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giovedì 21 novembre 2013
Memoria
Non so tante poesie, intere, dall'inizio alla fine, a memoria: L'infinito, A Zacinto, Virginia che non si muove...
giovedì 21 marzo 2013
Arrosticini sciolti
[Avevo chiesto ai due massimi poeti contemporanei viventi, che sono, in ordine alfabetico, Azael e Guido Catalano, di scambiarsi due poesie e di commentarsele incrociati, ché oggi sarebbe stata la Giornata Mondiale della Poesia. Loro, che son poeti, ma poeti per davvero, ed eran lì a poetar tranquilli prima che li disturbassi, hanno risposto, gentilmente, e ragionevolmente, come segue.]
Commentare una poesia del MAESTRONE (che saluto con caloroso e virile abbraccio e rimando a solenne magnata di arrosticini aprutini) è troppo per me che sono scribacchino, e mi vergogno anche un po' a pensare di far commentare una mia poesiolla a lui. Perciò parafrasi e commento non riesco, ti lascio invece una nota a margine che avevo preparato l'anno scorso, quando mi è capitato di leggere una sua poesia a Torino.
La poesia è Grazie Martina che mi, una delle mie preferite e una delle più belle della letteratura mondiale degli ultimi seicentomila anni e porto due:
In quel vuoto ci sta un sacco di bella roba. C’è Martina che era scesa dal treno, qualche stazione prima, e il suo moroso ha aspettato che scendesse, perché si vergognava di scriverle a spatascio. C’è il moroso che la ringraziava, ma per quella cosa lì, quella che per Martina era una sciocchezza e che invece per lui no, e allora ha lasciato perdere di scriverla, a metà. C’è Martina che l’ha, quando lui ormai non ci sperava più e allora lui s’è messo lì, a ringraziarla, come un di più. E sì che invece non è una roba da dover dare dei ringraziamenti, c’è gente che la, che lo, tutti i giorni, in ogni tristissimo regionale Trenitalia, e nessuno dà dei premi, o delle pacche sulle spalle, per questo. C’è il suo moroso che, dopo aver rimesso nella tasca del giubbino il pennarello, ha riletto per qualche secondo quella cosa, lì come uno taglio sul tabellone, e ha pensato va là che testa di cazzo, innamorarsi in movimento. C’è Martina che la mattina dopo è risalita a Chivasso e ha letto quella roba e ha pensato chissà per chi è, e che vuol dire, e poi e passata oltre. C’è il suo moroso, che moroso non è mai stato, che ogni tanto ripensa a tutte le scritte lasciate in quello e in altri treni, grazie Martina che mi, ti prego Martina dimmi che, va bene Martina ma non, fanculo Martina però. C’è Martina che in fin dei conti è un treno pure lei, e tutt’intorno ha pareti, non ha muri, né alberi infiniti, e le pareti si muovono veloci, si appoggiano per 3 minuti alle stazioni e la gente ci appiccica due sguardi sconsolati di trasbordo. Ci sono i pendolari che ancora guardano nel vuoto e per la tristezza spaventosa di aver sbagliato vuoto hanno scambiato gli occhi con dei tappi zigrinati di acqua minerale. Ci sono quei due seduti di fronte che quel vuoto l’hanno arredato e a loro, santi e papi di un’altra chiesa, sta bene così. C’è lui che il resto l’ha scritto su un foglietto e l’ha buttato vicino alla tazza del cesso, e chi l’ha raccolto ancora si chiede dov’è-com’è che è esplosa tutta quella baraonda di antigienica felicità, e perché. C’è Martina che il finale ce l’ha messo a baci piccoli e a occhi di contentezza, come le poesie che finiscono col trucco. C’è Martina che invece non ne sa niente, e lui che avrebbe voluto dirglielo per bene, con un deragliamento nucleare di vagoni, ma se la frase la finisci poi dopo è solo letteratura. E la letteratura è per il dopo, quando il treno arriva da qualche parte in Brianza e il concerto dei nervi del corpo, come per pudore, smette di.
ciao belli
Massimo
ciao amici
leggo il tutto orora e la cosa mi sembra una bella idea senonchè il tempo mi è nemico.
e intanto, massimo, ti ringrazio per la nota che più che una nota è un bel pezzo che mi piace assai e assai amerei di mangiare gli arrosticini con te e magari battere il mio record passato che era tipo di 45 circa arrosticini e dunque il tempo stringe e son giorni di fuoco con tutto che io quando c'è 'sto minchia di giorno della poesia io mi sento un poco come quelle donne che dicono: echeccazzo è 'sto giorno della donna siamo mica una specie protetta! e tutti gli altri 364 giorni?
io queste feste tipo giorno della donna, giorno della poesia mondiale, giorno dell'arrosticino non ci credo molto.
gli arrosticini andrebbero mangiati tutti i giorni.
anche più volte al giorno.
la poesia andrebbe festeggiata tutti i giorni e così le femmine.
e poi io odio i poeti, esclusi i presenti, me incluso.
vi bacio tutti e vado a bermi il tè bancha che mi fa pisciare tantissimo.
g
- Azael -
Commentare una poesia del MAESTRONE (che saluto con caloroso e virile abbraccio e rimando a solenne magnata di arrosticini aprutini) è troppo per me che sono scribacchino, e mi vergogno anche un po' a pensare di far commentare una mia poesiolla a lui. Perciò parafrasi e commento non riesco, ti lascio invece una nota a margine che avevo preparato l'anno scorso, quando mi è capitato di leggere una sua poesia a Torino.
La poesia è Grazie Martina che mi, una delle mie preferite e una delle più belle della letteratura mondiale degli ultimi seicentomila anni e porto due:
Grazie Martina che miLa nota è questa qui, per qualsiasi uso tu voglia farne, o solo come piccolo omaggio a Guido, a Martina e al suo moroso:
poi non è andato più avanti
ero in un treno per andare nella lontana Brianza
pieno zeppo di pendolari
studenti e lavoratori
maschi e femmine
erano le sei della sera
stavo in piedi
i pendolari dentro i treni delle sei della sera
hanno occhi spenti e guardano nel vuoto
non parlano
sembrano tristi
giuro su dio che sono tristi
e sono stanchi
pensano
ma non so cosa
lo immagino
ma non ve lo dirò
i treni dei pendolari delle sei della sera
sono stretti e scomodi
e c’è poco posto
è fatto apposta
io ero nel vano
non so come si chiama
lo chiamo vano
appiccicata al muro
i treni hanno muri?
no, pareti
appiccicata alla parete c’era una cartina con tutte le linee
del Servizio Ferroviario Regionale – Regione Lombardia
e in mezzo alla cartina qualcuno aveva scritto:
“Grazie Martina che mi”
nel treno della tristezza
che porta i pendolari e le pendolaresse
dalla metropoli
ai paesi
stracchi, l’umore sotto al culo
qualcuno ha scritto grazie a Martina che gli
che l’ha
che lo
non so
t’immagino bella Martina
tutta ricciolina
e il tuo innamorato
di cui non sappiamo nulla
non è riuscito
a dirci
che l’hai?
che gli?
che lo?
cos’è successo?
l’hanno arrestato forse nell’atto?
la polizia ferroviaria l’ha colto col pennarello in mano?
dov’è finito, Martina?
l’hanno rinchiuso nelle segrete di qualche carcere brianzolo
e lo stanno torturando per sapere perché ti ringraziava?
e di cosa?
che gli hai fatto Martina?
Martina che gli hai dato?
che gli hai detto?
non ve lo dirà mai
e voi manco lo capireste
o forse è tutto più semplice
meno avventuroso
forse mi son fatto trasportare dalla fantasia
per ammazzare il tedio
forse Martina
il tuo moroso
non ha trovato le parole
e basta
e alla fin fin fine
in quel vuoto
ci sta un sacco di bella roba
In quel vuoto ci sta un sacco di bella roba. C’è Martina che era scesa dal treno, qualche stazione prima, e il suo moroso ha aspettato che scendesse, perché si vergognava di scriverle a spatascio. C’è il moroso che la ringraziava, ma per quella cosa lì, quella che per Martina era una sciocchezza e che invece per lui no, e allora ha lasciato perdere di scriverla, a metà. C’è Martina che l’ha, quando lui ormai non ci sperava più e allora lui s’è messo lì, a ringraziarla, come un di più. E sì che invece non è una roba da dover dare dei ringraziamenti, c’è gente che la, che lo, tutti i giorni, in ogni tristissimo regionale Trenitalia, e nessuno dà dei premi, o delle pacche sulle spalle, per questo. C’è il suo moroso che, dopo aver rimesso nella tasca del giubbino il pennarello, ha riletto per qualche secondo quella cosa, lì come uno taglio sul tabellone, e ha pensato va là che testa di cazzo, innamorarsi in movimento. C’è Martina che la mattina dopo è risalita a Chivasso e ha letto quella roba e ha pensato chissà per chi è, e che vuol dire, e poi e passata oltre. C’è il suo moroso, che moroso non è mai stato, che ogni tanto ripensa a tutte le scritte lasciate in quello e in altri treni, grazie Martina che mi, ti prego Martina dimmi che, va bene Martina ma non, fanculo Martina però. C’è Martina che in fin dei conti è un treno pure lei, e tutt’intorno ha pareti, non ha muri, né alberi infiniti, e le pareti si muovono veloci, si appoggiano per 3 minuti alle stazioni e la gente ci appiccica due sguardi sconsolati di trasbordo. Ci sono i pendolari che ancora guardano nel vuoto e per la tristezza spaventosa di aver sbagliato vuoto hanno scambiato gli occhi con dei tappi zigrinati di acqua minerale. Ci sono quei due seduti di fronte che quel vuoto l’hanno arredato e a loro, santi e papi di un’altra chiesa, sta bene così. C’è lui che il resto l’ha scritto su un foglietto e l’ha buttato vicino alla tazza del cesso, e chi l’ha raccolto ancora si chiede dov’è-com’è che è esplosa tutta quella baraonda di antigienica felicità, e perché. C’è Martina che il finale ce l’ha messo a baci piccoli e a occhi di contentezza, come le poesie che finiscono col trucco. C’è Martina che invece non ne sa niente, e lui che avrebbe voluto dirglielo per bene, con un deragliamento nucleare di vagoni, ma se la frase la finisci poi dopo è solo letteratura. E la letteratura è per il dopo, quando il treno arriva da qualche parte in Brianza e il concerto dei nervi del corpo, come per pudore, smette di.
ciao belli
Massimo
- Guido Catalano -
ciao amici
leggo il tutto orora e la cosa mi sembra una bella idea senonchè il tempo mi è nemico.
e intanto, massimo, ti ringrazio per la nota che più che una nota è un bel pezzo che mi piace assai e assai amerei di mangiare gli arrosticini con te e magari battere il mio record passato che era tipo di 45 circa arrosticini e dunque il tempo stringe e son giorni di fuoco con tutto che io quando c'è 'sto minchia di giorno della poesia io mi sento un poco come quelle donne che dicono: echeccazzo è 'sto giorno della donna siamo mica una specie protetta! e tutti gli altri 364 giorni?
io queste feste tipo giorno della donna, giorno della poesia mondiale, giorno dell'arrosticino non ci credo molto.
gli arrosticini andrebbero mangiati tutti i giorni.
anche più volte al giorno.
la poesia andrebbe festeggiata tutti i giorni e così le femmine.
e poi io odio i poeti, esclusi i presenti, me incluso.
vi bacio tutti e vado a bermi il tè bancha che mi fa pisciare tantissimo.
g
mercoledì 29 febbraio 2012
Febbraio 29: un ebook
Il titolo di questa raccolta avrebbe dovuto essere di ventotto ce n’è uno, ma all’Editore non è piaciuto e quindi si è optato per Febbraio 29, come una serie tv americana: non servirebbe nemmeno dire di che stiamo parlando.Anno bisesto, anno fuor di sesto. È mezzanotte e un minuto di mercoledì 29 febbraio 2012 ed è il momento giusto per pubblicare quattro racconti di osvaldo, cioè Elena Marinelli, e uno di Azael, cioè Sant'Augusto Chapdelaine, racchiusi sapientemente nell'artwork della nostra amica tostoini.
(Elena Marinelli, dall'introduzione a Febbraio 29)
Febbraio 29 è un bel librino gratuito. Si scarica qui in pdf, per i tradizionalisti, qui in epub e qui in mobi, per quelli al passo coi tempi.
Buona lettura.
martedì 28 febbraio 2012
Febbraio 29: esce domani
Quattro racconti di osvaldo (cioè l’elena), un’incursione di Azael, la copertina di tostoini. Esce, guarda un po', domani. Click.
mercoledì 9 novembre 2011
Favola d'amore triste per malati di mente
Il filmato di una cosa successa giovedì scorso allo Zammù di Bologna: click.
(Lo Zammù è quel posto dove domani sera si fanno le Schegge di Liberazione, tra l'altro.)
(Lo Zammù è quel posto dove domani sera si fanno le Schegge di Liberazione, tra l'altro.)
venerdì 4 novembre 2011
(Trascrizione più o meno fedele di) E poi secondo me è un bell'uomo
[Quello che segue è il testo della presentazione che ieri mi hanno chiesto di fare per introdurre il reading del poeta Azael, allo Zammù di Bologna.]
Buonasera.
Mi chiamo Elena Marinelli, abito a Milano, stasera sono arrivata proprio da Milano su un’auto di cortesia perché quella solita è dal carrozziere e sono qua perché gli amici della Casa Lettrice Malicuvata mi hanno chiesto di presentare la serata di oggi dell’Alfabeto Letterario di Zammù.
Li ringrazio molto, sono contenta che me l’abbiano chiesto, ci tenevano che io dicessi qualcosa e ringrazio anche lo Zammù che è un bel posto per leggere e dire delle cose, si sta bene e infatti ci vengo spesso.
Ora che ci penso sono ormai due anni che ci vengo spesso.
Questa serata è dedicata ad Azael che è un Poeta.
Azael scrive le sue poesie e poi le pubblica su internet. Oddio: non so esattamente se lo fa immediatamente però in generale diciamo che fa così.
Il suo sito si chiama “Poesie da decubito: una roba” scrive lui testuale in fondo in fondo alla prima pagina “di poesie e cose fini, fatta da Azael per suo diletto”, perché di mestiere lui non fa il Poeta, ha un lavoro normale, di quelli che durano otto ore, non fa nemmeno il Filosofo anche se è laureato in Filosofia; in effetti non so bene che lavoro fa ma ogni tanto si mette la cravatta, quindi deve essere un lavoro serio.
Le poesie di Azael su internet stanno all’indirizzo www.decubito.org. Ha pubblicato tre ebook scaricabili tutti gratis con dentro le cose quotidiane, “scritte in due anni passati ad aspettare il lunedì” dice lui e poi ha pubblicato anche un libro di carta - che è anche un ebook - dal titolo Favola d’amore triste per malati di mente come questa serata, che è poi il titolo di una sua poesia bellissima – spero la legga questa sera - a cui sono molto affezionata.
In realtà ci sarei venuta lo stesso qua allo Zammù stasera da Milano con l’auto di cortesia del carrozziere a sentire Azael leggere, perché mi piace molto, è la prima volta che legge qua allo Zammù, e poi, devo dire, è anche un bell’uomo secondo me, soprattutto quando indossa gli occhiali – stasera non li ha messi è un peccato, ma fidatevi - e dicevo mi piace molto, è bravo, diciamo che sono proprio una sua fan, anche perché è davvero un bell’uomo secondo me.
Probabilmente non sono obiettiva: non sono un critico, non sono un poeta, com’è che hanno chiamato proprio te, direte voi, poi arrivi da Milano e insomma se uno è fan di qualcun altro certe cose, le criticità come si dice, non le vede.
Ecco: non so, forse avete ragione, ma mi hanno chiesto di presentare Azael, gli amici di Malicuvata che son poi persone a modo e io ho detto semplicemente sì, mi sembrava una cosa bellissima da fare e non avevo ancora mai presentato nessuno in vita mia. E ho detto sì. E poi Azael è un bell’uomo.
Ecco ora che ci penso non sono proprio sicura di essere la persona adatta, scusate, è che ho detto sì, non me l’aveva mai chiesto nessuno, capitemi, uno prende gli impegni poi ci pensa due minuti in più e la decisione già vacilla. Ci ho pensato su da quando ho detto sì - sono tre settimane circa - e in effetti non sapevo da dove cominciare - il mio problema è sempre cominciare - né tantomeno come vestirmi, così mi son vestita di blu, che è un colore che mi sta bene di solito e mi sono messa i tacchi che è una cosa che fa sempre il suo effetto.
C’è da dire che io i discorsi non li so fare, ho studiato un po’ prima di venire qua, ci tengo a fare bella figura, dovrebbe essersi capito, quindi se questa presentazione non vi piace abbiate pazienza e non me lo dite.
Ora comincio.
Azael non so bene bene quanti anni ha, è più saggio di me e io ne ho 29 di anni, vive a Perugia ma è abruzzese e i suoi nonni sono di Capracotta che è in Molise e anche io sono molisana, ma non di Capracotta. Lui no, lui è di Penne, un paesino in provincia di Pescara, un paesino bruttissimo, io ci sono stata un giorno con la scuola, alle elementari: ci portarono lì per farci visitare una centrale eolica – mi pare - stavamo studiando le energie rinnovabili in Geografia, eravamo una scuola elementare moderna e molisana che detta così sembra un paradosso, moderno e molisano insieme, ma tant’è.
Prima di arrivare a Penne, siamo passati con l’autobus attraverso un altro paesino che si chiama Collecorvino e ora voi magari vi immaginate un colle pieno di corvi. Pure i miei compagni di classe, io invece mi immaginavo un colle color corvino, tutto nero nerissimo senza niente sopra. Non mi ricordo bene quella giornata a Penne, a parte Collecorvino, ricordo solo che avevo dimenticato il pranzo al sacco sull’autobus, non mangiai quasi nulla e ero molto contrariata.
Azael, però, quel giorno lì non l’ho incontrato.
Azael non so proprio bene da quanti anni sta a Perugia, ci lavora questo lo so, ci cucina, ha una casa in cui cucina spesso, oggi ha mangiato le orecchiette, io la frittata, ce lo siamo detti proprio stamattina e ha una connessione internet perché ogni tanto alla sera ci scriviamo in chat e ci diciamo due o tre cose; non di più ché a me sembra sempre di disturbarlo se sto lì troppo a far domande – io ci vorrei sempre parlare tantissimo e quando cominci non puoi mica smettere subito: questo stesso effetto me lo fanno solo i taralli.
A Perugia la prima volta ci sono stata a trovare la mia amica Valentina che studiava lì, era quasi Natale, io invece studiavo qua a Bologna all’epoca, era il 2002 e a Perugia faceva un freddo ma un freddo che Bologna mi sembrava Palermo – anche se io a Palermo non ci sono mai stata ma dicono che fa sempre caldo a Palermo – e era piena di salite e discese Perugia, aveva una stazione dei treni bruttissima, presi il raffreddore e sul treno del ritorno stetti malissimo perché dimenticai l’aspirina a casa della mia amica Valentina. Mi comprai un cappello verde scuro, ma di Azael nemmeno l’ombra.
Azael la prima volta che l’ho incontrato dal vivo era in mezzo a tantissima gente, beveva una birra e mi disse “l’elena!” col punto esclamativo; sembrava contento di conoscermi, a me tremavano un po’ le gambe anche perché è un bell’uomo e poi mi chiamò per soprannome che è una cosa intima, se ci pensate: a me fa sempre un certo effetto. O forse mi ha fatto effetto perché è un bell’uomo.
La prima volta che l’ho incontrato in assoluto, invece, era su internet. Avevo letto una sua poesia che mi sembrava illuminante. Non me la ricordo tutta, si intitola I vecchi rigati è della primavera 2010 mi pare; a un certo punto diceva così:
Non strano o stravagante o sorprendente, ma speciale, nel senso di qualcosa che tutta insieme forma una specie a sé e anche nel senso di “speziale”, quello che preparava le cose con cura e metteva insieme elementi che in natura stavano ognuno per conto suo e poi li donava, quasi come un regalo, in un modo nuovo.
Dalla volta de I vecchi rigati non ho più smesso di leggere Azael, sono tornata indietro, ho letto tutto, le cose prima e quelle dopo, fino all’ultima che aveva pubblicato in quel periodo lì che era Favola d’amore triste per malati di mente che è poi il titolo di questa serata che devo presentare e quindi torna tutto.
Quello che volevo dire, in sintesi – ho letto che a un certo punto nei discorsi bisogna arrivare alla sintesi finale – è che da quel giorno in avanti ho letto ogni cosa di Azael avidamente perché volevo sapere, mi sono accorta, cosa c’è dietro alle cose. Dentro è facile: basta smontarle, ma per guardare dietro bisogna avere un po’ di coraggio e di forza a spostarle, ché, ho capito poi dopo, le cose piccole, quelle delle poesie di Azael, sono macigni.
Grazie, ho finito.
Buonasera.
Mi chiamo Elena Marinelli, abito a Milano, stasera sono arrivata proprio da Milano su un’auto di cortesia perché quella solita è dal carrozziere e sono qua perché gli amici della Casa Lettrice Malicuvata mi hanno chiesto di presentare la serata di oggi dell’Alfabeto Letterario di Zammù.
Li ringrazio molto, sono contenta che me l’abbiano chiesto, ci tenevano che io dicessi qualcosa e ringrazio anche lo Zammù che è un bel posto per leggere e dire delle cose, si sta bene e infatti ci vengo spesso.
Ora che ci penso sono ormai due anni che ci vengo spesso.
Questa serata è dedicata ad Azael che è un Poeta.
Azael scrive le sue poesie e poi le pubblica su internet. Oddio: non so esattamente se lo fa immediatamente però in generale diciamo che fa così.
Il suo sito si chiama “Poesie da decubito: una roba” scrive lui testuale in fondo in fondo alla prima pagina “di poesie e cose fini, fatta da Azael per suo diletto”, perché di mestiere lui non fa il Poeta, ha un lavoro normale, di quelli che durano otto ore, non fa nemmeno il Filosofo anche se è laureato in Filosofia; in effetti non so bene che lavoro fa ma ogni tanto si mette la cravatta, quindi deve essere un lavoro serio.
Le poesie di Azael su internet stanno all’indirizzo www.decubito.org. Ha pubblicato tre ebook scaricabili tutti gratis con dentro le cose quotidiane, “scritte in due anni passati ad aspettare il lunedì” dice lui e poi ha pubblicato anche un libro di carta - che è anche un ebook - dal titolo Favola d’amore triste per malati di mente come questa serata, che è poi il titolo di una sua poesia bellissima – spero la legga questa sera - a cui sono molto affezionata.
In realtà ci sarei venuta lo stesso qua allo Zammù stasera da Milano con l’auto di cortesia del carrozziere a sentire Azael leggere, perché mi piace molto, è la prima volta che legge qua allo Zammù, e poi, devo dire, è anche un bell’uomo secondo me, soprattutto quando indossa gli occhiali – stasera non li ha messi è un peccato, ma fidatevi - e dicevo mi piace molto, è bravo, diciamo che sono proprio una sua fan, anche perché è davvero un bell’uomo secondo me.
Probabilmente non sono obiettiva: non sono un critico, non sono un poeta, com’è che hanno chiamato proprio te, direte voi, poi arrivi da Milano e insomma se uno è fan di qualcun altro certe cose, le criticità come si dice, non le vede.
Ecco: non so, forse avete ragione, ma mi hanno chiesto di presentare Azael, gli amici di Malicuvata che son poi persone a modo e io ho detto semplicemente sì, mi sembrava una cosa bellissima da fare e non avevo ancora mai presentato nessuno in vita mia. E ho detto sì. E poi Azael è un bell’uomo.
Ecco ora che ci penso non sono proprio sicura di essere la persona adatta, scusate, è che ho detto sì, non me l’aveva mai chiesto nessuno, capitemi, uno prende gli impegni poi ci pensa due minuti in più e la decisione già vacilla. Ci ho pensato su da quando ho detto sì - sono tre settimane circa - e in effetti non sapevo da dove cominciare - il mio problema è sempre cominciare - né tantomeno come vestirmi, così mi son vestita di blu, che è un colore che mi sta bene di solito e mi sono messa i tacchi che è una cosa che fa sempre il suo effetto.
C’è da dire che io i discorsi non li so fare, ho studiato un po’ prima di venire qua, ci tengo a fare bella figura, dovrebbe essersi capito, quindi se questa presentazione non vi piace abbiate pazienza e non me lo dite.
Ora comincio.
Azael non so bene bene quanti anni ha, è più saggio di me e io ne ho 29 di anni, vive a Perugia ma è abruzzese e i suoi nonni sono di Capracotta che è in Molise e anche io sono molisana, ma non di Capracotta. Lui no, lui è di Penne, un paesino in provincia di Pescara, un paesino bruttissimo, io ci sono stata un giorno con la scuola, alle elementari: ci portarono lì per farci visitare una centrale eolica – mi pare - stavamo studiando le energie rinnovabili in Geografia, eravamo una scuola elementare moderna e molisana che detta così sembra un paradosso, moderno e molisano insieme, ma tant’è.
Prima di arrivare a Penne, siamo passati con l’autobus attraverso un altro paesino che si chiama Collecorvino e ora voi magari vi immaginate un colle pieno di corvi. Pure i miei compagni di classe, io invece mi immaginavo un colle color corvino, tutto nero nerissimo senza niente sopra. Non mi ricordo bene quella giornata a Penne, a parte Collecorvino, ricordo solo che avevo dimenticato il pranzo al sacco sull’autobus, non mangiai quasi nulla e ero molto contrariata.
Azael, però, quel giorno lì non l’ho incontrato.
Azael non so proprio bene da quanti anni sta a Perugia, ci lavora questo lo so, ci cucina, ha una casa in cui cucina spesso, oggi ha mangiato le orecchiette, io la frittata, ce lo siamo detti proprio stamattina e ha una connessione internet perché ogni tanto alla sera ci scriviamo in chat e ci diciamo due o tre cose; non di più ché a me sembra sempre di disturbarlo se sto lì troppo a far domande – io ci vorrei sempre parlare tantissimo e quando cominci non puoi mica smettere subito: questo stesso effetto me lo fanno solo i taralli.
A Perugia la prima volta ci sono stata a trovare la mia amica Valentina che studiava lì, era quasi Natale, io invece studiavo qua a Bologna all’epoca, era il 2002 e a Perugia faceva un freddo ma un freddo che Bologna mi sembrava Palermo – anche se io a Palermo non ci sono mai stata ma dicono che fa sempre caldo a Palermo – e era piena di salite e discese Perugia, aveva una stazione dei treni bruttissima, presi il raffreddore e sul treno del ritorno stetti malissimo perché dimenticai l’aspirina a casa della mia amica Valentina. Mi comprai un cappello verde scuro, ma di Azael nemmeno l’ombra.
Azael la prima volta che l’ho incontrato dal vivo era in mezzo a tantissima gente, beveva una birra e mi disse “l’elena!” col punto esclamativo; sembrava contento di conoscermi, a me tremavano un po’ le gambe anche perché è un bell’uomo e poi mi chiamò per soprannome che è una cosa intima, se ci pensate: a me fa sempre un certo effetto. O forse mi ha fatto effetto perché è un bell’uomo.
La prima volta che l’ho incontrato in assoluto, invece, era su internet. Avevo letto una sua poesia che mi sembrava illuminante. Non me la ricordo tutta, si intitola I vecchi rigati è della primavera 2010 mi pare; a un certo punto diceva così:
i vecchi in ciascuna rugaEcco: secondo me una persona umana in carne e ossa che porta pure gli occhiali e che è un bell’uomo, che scrive una cosa del genere quanto meno, ho pensato, quanto meno vede il mondo, le cose del mondo, gli oggetti, i bicchieri sul tavolo, i portici per strada, i lampioni, i piatti, le posate, i lobi delle orecchie, vede le cose del mondo – tutte – in un modo speciale. E deve saper cucinare.
delle molte
ci son passati mucchi di vita esistenziale
sofferenze, lutti, amori tragici, amori divertenti, guerre, scudetti del cagliari e della cavese
vietnàm
ma io invece io lo so
i vecchi son solo morti troppo giovani
e i vecchi
se li fanno rigati
solo per fargli meglio
trattenere il sugo.
Non strano o stravagante o sorprendente, ma speciale, nel senso di qualcosa che tutta insieme forma una specie a sé e anche nel senso di “speziale”, quello che preparava le cose con cura e metteva insieme elementi che in natura stavano ognuno per conto suo e poi li donava, quasi come un regalo, in un modo nuovo.
Dalla volta de I vecchi rigati non ho più smesso di leggere Azael, sono tornata indietro, ho letto tutto, le cose prima e quelle dopo, fino all’ultima che aveva pubblicato in quel periodo lì che era Favola d’amore triste per malati di mente che è poi il titolo di questa serata che devo presentare e quindi torna tutto.
Quello che volevo dire, in sintesi – ho letto che a un certo punto nei discorsi bisogna arrivare alla sintesi finale – è che da quel giorno in avanti ho letto ogni cosa di Azael avidamente perché volevo sapere, mi sono accorta, cosa c’è dietro alle cose. Dentro è facile: basta smontarle, ma per guardare dietro bisogna avere un po’ di coraggio e di forza a spostarle, ché, ho capito poi dopo, le cose piccole, quelle delle poesie di Azael, sono macigni.
Grazie, ho finito.
mercoledì 6 luglio 2011
Elettrolibri
Niente, io sono arrivato a un punto che le cose in pdf, se non sono documenti di lavoro, ma racconti, pensieri, cose anche lunghe, a leggerle non ci riesco più. Allora quando qualche scrittore o scribacchino pubblica le cose in pdf, sul suo sito, mi son messo a cercarne l'indirizzo di posta elettronica, a contattarlo, e a dirgli Guarda, se vuoi ti mando l'epub della tua pubblicazione perché io le cose in pdf non riesco più a leggerle, e preferisco leggere quello che hai scritto sul telefono - ché il tablet ancora non ce l'ho - mentre ho il mio daffare in bagno o aspetto che venga cotta la pizza d'asporto o bevo un cappuccino al bar. Non lo faccio per gli altri, principalmente, lo faccio proprio per me. Poi, già che ci siamo, con l'epub e tutto, ché in un anno abbondante di ebook collettivi qualcosa, anche se non in modo eccelso ma neanche troppo schifoso, l'ho imparata a fare, tanto vale regalarlo al mondo. E gratis, ovviamente, per l'autore, il convertitore e il lettore.
L'ho fatto, la prima volta, con il saggio Azael, per la sua raccolta di pensieri pignagnoleschi paranoici Ciao sono padrepìo e i buchi erano in jpg con le sue due estensioni Novembre è il mese in cui nascono i morti e Enlarge Your Bambinello.
L'ho fatto anche col racconto di Sba sul suo viaggio a Dubai (l'autore vi dirà che non è niente di eccezionale, ma secondo me val la pena leggerlo, soprattutto se non si ha la minima intenzione di andare là dov'è andato Sba).
E ieri l'ho rifatto con uno scrittore che, come dicono i giovani, spacca di brutto: Gianni Solla. Tre cani pazzi è una raccolta di tre racconti che per leggerli bisogna mettersi a sedere, tanto son forti.
Che poi, tutto sommato, mentre leggo gli ebook, ve l'ho già detto, seduto, lo sono già.
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Inauguriamo qui la collana Barabba Elettrolibri: libri non nostri, gratuiti, per i quali possiamo aver aiutato l'autore con l'epub, ma che in generale son libri che ci piacciono talmente tanto da voler diffonderli per forza. Ci preme rimarcare, da editori inesistenti, che anche Barabba Elettrolibri, come collana, non esiste per niente.
L'ho fatto, la prima volta, con il saggio Azael, per la sua raccolta di pensieri pignagnoleschi paranoici Ciao sono padrepìo e i buchi erano in jpg con le sue due estensioni Novembre è il mese in cui nascono i morti e Enlarge Your Bambinello.
L'ho fatto anche col racconto di Sba sul suo viaggio a Dubai (l'autore vi dirà che non è niente di eccezionale, ma secondo me val la pena leggerlo, soprattutto se non si ha la minima intenzione di andare là dov'è andato Sba).
E ieri l'ho rifatto con uno scrittore che, come dicono i giovani, spacca di brutto: Gianni Solla. Tre cani pazzi è una raccolta di tre racconti che per leggerli bisogna mettersi a sedere, tanto son forti.
Che poi, tutto sommato, mentre leggo gli ebook, ve l'ho già detto, seduto, lo sono già.
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Inauguriamo qui la collana Barabba Elettrolibri: libri non nostri, gratuiti, per i quali possiamo aver aiutato l'autore con l'epub, ma che in generale son libri che ci piacciono talmente tanto da voler diffonderli per forza. Ci preme rimarcare, da editori inesistenti, che anche Barabba Elettrolibri, come collana, non esiste per niente.
sabato 12 marzo 2011
Ragionamenti in versi
Da un anno o due avevo dei problemi a leggere i libri di poesie, non una poesia sola, proprio i libri, i libri di poesie. Mi capitava sempre, dopo aver letto dei libri di poesie, di passare un giorno o due a ragionare in versi, a volte ritmicamente, tipo seguendo l'andare dei passi per la strada Presto vai / il tempo fugge / serve subito / presto, un chilo / di pane un chilo, i movimenti delle abluzioni mattutine Allàgati la faccia / e vai / Marco vai / anche oggi vai / a guadagnarti il pane / cretino / vai, parlare col panettiere Un chilo / di treccine / e poi anche / se si può / una pagnotta bella grossa / se sì, / può. Allora avevo smesso di leggerli, i libri di poesie.
Poi è venuta fuori questa specie di poeti della rete, questa bit generation (è una battuta stupida che ho fatto una sera in pizzeria, non sapevo come riusarla, la uso qui, abbiate pazienza), e ne sono usciti due, di libri di poesie, uno si chiama La donna che si baciava con i lupi di Guido Catalano, l'altro Favola d'amore triste per malati di mente, di Azael. Dentro ci sono scritte delle cose che ti aprono la testa, come, nel primo:
Poi è venuta fuori questa specie di poeti della rete, questa bit generation (è una battuta stupida che ho fatto una sera in pizzeria, non sapevo come riusarla, la uso qui, abbiate pazienza), e ne sono usciti due, di libri di poesie, uno si chiama La donna che si baciava con i lupi di Guido Catalano, l'altro Favola d'amore triste per malati di mente, di Azael. Dentro ci sono scritte delle cose che ti aprono la testa, come, nel primo:
ma secondo te è possibile amarti in cani?oppure:
in cani ad esempio quanto t'amo in cani?
come si fa a dire mutande a una ragazza?come si fa?
si deve dire mutandine
e poi:
quando che un giorno io ti dirò t'amooppure:
sii armata di pistola
una di quelle piccole da ragazza
dentro la borsetta
puntamela e di': ripetilo se hai il coraggio
raramente la bella ragazza è ignifugaoppure:
dunque inutile cercarla nel sole
potremmo con le gocce dei tuoi occhie nel secondo, c'è una poesia che si chiama Citofonare e scappare, che è bellissima, dice così:
farci il caffè?
I bruttii brutti non dovrebbero mai mai mai uscire di casa,gli idioti mai aprir bocca,i cattivi tutti chiusi nelle cantine,e i puzzolenti e i cani in grandi celle di plexiglas,i belli, gli intelligenti, gli innamorati, i buoni, i poveretti e gli illusi, tutti nelle strade,continuamente,a citofonare e scappare,citofonare e scappare,fino a che la signora non rispondedice chi è, chi minchia è, chi stracazzo èscende di sottocon la scopale pistoleli guarda, quegli innamorati, quei belli, i buoni, gli sfortunatissimi, i gatti senza voce, i partigiani senza liberazione, tutti quelli,là, nascosti dietro l’angoloe, mi direte, ecco che gli spara, gli dà fuoco, li denunzia, li malmenanonola signora lascia la scopa, le pistole, si toglie la faccia rigata dallo sguardosi toglie il dispiacere e i bigodini, e le ciabatte dell’odio, chiuse dietro,e va con lorocon i belli, gli illusi, gli intelligenti, i buoni, i belli, gli innamorati, altri buoni, altri innamorati, i vecchi ravveduti, gli illusisemprea citofonare e scappare,citofonare e scappare,sempre,citofonare e scappare.
E dopo che li ho letti, questi due libri di poesie, non mi capitava più di ragionare in versi, e potevo tranquillamente vivere la mia vita in prosa. Allora ho ricominciato a leggerli, i libri di poesie. E mentre ero a casa dei miei, dentro una credenza, ho trovato una poesia che avevo scritto tanti anni fa, era ed è l'unica poesia che abbia mai scritto, avevo vent'anni o poco più, diceva così:
Niente arginiPer lacrimeChe sgorganoIncessantiDai miei occhiIncatenatiDal tuo sguardo***TUTTO tacecome semprequando TUTTOva a puttane
Secondo me ero appena stato mollato.
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