martedì 20 marzo 2012
Trucchi della borghesia (56)
Gli ecoincentivi a comprare cose inquinanti.
si parla di:
trucchi della borghesia
lunedì 19 marzo 2012
Le interviste alla rovescia: Fabrizio Gabrielli
Se non avete mai sentito Fabrizio Gabrielli declamare le sue cose dal vivo a voce alta, vi state perdendo una cosa molto bella, soprattutto quando legge la sua ultima fatica, che è la terza, parla di calcio (ma anche no) e si chiama Sforbiciate. Fortunatamente, il nostro amico civitavecchiese viene domenica 25 a sforbiciare allo Spazio Meme di Carpi e se siete in zona, ve lo consiglio. Il libro l'ho letto e mi è piaciuto da matti, dentro ci sono anche un'incursione di Davide Enia, un feat. del nostro simone rossi, dei disegni di Maximiliano Chimuris e delle cartoline avvolte nella Gazzetta dello Sport. Ho chiesto a Fabrizio se aveva voglia di chiedermi delle cose sul suo libro, e lui ha detto, testualmente: avoja. Quindi questa è la seconda intervista alla rovescia di Barabba, comincia così:
Fabrizio Gabrielli – E insomma, Marco, sai che da quando stamattina ho trovato il tuo invito a fare questa ròba qua dell'intervista alla rovescia non faccio altro che pensare a tutt'un mondo all'incontrario, in cui le star della tivvù guardano poveri cristi dimenarsi nella scatola catòdica, in cui i calciatori fanno gli opinionisti, dove l'uomo-della-strada senza formazione politica fa il ministro? Non ci stiamo davvero inventando niente, diobò, mi son detto.
Many – Oh, ciao. Eh, questa cosa delle interviste alla rovescia non è che sia originalissima. Però è anche vero che le interviste alla dritta hanno rotto le balle, soprattutto quelle cogli scrittori. Mi vien da pensare che sarebbe bello vedere più interviste in giro fatte dallo scrittore con lettori diversi, così per vedere anche come cambiano i punti di vista, ché altrimenti lo scrittore, nelle interviste solite, quelle alla dritta, dice poi sempre le stesse cose.
F.G. – Che poi è bello questo ribaltamento del punto di vista: se chi scrive fa delle domande a chi legge, forse poi finisce per capire meglio cos'è, che ha dato da leggere. E chi-lo-sa, in extrema ratio, anche un po’ di più cos'è che ha scritto. Io, per esempio, son certo di non aver scritto un libro sul calcio, o almeno non latu sensu. Forse contingentemente calcistico. E che quindi, di conseguenza, non è che serva essere fubolòfili sfegatati, per farselo piacere almeno un po'. Te, te che l'hai letto, e che non so, non mi sembri propriamente un ultrà, che fai? Mi smentisci?
M. – No, non sono decisamente un ultrà e ultimamente, cioè da una decina d'anni almeno, il calcio lo seguo poco se non addirittura per niente. Ero milanista da piccolissimo, per via di mio nonno, ma all'epoca c'era pure Maradona e visto che il mio migliore amico e compagno di squadra – di ciclismo: ero un ciclista, in un mondo antico era il primo vero sport nazionale, poi è andata com'è andata – visto che il mio migliore amico, dicevo, era casertano, ho iniziato a tenere il Napoli. Veder giocare Diego Armando, da piccoli, era un po' come guardare alla notte in tv Michael Jordan sotto canestro, o Pantani sull'Alpe d'Huez, per dire. Dopo, per un certo periodo ho tenuto la Fiorentina, quando c'era Batistuta. Poi basta: adesso mi piace il baseball. Ma comunque, no, non mi pare che tu abbia scritto un libro sul calcio, anzi, hai scritto un libro sugli "ultimi" del calcio. E gli "ultimi" sono quelli che davvero fanno dello sport uno sport e della vita una vita. Il calcio degli ultimi lo si ama alla follia, come si amano i campionissimi, che anche loro, se ci guardiamo bene, per essere campionissimi devono essere "ultimi", a modo loro, disperati: vedi Garrincha, vedi Diego Armando, vedi anche Pantani, per dirne alcuni. Quello che hai fatto è stato scrivere un libro di un romanticismo che vien fuori dalle pagine come maionese da un panino.
F.G. – A proposito di panini – che poi tu sei abbastanza in zona, mi pare –, sai chi ha fatto riferimento pure, a questa questione degl'ultimi, degli outsider? Antonio Pronostico del Collettivomènsa, l'autore delle locandine delle presentàzie. Che non so se c'hai fatto caso, ma son tutte figurine similPanini, appunto, giuocatori con la maglia dai colori del posto in cui vado a leggere a voce alta, ma senza faccia. Ecco: sono senza faccia proprio perché i veri eroi poi sono i dimenticati, quelli dei quali mica te lo ricordi come toccavano la palla, come si destreggiavano, che tratti avessero: piglia Ali Gagarine, hai presente a tutta prima com'era fatto, che faccia avesse? Io no.(Son mica sicuro me l'abbia mai detta, 'sta ròba, Pronostico, forse me la sono congetturata da me, andando, come si dice, oltre ogni Pronostico.)
C’ho provato, ma non ci riesco, devo per forza arrivarci, a questa domanda: avendo cura di non addentrarmi in quella dinamica lenzuola-sfatte-post-coito-accendo-sigaretta-chiedo-t'èpiaciùto, mi dici tre, cinque, nove cose che proprio non t'hanno gustato?
M. – Nove o cinque son troppe. Provo con tre cose che non mi sono piaciute. La prima ha a che fare con la carta e l'odore della carta: non mi piace tanto l'impaginazione, mi sembra un po' da testo universitario, con quel carattere tipografico un po' accademico, la mancanza dei rientri dei paragrafi, quelle cose lì, che se un giorno le Sforbiciate saranno elettriche, è un problema che sparisce. La seconda cosa riguarda la difficoltà che hanno tutti libri di racconti in generale – che siano monotematici o meno – e i tuoi libri di racconti in particolare, come quell'altro dal titolo L'inafferrabile Weltanschauung del pesce rosso: in generale, i libri di racconti non sai mai con quale ritmo leggerli (e infatti mi pare che abbiano un mercato tutto loro, che rispetto a quello del romanzo è un mercatino); in particolare, i tuoi libri di racconti è impossibile leggerli d'un fiato, e questo è per via della tua scrittura iper-letteraria, così pregna di significati e significanti, una commistione di aulico e popolare, una cosa talmente precisa e bella che il lettore si deve soffermare su ogni parola, su ogni frase, e anche per leggere due pagine ci si mette del tempo, un sacco di energia mentale. Diventa un po' difficile, lèttone uno, leggere subito il racconto dopo. Io mi son trovato bene a leggerne uno al giorno, e ogni tanto mi dicevo: dài, ne leggo un altro. E, oh, iniziavo, poi mi accorgevo che no, dovevo fermarmi, non ci stavo capendo niente, tutte le energie disponibili del cervello erano state usate per il racconto precedente. Che poi, se la guardi dalla parte giusta, questa cosa è anche un pregio. Un pregio grosso. La terza cosa non la trovo, quindi ci fermiamo a due.
F.G. – Capita anche a me, sai, coi racconti, quando leggo una raccolta di racconti – e ne leggo tante, di raccolte di racconti: cerco sempre di centellinarmeli. Una volta Cortázar ha detto che là dove il romanzo vince ai punti, il racconto deve vincere per knock out. Lo so, è una citazione inflazionata, però vedi, ti fa trarre tutt'un codazzo di conclusioni: che ti vien da chiederti se fossi pugile, non faresti passare del tempo pure tu tra un knock out e un altro? Voglio dire: bisogna saperli assorbire con calma, gl'uppercut, i montanti, i dritti e i rovesci che ti mandano al tappeto, se son così forti da mandarti al tappeto. Sapersi leccare le ferite, e godersi la gioia dell'avversario martoriato al centro del ring, richiede del tempo, no? E quindi sbocconcellare più che abbuffarsi, dovrebbe comportarsi sempre così, un lettore di racconti. Lèttone uno, fermarsi. Lèttone un altro, fermarsi ancora. Bisognerebbe saper tracciare una Riga, come dice sempre, infatti, un mio amico lèttone.
Piuttosto, questa cosa degl'ibùc: m'era venuto in mente di pensarla, un'edizione elettronica delle Sforbiciate, magari arricchita di contenuti extra, con dei filmati e delle foto e dei ritratti di questi calciatori così da fartelo vedere subito, per tornare a quanto detto, com'era fatto Gagarine: ma il rischio, secondo te, non è quello di scivolare nel melmoso mondo degl'almanacchi, che ce ne son già centomila?
M. – No, il rischio, forse è quello di uscire dal concetto di libro, se cominci a metterci le foto, i filmati, eccetera, finisce che snaturi la narrativa. Che poi, bisogna dirlo, mica è obbligatorio che uno sappia come sono fle facce di quelli che racconti, mica è obbligatorio che riesca a collegarle con le facce che ci sono nella copertina. Uno si fa l'immagine in testa, ognuno la sua, e anche lì sta il potere della scrittura, dello scrittore, di Fabrizio Gabrielli. Alcune delle facce che racconti, a parte George Best, che insomma, è molto molto pop e lo conoscono tutti, io me le sono immaginate grazie alle parole. Erano tutte bellissime, le mie facce, cogli occhi un po' tristi.
F.G. – Dicon, quelli che i libri li vendono di mestiere, ma vendere per venderli, intendo, anche se è un'affermazione abbastanza lapalissiana, che la copertina di un libro è fondamentale, per attirare l'attenzione del lettore. E per instradarlo verso quel che s'appresta a leggere, anche, secondo me. Per dargli un'anticipazione. Quanto instrada e quanto fuorvia, secondo te, la covercia di Sforbiciate? Mettere undici calciatori è di suo un passaporto e un biglietto solo andata per lo scaffale della letteratura sportiva, vicino alla biografia di Ibrahimovic?
M. – La copertina di Sforbiciate è stupenda e dice quello che dice il libro: dice che sarà difficile da leggere ma che sarà una bella esperienza, dice che si parla di calcio ma anche no. Poi c'è la fascetta: "la vita, l'amore, ma prima, per favore, il pallone" che, come dire, spacca. Ci sarebbe la questione della quarta di copertina: non capisco come mai, ma da qualche tempo le quarte di copertina non dicono più niente del libro, sembrano troppo forzate, come i titoli che si mettono ai quadri astratti, e secondo me è un peccato. Per la questione del passaporto verso lo scaffale dello sport, non so, chi vende i libri per venderli ti potrà dire che dipende dai librai. Forse sì, forse nelle "catene" c'è questo rischio, ma nelle altre librerie dipende. A Carpi, alla libreria Fenice, era nello scaffale di narrativa delle case editrici medio-piccole, di fianco avevi una roba che non mi ricordo della Minimum Fax. Alla libreria Mondadori non lo so, non ci vado mai.
F.G. – Qual è il personaggio che t'ha colpito di più, a te? Lo conoscevi, se lo conoscevi già? E se non lo conoscevi: credi sia tutto vero, quello che ho scritto di lui e degl'altri?
M. – Due su tutti: Gagarine e Winston Coe, il portiere senza un braccio. Poi mi son commosso per Garrincha, davvero. (Che, tra l'altro, Garrincha, riprendendo quello che si diceva prima, è l'unico racconto scritto con una lingua diversa, cioè in romanesco, e secondo me è bellissimo anche perché sin un libro scritto in una lingua difficile, che è la tua lingua iper-letteraria e pregna di significati e significanti, stupenda ma difficile, a un certo punto t'imbatti in una lingua totalmente popolare – o fintamente popolare, perché da bravo scrittore scegli ogni parola e ogni accento, ma il risultato è una boccata d'aria, un fine primo tempo, tanto che poi, dopo Garrincha, riesci a leggere il racconto successivo.)
F.G. – No, perché questa ròba d'aver scritto un libro ruffiano, un po' me la rimproverano, e io un po' la soffro. Leggevo, qualche tempo fa, un'intervista - dritta, quella volta - a DFW, in cui Wallace disquisiva su come appassionare il lettore, e diceva che bisognerebbe "capire in che modo la narrativa possa ancora affascinare un lettore la cui sensibilità è stata in massima parte formata dalla cultura pop, senza diventare un'ulteriore palata di merda fra gli ingranaggi della cultura pop". E io, vedi, trovo che giocare con il pallone possa essere un viatico per tastare la cultura pop senza smerdarsi con la cultura pop. Vè?
M. – Si rischia di cadere nel pasolinismo, a rispondere a questa domanda, e tirare fuori discorsi sul calcio come specchio della società, ma cadere nel pasolinismo è una roba che non va bene, si diventa delle borse. Ma Sforbiciate è tutto fuorché ruffiano: ci sono delle cose, dentro, dei nomi, dei fatti, inerenti al calcio o collaterali, che vengono accennati e dànno un bel po' di spunti al lettore per andarsi a cercare altre letture, quadri da vedere, posti da visitare, gente su cui fare delle ricerche. Mica poco, veh. E poi c'è sempre il fatto ch'è scritto in un modo che è – attenzione, sto per dire una roba grossa – LETTERATURA. Non sono neanche sicuro che tutti riescano a leggerle, le Sforbiciate. Magari uno vede la recensione sulla Gazzetta dello Sport o sul Guerin Sportivo o la tua intervista su Sky e legge le Sforbiciate e non ci capisce niente. C'è questo rischio. (Forse aprire con un pezzo su George Best, quello lì, sì, è un po' ruffiano, ma ruffiano nei confronti di noi a-calciofili che, per forza di cose, se c'è uno che conosciamo a prescindere, quello è George Best.)
Adesso invece te la faccio io una domanda. E scusa se per pochissimo ribaltiamo l'intervista e la raddrizziamo, ma è una cosa che secondo me a uno scrittore bisogna chiedergliela, allora te la chiedo: Fabrizio Gabrielli, te perché hai scritto Sforbiciate? E poi: è bello?
F.G. – Mi piace mica troppo, questa cosa di raddrizzare l'intervista così sul più bello, è un giuocare sporco, un tuffarsi in area senza che t'abbia neppure sfiorato: rigore!, gridi, macché rigore, ti rispondo. Però facciamo che mi comporto ammodìno, e ti sfamo questa curiosità: ch'è di rigore, in un'intervista, infatti, al dritto o al rovescio che sia.
Bello, Sforbiciate, per esser bello, magari è una cosa che sapresti dirmi meglio tu, amico lettore, come si dice, come si schermiscon sempre gli scrittori. Io posso raccontarti perché è stato bellèrrimo scriverlo, e vederlo così com'è sugli scaffali delle librerie, ch'è poi una mezzaspiegazione ai moventi sottesi la sua stesura, se mi passi l'espressione. In prima battuta, perché dentro ci sono un sacco di storie, personaggi, dettagli, curiosità che magari ti saresti andato a cercare da solo, amico lettore, e invece il lavoro sporco e al contempo fighèrrimo d'inzaccherarmi sul campo di pozzolana al tramonto me lo son fatto io, e te n'ho risparmiate, di fatiche, ma pure di gioie, fìdati. Poi, perché una volta trovato su gùgol quel ritratto che Dalì fece a Miravitlles o magari la foto di Winston-Coe-senza-un-braccio che vola all'incrocio per uncinare la palla, avresti potuto cominciare da te a fantasticare sugl'accadimenti sottesi, sull'immediatamente prima o sul subitaneamente dopo, e ti saresti crogiuolato nella scoperta da te; e invece me la son presa io, questa croce, e questa delizia. E devo confessarti, mai Calvario è stato più divertente invero. Infine, perché vederlo così com'è, con la covercia e la fascetta di Cosimo Lorenzo Pancini, coi disegni di Maximiliano Chimuris, nella bella edizione che ha voluto approntare Piano B, con quella gemma di Davide Enia incastonata nel mezzo, la presenza di simonerò, mi dà proprio l'idea di squadra che - partita in sordina, senza troppe ambizioni, tutti i lunedì, sul sito degli Scrittori Precari - di giornata in giornata ha acquisito unità d'intenti, assorbito meccanismi, trovato compattezza, e ha infine ottenuto una mezzaspecie di qualificazione in coppa uefa. Vederlo stampato, Sforbiciate, è stato come portare a compimento er progggetto. E mi sento un po' Luis Enrique; ma più caruccio, di Luis Enrique.
M. – Grazie. Comunque, secondo me è bello, Sforbiciate. Ma scusa se abbiamo ribaltato. Ri-ribaltiamo subito.
F.G. – Abbiam mica fatto una ròba fiume-che-tipo-chedduepalle?
M. – Speriamo di no. Se ci saranno delle lamentele te le faccio presenti quando ci vediamo, domenica.
__________
Sforbiciate è uscito per Piano B edizioni, ha 179 pagine e costa quattordici euro e novanta centesimi. Dentro, l'abbiamo già detto, ci sono: un racconto di Davide Enia, un feat. di simone rossi che parla anche di Django Reinhardt, le illustrazioni di Maximiliano Chimuris. Poi, abbiamo già detto anche questo, Fabrizio Gabrielli viene a presentarlo e soprattutto a leggerlo allo spazio Meme di Carpi, domenica 25 marzo. Per l'occasione, si porta dietro anche i numeri 52, 53 e 54 (quello nuovo e tutto d'oro) della rivista letteraria Prospektiva, di cui è il direttore. E forse anche noi leggiamo qualcosa da Prospektiva, domenica al Meme, chissà.
Fabrizio Gabrielli – E insomma, Marco, sai che da quando stamattina ho trovato il tuo invito a fare questa ròba qua dell'intervista alla rovescia non faccio altro che pensare a tutt'un mondo all'incontrario, in cui le star della tivvù guardano poveri cristi dimenarsi nella scatola catòdica, in cui i calciatori fanno gli opinionisti, dove l'uomo-della-strada senza formazione politica fa il ministro? Non ci stiamo davvero inventando niente, diobò, mi son detto.
Many – Oh, ciao. Eh, questa cosa delle interviste alla rovescia non è che sia originalissima. Però è anche vero che le interviste alla dritta hanno rotto le balle, soprattutto quelle cogli scrittori. Mi vien da pensare che sarebbe bello vedere più interviste in giro fatte dallo scrittore con lettori diversi, così per vedere anche come cambiano i punti di vista, ché altrimenti lo scrittore, nelle interviste solite, quelle alla dritta, dice poi sempre le stesse cose.
F.G. – Che poi è bello questo ribaltamento del punto di vista: se chi scrive fa delle domande a chi legge, forse poi finisce per capire meglio cos'è, che ha dato da leggere. E chi-lo-sa, in extrema ratio, anche un po’ di più cos'è che ha scritto. Io, per esempio, son certo di non aver scritto un libro sul calcio, o almeno non latu sensu. Forse contingentemente calcistico. E che quindi, di conseguenza, non è che serva essere fubolòfili sfegatati, per farselo piacere almeno un po'. Te, te che l'hai letto, e che non so, non mi sembri propriamente un ultrà, che fai? Mi smentisci?
M. – No, non sono decisamente un ultrà e ultimamente, cioè da una decina d'anni almeno, il calcio lo seguo poco se non addirittura per niente. Ero milanista da piccolissimo, per via di mio nonno, ma all'epoca c'era pure Maradona e visto che il mio migliore amico e compagno di squadra – di ciclismo: ero un ciclista, in un mondo antico era il primo vero sport nazionale, poi è andata com'è andata – visto che il mio migliore amico, dicevo, era casertano, ho iniziato a tenere il Napoli. Veder giocare Diego Armando, da piccoli, era un po' come guardare alla notte in tv Michael Jordan sotto canestro, o Pantani sull'Alpe d'Huez, per dire. Dopo, per un certo periodo ho tenuto la Fiorentina, quando c'era Batistuta. Poi basta: adesso mi piace il baseball. Ma comunque, no, non mi pare che tu abbia scritto un libro sul calcio, anzi, hai scritto un libro sugli "ultimi" del calcio. E gli "ultimi" sono quelli che davvero fanno dello sport uno sport e della vita una vita. Il calcio degli ultimi lo si ama alla follia, come si amano i campionissimi, che anche loro, se ci guardiamo bene, per essere campionissimi devono essere "ultimi", a modo loro, disperati: vedi Garrincha, vedi Diego Armando, vedi anche Pantani, per dirne alcuni. Quello che hai fatto è stato scrivere un libro di un romanticismo che vien fuori dalle pagine come maionese da un panino.
F.G. – A proposito di panini – che poi tu sei abbastanza in zona, mi pare –, sai chi ha fatto riferimento pure, a questa questione degl'ultimi, degli outsider? Antonio Pronostico del Collettivomènsa, l'autore delle locandine delle presentàzie. Che non so se c'hai fatto caso, ma son tutte figurine similPanini, appunto, giuocatori con la maglia dai colori del posto in cui vado a leggere a voce alta, ma senza faccia. Ecco: sono senza faccia proprio perché i veri eroi poi sono i dimenticati, quelli dei quali mica te lo ricordi come toccavano la palla, come si destreggiavano, che tratti avessero: piglia Ali Gagarine, hai presente a tutta prima com'era fatto, che faccia avesse? Io no.(Son mica sicuro me l'abbia mai detta, 'sta ròba, Pronostico, forse me la sono congetturata da me, andando, come si dice, oltre ogni Pronostico.)
C’ho provato, ma non ci riesco, devo per forza arrivarci, a questa domanda: avendo cura di non addentrarmi in quella dinamica lenzuola-sfatte-post-coito-accendo-sigaretta-chiedo-t'èpiaciùto, mi dici tre, cinque, nove cose che proprio non t'hanno gustato?
M. – Nove o cinque son troppe. Provo con tre cose che non mi sono piaciute. La prima ha a che fare con la carta e l'odore della carta: non mi piace tanto l'impaginazione, mi sembra un po' da testo universitario, con quel carattere tipografico un po' accademico, la mancanza dei rientri dei paragrafi, quelle cose lì, che se un giorno le Sforbiciate saranno elettriche, è un problema che sparisce. La seconda cosa riguarda la difficoltà che hanno tutti libri di racconti in generale – che siano monotematici o meno – e i tuoi libri di racconti in particolare, come quell'altro dal titolo L'inafferrabile Weltanschauung del pesce rosso: in generale, i libri di racconti non sai mai con quale ritmo leggerli (e infatti mi pare che abbiano un mercato tutto loro, che rispetto a quello del romanzo è un mercatino); in particolare, i tuoi libri di racconti è impossibile leggerli d'un fiato, e questo è per via della tua scrittura iper-letteraria, così pregna di significati e significanti, una commistione di aulico e popolare, una cosa talmente precisa e bella che il lettore si deve soffermare su ogni parola, su ogni frase, e anche per leggere due pagine ci si mette del tempo, un sacco di energia mentale. Diventa un po' difficile, lèttone uno, leggere subito il racconto dopo. Io mi son trovato bene a leggerne uno al giorno, e ogni tanto mi dicevo: dài, ne leggo un altro. E, oh, iniziavo, poi mi accorgevo che no, dovevo fermarmi, non ci stavo capendo niente, tutte le energie disponibili del cervello erano state usate per il racconto precedente. Che poi, se la guardi dalla parte giusta, questa cosa è anche un pregio. Un pregio grosso. La terza cosa non la trovo, quindi ci fermiamo a due.
F.G. – Capita anche a me, sai, coi racconti, quando leggo una raccolta di racconti – e ne leggo tante, di raccolte di racconti: cerco sempre di centellinarmeli. Una volta Cortázar ha detto che là dove il romanzo vince ai punti, il racconto deve vincere per knock out. Lo so, è una citazione inflazionata, però vedi, ti fa trarre tutt'un codazzo di conclusioni: che ti vien da chiederti se fossi pugile, non faresti passare del tempo pure tu tra un knock out e un altro? Voglio dire: bisogna saperli assorbire con calma, gl'uppercut, i montanti, i dritti e i rovesci che ti mandano al tappeto, se son così forti da mandarti al tappeto. Sapersi leccare le ferite, e godersi la gioia dell'avversario martoriato al centro del ring, richiede del tempo, no? E quindi sbocconcellare più che abbuffarsi, dovrebbe comportarsi sempre così, un lettore di racconti. Lèttone uno, fermarsi. Lèttone un altro, fermarsi ancora. Bisognerebbe saper tracciare una Riga, come dice sempre, infatti, un mio amico lèttone.
Piuttosto, questa cosa degl'ibùc: m'era venuto in mente di pensarla, un'edizione elettronica delle Sforbiciate, magari arricchita di contenuti extra, con dei filmati e delle foto e dei ritratti di questi calciatori così da fartelo vedere subito, per tornare a quanto detto, com'era fatto Gagarine: ma il rischio, secondo te, non è quello di scivolare nel melmoso mondo degl'almanacchi, che ce ne son già centomila?
M. – No, il rischio, forse è quello di uscire dal concetto di libro, se cominci a metterci le foto, i filmati, eccetera, finisce che snaturi la narrativa. Che poi, bisogna dirlo, mica è obbligatorio che uno sappia come sono fle facce di quelli che racconti, mica è obbligatorio che riesca a collegarle con le facce che ci sono nella copertina. Uno si fa l'immagine in testa, ognuno la sua, e anche lì sta il potere della scrittura, dello scrittore, di Fabrizio Gabrielli. Alcune delle facce che racconti, a parte George Best, che insomma, è molto molto pop e lo conoscono tutti, io me le sono immaginate grazie alle parole. Erano tutte bellissime, le mie facce, cogli occhi un po' tristi.
F.G. – Dicon, quelli che i libri li vendono di mestiere, ma vendere per venderli, intendo, anche se è un'affermazione abbastanza lapalissiana, che la copertina di un libro è fondamentale, per attirare l'attenzione del lettore. E per instradarlo verso quel che s'appresta a leggere, anche, secondo me. Per dargli un'anticipazione. Quanto instrada e quanto fuorvia, secondo te, la covercia di Sforbiciate? Mettere undici calciatori è di suo un passaporto e un biglietto solo andata per lo scaffale della letteratura sportiva, vicino alla biografia di Ibrahimovic?
M. – La copertina di Sforbiciate è stupenda e dice quello che dice il libro: dice che sarà difficile da leggere ma che sarà una bella esperienza, dice che si parla di calcio ma anche no. Poi c'è la fascetta: "la vita, l'amore, ma prima, per favore, il pallone" che, come dire, spacca. Ci sarebbe la questione della quarta di copertina: non capisco come mai, ma da qualche tempo le quarte di copertina non dicono più niente del libro, sembrano troppo forzate, come i titoli che si mettono ai quadri astratti, e secondo me è un peccato. Per la questione del passaporto verso lo scaffale dello sport, non so, chi vende i libri per venderli ti potrà dire che dipende dai librai. Forse sì, forse nelle "catene" c'è questo rischio, ma nelle altre librerie dipende. A Carpi, alla libreria Fenice, era nello scaffale di narrativa delle case editrici medio-piccole, di fianco avevi una roba che non mi ricordo della Minimum Fax. Alla libreria Mondadori non lo so, non ci vado mai.
F.G. – Qual è il personaggio che t'ha colpito di più, a te? Lo conoscevi, se lo conoscevi già? E se non lo conoscevi: credi sia tutto vero, quello che ho scritto di lui e degl'altri?
M. – Due su tutti: Gagarine e Winston Coe, il portiere senza un braccio. Poi mi son commosso per Garrincha, davvero. (Che, tra l'altro, Garrincha, riprendendo quello che si diceva prima, è l'unico racconto scritto con una lingua diversa, cioè in romanesco, e secondo me è bellissimo anche perché sin un libro scritto in una lingua difficile, che è la tua lingua iper-letteraria e pregna di significati e significanti, stupenda ma difficile, a un certo punto t'imbatti in una lingua totalmente popolare – o fintamente popolare, perché da bravo scrittore scegli ogni parola e ogni accento, ma il risultato è una boccata d'aria, un fine primo tempo, tanto che poi, dopo Garrincha, riesci a leggere il racconto successivo.)
F.G. – No, perché questa ròba d'aver scritto un libro ruffiano, un po' me la rimproverano, e io un po' la soffro. Leggevo, qualche tempo fa, un'intervista - dritta, quella volta - a DFW, in cui Wallace disquisiva su come appassionare il lettore, e diceva che bisognerebbe "capire in che modo la narrativa possa ancora affascinare un lettore la cui sensibilità è stata in massima parte formata dalla cultura pop, senza diventare un'ulteriore palata di merda fra gli ingranaggi della cultura pop". E io, vedi, trovo che giocare con il pallone possa essere un viatico per tastare la cultura pop senza smerdarsi con la cultura pop. Vè?
M. – Si rischia di cadere nel pasolinismo, a rispondere a questa domanda, e tirare fuori discorsi sul calcio come specchio della società, ma cadere nel pasolinismo è una roba che non va bene, si diventa delle borse. Ma Sforbiciate è tutto fuorché ruffiano: ci sono delle cose, dentro, dei nomi, dei fatti, inerenti al calcio o collaterali, che vengono accennati e dànno un bel po' di spunti al lettore per andarsi a cercare altre letture, quadri da vedere, posti da visitare, gente su cui fare delle ricerche. Mica poco, veh. E poi c'è sempre il fatto ch'è scritto in un modo che è – attenzione, sto per dire una roba grossa – LETTERATURA. Non sono neanche sicuro che tutti riescano a leggerle, le Sforbiciate. Magari uno vede la recensione sulla Gazzetta dello Sport o sul Guerin Sportivo o la tua intervista su Sky e legge le Sforbiciate e non ci capisce niente. C'è questo rischio. (Forse aprire con un pezzo su George Best, quello lì, sì, è un po' ruffiano, ma ruffiano nei confronti di noi a-calciofili che, per forza di cose, se c'è uno che conosciamo a prescindere, quello è George Best.)
Adesso invece te la faccio io una domanda. E scusa se per pochissimo ribaltiamo l'intervista e la raddrizziamo, ma è una cosa che secondo me a uno scrittore bisogna chiedergliela, allora te la chiedo: Fabrizio Gabrielli, te perché hai scritto Sforbiciate? E poi: è bello?
F.G. – Mi piace mica troppo, questa cosa di raddrizzare l'intervista così sul più bello, è un giuocare sporco, un tuffarsi in area senza che t'abbia neppure sfiorato: rigore!, gridi, macché rigore, ti rispondo. Però facciamo che mi comporto ammodìno, e ti sfamo questa curiosità: ch'è di rigore, in un'intervista, infatti, al dritto o al rovescio che sia.
Bello, Sforbiciate, per esser bello, magari è una cosa che sapresti dirmi meglio tu, amico lettore, come si dice, come si schermiscon sempre gli scrittori. Io posso raccontarti perché è stato bellèrrimo scriverlo, e vederlo così com'è sugli scaffali delle librerie, ch'è poi una mezzaspiegazione ai moventi sottesi la sua stesura, se mi passi l'espressione. In prima battuta, perché dentro ci sono un sacco di storie, personaggi, dettagli, curiosità che magari ti saresti andato a cercare da solo, amico lettore, e invece il lavoro sporco e al contempo fighèrrimo d'inzaccherarmi sul campo di pozzolana al tramonto me lo son fatto io, e te n'ho risparmiate, di fatiche, ma pure di gioie, fìdati. Poi, perché una volta trovato su gùgol quel ritratto che Dalì fece a Miravitlles o magari la foto di Winston-Coe-senza-un-braccio che vola all'incrocio per uncinare la palla, avresti potuto cominciare da te a fantasticare sugl'accadimenti sottesi, sull'immediatamente prima o sul subitaneamente dopo, e ti saresti crogiuolato nella scoperta da te; e invece me la son presa io, questa croce, e questa delizia. E devo confessarti, mai Calvario è stato più divertente invero. Infine, perché vederlo così com'è, con la covercia e la fascetta di Cosimo Lorenzo Pancini, coi disegni di Maximiliano Chimuris, nella bella edizione che ha voluto approntare Piano B, con quella gemma di Davide Enia incastonata nel mezzo, la presenza di simonerò, mi dà proprio l'idea di squadra che - partita in sordina, senza troppe ambizioni, tutti i lunedì, sul sito degli Scrittori Precari - di giornata in giornata ha acquisito unità d'intenti, assorbito meccanismi, trovato compattezza, e ha infine ottenuto una mezzaspecie di qualificazione in coppa uefa. Vederlo stampato, Sforbiciate, è stato come portare a compimento er progggetto. E mi sento un po' Luis Enrique; ma più caruccio, di Luis Enrique.
M. – Grazie. Comunque, secondo me è bello, Sforbiciate. Ma scusa se abbiamo ribaltato. Ri-ribaltiamo subito.
F.G. – Abbiam mica fatto una ròba fiume-che-tipo-chedduepalle?
M. – Speriamo di no. Se ci saranno delle lamentele te le faccio presenti quando ci vediamo, domenica.
__________
Sforbiciate è uscito per Piano B edizioni, ha 179 pagine e costa quattordici euro e novanta centesimi. Dentro, l'abbiamo già detto, ci sono: un racconto di Davide Enia, un feat. di simone rossi che parla anche di Django Reinhardt, le illustrazioni di Maximiliano Chimuris. Poi, abbiamo già detto anche questo, Fabrizio Gabrielli viene a presentarlo e soprattutto a leggerlo allo spazio Meme di Carpi, domenica 25 marzo. Per l'occasione, si porta dietro anche i numeri 52, 53 e 54 (quello nuovo e tutto d'oro) della rivista letteraria Prospektiva, di cui è il direttore. E forse anche noi leggiamo qualcosa da Prospektiva, domenica al Meme, chissà.
domenica 18 marzo 2012
Accademia della Semola: IL / LA Lavapiatti
L'altra sera, mentre eravamo sdraiati sul divano a guardare il Grande Freddo, sapevo un po' confusamente che c'era pure Kevin Costner nel ruolo del morto, m'ero solo dimenticato che l'avevano tagliato in fase di montaggio.
Per tutto il film ho avuto quel senso di attesa, come un nuovo Estragone che diceva alla Vladimira, "Adesso arriva. È il suo momento. Adesso arriva Kevin. Dai! Adesso è perfetto, prima no ma ora, guarda qua, flashback, taaac, perfetto, così tutto torna".
E invece niente.
Forse quest'attesa non me l'ha proprio fatto gustare.
Anche se per alcune cose, m'è sembrato un po' tirato per i piedi, come se si volesse a tutti i costi rientrare nelle righe della storia, nessuno che ne esce, Kevin/Alex a parte ovvio. E poi perché la mia memoria ricordava Costner e non ricordava il taglio? La mia memoria è stata selettiva come il regista anni prima?
Ma non era di questo che volevo parlare, c'è qualcuna/o di ben più referenziato per parlarne, di film, per fortuna vostra. È che ad un certo punto, una delle protagoniste dice che c'è da caricare LA lavapiatti e lì, in quella piccolissima frase, ho sentito tutta la distanza dei 30 anni del film. 30 anni dov'è successo di tutto, arrivato di tutto e partito di tutto, in quella coordinazione tra articolo e sostantivo. LA Lavapiatti.
Da quando sono nato, più di 30 rotazioni terrestri intorno al sole, ho sempre identificato quella macchina come LA lavastoviglie mentre per lavapiatti intendevo l'essere umano rigorosamente maschile, rigorosamente IL, preposto alla funzione esclusiva di lavaggio dei suddetti discoboli per vivande. Un ruolo piccolo ma, all'interno del meccanismo complicato e sincronico dell'apparato cuciniero, fondamentale. Conosco infatti non poche persone che non smetterebbero mai di cucinare se dopo non dovessero anche ripulire e lavare le pentole che utilizzano. Qualcuno o qualcosa deve sempre pulire.
La lavastoviglie, sono andato a controllare, è stata inventata nel 1886 da un'americana, Josephine Cochrane, che s'è detta: "se nessuno lo fa, lo farò io stessa!" Vero Do It Yourself. Il mondo intero dell'autoproduzione dovrebbe nominarla patrona e farci pure i santini o le figurine. Un altro c'aveva provato prima, sempre un americano, ma l'aveva fatta in legno, vatti a fidare dei maschi.
Il lavapiatti, sempre maschio, invece esiste fin dalla nascita delle padelle, fin dalla scoperta della ceramica e anche prima. Numerose infatti sono le iscrizioni rupestri di omarini che a gesti chiedono a uno di andargli a lavare le scodelle di pietra o le ossa di mammuth. Il lavapiatti ci sarà sempre, anche se sarà stato messo in difficoltà dall'arrivo del LA lavapiatti, rimarrà sempre, come l'olfatto che sempre più anestetizzato stiamo perdendo.
Immaginatelo lui, solo e solitario, unico, ultimo sisifo della storia umana, sfidare orde di terrine, legioni di sottopiatti, squadriglie di zuppiere, armate di vassoi, branchi di fondine, commando di consommé. La sub-vita minerale che tenta di sopraffare il vivente a base di carbonio.
Con la consueta ironia che li contraddistingue, i francesi chiamano chi assolve questo compito arduo e specifico le Plongeur, il Tuffatore.
E questa settimana ho ripreso a nuotare.
Forse sono gli ultimi scampoli di umanità in un futuro sempre più automatizzato, o forse le macchine ci stanno lasciando liberi di fare solo ciò che vogliamo fare, sia con IL che con LA.
Con la solenne benedizione di Kevin Costner.
si parla di:
accademia della semola,
Kevin Costner,
tanto per dire qualcosa
sabato 17 marzo 2012
Nel mio mondo perfetto (14)
Nel mio mondo perfetto, i sistemi operativi non si aggiornano più, il gran capo dei sistemi operativi rilascia una conferenza stampa mondiale in cui dice ecco qua, da questo momento in poi non c'è più bisogno di aggiornare il sistema operativo, questo qui fa tutto quello che una persona possa volere fare con un computer, di conseguenza nel mio mondo perfetto non c'è bisogno di costruire computer con processori più potenti, quello che uno ha va benissimo per i prossimi centocinquant'anni, e chi produce un'applicazione troppo potente per i computer e per il sistema operativo perfetti fa la figura dello stronzo e tutti gli ridono dietro. Ecco cosa vorrei per il mio mondo perfetto.
(di Stefano Amato)
(di Stefano Amato)
giovedì 15 marzo 2012
mercoledì 14 marzo 2012
Accademia della Semola: met met
L'altro giorno, il 12 marzo, il buon Jack Kerouac, nato Jean-Louis Kerouac, avrebbe compiuto novant'anni. Quella dei compleanni post-mortem, in differita, è una pratica che, boh, non so come prenderla (e infatti ne scrivo adesso che son passati due giorni, che internettianamente parlando è un periodo incomprensibilmente lungo). Però mentre ci pensavo mi è venuto in mente che Sulla strada è stata forse la prima cosa che io abbia mai letto a voce alta, e ne ho letta gran parte della prima metà, un giorno di qualche anno fa mentre la mia bella signora era in cucina e dalle padelle veniva su un buon profumo di soffritto. Quel giorno lì, ho preso il libro dalla nostra libreria incassata nel muro del corridoio e ho cominciato a leggere:
Poi, boh, me ne son dimenticato fino all'estate scorsa, quando alla Shakespeare & Co. di Parigi ho comprato On The Road - The Original Scroll. Appena pagato, mi son seduto in un bar lì fuori e ho iniziato a sfogliare. Oh, faceva così:
Con uno slancio mentale un po' negazionista, non sono mai andato a cercare degli studi sulla questione, e non lo farò certo adesso, non mi interessa. L'unica cosa che ho letto sulla prosa di Kerouac e che accetto come valida è quel pezzettino bellissimo scritto da Luciano Bianciardi per un numero di ABC del 16 ottobre 1966 e che si intitola Whisky e prosa, adesso si trova su Chiese Escatollo e nessuno raddoppiò - Diario in pubblico 1952-1971, ma anche su google libri.
Ecco, non lo voglio sapere se è un refuso. Non me ne frega niente. Mi son fatto l'idea che sia invece un balbettìo. O ancor meglio: un raddoppio di sax, di tromba, di batteria, una cosa un po' bebop. met-met. Secondo me è bellissimo. Due colpetti di sax. met-met. E va bene bene così.
__________
L'Accademia della Semola è una nuova rubrica, oggi alla seconda puntata, dove si può parlare a vanvera delle parole. Se volete, come sempre, potete mandarci dei contributi. Poi noi li pubblichiamo. Come sempre. met-met.
La prima volta che incontrai Dean fu poco tempo dopo che io e mia moglie ci separammo. Avevo appena superato una seria malattia della quale non mi prenderò la briga di parlare, sennonché ebbe qualcosa a che fare con la triste e penosa rottura e con la sensazione da parte mia che tutto fosse morto.Che poi, ho scoperto, in inglese sarebbe così:
I first met Dean not long after my wife and I split up. I had just gotten over a serious illness that I won’t bother to talk about, except that it had something to do with the miserably weary split-up and my feeling that everything was dead.Molti sanno, lo sapevo anch'io, che nel manoscritto originale, che molti sanno, lo sapevo anch'io, era un rotolo, i nomi eran diversi, che Dean Moriarty è in realtà Neal Cassady, che Carl Marx è in realtà Allen Ginsberg, eccetera. Un anno e mezzo fa, circa, a quelli della Mondadori è venuta voglia di pubblicarlo, il rotolo originale. L'ha comprato il mio amico simone rossi, e mi ha subito scritto una mail dicendomi: Many, oh, ma ti pare? C'è un refuso all'inizio:
Quando conobbi conobbi Neal mio padre era morto da poco... Ero appena guarito da una malattia grave della quale mi limiterò a dire che aveva certamente qualcosa a che fare con la morte di mio padre e la mia atroce sensazione che tutto fosse morto.E a parte che è un incipit molto più figo del precedente, cioè di quello che è venuto dopo ed è stato pubblicato prima, ma vabbè, insomma, a parte quello, ho pensato Porca vacca che coglioni che ci sono in Mondadori.
Poi, boh, me ne son dimenticato fino all'estate scorsa, quando alla Shakespeare & Co. di Parigi ho comprato On The Road - The Original Scroll. Appena pagato, mi son seduto in un bar lì fuori e ho iniziato a sfogliare. Oh, faceva così:
I first met met Neal not long after my father died... I had just gotten over a serious illness that I won’t bother to talk about except that it had something to do with my father's death and my feeling that everything was dead.Ma pensa, mi son detto, allora quelli di Mondadori avevano ragione. C'è un refuso. E ci son rimasto male. Malissimo.
Con uno slancio mentale un po' negazionista, non sono mai andato a cercare degli studi sulla questione, e non lo farò certo adesso, non mi interessa. L'unica cosa che ho letto sulla prosa di Kerouac e che accetto come valida è quel pezzettino bellissimo scritto da Luciano Bianciardi per un numero di ABC del 16 ottobre 1966 e che si intitola Whisky e prosa, adesso si trova su Chiese Escatollo e nessuno raddoppiò - Diario in pubblico 1952-1971, ma anche su google libri.
Ecco, non lo voglio sapere se è un refuso. Non me ne frega niente. Mi son fatto l'idea che sia invece un balbettìo. O ancor meglio: un raddoppio di sax, di tromba, di batteria, una cosa un po' bebop. met-met. Secondo me è bellissimo. Due colpetti di sax. met-met. E va bene bene così.
__________
L'Accademia della Semola è una nuova rubrica, oggi alla seconda puntata, dove si può parlare a vanvera delle parole. Se volete, come sempre, potete mandarci dei contributi. Poi noi li pubblichiamo. Come sempre. met-met.
martedì 13 marzo 2012
Nel mio mondo perfetto (13)
Nel mio mondo perfetto, i palazzi di fronte alle finestre non sono mai tanto alti e vicini, anzi scompaiono durante le sere di cielo pulito e il lampione della luna è sufficientemente luminoso e nitido per darti la buonanotte fin sotto le coperte; e il ritardo di un treno è provocato solo dai secondi di una stretta prolungata, di un abbraccio che indugia sui binari e ruba le ultime parole dalla voce viva, “ci scusiamo per disagio, ma, sapete, si rivedranno tra tanto tempo”. Questo vorrei nel mio mondo perfetto.
(di Laura "availableinblue")
(di Laura "availableinblue")
lunedì 12 marzo 2012
Biografie essenziali (135)
La rivoluzione è brusca, antipatica e contagiosa come un colpo di tosse. E il comandante Ernesto Guevara de la Serna, detto "el Che", tossiva parecchio.
(di "TheAubergine")
(di "TheAubergine")
sabato 10 marzo 2012
Biografie essenziali (134)
Jean Giraud, che era Moebius, è tornato ad essere Jean Giraud. Come un segno che non si stacca mai dal foglio, il cerchio avvitato si è chiuso per ricominciare.
si parla di:
biografie essenziali,
coccodrilli,
Jean Giraud,
Moebius,
RIP,
vita morte e miracoli
venerdì 9 marzo 2012
Nel mio mondo perfetto (12)
Nel mio mondo perfetto, non è un problema se ti dimentichi l'ombrello a casa e inizia a piovere di brutto, perché gli ombrelli sono di tutti, e i portaombrelli sono pieni di ombrelli di ogni dimensione e colore, che tu puoi prendere quando vuoi e lasciarli dove vuoi quando hai finito di usarli, e se siamo in due prenderemo un ombrello grande e colorato per starci abbracciati sotto. Questo vorrei nel mio mondo perfetto.
(di Andrea Capaccioli "Ciocci")
(di Andrea Capaccioli "Ciocci")
giovedì 8 marzo 2012
Accademia della Semola
Si dice i reni o le reni?
Si dice, ho scoperto, i reni quando ci si riferisce agli organi, quei due robi a forma di fagiolo gigante che abbiamo dentro a coppie quasi tutti; si dice invece le reni se vogliamo indicare la regione lombare che sta in corrispondenza, circa, dei reni. Quindi va bene calci nelle reni e non va bene calci nei reni. Si può dire che ci son dei malcapitati che si svegliano la mattina in un fosso senza i reni e non senza le reni. E via così.
Ecco, oggi è il giorno perfetto per inaugurare quella che, se siam bravi, diventa una nuova rubrica sulle parole. Oggi è il giorno perfetto per la prima puntata dell'Accademia della Semola perché oggi, forse lo sapete, anzi, quasi sicuramente lo sapete, oggi, 8 marzo, è la Giornata Mondiale del Rene (non delle reni).
Buon 8 marzo a tutti/e.
__________
Nota 1: "Accademia della Semola" è un brand targato carlo dulinizo, che quando gli fai bere delle birre ha sempre queste alzate d'ingegno.
Nota 2: a costo di risultare il solito bacchettone, per di più bacchettone maschio, quindi trascurabile, ribadisco, come faccio tutti gli anni l'8 marzo, che oggi non è la festa della donna, ma la giornata della donna. C'è differenza: nelle feste si fa festa, nelle giornate si fa che si ricordano delle cose (per esempio: non si può mica fare la festa del rene, come non si può dire festa della memoria). E niente, buon 8 marzo, comunque, a tutte/i.
Si dice, ho scoperto, i reni quando ci si riferisce agli organi, quei due robi a forma di fagiolo gigante che abbiamo dentro a coppie quasi tutti; si dice invece le reni se vogliamo indicare la regione lombare che sta in corrispondenza, circa, dei reni. Quindi va bene calci nelle reni e non va bene calci nei reni. Si può dire che ci son dei malcapitati che si svegliano la mattina in un fosso senza i reni e non senza le reni. E via così.
Ecco, oggi è il giorno perfetto per inaugurare quella che, se siam bravi, diventa una nuova rubrica sulle parole. Oggi è il giorno perfetto per la prima puntata dell'Accademia della Semola perché oggi, forse lo sapete, anzi, quasi sicuramente lo sapete, oggi, 8 marzo, è la Giornata Mondiale del Rene (non delle reni).
Buon 8 marzo a tutti/e.
__________
Nota 1: "Accademia della Semola" è un brand targato carlo dulinizo, che quando gli fai bere delle birre ha sempre queste alzate d'ingegno.
Nota 2: a costo di risultare il solito bacchettone, per di più bacchettone maschio, quindi trascurabile, ribadisco, come faccio tutti gli anni l'8 marzo, che oggi non è la festa della donna, ma la giornata della donna. C'è differenza: nelle feste si fa festa, nelle giornate si fa che si ricordano delle cose (per esempio: non si può mica fare la festa del rene, come non si può dire festa della memoria). E niente, buon 8 marzo, comunque, a tutte/i.
mercoledì 7 marzo 2012
lunedì 5 marzo 2012
Nel mio mondo perfetto (11)
Nel mio mondo perfetto in ufficio, specie di lunedì, ci si andrebbe solo per necessità. E al posto della macchinetta del caffè ci sarebbe una stanza con delle moke, su delle piastre elettriche, che le carichi e le accendi e il tempo che aspetti è una vera pausa caffè. E mica ti esce il mocaccino. Questo vorrei nel mio mondo perfetto.
si parla di:
nel mio mondo perfetto
sabato 3 marzo 2012
Biografie essenziali (133)
Philip Kindred Dick è vivo, noi siamo morti.
__________
Ieri erano trent'anni che PKD è scomparso, avevo detto che non mi veniva niente da scrivere, adesso m'è venuto.
__________
Ieri erano trent'anni che PKD è scomparso, avevo detto che non mi veniva niente da scrivere, adesso m'è venuto.
venerdì 2 marzo 2012
Nel mio mondo perfetto (10)
Nel mio mondo perfetto, il pdf non c'è nessuno che lo chiama ebook, e abbiamo tutti, non dico l'ipertensione, ma almeno la pressione abbastanza alta, così nessuno si rallegra all'arrivo della bella stagione, quella che chiamano primavera, coi suoi sbalzi climatici e i saliscendi meteorologici, vigliacca, maledetta primavera. Questo, vorrei, nel mio mondo perfetto.
Iscriviti a:
Post (Atom)