lunedì 8 febbraio 2010

Nero, il primo

Negli anni in cui cadeva il muro di Berlino, a Modena cominciavano a vedersi i primi marocchini veri e propri. Nel senso che venivano dal Marocco. Il Resto del Carlino lo aveva anche messo in un articolo "4 marocchini veri e propri" per segnalare che venivano dal Marocco. Perchè altrimenti venivano dal Sud, dalla "bassitalia" come si diceva in Emilia, che era al Nord perché ancora non c'era la Lega Nord. Noi facevamo sempre i cruciverba del Resto del Carlino. Li facevamo in bar e una volta Giulio Capelli vide scritto "Per alcuni danno la felicità", 5 lettere. Scrisse "CANNE" e lasciammo lì il resto del cruciverba, dopo aver riso un bel po'. Una volta una definizione del cruciverba del Carlino diceva "Polvere per il bucato" e aveva 6 lettere. Rimanemmo a pensare per un sacco di tempo. "Detersivo" non poteva essere e arrivammo a suggerire marche di detergenti piuttosto che riempire quelle 6 caselle. Non poteva essere... e invece risolvendo il resto arrivammo a vedere che "polvere per il bucato" era EROINA. Sempre il Carlino intitolò una volta "Un uomo e un marocchino uccisi a Bologna". Insomma, roba da far impallidire i manifesti delle truppe neonazi di Saja, e il tutto fatto senza malizia, con emiliana bonarietà.

Al Circolo 25 Aprile una sera si fece vivo un tipo piuttosto strano. Era NERO. Un NERO al quartiere Spada non si era mai visto. Non nel 1990. Magari di giorno, con le coperte in spalla e che suonava i campanelli. Ma di sera, un nero girare vestito normale non si era mai visto, non era neppure immaginabile. Gli avventori del bar si divisero subito in tre fazioni. A fianco di quelli che guardavano il fenomeno curiosamente ma tenendosi fuori da ogni possibile reazione, ci furono quelli che iniziarono a guardare allo straniero come nei film western si guarda agli stranieri (Ehi tu, straniero!) e quelli che iniziarono a guardarlo come se fosse entrata una rockstar, un qualcuno che avrebbe dato un po' di pepe alle loro miserevoli vite. Io facevo parte, manco a dirlo, di questi ultimi.

Andai dunque a scambiare quattro chiacchiere col. Si chiamava Hassan, veniva da Marrakech in Marocco e parlava un italiano di trenta vocaboli, più o meno. Lo straniero iniziò a conversare con me in francese e, stupito che qualcuno conoscesse una lingua che anch'egli potesse parlare fluentemente, scelse me come interlocutore privilegiato in tutta la compagnia, dove altre persone iniziarono a chiacchierare con lui facendosi raccontare la sua storia. Gli offrimmo da bere, incuranti che la sua legge coranica lo proibisse e lui d'altra parte bevve con gioia. Da lontano vedevamo gli sguardi in cagnesco di chi aveva fissato lo straniero con odio tipicamente razziale. Vedevamo gli sguardi e sentivamo i mugugni.

Lo straniero se ne andò a fine serata, ci salutammo con un "Au revoir" che lasciava intendere che aveva trovato un posto dove stare quando si sentiva solo. Tanto che qualche sera dopo lo straniero tornò e NON ERA SOLO, ma era con due suoi amici NERI COME LUI. Un nero al quartiere Spada ormai si era visto, ma TRE NERI MAI. E comunque non erano in tanti quelli che avevano visto un nero. TRE NERI mai. Li salutammo, parlammo un poco in francese e un poco in italiano, ci divertimmo parecchio tutta sera.

Un paio di sere dopo Hassan tornò al Circolo. Per il gruppo dei vecchi razzistoni era troppo da sopportare. Dopo 2 sere di mugugni partirono all'attacco. A guidare la cordata c'erano due individui che posso con sicurezza annoverare tra i più grandi fiaccamaroni della storia dell'umanità. Caliumi Ettore detto Calli, ancora oggi da me usato per antonomasia quando uno mi rompe i coglioni (Oh, ma chi sei? Caliumi Ettore?) L'altro, per ironia della sorte, era chiamato IL NEGRO. Ma pronunciato dicendo la E e la O velocissimamente, come se bruciassero.

I due individui cominciarono dicendo che Hassan doveva andare fuori. Noi chiedemmo perché e loro tirarono fuori il sempre valido argomento della tessera ARCI. Quotidianamente entravano personaggi che non facevano la tessera. Alcuni erano ormai stanziali e frequentavano il circolo 25 Aprile come avventori abituali, ma senza tessera. L'argomento però era valido, per cui io e altri quattro ragazzi ci guardammo negli occhi e scucimmo 2000 lire a testa per pagare la tessera al Signor Hassan. A quel punto il gruppo dei vecchioni, dei Caliumi Ettore, dei Negro (sempre pronunciato come se la E e la O scottassero) non aveva più un argomento.

Impreparati a una mossa del genere dissero dunque "NO, la deve pagare lui sennò non vale" come se quella fosse una maratona e il povero Hassan fosse il Dorando nazionale e noi il giudice che ne garantiva la squalifica davanti alla regina. Obbiettammo, ma loro insistettero come se la nostra obiezione avesse dato senso alla loro aberrante logica.

A quel punto, il sempre pratico Giulio Capelli chiuse il discorso. "Va bene, queste cose le ripetete davanti ai carabinieri" e chiamò Bowie, l'appellativo che davamo a Davide Bovi all'epoca gestore del Circolo, dicendogli che voleva un gettone del telefono (c'erano i gettoni, fatevi spiegare da un vecchio) per telefonare in caserma e segnalare un episodio di razzismo.

I tipi rimasero di sasso, davanti a tutti. Hassan venne altre volte al circolo, a volte portando degli amici. Che entravano tranquillamente. Senza tessera, tanto nessuno diceva niente.

E poi scoprimmo che il fratello del Negro (sempre pronunciato con la E e la O che scottavano) non odiava i neri. Anzi... ma questa è un'altra storia. La storia del vescovo. Che prima o poi racconterò.


(da un racconto di Tiziano Fiorveluti)

domenica 7 febbraio 2010

Pensieri in apnea: un flusso clorato d'incoscienza

quinta puntata

Inspiro, conto una bracciata, due e tre, giro la testa, respiro, spingo il braccio e ancora conto, uno due e tre, giro la testa dall'altra parte, respiro e via...perché sono qui? a volte me lo chiedo, forse è la ricerca di una "consapevolezza" del corpo, dai...figurati...lo saprò bene dove finisce e dove inizia il mio corpo, Ahia! maledetti galleggianti di merda, c'infili il mignolo e trac! s'interrompe tutto, tiro su la testa, improvviso un recupero e riparto, bestemmiando tra le bolle (che Nina non approverebbe)... Dedalus nell'Ulisse non è consapevole del proprio corpo, ma come si fa a capirlo?...Lo vedi camminare storto? lo vedi sbagliare la distanza tra gomito e bancone in un pub? Tocco, tocco il muro, piego le gambe, spingo col braccio per girarmi e poi via, un'altro giro...effetto pin-ball, se lo fai bene sfrutti l'energia cinetica e non perdi il ritmo. Ma io lo faccio male, c'è pure un anello murato alla fine delle corsia, giusto in mezzo. da piccolo m'han sempre detto di non toccarlo perché un ragazzo grande, nella foga della gara ci si è aggrappato e nello slancio della ripartenza si son spezzate le dita, o forse ce le ha lasciate lì. Un crampetto sotto il piede, va bene, ecco qui un segnale dal mio corpo, un segnale molto rozzo ma efficace, fermati o cambia altrimenti non ti aiuto più, prossima vasca a rana che ci rilassiamo, ok?...ma tanto, se non riesco a ripartire bene normalmente cosa mi viene da provare la capriola, che poi non ci riesco e faccio tutte quelle mosse, che agli asciutti devo sembrare un delfino impazzito o uno del nuoto sincronizzato fuori orario. Eppure ci provo, conto le bracciate che mancano, sei e cinque, quattro e tre, due e uno, e... non ci riesco, dovrei buttare giù la spalla, ranicchiarmi e ruotare su un asse ma bevo, lo so che se faccio così bevo, l'acqua mi entra nel naso, bruciando, e mi piglia un balordone che passo cinque minuti sul bordo vasca a riprendermi. Ma perché voglio far la capriola? voglio sfidare i veterani della quarta corsia? dimostrargli che anch'io ce la posso fare? No, credo che sia perché adoro la lontra. Non scherzo. Ho visto una lontra all'acquario gigante di Lisbona qualche anno fa. Faceva capriole su capriole e continuo a credere che sia l'essere più felice che abbia mai visto. Forse voglio essere una lontra...braccio alto, mano in planata, appena sotto il livello giro il palmo, spingo l'acqua indietro, verso le gambe, le gambe dritte! le gambe dettano la direzione, non devono contro bilanciare le braccia, importante! La capriola però non la faccio perché ho paura di rompermi di nuovo la testa, era un tuffo ma cambia poco, anzi, poco ci mancava che ci rimanevo secco, ecco cos'è la consapevolezza del corpo...c'è un'altra cosa che un po' mi stranisce, a stile libero, quando le braccia sono indietro, una sotto, l'altra che sta uscendo e giro la testa per respirare, ecco, quello è un momento in cui mi sento completamente indifeso, credo che basterebbe niente da fuori per affossarmi. Non è un bel momento né una bella sensazione, che sottilmente sento ogni volta ma è molto vicino a un altro momento che è piccolo, infinitesimale, che forse, a starci attento, accade due, massimo tre volte al giorno: sono quei millesimi di secondo in cui ho esaurito un movimento e sto per ripartire, ogni cosa e persona intorno a me si muove mentre io sono leggero, sospeso nell'acqua, bloccato e consapevole. In quel momento voglio essere acqua. In quel momento lo sono.

venerdì 5 febbraio 2010

Rivelazioni domestiche

Ecco, domani, tra poche ore, andrò a sentire cosa si dice su un libro che si chiama Silenzio in Emilia, in questo posto qui, e siccome lo so da qualche settimana che c'è questa conferenza e il libro l'ho letto all'inizio dell'anno, ultimamente mi ritrovo a guardare fuori dai finestrini, come a cercare di rubare un'immagine, un dettaglio nascosto, qualcosa. Questo di guardare fuori dai finestrini mentre guido è un bellissimo vizio che mi ha passato mio zio F. contadino (bis-zio in verità, fratello di mia nonna) che c'ha la terra, l'orto e la vite e dai 16 ai 20 anni l'ho aiutato in campagna durante la vendemmia. Prima di allora filavo dritto sul motorino, guai a distrarmi, la strada era l'unica certezza, gli ostacoli entravano nella mia visuale solo per essere superati, aggirati o (caso raro) insultati dopo frenata in extremis. Avevo anche caschi integrali delle dimensioni della zucca magica di Snoopy per la sempiterna tranquillità della madre apprensiva, cosa che certo non favoriva l'allargarsi dei miei orizzonti. Dicevo, mio zio contadino tutte le volte che si finiva la giornata e si riempivano le barchesse (termine tecnico per rimorchi piccoli in grado di passare sotto i filari della vite) di uva, mi tirava su sul trattore e mi portava a casa dove avremmo riempito il rimorchio grande (io) per poi andare alla cantina (lui). E non potete immaginare la goduria che si prova a salire su un rimorchio colmo straripante e rastrellare tutto perché l'uva non cada durante le sbandate. Perché mio zio è così: per lui muoversi nello spazio in un tempo breve non è sufficiente, ci si muove nello spazio in un tempo breve per osservare intorno il piccolo mondo intorno ai suoi campi. Guarda che bella vite a spalliera! Ma com'è venuto bene quel campo! Il canale è quasi secco, è meglio se vado a controllare il pozzo... Eh, qui Ettore ha sbagliato col concime, era meglio dello stallatico... Per mio zio questi tragitti a due metri d'altezza e alla velocità massima di 70 km/h sono una ricognizione quasi militaresca, una perlustrazione sul campo di battaglia ma l'incanto del mondo prende sempre il sopravvento e non riesco a contare le volte in cui abbiam rischiato di finire nei fossi o di andar dritti ad una curva perché lo zio si stupiva dei colori, della disposizione, delle luci, delle sfumature, delle parole non dette ma disegnate dal suo splendido mondo. Ora, questo vizio qui vien pure a me, quasi esclusivamente quando son solo e di notte, come i licantropi. Un vizio innocuo, o quasi, che però ti attanaglia verso il paesaggio e non ti molla più: butti l'occhio, decelleri, t'accosti, guardi, riparti, fai quattrocento metri e sei di nuovo meravigliato, ti sforzi di andare a casa alla veloce, è molto tardi e cominci a sentirti stanco, ma comunque sai che guarderai lo stesso, e magari senza fermarti, rischiando, controsterzando quando finisci di là dalla tua corsia e buttando rapide occhiate verso la direzione della strada. Lunedì sera, da due giorni era passata la luna piena, c'era la nebbia, come al solito, tornavo da Mirandola e il vizio m'ha riassalito. La nebbia era diversa, scintillante, rada, lasciava intuire le cose e le riempiva di luccichii. Tra Rovereto e San Marino ho intravisto, immerso nella neve, nascosto nel mezzo dei campi, inghirlandato dalla nebbia a lustrini, un pioppo coi rami alti verso la notte e ho capito: l'Emilia.

Due minuti d’odio

La volontà di potenza alla guida: i furgoni e i furgonati, la golf, la terza e la quarta corsia. Cioè, capito, insomma, dicevo, praticamente. Bondi, Paolo Cento. I gatti al guinzaglio, i cani col cappotto. Assolutamente sì. Assolutamente no. Il decaffeinato e il caffè macchiato freddo in tazza grande, il cornetto con la crema e con l’uvetta insieme. La volontà di potenza alla guida: il suv, i parcheggi sommari, il sorpasso a destra. Le borsette minuscole e quelle senza tracolla. Il parlare con la bocca a cul di gallina: un attimino, tra un pochino. I pacchetti di sigarette sul marciapiede, le merde. La volontà di potenza alla guida: la punto ribassata, il sorpasso. Gli addii che non siano alla stazione dei treni. I compleanni dei trentenni, i compleanni. La pashmina da uomo, le scarpe lucide, il portafogli. La volontà di potenza alla guida. Vamolà.

giovedì 4 febbraio 2010

Cornice Storica (3)

Se tra venti trent'anni mi chiederanno che assolto era questo gli dirò che la gente stava davanti all'assolto come davanti alle vetrine, che già dice tutto secondo me; ecco cosa dirò di quest'assolto.

Cornice Storica (2)

Se tra venti trent'anni mi chiederanno che epoca era questa gli dirò che era l'epoca dell'assoluto, che già dice tutto secondo me; ecco che cosa dirò di quest'epoca. Assolutamente sì.

mercoledì 3 febbraio 2010

Revisionismo con la penna rossa

La maestra di terza elementare, che in questi giorni va in pensione, ha trovato un quaderno di religione tra le sue cose. Ha pensato bene di consegnarlo al proprietario legittimo, dopo così tanti anni pensava che gli avrebbe fatto piacere; e infatti io, che sono il proprietario legittimo, ho cominciato subito a sfogliarlo con un sorriso sulle labbra che non non vi dico.

Verso la fine del quaderno, in data 4-5-88, si parla del perdono a partire dalla famosissima frase Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno. Dopo la maestra di religione collega con questo un altro episodio di perdono, quello dove Pietro chiede a Gesù: Signore quante volte dovrò io perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte? (“volte”, nel quaderno, stava sopra il testo in bella calligrafia scritto con la penna rossa. Insomma, me l'ero dimenticato e la maestra ha corretto.) Gesù, a Pietro, gli risponde: Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.

Ora, a pensarci bene, a quasi trentunanni suonati, settanta volte sette è un numero finito, quindi prima o poi si finisce anche di perdonare il fratello che pecca. Ma intanto continuavo a sfogliare il quaderno con una contentezza che non sapete.

Poi la maestra di religione ha voluto darci un compito per casa dal titolo Racconta di quando hai saputo perdonare. Un bel compito, mi vien da pensare, proprio bello. Devo essere arrivato a casa da scuola tutto eccitato e devo averlo scritto d'un fiato. Ho scritto:
Alberto continuava a insultarmi tutti i giorni; io mi arrabbiavo ma era troppo forte. Un giorno decisi di perdonarlo e da quel giorno siamo stati sempre amici.
La seconda parte era palesemente una bugia per prendere Bravo, come voto, e farlo vedere alla mamma. Ma la prima parte è tutta vera. Alberto era troppo forte, mi insultava, ma se rispondevo mi menava. Alla maestra dev'essere sembrato strano quel “era troppo forte” buttato lì alla fine di una frase. Troppo forte in che senso? mi deve aver chiesto, Come mai era troppo forte? E io gli avrò risposto una cosa del tipo Maestra, Alberto mi mena se gli rispondo quando mi insulta. Un impeto di violenza che nell'ora di religione non andava mica bene, secondo lei, non era un bell'esempio per gli altri. Allora ha preso la penna rossa e ha aggiunto delle parole, con la sua calligrafia; parole non mie: io scrivevo in blu. Il compito è diventato:
Alberto continuava a insultarmi tutti i giorni; io mi arrabbiavo ma era troppo forte la sua insistenza. Un giorno decisi di perdonarlo e da quel giorno siamo stati sempre amici.
Adesso, che ho quasi trentunanni, a leggere quella correzione con la penna rossa tra le mie verità blu mi son sentito tradito. No, maestra, non è vero, non è l'insistenza: Alberto mi mena. Alberto se vuole mi mena anche adesso, che siamo quasi trentunenni suonati. E penso che in così tanti anni avrò sicuramente già perdonato Alberto almeno settanta volte sette, come minimo. Adesso poi basta. C'ho un nervoso che non potete neanche immaginare.

martedì 2 febbraio 2010

Cornice Storica

Se tra venti trent'anni mi chiederanno che epoca era questa gli dirò che la gente stava davanti alle edicole come davanti alle vetrine, che già dice tutto secondo me; ecco che cosa dirò di quest'epoca.

lunedì 1 febbraio 2010

La cosa più morale del mondo

(sottotitolo) Un amico sincero a volte fa male-malissimo

La Claudia Malavasi era una gran figa. Era una di quelle ragazze che ti ipnotizzavano, almeno a me. Io ne ero cottissimo. La Claudia Malavasi suonava il flauto. Faceva il conservatorio, non so a che anno fosse. Una volta l'avevano chiamata a far finta di suonare nella pubblicità dei Ferrero Rocher, quella dove un lui e una lei sono a teatro e si apre un sipario e c'è della gente che suona e parte la musica cogliona dei Ferrero Rocher. Era prima che Ambrogio si facesse sfruttare dalla riccona capitalista che aveva voglia di qualcosa di buono. La Claudia Malavasi credeva che i dischi di musica pop si registrassero dal vivo, come fanno le orchestre con la classica. Una cosa abbastanza ingenua per una musicista di circa 18/19 anni, ma la Claudia Malavasi era abbastanza ingenua, a volte. Il che non sminuiva il fatto che fosse una gran figa.

La Claudia Malavasi si mise con Buccia. Buccia in realtà si chiamava Marco Silvestri. Giocava a pallone con me, io ero terzino e lui ala. Era veramente forte e faceva un sacco di gol. Andavamo d'accordo, anche se lui era un fighino e io uno sfigato. Non so perché gli venne dato il nome Buccia, non so neanche cosa volesse dire. So solo che se lo chiamavano Buccia i grandi non diceva nulla, se lo chiamavamo Buccia io o gli altri, invece, si incazzava. Buccia aveva un amico del cuore che si chiamava Pietro Cavani. Pietro Cavani era stato in classe con me dalle elementari alle superiori dove le bocciature ci separarono. Pietro Cavani venne chiamato per qualche tempo "gene", non so se come abbreviativo di "genetica" o che. Poi un giorno si cominciò a chiamarlo "il Robboso" o “Robbo” e anche qui il motivo mi è ignoto visto che la droga era un affare decisamente ancora leggero dalle mie parti (sarebbe diventato pesante solo tempo dopo e non certo per lui).

Buccia era un ragazzo felice. Aveva una bella ragazza che lo amava, aveva tanti amici di cui uno preziosissimo. Poi un giorno si decise di andare in quella che si chiamava ancora Cecoslovacchia. Il muro di Berlino era appena caduto e si ironizzava sulle cecoslovacche, ponendo l'accento sulla parte bovina della nazionalità e chiamandole, con virile e codarda ironia, cecosloporche, cecoslozozze, cecoslotroie. Insomma, si andava a fare quello che oggi vien chiamato "turismo sessuale". Alcuni maschi negavano, ma si diceva avessero la coda di paglia. E si scherzava. Robbo scherzava poco sull'argomento. Lui non sarebbe andato a Praga. Ma scherzava poco e nessuno capiva perché. Nessuno se lo chiedeva, a dire il vero.

Comunque, Robbo scherzante o no, le ragazze dei partecipanti alla spedizione cecoslofiga venivano pungolate ogni giorno dai restanti membri (pardon) della compagnia del bar, con allusioni e battute sempre più grevi. Ognuna fingeva indifferenza oppure scommetteva con cieca fiducia sulla fedeltà del proprio ragazzo. Anche la Claudia Malavasi, a dire il vero, scherzava un bel po’ sull'argomento, ma lo faceva con simpatia e una buona dose di senso dell'umorismo.

Poco prima di partire però accadde una cosa strana. Robbo andò da Buccia, lo chiamò in un angolo e gli disse molto candidamente che, secondo lui, la Claudia Malavasi lo stava puntando. Insomma, gli fece capire che forse era il caso di dubitare della fedeltà della sua amata. Buccia ribatté che sicuramente l'amico suo si era fatto un'idea sbagliata e lo ringraziò dell'avvertimento. Robbo però non aveva ancora finito il suo discorso. Disse con Buccia che se la Claudia Malavasi ci avesse provato, lui ci sarebbe stato alla grande. Disse per la precisione che lui non avrebbe fatto nulla per incitarla, ma qualora lei ci avesse provato lui avrebbe fatto quello che ogni uomo avrebbe fatto con una gran bella figa.

Buccia si incazzò non poco. I due discussero animatamente e quella sera si lasciarono con una certa acrimonia. Il giorno seguente Buccia partiva per Praga. Si era appena dopo Natale, il 28 o il 29, una cosa così.

L'ultimo dell'anno, con quelli rimasti a casa, si andò tutti a cena da un amico. Poi a Bondeno di Suzzara, in provincia di Mantova. C'era una festa enorme, si diceva. Eravamo tutti ubriachi. Durante la spedizione a Bondeno di Suzzara, Robbo e la Claudia erano sul sedile posteriore della macchina di nonricordochi. La Claudia, che era una gran figa, quel giorno era in tiro particolare e ricordo che aveva una specie di boa di struzzo e un vestito luccicante che ne esaltava le forme e le tette, delle tette decisamente belle.

Narra la leggenda che disse al Robbo "Marco va con le cecoslovacche e io vado con gli italiani" prima di sprofondare con lui sul sedile posteriore. Non entrarono nel locale dove c'era la megafesta a Bondeno di Suzzara. Rimasero lì a fare quello che un uomo e una donna che si attraggono reciprocamente fanno, senza pudore.

Il giorno dopo qualcuno sapeva già del fattaccio, ma si pensò di non dire nulla o commentare. La faccenda rimase un segreto tra iniziati. Un paio di giorni e i partecipanti alla spedizione oltrecortina ritornarono. Robbo andò SUBITO da Buccia e gli raccontò, per filo e per segno, ogni cosa nei minimi dettagli. Buccia si incazzò non poco, si sentì tradito dalla sua donna e dal suo migliore amico.

Buccia e la Claudia Malavasi si mollarono. La Claudia Malavasi non si mise con Robbo, ma restò sola per un po’ e con la reputazione macchiata.

Tutta la compagnia diede del bastardo a Robbo per quello che aveva fatto. Solo io e mio fratello, ricordo bene questa cosa, dicemmo che Robbo era "un grande, forse il più grande di tutti". Robbo infatti ci disse poi che "tanto lei lo avrebbe fatto comunque o con me o con un altro". Nessuno capì l'estremo rigore morale alla base della sua decisione.

Robbo tempo dopo sparì dalla compagnia. Nessuno lo vide più. Lasciò in bar e in bottega dei conti da pagare enormi che saldò dopo mesi di sacrifici e ristrettezze.


(da un racconto di Tiziano Fiorveluti – storia vera, nomi inventati ma plausibili)

domenica 31 gennaio 2010

Confessioni 2.0: un altro episodio di letteratura rinfacciabile

Spesso m'è stato chiesto come, e attraverso quale serie di passi, divenni un titillatore di iPhone. Fu gradualmente, per tentativi, con diffidenza, così come una persona, sera dopo sera vedendo la giornalista del TG3 della notte smuovere quegli immensi vetri digitali che non funzionano mai, si chiede se al suo posto, della giornalista, avrebbe saputo fare di meglio? O, seconda ipotesi, fu per pura ignoranza di tali pericoli e indotto in errore da commesso venale, in quanto spesso il fascino di queste meraviglie tecnologiche è direttamente proporzionale alla fragilità delle stesse, benché pubblicamente se ne decanti la natura indistruttibile e, sotto cangianti colori e travestimenti (diconsi Cover), si riconosca il carattere di necessarietà di tali oggetti, non di rado accade che la catena dell'abbietta schiavitù viene scoperta solo quando abbiamo già rotto due iPod nano e un touch screen della Samsung? (Continua...)

Un peluche di E.T. in regalo a chi indovina l'opera originale

sabato 30 gennaio 2010

Pensieri in apnea: una rubrica di giochi, mostri marini e colonne sonore

quarta puntata

Questa settimana sfaterò il mito della piscina come luogo noioso, puramente atletico e un po' autistico. Come in ogni cosa basta un poco di fantasia ed è fatta. Ieri, ad esempio, ero in corsia con una ragazza armata di tavoletta che spruzzava come una cascata, un tizio con le pinne, maschera e boccaglio (non sto scherzando) e altre due signorine incerte sul da farsi. Allora mi sono immaginato in un buon vecchio arcade, tipo Pac-man, un'astronave, o la macchinina rossa da formula uno dei primi videogiochi che deve raggiungere il traguardo, schivare gli ostacoli (la fontana ambulante di Trevi), evitare le altre compagne di sventura e non farsi raggiungere dal mostro (non alzava mai la testa, giuro, avrà fatto un centinaio di vasche contando le piastrelle).
Anche in Sardegna amici mi raccontavano di aver avvistato un mostro simile: respira con branchie ascellari pelose, ha due boccagli al posto delle orecchie, pinne al posto delle mani e dei piedi e una spiccata predisposizione a importunare le donzelle in top-less. Lo chiamano Sciscindor, ma questa forse è un'altra storia...
Sei anni fa, quando avevo fatto un timido tentativo per tornare a fare un po' di moto, ricordo che anch'io, come il pinnuto mascherato, guardavo sempre fisso le piastrelle, poi però mi ero immaginato che il fondale si rompeva, crepato come da una scossa di terremoto, e che sotto c'era dell'altra acqua, tantissima, un'oceano sotto la piscina, e da quest'acqua fuoriusciva uno squalo gigante che cominciava a inseguirmi. Un'allucinazione coi fiocchi, no? Una vera spinta motivazionale.
A proposito di nuotare più forte, ho "scoperto" che, durante il crawl, si va più veloci spingendo il braccio in avanti con tutto il busto. Ti sembra quasi di ballare e ti senti scivolare sul filo dell'acqua ma i tuoi addominali, che siccome non li vedi bene pensi di non averli, invece cominciano subito a ululare e allora cambi stile e li lasci riprendere un pochino dallo shock. E poi per la Danza del Crawl (ormai l'ho ribattezzata così) ci vuole la musica adatta e non so voi ma in questi posti, non si sa il perché, non azzeccano mai due brani di fila. Ti può capitare di saettare tutto felice con "Start Me Up" dei Rolling Stones per poi arenarti a bordo vasca mentre "Smooth Operator" dei Sade ti catapulta negli anni '80 delle tue scuole elementari. Solitamente è elettronicuccia triste e smorta, house senz'anima né coraggio ma con quel minimo di ritmo che ti aiuta a impostare le bracciate, anche se in questo invidio i corridori, con la musica giusta ti senti di poter andare avanti per ore. Anche se a volte il caso riserva sorprese incredibili, che innescano dinamiche sociali da gag: l'altro giorno negli spogliatoi è partita "You're So Vain" di Carly Simon e subito in quattro o cinque ci siam messi a fischiettare come un coro. Nina dice che cose così non capitano tra le donne, credo che forse è per questo che siete voi a mandare avanti la specie...
Personalmente ho una richiesta da fare per migliorare l'atmosfera sonora delle piscine: fatevi consigliare da Perry Farrell.
Una volta sono anche stato con la sorella marchigiana di Perry Farrell, ma anche questa è un'altra storia...
Di nuovo, fatevi consigliare da Perry Farrell. Perry Farrell, coi Jane's Addiction, ha scritto "Ocean Size", l'inno di ogni vero amante dell'acqua, e coi Porno For Pyros ha descritto il sogno di ogni nuotatore solitario:
I don't know if I'll make it home tonight, but I know
I can swim under the Tahitian moon
One last time under the Tahitian moon
Under the Tahitian moon, under the Tahitian moon.

giovedì 28 gennaio 2010

Scomparire

Era la metà degli anni novanta, ascoltavamo musica pesa e leggevamo Jack Frusciante. No. Tutti leggevano Jack Frusciante, io Il giovane Holden. Ero un tipo strano, timido, confuso, spesso in disparte. Quando gli altri volevano vivere velocemente e morire giovani, io avevo qualche problema ad attraversare la strada. Ogni volta che arrivavo alla fine di un isolato e scendevo da quel maledetto marciapiede, avevo la sensazione che non sarei mai arrivato dall'altra parte. Mi pareva che avrei continuato ad andare giù, giù, giù, e che nessuno mi avrebbe più rivisto.

Ero fatto così, gli altri navigavano alla grande nei primi eccessi serali e io volevo solo evitare di scomparire. Facevo finta di parlare con un fratello immaginario, lo pregavo di farmi arrivare dall'altra parte, ero fatto così. Non farmi scomparire, gli dicevo, non farmi scomparire, non farmi scomparire, fratello, non farmi scomparire. E poi, quando raggiungevo l'altro marciapiede senza essere scomparso, gli dicevo grazie.

Il giovane Holden è l'unico libro che abbia regalato a mia madre, una madre che vive in una casa dove non ci sono libri sugli scaffali, una madre che a quel tempo, era la metà degli anni novanta, diceva di non capirci un granché di quello che mi girava per la testa. Allora gli regalai Il giovane Holden con una dedica che era più o meno Mamma, ecco, se vuoi capire un po' quello che mi gira per la testa, leggi questo libro, è anche molto bello.

J. D. Salinger è morto, a novant'anni, per cause naturali. J. D. Salinger è morto, a novant'anni suonati, ed è giusto così: quando muore un vecchio il senso di perdita ha qualcosa di pacifico, naturale, è quasi ovvio. Oggi, più grande, in un modo o nell'altro, forse quella strada sono riuscito ad attraversarla senza scomparire. Forse facevo finta di parlare con un fratello immaginario. Non farmi scomparire, gli ho detto, non farmi scomparire, non farmi scomparire, J.D., non farmi scomparire. E poi, ora che ho raggiunto l'altro marciapiede senza essere scomparso, gli dico grazie.

Cover

Gregory Samson, svegliandosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nella sua branda, in un piccolo vietnamita immondo. Riposava sulla schiena, magra e dolorante, e sollevando un poco il capo vedeva il suo ventre smunto, giallognolo e diviso da costole ricurve, in cima a cui la coperta della branda, vicina a scivolar giù tutta, si manteneva a fatica. Le gambe, nodose e sottili da far pietà, rispetto alla sua corporatura ben tornita, tremolavano senza tregua in un confuso luccichio dinanzi ai suoi occhi. (continua...)

(è l'inizio di una roba che ho scritto per la seconda parte del concorso sulla letteratura rinnovabile. Vi tengo informati. Se vinco la bici pittata giuro che vi vengo a trovare, voi che mi avete dato una mano)

mercoledì 27 gennaio 2010

La spada, il fucile

Anni fa, ma davvero tanti anni fa, Carlo, in qualità di presidente della Polisportiva Spada nel quartiere Spada, andò dal prete per discutere la disponibilità del campo da calcio, voleva portarci i ragazzi della Polisportiva. La Polisportiva Spada aveva già un campo in cui giocare, ma ne serviva un altro, visto che l’utilizzo era condiviso anche da altre società sportive.

Al consiglio direttivo c’erano molti personaggi di chiesa, catuboni, come si diceva da quelle parti, gente che non voleva proprio dare il campo ai bambini perché nella Polisportiva Spada era pieno di comunisti, la Polisportiva Spada, dicevano, era una polisportiva comunista, piena di comunisti, tra cui Carlo.

Il prete, invece, quel prete che diceva sempre Quando andate al policlinico di Modena se passate dietro alla navata ci son dei cassonetti dai quali si sente piangere: sono i bambini, ce li buttano dentro visto che fanno gli aborti; quel prete lì, invece, in realtà era una persona ragionevole, e finì per dare la concessione per il campo anche contro il volere dei suoi parrocchiani catuboni, quelli che arricciavano il naso per via di tutti quei comunisti nella Polisportiva comunista Spada.

Durante la riunione, infatti, dopo l’intervento di qualche parrocchiano catubone del tipo Quelli no perché son comunisti e piuttosto il campo resta chiuso, e infatti il campo del prete era sempre vuoto per colpa dei parrocchiani catuboni, durante la riunione, dicevamo, dopo qualche intervento catubone Carlo si alzò in piedi e disse Fate come volete voi, ma ricordatevi che noi non abbiamo mai chiesto la tessera a nessuno, e stiam parlando anche dei vostri figli, visto che ci sono dentro anche i vostri figli nella Polisportiva Spada; e poi da noi, alla Polisportiva Spada, aggiunse Carlo, noi non si fa mai proselitismo e non si parla mica di politica, si gioca a calcio, noi, nella Polisportiva Spada. Così disse Carlo, col dito un po’ alzato come in un comizio.

E così dicendo si rivolse ai parrocchiani catuboni che sapeva avevano i figli che giocavano nella Polisportiva e disse Voi ditemi se quello che ho appena detto è vero oppure no. I parrocchiani catuboni dovettero annuire facendo sìssì con la testa, col naso sempre arricciato, e così il prete interruppe la riunione e disse a tutti che Carlo aveva ragione, disse La decisione e la responsabilità me le prendo io, mentre lei, Carlo, mi dica cosa devo fare e io il campo glielo apro, in cambio non voglio niente, solo che il campo sia curato e tenuto bene.

Usciti dalla riunione ci furono un sacco di mugugni e arricciamenti di nasi catuboni. E in particolare la Vladimira, la perpetua, che iniziò a gridare I comunisti son dei bastardi e cose così. Carlo, meravigliato da tutto quel livore, le domandò come mai lei pensasse che tutti i comunisti eran dei bastardi e cose così. La Vladimira lo guardò fisso negli occhi e rispose Perché mio marito è morto in Russia durante la ritirata, me l’hanno ammazzato i Russi, me l’hanno ammazzato i comunisti, perché son degli assassini, i comunisti, son dei bastardi e cose così.

Carlo le si avvicinò e disse pian piano Vladimira, mi scusi, posso farle una domanda un po’ indiscreta? Lei annuì. Carlo Fiorveluti allora, sempre pian piano, le domandò Ma non è che per caso suo marito è andato là col fucile in spalla?
La Vladimira si bloccò, non sapeva cosa rispondere. Carlo raddrizzo la schiena e fece un mezzo sorriso sornione. Poi, ancora pian piano, le disse No, perché sa, tante volte…

(trasposizione a memoria di un racconto orale di Tiziano Fiorveluti)

Incipit

Questa sera c'è una bellissima luna.
Non la vedevo da trent'anni, così oggi sono particolarmente felice. Comincio a capire che in questi trent'anni son vissuto nel buio; ma ora devo stare in guardia. Altrimenti, perché il cane della famiglia Chao mi avrebbe guardato due volte?
E ho ragione di avere paura.

Lu Xun, Diario di un pazzo, Editori Riuniti, 1993, pg. 10.