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lunedì 24 febbraio 2014

Biografie essenziali (151, aggiornamento)

Il 27 gennaio 2010, il nostro buon simone rossi scrisse un pezzo che finiva così:
Alice Herz-Sommer ha 106 anni, vive a Praga ed è l’ultima persona vivente ad aver conosciuto personalmente Franz Kafka. Ogni giorno suona il pianoforte per tre ore.
Il 15 aprile 2012 inserimmo quel pezzo nel nostro libro elettrico E far l'amore anche se il mondo muore, e modificammo la frase così:
Alice Herz-Sommer ha 108 anni, vive a Praga ed è l’ultima persona vivente ad aver conosciuto personalmente Franz Kafka. Ogni giorno suona il pianoforte per tre ore.
Il 18 aprile 2013 ci è capitato di leggerlo dal vivo, e l'abbiamo letto così:
Alice Herz-Sommer ha 109 anni, vive a Praga ed è l’ultima persona vivente ad aver conosciuto personalmente Franz Kafka. Ogni giorno suona il pianoforte per tre ore.
Oggi, che è il 23 febbraio 2014, bisogna che aggiorniamo la biografia, così:
Alice Herz-Sommer aveva 110 anni, viveva a Londra ed è stata l’ultima persona vivente ad aver conosciuto personalmente Franz Kafka. Ogni giorno suonava il pianoforte per tre ore.

giovedì 18 aprile 2013

Biografie essenziali (151)

Il 27 gennaio 2010, il nostro buon simone rossi scrisse un pezzo che finiva così:
Alice Herz-Sommer ha 106 anni, vive a Praga ed è l’ultima persona vivente ad aver conosciuto personalmente Franz Kafka. Ogni giorno suona il pianoforte per tre ore.
Il 15 aprile 2012 inserimmo quel pezzo nel nostro libro elettrico E far l'amore anche se il mondo muore, e modificammo la frase così:
Alice Herz-Sommer ha 108 anni, vive a Praga ed è l’ultima persona vivente ad aver conosciuto personalmente Franz Kafka. Ogni giorno suona il pianoforte per tre ore.
Stasera lo leggeremo dal vivo, e lo leggeremo così:
Alice Herz-Sommer ha 109 anni, vive a Praga ed è l’ultima persona vivente ad aver conosciuto personalmente Franz Kafka. Ogni giorno suona il pianoforte per tre ore.

martedì 16 aprile 2013

E far l'amore - Come se fosse la prima volta - anche se il mondo muore

Un titolo lunghissimo. E intenso.
Proprio così.
Con questo titolo lunghissimo e intenso che fonde e unisce due titoli, uno nell'altro, senza cedere o perdere niente ma anzi potenziandosi a vicenda, nasce l'ultimo appuntamento che ci vede ospiti ancora una volta in quel di Soliera (Mo). Ultimo per questa rassegna, in futuro si vedrà.
Ci trovate questo giovedì 18 Aprile (che il prossimo per noi è Natale) alla Biblioteca Campori di Soliera (Mo) dalle 21.
Update: in previsione della grande affluenza ci spostano al Cinema Teatro Italia, vicinissimo, ma ovviamente molto più capiente. Sempre a ingresso gratuito.

E far l'amore anche se il mondo muore è il nostro ebook nato l'anno scorso dalla collaborazione con la Fondazione Ex-campo di Fossoli e presentato al Museo Monumento al Deportato di Carpi in data 15 Aprile 2012.
Come se fosse la prima volta è il meraviglioso e toccante documentario di Federico Baracchi e Roberto Zampa che ci fa vedere i campi di Aushwitz e Birkenau e ci fa sentire le voci, le considerazioni e i pensieri degli oltre seicento studenti (seicento studenti in 30 minuti, praticamente dei maghi) che l'anno scorso, in gennaio, tra gelo, orrore e comprensione, hanno affrontato il duro e vitale Viaggio della memoria sul treno da Fossòli a Cracovia. In quell'occasione, su quel treno, eravamo presenti anche Many e il sottoscritto e in qualche modo abbiamo cercato di raccontervelo.

Prima di cominciare a scrivere questo piccolo reminder stavo cercando un paio di riflessioni sulla Memoria, e in particolare vena iconoclasta, mi sono detto che, anche se Theodor Adorno nel 1949 sosteneva che " Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie", noi vorremmo provare a farvi sentire cosa devono aver passato quelle vite, anche se in minima parte, con tutto il divario presente tra le nostre scarse capacità e l'immane tragedia.
Poi ho controllato meglio e ho scoperto che nel 1966 Adorno si era rettificato da solo e giustamente scriveva"La sofferenza incessante ha tanto il diritto di esprimersi quanto il martirizzato di urlare; perciò sarà stato un errore la frase che dopo Auschwitz non si possono più scrivere poesie".

Tralasciando l'uso della forma impersonale per segnalare un proprio errore, la riflessione di Adorno è ancora oggi corretta, umana, valida per tutti casi in cui la memoria ci permette di non dimenticare stragi, massacri, guerre che hanno segnato le nostre società come cicatrici.
Non è forse un caso che in un paese così immerso nel Lete dell'oblio, tutti ci ricordiamo il divieto maledicente e però passivizzante dell'Adorno del 1949 e non il giusto grido del martire, attivo, perforante, che inchioda il mondo, e tutti noi con esso, alle nostre responsabilità.

Giovedì, se siam bravi, sentirete di nuovo quel grido.

giovedì 11 aprile 2013

Aprile dolce resistere

Ed eccoci qui, come tradizione, a festeggiare il nostro Natale.

Cominciamo il 18 aprile, alla Biblioteca Campori di Soliera (MO), dove dalle 21:00 circa facciamo una cosa dal titolo: E far l'amore (come se fosse la prima volta) anche se il mondo muore.
Leggeremo un po' dell'ebook dell'anno scorso dal titolo E far l'amore anche se il mondo muore, quello fatto e pensato per il Museo Monumento al Deportato, ci metteremo a guardare il documentario Come se fosse la prima volta, di Federico Baracchi e Roberto Zampa, che racconta del viaggio degli studenti sul Treno per Auschwitz del 2012, accompagnandolo col nostro reportage, che racconta del viaggio di due barabbisti sul Treno per Auschwitz del 2012. Ma ve lo diciamo meglio la prossima settimana, intanto segnatelo sui vostri calendari.

E poi c'è il 25 aprile, e noi torniamo a fare le Schegge di Liberazione con il Coro delle Mondine di Novi di Modena, alle 19:30 nel Cortile D'Onore del Palazzo dei Pio di Carpi (MO). Prima siamo tutti all'Ex Campo di Concentramento di Fossoli, a leggere e a suonare; dopo siamo tutti al Mattatoio, dove nacquero le Schegge nel 2010, a leggere e a ballare. Qui c'è scritto quello che dovete sapere per non perdervi nemmeno un minuto dei festeggiamenti.

E tutto è gratis. E tutto è molto bello. E Buon Natale.

lunedì 21 maggio 2012

In una piazzetta di Fiorano Modenese

Poco prima che il mondo andasse in rovina, con le bombe, i terremoti, Red Ronnie e l'ingresso del dottor carlo dulinizo su twitter, ci siamo trovati, venerdì, in una piazzetta di Fiorano Modenese a parlare di Barabba, grazie a una persona meravigliosa di nome Morena Silingardi che tutti gli anni, da sola, organizza eventi culturalmente serissimi davanti al suo negozio. Abbiamo poi letto delle cose dai nostri ebook, e c'era anche freddo, ma gli spettatori son rimasti tutti lì ad applaudire. E sotto la guida narrata a braccio del prode carlo dulinizo, è andata più o meno così:
  • carlo dulinizo ha letto il verbale della prima riunione barabbista del 2006
  • osvaldo ha letto "Resistenza" di Ilke Bab dal primo Schegge di Liberazione
  • Chettimar ha letto "È sempre colpa della Kamchatka" da Cronache di una sorte annunciata
  • carlo dulinizo ha letto "Luoghi Comuni" da Pensieri in Apnea
  • il Many ha letto "Virginia che non si muove di Azael da Schegge di Liberazione" 2011
  • osvaldo ha letto "Il solito esempio dei vietnamiti che friggono le cavallette" di simone rossi da croccantissima
  • Chettimar ha letto "Gradi, angoli, spigoli" da Cicatrici
  • osvaldo ha letto "Bisogna essere minorenni" dalle spellicolaggini 2011
  • osvaldo ha letto "Tre" da Febbraio 29
  • il Many ha letto "Aspettare la morte stanca" da E far l'amore anche se il mondo muore
Non avremo mai abbastanza parole per ringraziarla, la Morena, allora diciamo solo GRAZIE, che è da immaginarsi in grassetto, sottolineato, in carattere 72 almeno.

domenica 6 maggio 2012

(Trascrizione più o meno fedele di) Una casa editrice punk tra collaborative writing e self-publishing

[Quello che segue è il testo del nostro intervento di ieri al Liceo Classico Giovanni Pico di Mirandola (MO), un liceo abbastanza illuminato (nel senso di evoluto) dove ci sono laboratori di scrittura collettiva via web e progetti su wikipedia, dove condividono e commentano gli ebook, anche i nostri, dove siamo stati accolti da un auditorium pieno di studenti dalla prima alla terza, tutti silenziosissimi durante le letture, coinvolti nel discorso, partecipi nel dibattito successivo. Siamo molto contenti.]

Buongiorno.
Si sente se parlo così?

Prima di cominciare vorremmo ringraziare il Liceo Giovanni Pico – e prima ancora, scusate, ma io ho questa cosa che non riesco a parlare a braccio e mi sono scritto tutto, spero che non vi disturbi; poi avevo la stampante rotta e mi son messo tutto sul Kindle, portate pazienza – ringraziamo tutti e in particolar modo vorremmo ringraziare la professoressa Emanuela Zibordi, che ci teneva così tanto che dicessimo qualcosa sulla nostra esperienza di autoproduzione nell’editoria digitale, se così si può dire, da convincerci a venire qui, in questa scuola, a dire delle cose.

Intanto ci presentiamo: io mi chiamo Marco Manicardi, mi chiamano Many, ho 33 anni, faccio l’ingegnere e vivo a Carpi con quella ragazza lì che si chiama Caterina Imbeni, si fa chiamare grushenka, ha 31 anni e fa la tutor di formazione continua, che non ho ancora capito cosa vuol dire; quel ragazzo lì con la barba, secondo me lo conoscete perché alcuni di voi hanno letto un suo libro quando non facevano educazione fisica... quel ragazzo lì con la barba si chiama Luca Zirondoli, si fa chiamare carlo dulinizo, ha 32 anni, vive a Correggio e fa il disoccupato, vogliategli bene; quell’altra ragazza che c’è lì si chiama Elena Marinelli, anche se in rete la trovate col nome di osvaldo, ha 29 anni, vive a Milano e lavora coi libri; quell’altro ragazzo lì, invece, è un nostro amico, si chiama Peppe Liberti, fa il fisico e vive a Cosenza, oggi è qui perché è passato a salutarci e ce lo siamo portati dietro, non so neanche quanti anni abbia, Peppe Liberti.

***

Va bene, cominciamo. Come c’è scritto nel volantino che ha preparato la professoressa Emanuela Zibordi, il nostro intervento si intitola più o meno Barabba: una casa editrice punk tra collaborative writing e self-publishing, dura circa un’ora – portate pazienza, anche noi siamo stati studenti, tanto tempo fa, cercheremo di renderla passabile, quest’ora circa – e parlerà di Barabba Edizioni, una casa editrice che non vende niente, non spende niente, non guadagna niente e, insomma, non esiste, anche se pubblica dei libri. Parleremo anche di qualcuno di questi libri, che sono essenzialmente degli ebook gratuiti e collettivi, dei libri digitali, ma ce n’è stato uno anche di carta. Anzi, uno e mezzo.

***

Quella che stiamo per raccontarvi è una storia che inizia nel 2006, quando il mio socio carlo dulinizo – che è quello che ha scritto senza volere Pensieri in Apnea, dopo ne parliamo meglio, intanto non guardatelo male – dicevo, inizia tutto nel 2006 quando il mio socio e il sottoscritto pensiamo Dài, facciamo una rivista letteraria di carta, da mettere nelle edicole della zona di Carpi. Il mio socio era stato folgorato da Pär Lagerkvist, che è uno scrittore che nel 1951 ha ricevuto il nobel per la letteratura con un libro che si chiamava Barabba, e allora abbiam detto Chiamiamo la rivista Barabba. Ci sembrava un bel nome, per una rivista letteraria. Così, ci siamo trovati, noi due insieme a qualche altro carpigiano, abbiamo aperto un blog, l’abbiamo chiamato, appunto, Barabba e abbiamo fatto una riunione per capire cosa scriverci dentro e come costruire la nostra rivista.

E poi cos’è successo? È successo che dopo aver fatto un po’ di campagna promozionale sul blog, dopo che avevamo rifiutato anche un invito di Ugo Cornia per entrare in una rivista letteraria che forse si sarebbe chiamata l’Accalappiacani, niente, Barabba, la rivista, non ha mai visto la luce. Sconsolatissimi, dopo un po’ abbiamo smesso anche di scrivere sul blog, e siamo tornati ognuno alle proprie occupazioni: io all’ingegneria, carlo dulinizo, il mio socio, a laurearsi in lettere e nuotare in piscina.

***

Poi, all'inizio del 2010, anzi per la precisione era la fine del 2009, mi è venuto da riesumare il blog per scriverci quello che mi passava per la testa. E anche il dulinizo ha ripreso a scriverci. Lo usavamo proprio come si usa un blog, senza impegno eccessivo. Ma verso la metà di febbraio del 2010 ci siamo incontrati ancora, io e il mio socio, e gli ho chiesto Be’, ma se facessimo un ebook sulla Resistenza, visto che quest’anno a Carpi c’è l’anniversario di Materiali Resistenti? Lui, il mio socio, mi ha detto Ok, pensaci tu per le questioni dell’internet, io organizzo la serata di presentazione. Va bene, gli ho risposto, proviamo a fare ebook collettivo, in pdf, proviamo a coinvolgere le blogsfera. Lui mi ha detto Va bene. Io gli ho detto Allora siam d’accordo. Lui mi ha detto Sì.

Così abbiamo cominciato. Siamo partiti a reclutare scrittori, disegnatori, fotografi e poeti su tutti i social network disponibili (facebook, twitter, tumblr, il blog, eccetera, anche se quello che ha funzionato di più, in termini di partecipazione, è stato FriendFeed). Ci eravamo inventati un tormentone: “Barabba dice 26×1” (una specie di calco del segnale in codice che ha fatto partire la Resistenza, a suo tempo, negli anni ’40, e diceva: “Aldo dice 26×1”) così il 15 di aprile, il termine per la consegna, invece dei dieci o venti racconti che ci aspettavamo di ricevere, avevamo già raccolto una sessantina di contributi tra racconti, saggi, ragionamenti, poesie, disegni, foto e perfino un monologo teatrale di venti pagine.

Allora abbiamo impaginato tutto e l’abbiamo chiamato Schegge di Liberazione. L’abbiamo pubblicato gratuitamente su internet, in pdf, e presentato in pubblico il 24 aprile 2010, in un locale di Carpi, con delle letture e dei blogger che erano venuti da mezza Italia per leggere in pubblico i propri pezzi o quelli altrui, o anche solo per vedere cosa stava succedendo. Dentro ci sono dei racconti bellissimi, come quello che ha scritto Ilke Bab e che adesso vi legge l’elena, cioè osvaldo.

(l’elena legge Resistenza di Ilke Bab)

E com’è andata? Eh, è andata così bene che ci han chiamati a leggerlo a Bologna (due volte), poi a Milano, a Venezia, a Perugia, a Roma, a Fabriano e anche in una radio. Insomma, un ebook e un tour di presentazione, proprio come per i libri veri.

***

È andata così bene che verso la metà di maggio, sempre nel 2010, mi incontro ancora col mio socio carlo dulinizo e gli dico: Be', ma se facessimo un ebook sulla Sfortuna, visto che quest'anno a Carpi – adesso sembra che a Carpi succeda un po' tutto – c'è il decennale del Festival di Filosofia e il tema è la Fortuna. Lui, il mio socio, mi ha detto Ok, pensaci tu per le questioni dell'internet, io organizzo la serata di presentazione. Va bene, gli ho risposto, allora siam d'accordo. Lui mi ha detto Sì.

Così abbiamo ricominciato. Ancora, su facebook, su twitter, su tumblr, a voce, e soprattutto su FriendFeed, abbiamo reclutato scrittori, poeti, fotografi e disegnatori. Ci eravamo inventati un altro tormentone: “Accettate la sfiga” (che era il primo gioco di parole che ci è saltato in mente, ma alla gente piaceva). E il 9 di settembre 2010, il termine per la consegna, avevamo già raccolto un'altra settantina di contributi, tra racconti, saggi, ragionamenti, poesie, disegni e foto; e alcuni degli autori erano tra quelli che avevano già partecipato a Schegge di Liberazione, altri erano nuovi.

Poi l’abbiamo impaginato (due volumi, questa volta, sempre in pdf) e l’abbiamo chiamato Cronache di una sorte annunciata (che era il secondo gioco di parole che ci è saltato in mente). È uscito venerdì 17 settembre 2010. L'abbiamo pubblicato gratis su internet e presentato in pubblico quella sera lì, in un locale, con delle letture e dei blogger che ancora erano venuti da mezza Italia per leggere in pubblico i propri pezzi o quelli altrui, o anche solo per vedere cosa stava succedendo. Dentro ci sono delle cose che secondo noi vale la pena ascoltare, come il pezzo che adesso vi legge grushenka, l’ha scritto lei, si chiama “Venticinque”.

(grushenka legge Venticinque)

***

È andato molto bene anche Cronache di una sorte annunciata, con migliaia di download e apprezzamenti. E intanto eravamo ancora in giro a leggere Schegge di Liberazione. E insomma, ci siam detti Va bene, siamo contenti così, portiamo ancora in giro le Schegge per un po’, dove ci chiamano, ché la Resistenza è un argomento che ci fa piacere portare in giro, poi magari torniamo alle nostre normali occupazioni, io l’ingegnere, dulinizo il letterato disoccupato e il nuotatore.

Solo che, insomma, quando inizi a fare una cosa, poi ti rimane il tarlo lì che gira nel cervello, e ti vien voglia di provare a spingerti più in là, percorrere strade nuove… e intanto che il mondo gira, il tempo passa, il 2010 sta per finire e il tarlo è ancora lì che tarla, succede che esplodono gli ebook reader: Kindle, iPad, telefoni che leggono i libri, cose così. E intanto, mentre siamo lì che convertiamo e pubblichiamo le Schegge e le Cronache anche in formato epub e mobi, si avvicina anche il compleanno del mio socio carlo dulinizo.

Quasi quasi, mi son detto, quasi quasi prendo i suoi post di Barabba sulla sua esperienza in piscina – perché a trent’anni, il dulinizo s’è iscritto in piscina, ha imparato a nuotare e ha scoperto un mondo nuovo; settimanalmente ne parlava nel suo modo un po' iperletterario su Barabba – prendo i suoi post, mi son detto, e ci faccio un ebook.

E l’ho fatto davvero. L’ho impaginato e l’ho chiamato Pensieri in apnea, forse ne avete sentito parlare, e in fondo ci ho scritto in piccolo: “Barabba Edizioni”. Era la prima volta che lo scrivevamo da qualche parte.

Pensieri in apnea è stato pubblicato online, gratuitamente, in pdf e in epub, il 20 dicembre del 2010, giorno del trentunesimo giro intorno al Sole di carlo dulinizo. Si tratta forse di un caso unico nella Storia dell’editoria: il primo libro pubblicato all’insaputa dell’autore, il primo regalo di compleanno fatto al mondo, invece che al festeggiato. Adesso carlo ve ne legge un passo. Se lo conoscete già, portate pazienza e vogliategli bene.

(carlo dulinizo legge Tutto quel che so)

***

E Schegge di Liberazione? Schegge di Liberazione, intanto, continuava a girare. Ci chiamavano a leggerlo in giro, c’era sempre più gente che veniva per leggere o per ascoltare o per vedere cosa stava succedendo. Allora, già che ci siamo, abbiamo pensato, inventiamoci una casa editrice che non esiste e chiamiamola Barabba Edizioni, e proviamo a rifare Schegge di Liberazione anche nel 2011, magari collaborando con l’ANPI di Carpi.

Come nel 2010, al grido, lanciato su tutti i social network, di “Barabba dice 26×1” (l’abbiamo riusato perché funzionava benissimo) sono arrivati oltre novanta contributi. Solo che stavolta, per provare, volevamo fare un libro di carta, e novanta contributi, per ragioni fisiche ed economiche non ci stavano tutti. Così ne abbiamo selezionati una manciata, e questa manciata, l’abbiamo impaginata, stampata in 500 copie e rilegata con un po’ di colla e filo. Dietro ci abbiamo scritto “Barabba Edizioni” e “Creative Commons”.

Il 25 aprile del 2011 dovevamo presentarlo all’Ex Campo di Concentramento di Fossoli, solo che poi è successa una tragedia, in piazza a Carpi, e allora, ufficialmente, è andata a finire che l’abbiamo presentato alla Società Operaia di Mutuo Soccorso d’ambo i sessi Edmondo De Amicis, a Torino, durante il Salone Internazionale del Libro, dove ci avevano addirittura chiesto di tenere una conferenza su Barabba Edizioni ed eravamo l’unica casa editrice inesistente al Salone del Libro, che a ripensarci ci scappa da ridere, come si dice.

Intanto, Schegge di Liberazione del 2011 l’abbiamo anche pubblicato gratuitamente su internet, in pdf, epub e mobi. E dentro ci sono ventinove racconti sulla Resistenza e sulla Liberazione, argomenti che, non so come va ai vostri tempi, ma ai miei non ci arrivavamo mai, col programma. Questi racconti secondo noi sono bellissimi, come la poesia di Azael che si intitola “Virginia che non si muove” e che vi legge l’elena, cioè osvaldo.

(l’elena legge Virginia che non si muove di Azael)

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Non sono necessariamente i migliori, i contributi che abbiamo messo dentro a Schegge di Liberazione 2011, ma sono quelli che forse più si adattavano al formato cartaceo, ma non è detto, non siamo mica degli editori veri. Gli altri sessanta e passa li abbiamo raccolti in un altro ebook che abbiamo pubblicato il 9 maggio 2011, sempre gratuitamente, in pdf e in epub, su internet. Sono 268 pagine di storie resistenti, si chiama Schegge di Liberazione Outtakes. Poi, nel 2012, visto che continuavano ad arrivarci dei racconti anche se avevamo smesso di chiederli in giro, ne abbiamo pubblicato un altro dal titolo Schegge di Liberazione Bonus Tracks. In tutto, alla fine, sono quattro ebook sulla Resistenza pubblicati in un anno e mezzo. Mica male per una casa editrice che non esiste.

***

Poi, niente, noi eravamo anche contenti così. Solo, si vede che siamo diventati di moda, perché anche il Corriere è venuto a intervistarci. E un giorno, per caso, sul blog – Barabba è rimasto comunque un blog, dove adesso che siamo una decina a scrivervi, chi vuole e si sveglia al mattino con una cosa da scrivere, la scrive, proprio come si fa coi blog – comunque, dicevo, un giorno, per caso, ci siamo messi a scrivere dei post che raccontavano delle cicatrici che avevamo addosso, quelle vere, quelle delle cadute in bici, o dal seggiolone, per intenderci, e si vede che i blogger si erano abituati alle nostre pubblicazioni collettive, perché stavolta han cominciato ad arrivarci spontaneamente un sacco di racconti.

Così, a un certo punto, ci siamo inventati ancora un tormentone che diceva “dateci un taglio”, perché alla fine siamo poi anche simpatici, e in poco più di un mese ci siamo trovati in mano più di un centinaio di cicatrici altrui. Come per gli altri, quindi, abbiamo impaginato questo ebook pieno di sfregi e difetti e l’abbiamo pubblicato gratis su internet a luglio del 2011 col nome Cicatrici (ci dispiace solo per Gianluca Morozzi che ha scritto un libro dal titolo uguale, se non sapete chi sia Gianluca Morozzi, che non siete mica obbligati a saperlo, davvero, comunque se non lo sapete, Gianluca Morozzi è uno scrittore italiano contemporaneo vivente).

Insomma, è andato molto bene anche Cicatrici, addirittura c’è stato Matteo B. Bianchi (se non sapete chi sia Matteo B. Bianchi, che non siete mica obbligati a saperlo, davvero, comunque se non lo sapete, Matteo B. Bianchi è uno scrittore italiano contemporaneo vivente molto bravo) c’è stato Matteo B. Bianchi che su l’Unità ha scritto che era il libro più bello che si era portato in vacanza, e che l’abbiamo messo in pace col mondo. Che a ripensarci vien da fare la coda da pavone, come si dice.

Dentro a Cicatrici, come abbiamo detto, ci sono un centinaio di sfregi, uno è quello di carlo dulinizo, vogliategli bene, adesso ve lo legge.

(carlo dulinizo legge Giro giro tonfo)

E adesso, visto che c’è anche Peppe Liberti che è venuto a trovarci e noi ce lo siam portati dietro, e visto che anche Peppe Liberti, che è un fisico, ha scritto una cicatrice nel nostro libro sulle cicatrici, adesso ve ne legge una anche lui.

(Peppe Liberti legge Salame)

***

Ecco, e con questo abbiamo esaurito la storia di Barabba Edizioni per quanto riguarda il collaborative writing e self-publishing, dove vi abbiamo raccontato dei libri collettivi che pubblichiamo gratis e di come a tutti gli effetti siamo una casa editrice che non esiste.

Ci sarebbero poi degli altri libri che abbiamo pubblicato, ma sono libri di un solo autore, come croccantissima, che è una sottospecie di romanzo di simone rossi (se non sapete chi sia simone rossi, che non siete mica obbligati a saperlo, davvero, comunque se non lo sapete, simone rossi è uno scrittore forlivese contemporaneo vivente molto bravo che si stampa da solo i libri e li porta in giro con dei reading musicati, e li vende così, senza casa editrice oppure li distribuisce gratis con le case editrici inesistenti); o come Spellicolaggini, il manuale di cinema che ha scritto Elena Marinelli, cioè osvaldo, e Febbraio 29, una raccolta di racconti ambientati il 29 febbraio e pubblicati il 29 febbraio di quest’anno sempre da Elena Marinelli, cioè osvaldo.

E infine, un mese fa, visto che io e il carlo dulinizo siamo stati invitati a partecipare al Treno della Memoria 2012, da Carpi ad Auschwitz – c’era anche qualcuno di voi sul treno – abbiamo scritto quattro racconti e un report di viaggio che abbiamo pubblicato gratis il 15 aprile in un ebook che si chiama E far l’amore anche se il mondo muore. Però non ve li leggiamo perché sono racconti lunghi e poi sul treno ci siete stati anche voi, o qualcuno di voi, e insomma, sarete anche stanchi di sentirci parlare, avete ragione, abbiamo quasi finito, portate pazienza.

***

(Poi, vabbè, ci sarebbe anche Barabba Elettrolibri, che è una collana di Barabba Edizioni che oltre a non esistere non pubblica niente. In pratica se uno scrittore che ci piace – tipo Azael o Gianni Solla (se non sapete chi siano Azael e Gianni Solla, che non siete mica obbligati a saperlo, davvero, comunque se non lo sapete, Azael e Gianni Solla sono degli scrittori contemporanei vivente molto bravi) – se uno scrittore che ci piace pubblica sul suo sito un racconto o un libro gratis in pdf, noi lo contattiamo e gli chiediamo se non vuole per caso che glielo convertiamo in epub e mobi da leggere sugli ebook reader, e delle volte li pubblichiamo anche prima di leggerli, ché in pdf si fa fatica a leggere gli ebook. Non dovrebbero nemmeno chiamarli ebook, i libri in pdf. Ma stiamo già andando lunghi e, se volete, quando siete a casa stasera su internet, cliccate “Barabba Elettrolibri” sul nostro blog Barabba, poi capite.)

***

Intanto, noi continuiamo a girare l’Italia con Schegge di Liberazione, con dei reading musicati che ormai sono diventati un po’ il nostro cavallo di battaglia. E siamo andati, oltre che a Torino, anche a Carpi, a Scandiano, a Forlì, all’ex Campo di Concentramento di Fossoli, a Forte Marghera, a Sogliano al Rubicone, a Bologna, a Milano e in tanti altri posti, alcuni dei quali, come Busto Arsizio, non avevamo neanche idea di dove fossero, prima che ci chiamassero a leggere i nostri racconti sulla Resistenza. Adesso lo facciamo anche insieme al Coro delle Mondine di Novi di Modena, non so se le conoscete, sono molto brave. E poi siamo andati anche a Parigi, a leggere le Schegge di Liberazione davanti al Console, che a ripensarci, ci trema ancora l’orlo delle mutande, come si dice.

E poi basta, adesso siamo qui a dire delle cose in una scuola lungimirante, che oltretutto, ci han detto, fa leggere Pensieri in Apnea a voi studenti quando non fate educazione fisica – che rispetto ai miei tempi, io che vengo da un istituto tecnico di maschi, dove se non facevi educazione fisica perché avevi i tuoi motivi, ti prendevano e ti mettevano a giocare a pallone, magari in porta, e insomma, rispetto ai miei tempi è una bella evoluzione.

Va bene, alla fine di tutto questo intervento, sono due le cose che vorremmo dirvi. La prima è che se vi obbligano a leggere Pensieri in Apnea, non odiatelo, carlo dulinizo, vogliategli bene, non trattatelo come Dante o Manzoni (se non sapete chi siano Dante Alighieri e Alessandro Manzoni, ecco, allora è un problema, perché mi han detto che è obbligatorio) o comunque, una volta diplomati, smettete di odiarli, Dante, Manzoni e il dulinizo.

La seconda cosa che volevamo dirvi è che noi, quando abbiamo iniziato, non sapevamo fare i libri, non sapevamo leggere dal vivo, non sapevamo niente. Adesso non è che sappiamo fare i libri, o leggere dal vivo, non siamo professionisti di niente. Ma un po' di esperienza ce la siamo fatta. E non lo sappiamo, se ne faremo degli altri, di ebook collettivi, ma se ne faremo degli altri, mandateci pure dei racconti, dei disegni, delle poesie. Poi, se ne avete voglia, potete venirci a vedere quando leggiamo in pubblico e, se ve la sentite, potete venire a leggere anche voi. Potete dircelo all'ultimo minuto.

Grazie.
Abbiamo finito.

lunedì 16 aprile 2012

E far l'amore anche se il mondo muore: un ebook

«Sai, mia cara, che non siamo distanti l’uno dall’altra? Se una mattina tu uscissi da Terezin e ti dirigessi a nord, e io da Bautzen venissi verso sud, la sera ci si potrebbe incontrare. Andremmo di corsa, no?»
(Jula, Cecoslovacchia ― Museo Monumento al Deportato, Sala 6)
E far l'amore anche se il mondo muore è la raccolta delle quattro letture che abbiamo fatto il 15 aprile 2012 (ieri) nelle stanze del Museo Monumento al Deportato di Carpi (MO). In appendice, invece, ci abbiamo messo una specie di resoconto del viaggio che due di noi hanno intrapreso sul Treno della Memoria 2012, da Carpi ad Auschwitz e ritorno.

E far l'amore anche se il mondo muore è stato stampato in trentatré copie pinzate a mano e distribuito il giorno delle letture (ieri) a chi è venuto a sentirci. Da oggi, però, potete scaricarlo gratuitamente in ebook: in pdf (se volete fare in casa la vostra copia di carta), in epub e in mobi (se avete i cosi per leggere i libri elettrici).

E far l'amore anche se il mondo muore ieri è venuto così bene, dal vivo, che può anche darsi che ci venga voglia di rifarlo. Intanto, buona lettura.

domenica 15 aprile 2012

Penso che sia da selvaggi fare all’amore nudi

«Hitler è un tipo un po’ strambo e non sarà mai Cancelliere: potrebbe diventare al massimo Ministro delle Poste.» Il Presidente tedesco Paul von Hindeburg nel 1931. Neanche due anni dopo Hitler verrà nominato Cancelliere, prendendo di fatto il potere assoluto. Paul inizierà a collezionare francobolli. L’Europa, milioni di morti.

«Perché? avete i negri anche voi?» George W. Bush, citato dal Der Spiegel, durante un incontro ufficiale con il presidente del Brasile Fernando Cardoso, sociologo e scrittore.

«Oggi niente di nuovo.» Annotazione di Luigi XVI nel suo diario: 14 luglio 1789. Il giorno della Presa della Bastiglia, inizio della Rivoluzione Francese. Una delle cinque date della storia che occorrerebbe imparare a memoria e che Luigi avrebbe voluto dimenticare.

«La band è OK. Ma liberatevi di quel cantante con i labbroni.» Andrew Loog Oldham, produttore della BBC dopo un’audizione dei Rolling Stones, 1963. Il cantante con i labbroni era Mick Jagger.

«Il cinema è solo una moda passeggera. È il dramma in lattina. Non illudetevi. Il pubblico vuole vedere storie di carne e sangue rappresentate in palcoscenico.» Charlie Chaplin.

«Quattro scimmie che urlano non useranno mai, senza permesso, l'onorato nome di famiglia.» Baronessa Frau Eva von Zeppelin.

«Aha! È impensabile che il dottor Berlusconi entri in politica. Deve occuparsi dei suoi debiti. Stia fermo, tanto prenderebbe pochi voti. Non siamo mica in Brasile.» Massimo D'Alema, 1983.

«La ragazza mi pare non possieda quella percezione speciale dei sentimenti che solleverebbe di poco questo libro dal puro livello di curiosità.» Scheda editoriale de “Il Diario di Anna Frank”. Una volta pubblicato, sarà tradotto in 55 lingue.

«Penso che sia da selvaggi fare all’amore nudi.» Sharon Stone.

«Un ignorante sesquipedale, un mostriciattolo prodotto di un'avventura di analfabeti... una sogliola da schiacciare... una teppa... un bugiardo, un buffone... un arabo mentitore, un levantino con il gusto della menzogna... uno che potrebbe finire in galera... un pugile suonato... un pazzo... un botolo ringhioso... un topo chiuso in una scatola, che batte la testa da tutte le parti cercando un buco, ma da tutte le parti c'è una tagliola.» Gianfranco Miglio, co-fondatore e ideologo della Lega, su Umberto Bossi, suo amico.

«La libertà di critica è totale in URSS.» Jean-Paul Sartre, filosofo, su "Liberation", 1954.

«È chiaro che non ci sarà nessuna riunificazione della Germania in questo secolo.» Flora Lewis, corrispondente per gli affari esteri dalla sua rubrica sul New York Times, 1984. Un mestiere, come abbiamo capito, che potrebbe fare chiunque scrivendo reportage dal tinello della propria cucina.

«Ormai Mickey Mouse non interessa più a nessuno. Penso che dovremo eliminarlo.» Roy O. Disney, fratello di Walt, 1937, pericoloso topicida.

«A chi diavolo vuoi che interessi sentir parlare gli attori?» Hirsch Eichelbaum Warner, Co-fondatore della Warner Brothers, 1927 commentando la nuova invenzione del cinema sonoro.

«Questa roba non sarà musica neanche nel trentesimo secolo.» Frank Sinatra dopo aver ascoltato un disco rock di Billy Idol.

«Questo virus è un gattino innocuo.» Dr. Peter Duesberg, professore di biologia molecolare alla University of California, Berkeley, commentando la scoperta del virus dell'HIV, nel 1988. Tra il 1980 e il 2010 l’Aids ha ucciso, solo in Africa, venticinque milioni di persone.

«Non credo che abbiamo commesso qualcosa di sbagliato nel portargli via questo grande paese. C’era così tanta gente che aveva bisogno di nuova terra e gli indiani erano egoisti se volevano tenerla tutta per sé.» John Wayne.

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Questa è una specie di introduzione scritta dal prode carlo dulinizo per una cosa che potete sentire dal vivo oggi, alle 17, al Museo Monumento al Deportato di Carpi, mentre facciamo l'amore anche se il mondo muore. Vestìti.

sabato 14 aprile 2012

E far l'amore anche se il mondo muore: di carta e voce domani, d'elettroni lunedì

Volevamo farne un centinaio di copie, invece sono solo trentatré (che, barabbisticamente parlando, è anche un bel numero), perché ci è finita la carta. Ma si tratta poi di trentatré fascicoletti fotocopiati e pinzati a mano, giusto un ricordo da portarsi a casa per chi verrà domani a sentirci far l'amore anche se il mondo muore, alle 17 abbastanza puntuali, presso il Museo Monumento al Deportato di Carpi (anche in caso di maltempo, tanto siamo al chiuso nelle stanze del museo).

Lunedì, invece, lo facciamo uscire in ebook, in tutti i formati che volete, infinitamente downloadabile gratis, liberamente condivisibile, come nostro solito. Secondo noi è bello.

venerdì 13 aprile 2012

Qualcuno senza ali

Quando dalla Sicilia sono salita a Carpi era il millenovecentoquarantatre, non avevo ancora sedici anni e avevo un lasciapassare che diceva che potevo frequentare la prima magistrale superiore. Il sistema allora era tutto diverso. Mia madre, rimasta vedova e senza più lavoro aveva deciso di salire tutta l’Italia con me e mia sorella maggiore e di venire a stare qua. Ancora adesso mi chiedo come ha fatto una donna di quasi cinquant’anni in un paese in guerra, senza saper leggere e scrivere, a portarci fin quassù.

Ci siamo arrivate col treno, anche se avevamo tanti bagagli e dovevamo spesso scendere e salire dai treni per paura dei bombardamenti. Io non avevo mai viaggiato prima, a parte qualche giornata a Messina in compagnia del babbo. Si può dire che l’Italia quella volta dal finestrino l’ho vista quasi tutta. L’ho pure toccata coi piedi ad ogni sosta e a volte, quando scampavamo ai bombardamenti, anche baciata. Erano i miei primi baci a qualcuno che non fosse di famiglia e son contenta di averli dati ai posti che mi han salvato la vita.

Una volta dopo un allarme stavo per salire in un vagone chiuso che dalle fessure lasciava vedere delle ombre ma mia sorella che mi aveva tenuto d’occhio ha urlato: “Dove vai? Non vedi che è chiuso?” – “ma c’è qualcuno lì dentro!” - “Qualcuno? Al massimo qualcosa! Ehh!!! Domenica Aliquò, cominci a fare gli scherzi col tuo cognome adesso?” - e anche se non l’avevo capita l’ho seguita lo stesso verso la carrozza dove la mamma ci aspettava. Durante il viaggio mi ha spiegato un po’ di latino e quella regola che si ripete sempre: quando aliquis, che significa qualcuno o qualcosa d’indefinito, è preceduto da si o nisi, cioè se e se non, perde le ali, perché accompagna un evento possibile e rimane solo quis. Erano viaggi lunghi a quei tempi, erano ancora più lunghi per via dei bombardamenti, mettici pure le lezioni di latino, non arrivavamo più.

Abbiamo capito di essere vicine all’arrivo quando abbiamo smesso di vedere qualcosa oltre alla pianura piatta in fondo all’orizzonte. Giusto in tempo per rimandare la costruzione della perifrastica passiva. Poi è salita la nebbia, che non avevamo mai visto, almeno io. Arrivata la sera sembrava di entrare in un mondo fantasma. Un mondo di fantasmi tutti gentili, per fortuna.
Era marzo quando ci eravamo sistemate, e anche se potevo comunque andare a scuola, all’istituto superiore, avevo come paltò solo la mantella da piccola italiana e mi sembrava che andare a scuola con intorno le altre ragazze delle famiglie bene di Carpi... non mi sarei trovata bene. E poi il magistrale era solo a Modena, per andarci c’era la corriera ma era privata, a pagamento oppure il treno ma ci volevano dei soldi e noi avevamo solo il sussidio da sfollati. Quindi non è che potevo dire e fare.

Allora ho promesso a mia madre che dopo la guerra avrei ripreso a studiare, e in quel periodo c’era una legge fascista, quella delle madrine di guerra e uno poteva andare a lavorare o a far qualcosa per la patria, una specie di volontariato, diciamo così. Quindi sono andata alla stazione di Carpi e ho fatto domanda per essere assunta in biglietteria. Quando mi sono presentata in stazione mi hanno chiesto da dove venivo e io “Carpi” ho risposto, ma con la C in gola, come si diceva giù, e allora mi hanno chiesto di nuovo “Da dove?” e io dico “Garpi, Garpi con la Gi, Gi di Gane”. E tutti son scoppiati a ridere.

Così la stazione di Carpi mi ha scelto e sono andata a Mantova, un mese, a imparare a fare i biglietti. E la prima volta che sono arrivata alla stazione di Mantova, era la fine di Aprile e c’erano già stati i primi giorni di sole, m’ero distratta a preparare i fogli che dovevo consegnare a quelli di Mantova per cominciare ad imparare e ho guardato fuori quando ormai stavamo arrivando e mi sono abbagliata, perché non m’aspettavo luce guardando in basso e non sapevo che lì c’era un lago, più azzurro del cielo, più grande del respiro, e per un attimo mi è sembrato il paradiso.

Fino a che il mese non è finito e allora toccava a me fare i biglietti per la stazione di Carpi. Intanto mia sorella aveva già trovato lavoro da operaia nell’unica industria meccanica di Carpi allora e in mezzo a tutti quei lavoratori, aveva deciso di diventare socialista. A sentir lei i comunisti erano pericolosi quasi come i nazisti e il patto del trentanove tra Hitler e Stalin ne era la prova. Credeva molto nella democrazia, nel potere del popolo di scegliere e soprattutto nelle donne.
Che bisognava far qualcosa dice di averlo deciso quando una sera, alle cinque e mezza, proprio all’ora dell’uscita degli operai dalla fabbrica, lì dalla via della catena, la via sotto il portico a metà della piazza grande, i fascisti avevano appeso un morto al catenaccio che blocca il passaggio alle macchine, con le gambe stese per terra, le braccia sulla catena come un cristo e un cartello con su scritto: così muore un traditore. Dice che, quando ha visto la madre del morto e la moglie incinta piangerlo, ha capito che doveva fare qualcosa.

Io ancora certe cose non le volevo capire, perché facevano paura, e facevan preoccupare la mamma e allora continuavo a fare i biglietti e cercavo di fare bene quello che dovevo fare. Poi un giorno ho visto lui, che tornava dalla licenza, tutto bello in divisa militare, con quel viso allungato, quei capelli color del fieno a Maggio. Aveva una faccia un po’ mogia ma mi è bastato dirgli “Dai che torni presto!” di qua dal vetro per vederlo sorridere. Ed è lì che, come si dice qua, mi ha fatto su. Io non ero mai stata innamorata, e dire che ero carina, e molto. Me lo dicevano tutti, e quando quelli del bar centrale, dopo avermi detto per filo e per segno tutto quel che sapevano sul mio innamorato, mi chiedevano cosa ci trovavo mai in lui, io dicevo solo “C’ha un sorriso…”

Manco a farlo apposta, dopo neanche un mese, arriva l’Armistizio, 8 settembre, tutti a casa, e ci sembra che la guerra è finita, pace fatta e io comincio ad aspettare il mio bel Romeo. Mia madre non vuole che torni al lavoro, insiste e insiste, mi fa una testa così. Così un giorno, di punto in bianco, resto a casa, senza avvertire nessuno. E nessuno mi viene a cercare. Nessuno. Alla sera mia sorella mi dice che sono arrivati i tedeschi in stazione e che nessuno può più starci.

Passano i giorni, e io resto chiusa in casa, sola, con mia mamma che mi dice di avere pazienza ma io... figurati se a quell’età riesci a stare ferma, volevo andare, chiedere, informarmi! Mia sorella alla sera, dopo che ha allontanato la mamma con la scusa di aver lasciato al vicino le sue chiavi, mi dice che Lui è qui, è tornato, è stata lunga a piedi, ma è tornato, è in banda tra i partigiani e che volendo, se non lo dico a nessuno, in primis alla mamma, può organizzarmi un rendez vous. Non sono mai stata più rossa in vita mia, roba da far impallidire le rape, altroché! Ma comunque voglio dargli il benvenuto e propongo di trovarci domani nel piccolo prato tra la tratta ferroviaria e il villino d’Agostino, a Cibeno, fuori Carpi, ma non così tanto da sembrar sospetti.

La sera dopo alla cantina, anche se è già buio, continuano ad entrare rimorchi pieni d’uva per il lambrusco di quest’anno. La nebbia è già salita, mi sembra di camminare sulle nuvole e il pensiero di essere soli e non visti mi fa arrossire forse più di ieri.
Arrivo e lui è già lì.
Il cuore mi dà più colpi dei bombardamenti.
Non riesco ad aprire bocca. Lui nemmeno, sembra.
A un suo cenno di saluto rispondo anch’io col braccio, poi vedo che sta indicando il treno che passa di fianco a noi. È un treno merci che sfila lentamente, silenzioso, senza fretta. Dalle finestre del villino le luci si appoggiano, un po’ storte, sbilenche, sui vagoni. In ogni vagone, nell’angolo in alto a destra, c’è un buco grande come una scatola da scarpe.
Per un attimo mi sembra di vedere qualcosa o qualcuno muoversi dentro.
Qualcuno senza ali.

giovedì 12 aprile 2012

Hai sentito?

«Come fai a dire che non senti niente?»
«Non sento niente, Vale’. Che c’è? Dimmi che c’è. Vuoi uscire? Non mi vuoi più?»
«No, non è questo, è il posto, questo stanzino, è che io sento i rumori dalla finestrella.»
«Preferisci il bagno?»
«No.»
«La palestra?»
«No, sono tutti in palestra, ci sentono.»
Mi accarezza la guancia: lo fa sempre quando sono agitata e non voglio baciarlo.
Non è che io non voglia, in realtà, è solo che quella maledetta finestrella tonda con le sbarre mi mangia le parole e fa rumorini insidiosi, fastidiosi, e sembro matta, lo so, perché da fuori non si sentono, ma da qua sì, lo giuro: forse si spargono sul vetro, sullo sporco della parte superiore della finestra del corridoio, non lo so, ma quando sto qui dentro me li ritrovo in faccia e io non posso non sentirli. Sarà colpa di Valeria.
«Vale’, dimmi che vuoi fare. Ci ho messo due pomeriggi a fregare le chiavi a mio padre.»
«Lo so, scusa, cioè, non lo so, non mi piace questo posto. Poi mi gratto. Sarà la polvere.»
«Ma se ci veniamo sempre.»
«E allora? Oggi va così, oggi sento i rumori.»
«Ma quali rumori?»
«Ma tu davvero non senti niente?»
«Mio padre me lo dice sempre che tu sei un po’ matta.»
La finestra alta sta nella stessa posizione da quando la nostra scuola non era ancora una scuola, ha gli infissi vecchi e una moncatura sulla sinistra, come se le avessero amputato un braccio; è sempre sporca nella parte in alto, nessuno riesce a pulirla, nemmeno il custode, basso e tozzo.
Quella finestra, non lo sa nessuno, si completa nel muro, coltiva vermi nelle intercapedini. Accanto, una porta sempre chiusa a chiave in tre punti; le mandate serrano il segreto di ogni custode da allora a oggi.

***

Quasi sempre apriva, sbirciava, poi richiudeva; non aveva mai voglia di capire fino in fondo, lui, né di pensare al perché le sedie fossero marce, impagliate male. Le guardava da lontano, scacciava la curiosità di sapere come se fosse stata una mosca troppo vicina ai fichi. Le poche volte in cui accendeva la luce, gli dava fastidio perfino passarci dentro, a quella stanza: di colpo, le linee diventavano oggetti, le crepe dei muri disegnavano sgorbi, i colori erano torvi, l’occhio era costretto a registrare tutte le forme che gli apparivano dinnanzi, e allora lui faceva quello che doveva, pulire o cercare un arnese, in fretta, e, se urtava contro la gamba di una sedia o uno stipite, si puliva il pantalone all'altezza del polpaccio, strofinando forte, come se lo avesse leccato un cane con la rogna o se avesse inciampato in un cadavere: sulla soglia faceva sempre una
smorfia di disgusto tappandosi le narici.

***

«Che brutta finestra, è sporca.»
Anna guarda verso la curva che scendeva al paese vecchio, affacciata alla finestra, con una scopa in mano.
«Che fai qua? Non hai da lavorare?»
«Scorbutico.»
«Anna, via, sciò, questo non è posto per te.»
«Ah, no?»
«No, tu sei una ficcanaso.»
«E tu non sai pulire! Guarda là che schifo!»
«E che me ne frega a me. Provaci tu, se sei tanto brava a pulirla fino a là, io sulla scala alta non ci salgo: queste qua sono tutte matte e come minimo mi fanno cadere. Le vedi che occhi che hanno?»
«Hai paura delle femmine. Hai-paura-delle-femmine. Sei proprio un fifone. Comunque, qua pare tagliata.»
«È stata murata, si dice così. Anni fa. tanti. Ma mo’ che vuoi da me? Non tieni niente da fare?»
«Uff, vado a pulire.»
«Ecco, brava, impicciona che non sei altro.»
«Vedi che ci stava tuo figlio prima, qua.»
«Ah.»
«Eh.»
«E che voleva?»
«Che ne so, però doveva stare in classe, o no?»
«Quel disgraziato!»
«Che hai?»
«Lo sapevo! Lo sapevo!»
«Cosa?
«Quel disgraziato!»
Inveisce contro un cassetto scassinato del suo tavolo, dove conserva le chiavi e i documenti importanti che passano dalla portineria e poi vanno smistati in Presidenza.
«Si può sapere che è successo?»
«Non sono affari tuoi, Anna. Via, sciò.»
«Che modi! Maleducato che non sei altro!»

***

«Adesso come faccio?», pensava. «Adesso se lo sa qualcuno, se li scopre qualcuno, lui e quella matta, io che faccio? Madonna, Madonna, io lo ammazzo; mi ammazzano, questi mi ammazzano. Ah, ma lo ammazzo io prima», continuava, sbattendo il pugno sul tavolo. Sotto la finestra, un gruppetto di soldati marciava e i vetri tremavano.
«Papà, dov'è?»
«Ah, proprio tu! Dove sei stato?»
«Non lo vuoi sapere.»
«Maledetto! Ti dovevano ammazzare a te!»
«Papà, ho poco tempo e non lo voglio perdere con te: dov’è?»
«Non c'è.»
«Non è vero che non c'è, l'ho vista prima da sotto.»
«Da sotto? Ma sei matto? Ci sono i soldati. Quante volte ti ho detto di non ronzare qua attorno, che sei segnalato e sei stato fortunato una volta che non ti hanno fatto niente.»
«Ho solo un dolore cane sul braccio e sul fianco, ma no, papà, non mi hanno fatto niente, certo che no. Gli amici tuoi.»
«Abbassa la voce, stupido.»
«Domani me ne vado, papà. E voglio salutare Valeria.»
«E dove te ne vai?»
«Non te lo dico, non mi posso fidare di nessuno, lo dicono anche i miei compagni. Stasera a casa non mi ci ritrovi.»
«Vattene, va’, vai dagli amici tuoi.»
«Valeria, papà: dimmi dove sta.»
«No. Disgraziato. Ti dovevo menare prima io a te. E anzi, sai che c’è? Meno male che te ne vai, così non sei più un mio problema. Voglio vedere come ti trattano gli amici tuoi, se ti proteggono come ho fatto io.»
«Valeria, papà, la voglio solo salutare.»
«Sta in camera sua. Bussa, non entrare subito. Se c’è qualcuno, non entrare. Se non ti sente, non entrare, vuol dire che dorme.»
«Dorme? Di pomeriggio? Che le avete fatto, papà?»
«Io niente, stupido, sbrigati: tra dieci minuti cominciano i controlli.»
«Tu niente? Che vuol dire? Che le hanno fatto?»
«È l’ultima volta questa: guardami negli occhi. Ho detto che è l’ultima volta.»

***

Ecco cosa c'è.
I vermi ci avrebbero preso, si sarebbero messi sotto la pelle a rodere con soddisfazione, io non ce la faccio a baciarlo sapendo che il buio non è davvero buio ma solo oscurato, incastrato dentro un infisso. L’ombra ci fissa, di notte le spuntano gli occhi della fame.
Ci lasciavano per ore a terra o ci guardavano soltanto, senza darci nemmeno dell’acqua, e ci chiamavano pazze, tutte pazze, non donne, né mogli, né prigioniere politiche, l’iride di quello più grosso era più scura del solito, il bianco attorno sembrava il colore del lenzuolo intriso di ammoniaca dei nostri letti.
Dovevamo dire chi ci veniva a trovare, perché: tutto segnato, alla mattina e alla sera. Ma io non dicevo mai tutto e, quando finivo di fare l’elenco, l’ultimo nome lo mordevo insieme alla lingua, per evitare che mi uscisse.
«Non siete recluse, siete ospiti: non si lasciano le donne sole in casa senza cura. Che mariti vi siete scelte?»
E quella parola, cura, detta con la lingua sottile e biforcuta che sibilava, come la prima volta in cui mi hanno tolto i fogli, poi l’inchiostro, poi i vestiti, e a me non importava tanto dei vestiti o della carta, quanto della dignità che avrei perso, dicendo “sono pazza” o “non sono figlia di mio padre”.
Rimanere da sola, a morire di paura o senza vestiti addosso, non importava. Ci chiedevano le cose a muso duro, ci facevano sedere e ce le domandavano lentamente e a voce alta, come se fossimo davvero sorde e pazze, ci chiedevano chi avesse scritto cosa, quando, per chi, perché, il significato delle parole che usavamo ― forza, dignità, libertà ― e noi barattavamo la vita dicendo: “non lo so, sono pazza”.
«Vale’, la smetti di agitarti? Tra un po’ finisce l’ora.»
«Senti, oggi non è cosa, torniamo in classe, dammi i jeans per piacere, riporta le chiavi a tuo padre.»
«Tu non mi vuoi più.»
«Non essere ridicolo, non è questo.»
«Allora baciami, Vale’.»
«Dopo, fuori. Usciamo da qua, mi manca l’aria, dammi la maglietta.»
Sul corridoio passa la luce e, se abbasso lo sguardo, perché un po’ mi vergogno, un po’ mi dispiace farlo arrabbiare, lui mi prende la mano lo stesso, davanti alla terza B, e io finalmente sento scandite quelle parole che rimanevano mangiate dai vermi nell’infisso e le ripeto.
«Che dici, Vale’? Non capisco.»

Ti tengo nascosta, Valeria, murata come l'infisso; non ti faccio guardare da nessuno: te lo prometto. Mi chiudo gli occhi anche io, se vuoi, quando ridi e quando piangi, non ti tolgo nemmeno i vestiti. Ti prometto che finirà tutto poi torneremo indietro; facciamo finire tutto, Vale’, e tu sarai orgogliosa di me.

martedì 10 aprile 2012

E far l'amore anche se il mondo muore

Come avevamo già detto, domenica 15 aprile, al Museo Monumento al Deportato di Carpi, verso le 17 abbastanza puntuali, leggiamo delle cose nuove e scritte apposta per un percorso che attraversa le tredici stanze del museo e che abbiamo intitolato: E far l'amore anche se il mondo muore.

Ecco, le letture che faremo le abbiamo raccolte in un libretto, che se venite domenica a sentirci potete portarvelo a casa di carta; se invece non riuscite a venire, anche se è un peccato, mettiamo i racconti in un ebook che uscirà, molto probabilmente, lunedì mattina da queste parti.

I racconti e le letture sono di osvaldo, carlo dulinizo, il sottoscritto e simone rossi (che però non legge). Dal vivo ci accompagneranno i contrabbassi di Bicio, i chitarrini e i clarinetti di simone rossi (che però suona), il pianoforte di Alessandro De Nito. Qui c'è una specie di teaser della copertina gentilmente concessaci dal prode Francesco Farabegoli.

Se domenica venite, secondo me, fate un bel lavoro.

martedì 3 aprile 2012

Neverending tour: aprile 2012

Aprile, per noialtri barabbisti, è il mese in cui si festeggia il Natale. Allora facciamo delle cose, alcune vecchie, alcune nuove:

Domenica 15 aprile
Al Museo Monumento al Deportato di Carpi, che se non ci siete mai stati non avete idea di che posto incredibile sia, verso le 17, abbastanza puntuali, leggiamo dei pezzi nuovi in un percorso che attraversa le tredici stanze del museo e che abbiamo intitolato: E far l'amore anche se il mondo muore. Forse poi raccogliamo tutto in un libretto di carta che distribuiremo gratuitamente sul posto. E forse anche un ebook (ovviamente) da scaricare qui da noi. Insomma, è una domenica, è primavera, veniteci a trovare. Speriamo di far bene.

Sabato 21 aprile
Coll'avvicinarsi del Natale, al Teatro Sociale di Busto Arsizio (VA), alle 21 trattabili, facciamo le care e vecchie Schegge di Liberazione, quelle di sempre, quelle sempre diverse. E poi...

Domenica 22 aprile e mercoledì 25 aprile
Con le gambe che un po' tremano, festeggiamo davvero il Natale facendo le Schegge di Liberazione con il Coro delle Mondine di Novi di Modena. Il 22 aprile all'OFF di Modena, alle 21; il 25 aprile all'Antica Pescheria di Rimini, verso le 18:30 o le 19. E quindi ci siamo noi, ci sono le Mondine, ci sono le storie di Resistenza, ci sono le cante partigiane e di risaia: è Natale. Festeggiamolo.

Venerdì 27 aprile e sabato 28 aprile
Migriamo nella Capitale per fare un reading di cui vi parleremo più avanti, il 27 sera, al Pigneto, che è un posto che ci piace da matti. Poi il giorno dopo, tra le 16:30 e le 18:30, siamo nel programma di LibrInnovando 2012, alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Tor Vergata (pensa te), con una cosa che si chiama L’autopubblicazione e gli editori e che vede come relatori: Edoardo Brugnatelli (Mondadori), Andrea Libero Carbone (duepunti Edizioni), Sergio Covelli (SelfPublishing Lab) e (glom) Marco Manicardi (Barabba Edizioni). Sarà l'ultima cosa della due giorni di LibrInnovando. Non sappiamo ancora se sarà una tavola rotonda o se faremo uno dei nostri soliti discorsetti, boh, voi venite là, poi vediamo.

E a maggio c'è il Salone Internazionale del Libro di Torino, dove saremo ancora ospiti di Bookrepublic, ci han detto; e poi altre cose, tipo nelle scuole. Ma ve lo diciamo meglio più avanti.

venerdì 30 marzo 2012

Aspettare la morte stanca

Buonasera, buonasera, son proprio contento che siate qua stasera, vi rubo pochissimo tempo, è che ci son delle cose che voglio proprio dire e l’occasione per dirle non ce l’ho mai avuta… e invece siam tutti qui, portate pazienza perché magari salta fuori che sono una borsa… ma insomma, buonasera e grazie, davvero.

Quello che volevo dire, faccio presto, è una cosa veloce… quello che voglio dire è che mè a sun stùff, io sono stufo, io è quasi novant’anni che sono al mondo e adès a sun stùff, adesso sono stufo… proprio stufo… che io una volta ero libero, facevo il contadino, poi ho fatto il muratore e l’operaio, poi sono andato in pensione e ho tirato su dei figli e dei nipoti e adesso… adesso io son come in prigione… adesso io avrei anche già fatto tutto quello che dovevo fare, non mi chiede più niente nessuno, giro col bastone con le ruote, che cià un nome che non mi ricordo, e non mi chiede più niente nessuno… neanche l’Aldina mi chiede più niente… l’Aldina… com’era bella, l’Aldina, era la più povera del paese quando l’ho sposata, sono andato in bicicletta a casa sua, una notte, l’ho caricata sulla canna e via, ci siamo sposati che era già incinta… l’ho presa sulla canna, quella notte là, l’Aldina, e lei aveva una scatola da scarpe come dote… ma mica piena, eh, la dote era proprio la scatola da scarpe, pensa te com’era povera… ma com’era bella, l’Aldina, che poi l’abbiamo chiamata a lavorare in campagna e non sapeva fare niente, e quando c’era da spostare il fieno le cadeva sempre tutto addosso che io e mio padre facevamo di quelle ridute che cascavam per terra… e adesso invece c’è l’Irina, che non l’ho mica scelta io, l’Irina, me l’han data loro per tenermi dietro… l’Irina che è nata sotto il comunismo… perché eravam comunisti anche noi, veh, io e l’Aldina… che quando c’era d’andare a manifestare contro Scelba… ciavete presente Scelba?... ma no, siete giovani, non lo sapete neanche… beh, l’Aldina quando andava in piazza con le altre donne contro Scelba, si coricavano per terra e le camionette della celere si dovevan fermare… c’avevano i maroni, le nostre donne, una volta… e l’Aldina, che era anche bella, c’aveva più maroni di tutte, era sempre là davanti al corteo… e poi via di corsa, con la celere dietro al culo coi manganelli… che anch’io, due volte, io, son scappato dalla celere… una volta a Modena, quando eran morte quelle persone in fonderia… sono andato a Modena a piedi con le scarpe in mano perché ce n’avevo solo un paio, e sono andato a Modena scalzo, e la celere ci ha fatto correre e io scappavo con le scarpe in mano… che quelle scarpe lì, poi, alla domenica mi servivan per andare a ballare, quando ero moroso con l’Aldina… che ballavamo d’un bene, guarda, che non avete idea quanto era brava l’Aldina a ballare… che una volta ci sono andato a ballare anche con l’Irina, in piazza… c’è poi andata lei, a ballare, l’Irina... mi ha messo lì in un angolo con degli altri vecchi, che io cammino col bastone con le ruote, ma loro eran vecchi davvero, con le carrozzine… e intanto l’Irina con le sue amiche ballava questa musica straniera, che il comune aveva organizzato una festa per le donne del paese dell’Irina e loro ballavano… eran dei balli stranieri… ballare ballava anche bene, l’Irina, e aveva una faccia che non l’avevo mai vista così contenta… ma cosa vuoi, noi vecchi eravam tutti lì a guardare… però l’Aldina ballava meglio… e ballava con me...

Ma niente, valà… dicevo della celere, dicevo che poi la seconda volta che son scappato dalla celere, che corri e corri mi sono infilato in una ferramenta e ho preso una sbarra di ferro e mi son girato verso il celerino e gli ho detto Oh, veh, o me o te… e lui si vede che gli è venuto paura, che sparare non se la sentiva, che poi è andato via e intanto mi gridava Va’ a caghér… Ci vediamo la prossima volta in piazza, mi gridava il celerino… ma io niente, ero fermo lì con la mia sbarra di ferro e se faceva tanto d'avvicinarsi, come andava andava… invece poi è scappato via, e io ho tirato fiato e son tornato a casa dall’Aldina… che non lo sapevo mica se l’avrei avuto il coraggio di spaccargliela la testa, al celerino, che ci vuole del coraggio a spaccare la testa a una persona, e io non lo so se ce l’ho quel coraggio lì… ma insomma, l’Irina cià un bel da dire, quando dice che lei, il comunismo, non si poteva parlare, ma c’era sempre da mangiare, da lavorare e da mandare a scuola i figli… che lei dopo è venuta qua a starmi dietro a me, a farmi da mangiare, a portarmi in giro, che io, la salute, che son stato sempre bene di salute, io a un certo punto quando è morta l’Aldina io la salute l’ho persa… ma cià un bel da dire, l’Irina, invece secondo me noi il mondo l’abbiamo poi anche un po’ cambiato in meglio, a quei tempi là… solo che adesso… non lo so cos’è successo… che è tornato brutto, il mondo… e mè a sun stùff… sono stufo.

Che poi… scusate, non volevo mica parlare dei celerini e dell’Aldina, all’inizio, che anche lì, l’Aldina, poverina, è morta tre anni fa e io son tre anni che non mangio più bene come quando c’era lei… che come faceva da mangiare l’Aldina, guarda… che io non so far niente, a parte il caffè, non so far niente… meno male che c’è l’Irina che mi tien dietro tutto il giorno… tutti i giorni… che mio figlio le ha preso via le carte di soggiorno così poi lei mi tien dietro per forza dalla mattina alla sera… e io son qua come in prigione, non riesco a far niente, faccio fatica a camminare anche col bastone con le ruote… che poi la salute ho cominciato a perderla lì, quando è morta l’Aldina, che io da solo al mondo… non lo so… ma meno male che c’è l’Irina, valà… che mi vuol poi bene anche lei, si preoccupa sempre… Learco dove sei?, mi fa, Learco cosa fai? Learco ciài la pressione alta, Learco adesso dormi, Learco adesso mangia... mi vuol poi bene, l’Irina, anche quando dice che è stufa anche lei e non vede l’ora che muoio così poi torna dai suoi figli là dove abitava lei prima, che si sta meglio, dice… che cià un bel da dire… poi però io sentire che mi parlano che muoio mi viene il magone, allora lei dice No no, Learco, che non muori, che ci penso io... mi dice così… ci son delle sere che ci mettiamo a piangere tutti e due, io e l’Irina… che l’Irina…

Ma no… ma lasciam perdere… quello che volevo dire all’inizio, quello che volevo dire del perché son stufo, è che poi… io in prigione ci sono anche stato, quando c’era il fascio, che avevo vent’anni, è arrivato il prete e mi ha dato l’estrema unzione, e poi sono arrivati tre fascisti e han cominciato a picchiarmi e pim pum pam, in faccia, pim pum pam, nelle gambe, pim pum pam, nella pancia, pim pum pam, pim pum pam… che ero lì che e a un certo punto non sentivo più niente, speravo solo di morire alla svelta e invece… e invece non son mica morto, perché proprio in quel momento lì, mentre mi stavan picchiando per ammazzarmi, pensa te che culo, sono arrivati i partigiani, e i fascisti son corsi fuori coi fucili e m’han lasciato lì a sanguinare sul pavimento… che mi son svegliato in ospedale e son stato un mese sul letto a guarire… è lì che ho imparato a far su le sigarette con la carta di giornale e le cicche che trovavo per terra... che dopo io quando mi dicono di smettere di fumare… Learco ti fa male, dice sempre l’Irina… che fumo mica poco, io, un pacchetto al giorno da sessant’anni… ma niente, tutte le volte che mi dicono di smettere di fumare, anche l’Irina e i dottori, io ci dico che per me, da quando avevo vent’anni che ero in prigione e dovevo morire, per me son tutti anni regalati… e io fumare fumo anche un po’ per scaramanzia, che si vede che mi ha portato bene a vent’anni, in prigione, che adesso che ce n’ho novanta cosa vuoi che smetto adesso?…

Ma comunque… arrivo a dirvi perché son stufo… io sono stufo perché in prigione ci sono stato e secondo me, io, adesso che l’Aldina, povera lei, è morta, adesso che i miei figli fan dei lavori che c’è da diventar matti a far tutti quei chilometri in macchina per andare davanti a un compiuter… che io non so neanche come si accende, il compiuter… loro non han mica tempo di starmi a sentire, oramai non vengono più neanche per Natale, che ci dicon con l’Irina Pensaci te, Irina, a Learco… e a me, adesso che mi han messo con l’Irina… l’Irina sta con me tutto il giorno, mi vuole anche bene, aspetta che muoio ma mi vuol bene… e mi dà da mangiare, anche se l’Aldina era meglio, a far da mangiare… e mi pulisce il culo l’Irina perché io, pulirmi il culo, è qualche anno che faccio fatica… scusate se tocco certi argomenti, ma quando c’è da dire le cose bisogna dirle, e forse è per questo motivo qua che a sun stùff, che sono stufo… perché a guardarla, l’Irina…

L’Irina… ecco, secondo me, adesso, quello che volevo dire all’inizio… che sì, io ciò poi avuto una bella vita, anche con la prigione e la celere e la povertà in campagna, e i cantieri e la fabbrica e tutto… insomma, non mi lamento poi mica… anche se ho faticato una vita per poi finire così senza una moglie, sempre chiuso in casa… ma ecco, secondo me, adesso, io ci son stato in prigione e in prigione non è che puoi fare quello che ti pare o andare dove ti pare, sei in prigione… e, adesso, io, quando guardo l’Irina che mi dà da mangiare, che mi porta in piazza col bastone con le ruote, quando mi pulisce il culo... è questa cosa qui che mi fa stufare, che aspettare la morte, non lo sapevo mica io che è una cosa che ci si stanca così tanto…

Perché secondo me… ecco, è un’impressione mia, eh… che son stato in prigione… ma secondo me… non so come dirlo… secondo me, per l’Irina… io… per l’Irina mi sa che son diventato io, la sua prigione.

mercoledì 28 marzo 2012

E far l'amore anche se il mondo muore

Domenica 15 aprile, al Museo Monumento al Deportato di Carpi, nelle stanze di cemento con le scritte sui muri dei condannati a morte, facciamo una cosa nuova che si intitola "E far l'amore anche se il mondo muore". Come dice il sito del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali (pensa te) con un italiano (diciamo) creativo:
Un gruppo di attori accompagneranno i visitatori all'interno del Museo Monumento con letture e brani musicali ispirati al titolo dello spettacolo. L'idea è che qualcosa comunque rimane sempre anche quando una persona viene umiliata, sminuita, un residuo di umanità rimane, preme e pulsa e ad essa ti affidi perché è la tua unica salvezza, che sia amore, desiderio, memoria.
Gli "attori" siamo noi barabbisti, portate pazienza. E può darsi che ne esca un opuscolo di carta che distribuiremo aggratis quel giorno lì, prima o dopo le letture. E può anche darsi che ci facciamo un ebook.

Più avanti ve lo diciamo meglio, intanto mettete la crocetta sul calendario, il 15 aprile, alle 17, più o meno.