giovedì 16 marzo 2017

Trucchi della borghesia (117)

Commentando su Facebook e toccato da uno spoiler che mi ha fatto il Corriere della Sera, ho maturato che un bel trucco della borghesia è l'on demand.

(di Alessandro TheAubergine)

lunedì 13 marzo 2017

Autobiografie essenziali (4)

Ormai, quando si parla di me, la gente scuote la testa, e un ulteriore uso professionale da parte mia della parola "Dio" (sempre che non sia intesa come una sana, familiare interiezione americana) sarà ritenuto un blaterìo della peggior specie, un sintomo sicuro che sto andando dritto dritto in malora.

(J. D. Salinger, Franny e Zooey, trad it. di R. C. Cerrone e R. Bianchi, Einaudi, 2014, pg. 40)

venerdì 10 marzo 2017

Trucchi della borghesia (116, 116bis)

Gli effetti e i pedali che fanno suonare una chitarra elettrica come un'acustica.
I font che imitano una vecchia macchina da scrivere con il nastro usurato e i tasti sbilenchi.

(di Stefano Amato)

mercoledì 1 marzo 2017

Trucchi della borghesia (115)

Le aiuole, i prati, i rettangoli di prato davanti ai palazzi, senza una panchina, curati al centimetro, innaffiati puntualmente ogni estate, sovente con l'avviso di non calpestare o permettere i bisogni del cane.

(di Neuromancer)

giovedì 23 febbraio 2017

giovedì 9 febbraio 2017

Autobiografie essenziali (3)

Ci sono i miei racconti à la Poe e i miei racconti à la Dunsany, ma, ahimè, dove sono i miei racconti à la Lovecraft?

(H.P. Lovecraft citato in Lin Carter, Lovecraft: A Look Behind the Cthulhu Mythos, Ballantine, 1972)

martedì 31 gennaio 2017

Trucchi della borghesia (111)

Stamattina soffiandomi il naso, gesto comune nella stagione in cui ci troviamo, mi sono chiesta perché i fazzoletti di carta (trucchi di cui ormai non possiamo più fare a meno) vengano aromatizzati, profumati "a tradimento" (perché posso dirlo: non c'era scritto nulla sulla confezione) come se così dovesse essere più gradevole lo sfregamento sulle narici.
E no, cari produttori, vi assicuriamo che non lo è.

(di Laura "availableinblue")

lunedì 16 gennaio 2017

Autobiografie essenziali (2)

Sulla base del ragionamento che un creatore di fumetti capace potrebbe forse contribuire con freschezza a una sceneggiatura cinematografica, [Malcolm McLaren] si era insediato in una vivace e affollata fumetteria a Saint Mark’s Place e aveva chiesto al tredicenne dall’aspetto più cool che era riuscito a trovare chi fosse il suo scrittore di fumetti preferito. Secondo Malcolm, questo giovane insolitamente profondo e intelligente aveva risposto, senza esitare, “Alan Moore: la mano sinistra di Dio”.
Nel caso improbabile che io scriva mai un’autobiografia, tipicamente modesto e riservato come sono, questo ne sarà quasi certamente il titolo.

(Alan Moore, prefazione a Fashion Beast, 14 giugno 2013)

domenica 1 gennaio 2017

Autobiografie essenziali (1)

Tommaso, che portò fin dalla culla
La dura soma d’una vita oziosa,
Stanco di non far nulla,
Un giorno s’ammazzò per far qualcosa.

(Tommaso Landolfi, Rien Va, Adelphi, Milano, 1998, p. 14)

mercoledì 9 novembre 2016

La pizza del Pastels

“Allora, McDermott, che cosa c’è che non va?” Faccio una smorfia. “Lunga coda allo Stairmaster, stamattina?”
“Chi l’ha detto che qualcosa non va?” domanda lui, tirando su col naso, mentre volta le pagine del Financial Times.
“Senti,” gli dico, protendendomi, “ti ho già chiesto scusa, per aver denigrato la pizza del Pastels, l’altra sera.”
“Chi l’ha detto che era per questo?” mi chiede, in modo alquanto teso.
“Credevo che la cosa si fosse già chiarita,” bisbiglio, agguantando il bracciolo della poltroncina; e intanto sorrido a Thompson di fronte. “Mi spiace di aver insultato le pizze del Pastels. Sei soddisfatto?”
“Chi l’ha detto che si trattava di questo?” torna a domandare lui.
“E allora che c’è, McDermott?” gli chiedo, sottovoce. Avverto un movimento alle mie spalle. Conto fino a tre, poi mi giro di scatto e colgo Luis Carruthers mentre cerca di sporgersi per origliare. Sa di essere stato colto in fallo e lentamente si ritrae, con aria colpevole.
“Ciò è ridicolo,” dico a McDermott, a bassa voce. “Non puoi tenermi il muso per giorni e giorni perché ho detto che le pizze del Pastels sono… ‘crostose’.”
“Mal cotte,” dice lui, guardandomi in tralice. “Hai detto testualmente ‘mal cotte e bruciacchiate’.”
“Chiedo scusa,” dico. “Però non ritiro. Sono, effettivamente, bruciacchiate. Friabili. Le leggi anche tu, le recensioni gastronomiche sul Times, no?”
“Ecco qua.” Tira fuori di tasca un articolo fotocopiato e me lo porge. “Questo, per dimostrarti che ti sbagli. Leggilo!”
“Che cos’è?” chiedo, dispiegando il foglio.
“È un articolo del tuo idolo, Donald Trump,” dice McDermott, e sogghigna.
“Oh, sì…” dico, con apprensione. “Chissà perché mi era sfuggito.”
“Ecco…” McDermott dà una scorsa all’articolo e punta un dito accusatore sull’ultimo paragrafo, da lui evidenziato con inchiostro rosso. “Ecco, qui Donald Trump dice chiaro e tondo dove, secondo lui, si mangia la miglior pizza di Manhattan.”
“Lasciami leggere,” dico, sospirando. Lo scanso. “Magari hai capito male. Che schifo di foto!”
“Leggi da te, Bateman. Leggi e poi dimmi!”
Faccio finta di leggere quel fottuto articolo, ma sono talmente arrabbiato che la vista mi si è praticamente annebbiata. Restituisco il foglio a McDermott e, totalmente seccato, gli chiedo: “E con questo? Che significa? Che cosa stai cercando di dirmi, McDermott?”
“Che cosa ne pensi adesso, Bateman, della pizza del Pastels?” mi chiede lui, con sussiego.
“Insomma,” dico io, scegliendo con cura le parole. “Sarà bene che ci torni a riassaggiarla, quella pizza…” Pronuncio queste parole a denti stretti. “Insisto, però, nel dire che l’ultima volta che l’ho mangiata, la pizza era…”
“Mal cotta e bruciacchiata,” suggerisce McDermott.
“Appunto.” Mi stringo nelle spalle.
“Bruciacchiata e mal cotta.”
“Hmm, hmm!” McDermott sorride, trionfante. “Senti, se la pizza del Pastels va bene a Donny Trump…” prendo a dire. Mi scoccia ammetterlo. La mia voce è appena un soffio. Concludo: “… allora, va bene anche a me.”
McDermott ridacchia allegro. Ha vinto.

(Bret Easton Ellis, American Psycho; 1991)