»
«Valeria, papà: dimmi dove sta.»
«No. Disgraziato. Ti dovevo menare prima io a te. E anzi, sai che c’è? Meno male che te ne vai, così non sei più un mio problema. Voglio vedere come ti trattano gli amici tuoi, se ti proteggono come ho fatto io.»
«Valeria, papà, la voglio solo salutare.»
«Sta in camera sua. Bussa, non entrare subito. Se c’è qualcuno, non entrare. Se non ti sente, non entrare, vuol dire che dorme.»
«Dorme? Di pomeriggio? Che le avete fatto, papà?»
«Io niente, stupido, sbrigati: tra dieci minuti cominciano i controlli.»
«Tu niente? Che vuol dire? Che le hanno fatto?»
«È l’ultima volta questa: guardami negli occhi. Ho detto che è l’ultima volta.»
***
Ecco cosa c'è.
I vermi ci avrebbero preso, si sarebbero messi sotto la pelle a rodere con soddisfazione, io non ce la faccio a baciarlo sapendo che il buio non è davvero buio ma solo oscurato, incastrato dentro un infisso. L’ombra ci fissa, di notte le spuntano gli occhi della fame.
Ci lasciavano per ore a terra o ci guardavano soltanto, senza darci nemmeno dell’acqua, e ci chiamavano pazze, tutte pazze, non donne, né mogli, né prigioniere politiche, l’iride di quello più grosso era più scura del solito, il bianco attorno sembrava il colore del lenzuolo intriso di ammoniaca dei nostri letti.
Dovevamo dire chi ci veniva a trovare, perché: tutto segnato, alla mattina e alla sera. Ma io non dicevo mai tutto e, quando finivo di fare l’elenco, l’ultimo nome lo mordevo insieme alla lingua, per evitare che mi uscisse.
«Non siete recluse, siete ospiti: non si lasciano le donne sole in casa senza cura. Che mariti vi siete scelte?»
E quella parola, cura, detta con la lingua sottile e biforcuta che sibilava, come la prima volta in cui mi hanno tolto i fogli, poi l’inchiostro, poi i vestiti, e a me non importava tanto dei vestiti o della carta, quanto della dignità che avrei perso, dicendo “sono pazza” o “non sono figlia di mio padre”.
Rimanere da sola, a morire di paura o senza vestiti addosso, non importava. Ci chiedevano le cose a muso duro, ci facevano sedere e ce le domandavano lentamente e a voce alta, come se fossimo davvero sorde e pazze, ci chiedevano chi avesse scritto cosa, quando, per chi, perché, il significato delle parole che usavamo ― forza, dignità, libertà ― e noi barattavamo la vita dicendo: “non lo so, sono pazza”.
«Vale’, la smetti di agitarti? Tra un po’ finisce l’ora.»
«Senti, oggi non è cosa, torniamo in classe, dammi i jeans per piacere, riporta le chiavi a tuo padre.»
«Tu non mi vuoi più.»
«Non essere ridicolo, non è questo.»
«Allora baciami, Vale’.»
«Dopo, fuori. Usciamo da qua, mi manca l’aria, dammi la maglietta.»
Sul corridoio passa la luce e, se abbasso lo sguardo, perché un po’ mi vergogno, un po’ mi dispiace farlo arrabbiare, lui mi prende la mano lo stesso, davanti alla terza B, e io finalmente sento scandite quelle parole che rimanevano mangiate dai vermi nell’infisso e le ripeto.
«Che dici, Vale’? Non capisco.»
Ti tengo nascosta, Valeria, murata come l'infisso; non ti faccio guardare da nessuno: te lo prometto. Mi chiudo gli occhi anche io, se vuoi, quando ridi e quando piangi, non ti tolgo nemmeno i vestiti. Ti prometto che finirà tutto poi torneremo indietro; facciamo finire tutto, Vale’, e tu sarai orgogliosa di me.
«Non sento niente, Vale’. Che c’è? Dimmi che c’è. Vuoi uscire? Non mi vuoi più?»
«No, non è questo, è il posto, questo stanzino, è che io sento i rumori dalla finestrella.»
«Preferisci il bagno?»
«No.»
«La palestra?»
«No, sono tutti in palestra, ci sentono.»
Mi accarezza la guancia: lo fa sempre quando sono agitata e non voglio baciarlo.
Non è che io non voglia, in realtà, è solo che quella maledetta finestrella tonda con le sbarre mi mangia le parole e fa rumorini insidiosi, fastidiosi, e sembro matta, lo so, perché da fuori non si sentono, ma da qua sì, lo giuro: forse si spargono sul vetro, sullo sporco della parte superiore della finestra del corridoio, non lo so, ma quando sto qui dentro me li ritrovo in faccia e io non posso non sentirli. Sarà colpa di Valeria.
«Vale’, dimmi che vuoi fare. Ci ho messo due pomeriggi a fregare le chiavi a mio padre.»
«Lo so, scusa, cioè, non lo so, non mi piace questo posto. Poi mi gratto. Sarà la polvere.»
«Ma se ci veniamo sempre.»
«E allora? Oggi va così, oggi sento i rumori.»
«Ma quali rumori?»
«Ma tu davvero non senti niente?»
«Mio padre me lo dice sempre che tu sei un po’ matta.»
La finestra alta sta nella stessa posizione da quando la nostra scuola non era ancora una scuola, ha gli infissi vecchi e una moncatura sulla sinistra, come se le avessero amputato un braccio; è sempre sporca nella parte in alto, nessuno riesce a pulirla, nemmeno il custode, basso e tozzo.
Quella finestra, non lo sa nessuno, si completa nel muro, coltiva vermi nelle intercapedini. Accanto, una porta sempre chiusa a chiave in tre punti; le mandate serrano il segreto di ogni custode da allora a oggi.
***
Quasi sempre apriva, sbirciava, poi richiudeva; non aveva mai voglia di capire fino in fondo, lui, né di pensare al perché le sedie fossero marce, impagliate male. Le guardava da lontano, scacciava la curiosità di sapere come se fosse stata una mosca troppo vicina ai fichi. Le poche volte in cui accendeva la luce, gli dava fastidio perfino passarci dentro, a quella stanza: di colpo, le linee diventavano oggetti, le crepe dei muri disegnavano sgorbi, i colori erano torvi, l’occhio era costretto a registrare tutte le forme che gli apparivano dinnanzi, e allora lui faceva quello che doveva, pulire o cercare un arnese, in fretta, e, se urtava contro la gamba di una sedia o uno stipite, si puliva il pantalone all'altezza del polpaccio, strofinando forte, come se lo avesse leccato un cane con la rogna o se avesse inciampato in un cadavere: sulla soglia faceva sempre una
smorfia di disgusto tappandosi le narici.
***
«Che brutta finestra, è sporca.»
Anna guarda verso la curva che scendeva al paese vecchio, affacciata alla finestra, con una scopa in mano.
«Che fai qua? Non hai da lavorare?»
«Scorbutico.»
«Anna, via, sciò, questo non è posto per te.»
«Ah, no?»
«No, tu sei una ficcanaso.»
«E tu non sai pulire! Guarda là che schifo!»
«E che me ne frega a me. Provaci tu, se sei tanto brava a pulirla fino a là, io sulla scala alta non ci salgo: queste qua sono tutte matte e come minimo mi fanno cadere. Le vedi che occhi che hanno?»
«Hai paura delle femmine. Hai-paura-delle-femmine. Sei proprio un fifone. Comunque, qua pare tagliata.»
«È stata murata, si dice così. Anni fa. tanti. Ma mo’ che vuoi da me? Non tieni niente da fare?»
«Uff, vado a pulire.»
«Ecco, brava, impicciona che non sei altro.»
«Vedi che ci stava tuo figlio prima, qua.»
«Ah.»
«Eh.»
«E che voleva?»
«Che ne so, però doveva stare in classe, o no?»
«Quel disgraziato!»
«Che hai?»
«Lo sapevo! Lo sapevo!»
«Cosa?
«Quel disgraziato!»
Inveisce contro un cassetto scassinato del suo tavolo, dove conserva le chiavi e i documenti importanti che passano dalla portineria e poi vanno smistati in Presidenza.
«Si può sapere che è successo?»
«Non sono affari tuoi, Anna. Via, sciò.»
«Che modi! Maleducato che non sei altro!»
***
«Adesso come faccio?», pensava. «Adesso se lo sa qualcuno, se li scopre qualcuno, lui e quella matta, io che faccio? Madonna, Madonna, io lo ammazzo; mi ammazzano, questi mi ammazzano. Ah, ma lo ammazzo io prima», continuava, sbattendo il pugno sul tavolo. Sotto la finestra, un gruppetto di soldati marciava e i vetri tremavano.
«Papà, dov'è?»
«Ah, proprio tu! Dove sei stato?»
«Non lo vuoi sapere.»
«Maledetto! Ti dovevano ammazzare a te!»
«Papà, ho poco tempo e non lo voglio perdere con te: dov’è?»
«Non c'è.»
«Non è vero che non c'è, l'ho vista prima da sotto.»
«Da sotto? Ma sei matto? Ci sono i soldati. Quante volte ti ho detto di non ronzare qua attorno, che sei segnalato e sei stato fortunato una volta che non ti hanno fatto niente.»
«Ho solo un dolore cane sul braccio e sul fianco, ma no, papà, non mi hanno fatto niente, certo che no. Gli amici tuoi.»
«Abbassa la voce, stupido.»
«Domani me ne vado, papà. E voglio salutare Valeria.»
«E dove te ne vai?»
«Non te lo dico, non mi posso fidare di nessuno, lo dicono anche i miei compagni. Stasera a casa non mi ci ritrovi.»
«Vattene, va’, vai dagli amici tuoi.»
«Valeria, papà: dimmi dove sta.»
«No. Disgraziato. Ti dovevo menare prima io a te. E anzi, sai che c’è? Meno male che te ne vai, così non sei più un mio problema. Voglio vedere come ti trattano gli amici tuoi, se ti proteggono come ho fatto io.»
«Valeria, papà, la voglio solo salutare.»
«Sta in camera sua. Bussa, non entrare subito. Se c’è qualcuno, non entrare. Se non ti sente, non entrare, vuol dire che dorme.»
«Dorme? Di pomeriggio? Che le avete fatto, papà?»
«Io niente, stupido, sbrigati: tra dieci minuti cominciano i controlli.»
«Tu niente? Che vuol dire? Che le hanno fatto?»
«È l’ultima volta questa: guardami negli occhi. Ho detto che è l’ultima volta.»
***
Ecco cosa c'è.
I vermi ci avrebbero preso, si sarebbero messi sotto la pelle a rodere con soddisfazione, io non ce la faccio a baciarlo sapendo che il buio non è davvero buio ma solo oscurato, incastrato dentro un infisso. L’ombra ci fissa, di notte le spuntano gli occhi della fame.
Ci lasciavano per ore a terra o ci guardavano soltanto, senza darci nemmeno dell’acqua, e ci chiamavano pazze, tutte pazze, non donne, né mogli, né prigioniere politiche, l’iride di quello più grosso era più scura del solito, il bianco attorno sembrava il colore del lenzuolo intriso di ammoniaca dei nostri letti.
Dovevamo dire chi ci veniva a trovare, perché: tutto segnato, alla mattina e alla sera. Ma io non dicevo mai tutto e, quando finivo di fare l’elenco, l’ultimo nome lo mordevo insieme alla lingua, per evitare che mi uscisse.
«Non siete recluse, siete ospiti: non si lasciano le donne sole in casa senza cura. Che mariti vi siete scelte?»
E quella parola, cura, detta con la lingua sottile e biforcuta che sibilava, come la prima volta in cui mi hanno tolto i fogli, poi l’inchiostro, poi i vestiti, e a me non importava tanto dei vestiti o della carta, quanto della dignità che avrei perso, dicendo “sono pazza” o “non sono figlia di mio padre”.
Rimanere da sola, a morire di paura o senza vestiti addosso, non importava. Ci chiedevano le cose a muso duro, ci facevano sedere e ce le domandavano lentamente e a voce alta, come se fossimo davvero sorde e pazze, ci chiedevano chi avesse scritto cosa, quando, per chi, perché, il significato delle parole che usavamo ― forza, dignità, libertà ― e noi barattavamo la vita dicendo: “non lo so, sono pazza”.
«Vale’, la smetti di agitarti? Tra un po’ finisce l’ora.»
«Senti, oggi non è cosa, torniamo in classe, dammi i jeans per piacere, riporta le chiavi a tuo padre.»
«Tu non mi vuoi più.»
«Non essere ridicolo, non è questo.»
«Allora baciami, Vale’.»
«Dopo, fuori. Usciamo da qua, mi manca l’aria, dammi la maglietta.»
Sul corridoio passa la luce e, se abbasso lo sguardo, perché un po’ mi vergogno, un po’ mi dispiace farlo arrabbiare, lui mi prende la mano lo stesso, davanti alla terza B, e io finalmente sento scandite quelle parole che rimanevano mangiate dai vermi nell’infisso e le ripeto.
«Che dici, Vale’? Non capisco.»
Ti tengo nascosta, Valeria, murata come l'infisso; non ti faccio guardare da nessuno: te lo prometto. Mi chiudo gli occhi anche io, se vuoi, quando ridi e quando piangi, non ti tolgo nemmeno i vestiti. Ti prometto che finirà tutto poi torneremo indietro; facciamo finire tutto, Vale’, e tu sarai orgogliosa di me.
mercoledì 11 aprile 2012
L'editore inesistente (un'intervista)
Sono uscite tutte e tre le parti dell'intervista che ci ha fatto Giuliana Dea per Starbooks Coffee. Le trovate qui (cioè lì):
Barabba: l’editore inesistente – 1° parte
Barabba: l’editore inesistente – 2° parte
Barabba: l’editore inesistente – 3° parte
Barabba: l’editore inesistente – 1° parte
Barabba: l’editore inesistente – 2° parte
Barabba: l’editore inesistente – 3° parte
martedì 10 aprile 2012
E far l'amore anche se il mondo muore
Come avevamo già detto, domenica 15 aprile, al Museo Monumento al Deportato di Carpi, verso le 17 abbastanza puntuali, leggiamo delle cose nuove e scritte apposta per un percorso che attraversa le tredici stanze del museo e che abbiamo intitolato: E far l'amore anche se il mondo muore.
Ecco, le letture che faremo le abbiamo raccolte in un libretto, che se venite domenica a sentirci potete portarvelo a casa di carta; se invece non riuscite a venire, anche se è un peccato, mettiamo i racconti in un ebook che uscirà, molto probabilmente, lunedì mattina da queste parti.
I racconti e le letture sono di osvaldo, carlo dulinizo, il sottoscritto e simone rossi (che però non legge). Dal vivo ci accompagneranno i contrabbassi di Bicio, i chitarrini e i clarinetti di simone rossi (che però suona), il pianoforte di Alessandro De Nito. Qui c'è una specie di teaser della copertina gentilmente concessaci dal prode Francesco Farabegoli.
Se domenica venite, secondo me, fate un bel lavoro.
Ecco, le letture che faremo le abbiamo raccolte in un libretto, che se venite domenica a sentirci potete portarvelo a casa di carta; se invece non riuscite a venire, anche se è un peccato, mettiamo i racconti in un ebook che uscirà, molto probabilmente, lunedì mattina da queste parti.
I racconti e le letture sono di osvaldo, carlo dulinizo, il sottoscritto e simone rossi (che però non legge). Dal vivo ci accompagneranno i contrabbassi di Bicio, i chitarrini e i clarinetti di simone rossi (che però suona), il pianoforte di Alessandro De Nito. Qui c'è una specie di teaser della copertina gentilmente concessaci dal prode Francesco Farabegoli.
Se domenica venite, secondo me, fate un bel lavoro.
lunedì 9 aprile 2012
Abuso di Auguri
Sabato pomeriggio, uscendo dalla piscina, nell'ingresso ho salutato la signora alla biglietteria con un sonoro e spontaneo - "Auguri!" - al quale lei ha ricambiato con un sorridente - "Anche a te!" - e mentre spingevo il maniglione antipanico della porta a vetri ero già lì a dirmi in testa: ma vale anche per me?
Che senso ha fare gli auguri se non credi nelle festività che gli altri si prestano ad onorare?
Valgono lo stesso?
Valgono di meno? valgono di più?
Stavo quasi pensando di tornare indietro e dire alla signora - "Senta, si riprenda il suo Anche a te! di poco fa, non vale lo scambio col mio Auguri, sa, io sono un miscredente, uno che in queste cose crede poco o niente e i miei auguri sono roba da poco.
Insomma, noi già godiamo di due giorni di riposo garantito, di feste, gite, visite, pranzi, cene, brindisi e cordialità diffusa. Oltretutto senza lo stucchevole senso di buonismo appiccicaticcio del Natale, dove si vede che si sforzano di più.
A noi, a quelli come me, che non fanno niente per questi giorni, che non pregano per la risurrezione, che non credono nella trinità, che non donano niente e non tifano per nessun dio, due giorni così sono puro relax.
A noi, a quelli come me, tutto questo basta e avanza.
Figuratevi che l'altro giorno mi ero sinceramente e coscienziosamente rivolto al buddismo con la speranza di riparare grazie al samsara, nelle prossime vite, gli errori che ormai in 32 anni di vita so di aver fatto fino ad ora. Perché gli errori, non sempre, ma molto spesso, li devi scoprire da solo, e ci metti tempo a capire dove e quando, a volte. E quindi prima di riuscire a riparare a un errore, piuttosto che metterlo a posto a mesi o anni di distanza, ti vien da dire che aspetti un altro giro di ruota, il prossimo giro, se ci sarà.
E poi francamente non sapremmo esattamente che personaggi metterci per le feste.
Perché lavorare sempre, solo perché non si crede in niente, non ci pare carino.
Come quando a scuola non volevi fare educazione religiosa che aveva sempre il sottinteso di cattolica dopo educazione al posto di religiosa e allora ti affibbiavano più compiti di matematica o d'inglese, anche se ho letto gran bei libri in quelle ore lì. Le biblioteche delle scuole superiori, se le andate a ritrovare e se non sono state carbonizzate o messe all'asta dalla Gelmini, vi riserveranno sempre delle belle sorprese. Ricordo ancora i ritratti di Mazzini, Silvio Pellico, Gramsci, Walter Scott e Tolstoj in mezzo a file di manuali di chimica, ecologia e pedologia.
Dicevo: non sapremmo davvero mettere tutti d'accordo su chi festeggiare.
Personalmente metterei Sandro Pertini, Garibaldi, Galileo, Giordano Bruno, (basta con la G.), Dante, Marconi quello della radio, William Blake, gente così .
Ma so già che non andrebbe bene a tutti tutti tutti.
Quindi, in mancanza di meglio, vi lasciamo festeggiare uno che, stando a sentire un po' di gente che era presente all'epoca, sarebbe risorto duemila anni fa circa e ci scambiamo gli auguri.
Ripensandoci però gli auguri son belli.
A me, anche se te mi stai augurando una buona risurrezione e una rinnovata fede nell'aldilà, questa cosa che ti sto augurando una buona vita e un po' di felicità a te e ai tuoi cari, fa stare bene. E penso anche che una cosa così, come augurare una buona vita ad altri esseri viventi, umani e non, sia troppo bella per lasciarla a dei giorni segnati in rosso sul calendario e che ne farò uso più spesso.
Che senso ha fare gli auguri se non credi nelle festività che gli altri si prestano ad onorare?
Valgono lo stesso?
Valgono di meno? valgono di più?
Stavo quasi pensando di tornare indietro e dire alla signora - "Senta, si riprenda il suo Anche a te! di poco fa, non vale lo scambio col mio Auguri, sa, io sono un miscredente, uno che in queste cose crede poco o niente e i miei auguri sono roba da poco.
Insomma, noi già godiamo di due giorni di riposo garantito, di feste, gite, visite, pranzi, cene, brindisi e cordialità diffusa. Oltretutto senza lo stucchevole senso di buonismo appiccicaticcio del Natale, dove si vede che si sforzano di più.
A noi, a quelli come me, che non fanno niente per questi giorni, che non pregano per la risurrezione, che non credono nella trinità, che non donano niente e non tifano per nessun dio, due giorni così sono puro relax.
A noi, a quelli come me, tutto questo basta e avanza.
Figuratevi che l'altro giorno mi ero sinceramente e coscienziosamente rivolto al buddismo con la speranza di riparare grazie al samsara, nelle prossime vite, gli errori che ormai in 32 anni di vita so di aver fatto fino ad ora. Perché gli errori, non sempre, ma molto spesso, li devi scoprire da solo, e ci metti tempo a capire dove e quando, a volte. E quindi prima di riuscire a riparare a un errore, piuttosto che metterlo a posto a mesi o anni di distanza, ti vien da dire che aspetti un altro giro di ruota, il prossimo giro, se ci sarà.
E poi francamente non sapremmo esattamente che personaggi metterci per le feste.
Perché lavorare sempre, solo perché non si crede in niente, non ci pare carino.
Come quando a scuola non volevi fare educazione religiosa che aveva sempre il sottinteso di cattolica dopo educazione al posto di religiosa e allora ti affibbiavano più compiti di matematica o d'inglese, anche se ho letto gran bei libri in quelle ore lì. Le biblioteche delle scuole superiori, se le andate a ritrovare e se non sono state carbonizzate o messe all'asta dalla Gelmini, vi riserveranno sempre delle belle sorprese. Ricordo ancora i ritratti di Mazzini, Silvio Pellico, Gramsci, Walter Scott e Tolstoj in mezzo a file di manuali di chimica, ecologia e pedologia.
Dicevo: non sapremmo davvero mettere tutti d'accordo su chi festeggiare.
Personalmente metterei Sandro Pertini, Garibaldi, Galileo, Giordano Bruno, (basta con la G.), Dante, Marconi quello della radio, William Blake, gente così .
Ma so già che non andrebbe bene a tutti tutti tutti.
Quindi, in mancanza di meglio, vi lasciamo festeggiare uno che, stando a sentire un po' di gente che era presente all'epoca, sarebbe risorto duemila anni fa circa e ci scambiamo gli auguri.
Ripensandoci però gli auguri son belli.
A me, anche se te mi stai augurando una buona risurrezione e una rinnovata fede nell'aldilà, questa cosa che ti sto augurando una buona vita e un po' di felicità a te e ai tuoi cari, fa stare bene. E penso anche che una cosa così, come augurare una buona vita ad altri esseri viventi, umani e non, sia troppo bella per lasciarla a dei giorni segnati in rosso sul calendario e che ne farò uso più spesso.
si parla di:
buona pasqua,
festeggiamenti,
laicità,
ricorrenze
sabato 7 aprile 2012
Sarebbe stato molto bello
Una delle donne aveva incominciato a discorrere di quello che era stato crocifisso al posto di Barabba; essa lo aveva veduto una volta, mentre passava, e la gente aveva detto che era un dottore il quale andava intorno e profetizzava e faceva miracoli. In questo non c'era nulla di male, perché tanti altri facevano lo stesso; perciò, da quel che si poteva capire, il motivo per il quale era stato crocifisso doveva essere un altro. Era un tipo magro; tutto ciò che ricordava di lui era soltanto questo. Un'altra disse che lei non lo aveva mai visto, ma aveva udito che egli avrebbe predetto che il Tempio sarebbe crollato, che Gerusalemme sarebbe stata distrutta da un terremoto e che poi il cielo e la terra si sarebbero incendiati. Cose non da senno, e non c'era da stupire che per questo fosse stato crocifisso. Ma la terza donna disse che quell'uomo frequentava specialmente i poveri e soleva promettere loro che sarebbero entrati nel regno di Dio, e financo alle prostitute lo aveva promesso. All'udire questo tutti risero molto, ma trovarono che se fosse davvero andata così, sarebbe stato molto bello.
Barabba stava ad ascoltarli, ed era meno trasognato di quel che non si sarebbe detto, sebbene certo non ridesse. Si scosse quando la grassona gli buttò un'altra volta le braccia al collo dicendogli che a lei non poteva interessare chi fosse quell'altro, e che, ad ogni buon conto, era morto. Era lui, in ogni modo, ad essere stato crocifisso, e non Barabba, e questo era ciò che importava.
(Pär Lagerkvist, Barabba, Gherardo Casini Editore, 1951, cap. II)
Barabba stava ad ascoltarli, ed era meno trasognato di quel che non si sarebbe detto, sebbene certo non ridesse. Si scosse quando la grassona gli buttò un'altra volta le braccia al collo dicendogli che a lei non poteva interessare chi fosse quell'altro, e che, ad ogni buon conto, era morto. Era lui, in ogni modo, ad essere stato crocifisso, e non Barabba, e questo era ciò che importava.
(Pär Lagerkvist, Barabba, Gherardo Casini Editore, 1951, cap. II)
venerdì 6 aprile 2012
Un'intervista (prima parte)
Giuliana Dea di Starbooks Coffee, un sito molto bello con tanti libri da scaricare e diverse chiacchiere intorno alla letteratura, mi ha fatto delle domande e io ho provato a rispondere.
Trovate qui la prima parte (di tre, credo) dell'intervista: Barabba: l’editore inesistente – 1° parte.
Trovate qui la prima parte (di tre, credo) dell'intervista: Barabba: l’editore inesistente – 1° parte.
martedì 3 aprile 2012
Neverending tour: aprile 2012
Aprile, per noialtri barabbisti, è il mese in cui si festeggia il Natale. Allora facciamo delle cose, alcune vecchie, alcune nuove:
Domenica 15 aprile
Al Museo Monumento al Deportato di Carpi, che se non ci siete mai stati non avete idea di che posto incredibile sia, verso le 17, abbastanza puntuali, leggiamo dei pezzi nuovi in un percorso che attraversa le tredici stanze del museo e che abbiamo intitolato: E far l'amore anche se il mondo muore. Forse poi raccogliamo tutto in un libretto di carta che distribuiremo gratuitamente sul posto. E forse anche un ebook (ovviamente) da scaricare qui da noi. Insomma, è una domenica, è primavera, veniteci a trovare. Speriamo di far bene.
Sabato 21 aprile
Coll'avvicinarsi del Natale, al Teatro Sociale di Busto Arsizio (VA), alle 21 trattabili, facciamo le care e vecchie Schegge di Liberazione, quelle di sempre, quelle sempre diverse. E poi...
Domenica 22 aprile e mercoledì 25 aprile
Con le gambe che un po' tremano, festeggiamo davvero il Natale facendo le Schegge di Liberazione con il Coro delle Mondine di Novi di Modena. Il 22 aprile all'OFF di Modena, alle 21; il 25 aprile all'Antica Pescheria di Rimini, verso le 18:30 o le 19. E quindi ci siamo noi, ci sono le Mondine, ci sono le storie di Resistenza, ci sono le cante partigiane e di risaia: è Natale. Festeggiamolo.
Venerdì 27 aprile e sabato 28 aprile
Migriamo nella Capitale per fare un reading di cui vi parleremo più avanti, il 27 sera, al Pigneto, che è un posto che ci piace da matti. Poi il giorno dopo, tra le 16:30 e le 18:30, siamo nel programma di LibrInnovando 2012, alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Tor Vergata (pensa te), con una cosa che si chiama L’autopubblicazione e gli editori e che vede come relatori: Edoardo Brugnatelli (Mondadori), Andrea Libero Carbone (duepunti Edizioni), Sergio Covelli (SelfPublishing Lab) e (glom) Marco Manicardi (Barabba Edizioni). Sarà l'ultima cosa della due giorni di LibrInnovando. Non sappiamo ancora se sarà una tavola rotonda o se faremo uno dei nostri soliti discorsetti, boh, voi venite là, poi vediamo.
E a maggio c'è il Salone Internazionale del Libro di Torino, dove saremo ancora ospiti di Bookrepublic, ci han detto; e poi altre cose, tipo nelle scuole. Ma ve lo diciamo meglio più avanti.
Domenica 15 aprile
Al Museo Monumento al Deportato di Carpi, che se non ci siete mai stati non avete idea di che posto incredibile sia, verso le 17, abbastanza puntuali, leggiamo dei pezzi nuovi in un percorso che attraversa le tredici stanze del museo e che abbiamo intitolato: E far l'amore anche se il mondo muore. Forse poi raccogliamo tutto in un libretto di carta che distribuiremo gratuitamente sul posto. E forse anche un ebook (ovviamente) da scaricare qui da noi. Insomma, è una domenica, è primavera, veniteci a trovare. Speriamo di far bene.
Sabato 21 aprile
Coll'avvicinarsi del Natale, al Teatro Sociale di Busto Arsizio (VA), alle 21 trattabili, facciamo le care e vecchie Schegge di Liberazione, quelle di sempre, quelle sempre diverse. E poi...
Domenica 22 aprile e mercoledì 25 aprile
Con le gambe che un po' tremano, festeggiamo davvero il Natale facendo le Schegge di Liberazione con il Coro delle Mondine di Novi di Modena. Il 22 aprile all'OFF di Modena, alle 21; il 25 aprile all'Antica Pescheria di Rimini, verso le 18:30 o le 19. E quindi ci siamo noi, ci sono le Mondine, ci sono le storie di Resistenza, ci sono le cante partigiane e di risaia: è Natale. Festeggiamolo.
Venerdì 27 aprile e sabato 28 aprile
Migriamo nella Capitale per fare un reading di cui vi parleremo più avanti, il 27 sera, al Pigneto, che è un posto che ci piace da matti. Poi il giorno dopo, tra le 16:30 e le 18:30, siamo nel programma di LibrInnovando 2012, alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Tor Vergata (pensa te), con una cosa che si chiama L’autopubblicazione e gli editori e che vede come relatori: Edoardo Brugnatelli (Mondadori), Andrea Libero Carbone (duepunti Edizioni), Sergio Covelli (SelfPublishing Lab) e (glom) Marco Manicardi (Barabba Edizioni). Sarà l'ultima cosa della due giorni di LibrInnovando. Non sappiamo ancora se sarà una tavola rotonda o se faremo uno dei nostri soliti discorsetti, boh, voi venite là, poi vediamo.
E a maggio c'è il Salone Internazionale del Libro di Torino, dove saremo ancora ospiti di Bookrepublic, ci han detto; e poi altre cose, tipo nelle scuole. Ma ve lo diciamo meglio più avanti.
lunedì 2 aprile 2012
Trucchi della borghesia (60)
La carta igienica decorata.
Scartavo la carta igienica colorata, profumata o disegnata, a doppio o triplo velo. Finalmente ho trovato quella di un tempo, bianca. In via d'estinzione.
(di carmelo)
Scartavo la carta igienica colorata, profumata o disegnata, a doppio o triplo velo. Finalmente ho trovato quella di un tempo, bianca. In via d'estinzione.
(di carmelo)
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