A Viterbo, ma pure a Tuscania, ma anche a Tarquinia, che son tutte medievali e viterbesèrrime, ma poi anche a Civitavecchia, chissà perché, che di medievale e viterbese non c’ha nulla, lo scemo del villaggio, il redneck del deep south méricano, lo sciocchino, il bifolco, lo chiamano goio. Ad esser gojo è l’uovo mezzo fecondato, che di riff o di raff (a Civitavecchia si dice de riffe o de raffe, e pure ottennove per non dire diciassette) non s’è fatto pulcino: e niente, è una bruttura, una ròba deforme, verso la quale si ha ostilità, che s’avverte come nemica. Gli ebrei chiamano i non ebrei, i patrizi, gòi: si potrebbe dire che se l’ebraismo fosse un liquido seminale che feconda gl’uomini come ovuli, i gòi sarebbero gl’ovuli sui quali quel liquido seminale non ha attecchito bene.
(di Fabrizio Gabrielli)
martedì 30 novembre 2010
BRANCA BRANCA BRANCA!
La prima volta che ho partecipato a una sommossa microcosmica ero in seconda media, il prof di Italiano, Desiderio, pensa te che bel nome, un prof illuminato, di quelli usciti mica tanto indenni dal sessantotto, che ci faceva lezione in piedi, girando tra i banchi, ci faceva svuotare il centro della classe e ci metteva in cerchio, spiegava le cose tenendo un bastone in mano e noi un giorno gliel’abbiamo anche colorato, il bastone, e gli volevamo bene, a Desiderio, anche se lui poi ha lasciato la scuola media per andare a lavorare nelle carceri, ma comunque, quello che volevo dire è che quando eravamo in seconda media, il prof Desiderio, un giorno, ci ha presi tutti quanti e ci ha portati nell’aula sotterranea col proiettore per farci vedere l’armata Brancaleone.
E noi, tutti, che in classe eravamo in venticinque, dall’armata Brancaleone siamo usciti mica tanto indenni. C’era una cosa che facevamo, in classe, e lo facevamo per disturbare il potere costituito dei professori che non erano Desiderio, perché Desiderio ci pensava da solo a fare il disturbatore del potere costituito dal prof Desiderio, e questa cosa era che uno, a un certo punto, al primo momento di silenzio disponibile durante la lezione, gridava: BRANCA BRANCA BRANCA! E gli altri, in coro, non uno che restasse fuori, gli andavano dietro cantando: LEON LEON LEON! E un altro, e ogni tanto ero io perché lo sapevo fare bene, con due dita in bocca e la lingua arrotolata, faceva un fischio altissimo e fastidiosissimo: FUIIII! E poi ancora tutti insieme, nessuno escluso, cantavamo: BOM! Ogni tanto sbattendo i pugni ognuno sul proprio banco. Un gran fracasso.
Il coro molesto di Brancaleone non è mai piaciuto ai professori che non erano Desiderio. Ci rimproveravano, ci mandavano a turno dal preside, ci davan delle note prendendo come capri espiatori, spesso, il primo, quello che aveva gridato BRANCA BRANCA BRANCA!, e il secondo solista, quello del fischio con le dita in bocca e la lingua arrotolata, che ogni tanto ero io. E ci pensavo ieri sera, mentre ero alla finestra a guardar giù. Avrei voluto farlo ancora, gridare un BRANCA BRANCA BRANCA!, o almeno il fischio, FUIIII!, e invece niente, non l’ho fatto, non come la prima volta che ho partecipato a una sommossa microcosmica in seconda media. Mi sarò rammollito, con l’età.
E noi, tutti, che in classe eravamo in venticinque, dall’armata Brancaleone siamo usciti mica tanto indenni. C’era una cosa che facevamo, in classe, e lo facevamo per disturbare il potere costituito dei professori che non erano Desiderio, perché Desiderio ci pensava da solo a fare il disturbatore del potere costituito dal prof Desiderio, e questa cosa era che uno, a un certo punto, al primo momento di silenzio disponibile durante la lezione, gridava: BRANCA BRANCA BRANCA! E gli altri, in coro, non uno che restasse fuori, gli andavano dietro cantando: LEON LEON LEON! E un altro, e ogni tanto ero io perché lo sapevo fare bene, con due dita in bocca e la lingua arrotolata, faceva un fischio altissimo e fastidiosissimo: FUIIII! E poi ancora tutti insieme, nessuno escluso, cantavamo: BOM! Ogni tanto sbattendo i pugni ognuno sul proprio banco. Un gran fracasso.
Il coro molesto di Brancaleone non è mai piaciuto ai professori che non erano Desiderio. Ci rimproveravano, ci mandavano a turno dal preside, ci davan delle note prendendo come capri espiatori, spesso, il primo, quello che aveva gridato BRANCA BRANCA BRANCA!, e il secondo solista, quello del fischio con le dita in bocca e la lingua arrotolata, che ogni tanto ero io. E ci pensavo ieri sera, mentre ero alla finestra a guardar giù. Avrei voluto farlo ancora, gridare un BRANCA BRANCA BRANCA!, o almeno il fischio, FUIIII!, e invece niente, non l’ho fatto, non come la prima volta che ho partecipato a una sommossa microcosmica in seconda media. Mi sarò rammollito, con l’età.
lunedì 29 novembre 2010
Dialettica
(nuova rubrica aperta a contributi esterni)
Sperem. È una parola in dialetto modenese, ma c'è anche nel reggiano, credo. Ci son due "e" e si può pronunciare sperèm o spèrem. Significa, rispettivamente, a seconda di dove metti l'accento, "speriamo" e "sparami". Bisogna stare sempre molto attenti, quando la si pronuncia.
Sperem. È una parola in dialetto modenese, ma c'è anche nel reggiano, credo. Ci son due "e" e si può pronunciare sperèm o spèrem. Significa, rispettivamente, a seconda di dove metti l'accento, "speriamo" e "sparami". Bisogna stare sempre molto attenti, quando la si pronuncia.
Gli antieroi: Luis Ramirez Zapata
Nel 1982 al Mundial di Spagna arrivarono 24 squadre a contendersi il campionato del mondo di calcio. Era la prima volta e qualcuno aveva espresso obiezioni in merito al fatto che 16 squadre fossero sufficienti per stabilire chi, nella fase finale, meritasse il trofeo disegnato dall'italiano Cazzaniga. Tra le squadre era presente anche il piccolo stato centro americano di EL Salvador. In quegli anni la guerriglia, nel piccolo stato, era compagna di campo dei giocatori, e le condizioni di vita del paese non erano certo rosee. El Salvador puntava quindi a una vetrina per figurare bene, affidando agli sportivi il ruolo di ambasciatori a tutti gli effetti, come spesso accade. El Salvador aveva partecipato già ai mondiali del 1970, ma era stato sconfitto tre volte e rispedito a casa senza aver segnato nemmeno una rete.
I giocatori del Salvador arrivarono in Spagna dopo un'odissea durata qualche giorno. Voli organizzati male avevano fatto sì che la nazionale facesse scalo in diversi paesi prima di toccare il suolo iberico e, una volta arrivatiesausti ad Alicante, dovettero addirittura farsi prestare il pallone per allenarsi dalla nazionale ungherese che li avrebbe affrontati qualche giorno dopo. Storie d'altri tempi.
Quando fu il turno del primo incontro, l'Ungheria strapazzò la piccola nazionale salvadorena e verso il 60esimo minuto il risultato era già di 5-0. Ma, al ventesimo della ripresa, un veloce scambio tra gli attaccanti portò Luis Ramirez Zapata, soprannominato "El Pelè", davanti al portiere ungherese a segnare il gol della bandiera. Zapata si rese conto che quello era un momento storico per la piccola compagine centramericana. Si trattava pur sempre del primo gol della storia dei mondiali e chissà in quanti nel suo paese avrebbero esultato. Quindi corse per tutto lo stadio gaudente ed esultò come se avesse segnato il gol più importante della storia dei mondiali di calcio.
Gli ungheresi non la presero bene e trattarono El Salvador come un punchball. Alla fine il punteggio fu di 10 a 1, la sconfitta con il maggior numero di reti subite della storia dei mondiali. El Salvador divenne una barzelletta e, nonostante le due sconfitte successive comunque onorevolissime (0-1 contro il Belgio e 0-2 contro l'Argentina campione del mondo in carica), una volta tornati a casa, i 22 giocatori diventarono il simbolo della vergogna di un paese e vennero aspramente criticati (e non c'è bisogno di dirvi come una critica in El Salvador negli anni 80 potesse diventare piuttosto pesante, per usare un eufemismo).
"El Pelè" si ritrovava immerso per sempre dentro un incubo. "Tutti avevano in mente soltanto quel numero 10", disse, "per il mio gol non c'era spazio".
***
Venticinque anni dopo, a San Salvador, i reduci di quella partita di Ungheria ed El Salvador si ritrovarono per giocare la rivincita. Venne chiamata La partita del ricordo. Un grande striscione recitava: "Questa volta ricominciamo da zero a zero". Finì 2-2. C'è bisogno che vi dica chi segnò i due gol per El Salvador?
(Per approfondire: il film UNO : LA HISTORIA DE UN GOL)
I giocatori del Salvador arrivarono in Spagna dopo un'odissea durata qualche giorno. Voli organizzati male avevano fatto sì che la nazionale facesse scalo in diversi paesi prima di toccare il suolo iberico e, una volta arrivatiesausti ad Alicante, dovettero addirittura farsi prestare il pallone per allenarsi dalla nazionale ungherese che li avrebbe affrontati qualche giorno dopo. Storie d'altri tempi.
Quando fu il turno del primo incontro, l'Ungheria strapazzò la piccola nazionale salvadorena e verso il 60esimo minuto il risultato era già di 5-0. Ma, al ventesimo della ripresa, un veloce scambio tra gli attaccanti portò Luis Ramirez Zapata, soprannominato "El Pelè", davanti al portiere ungherese a segnare il gol della bandiera. Zapata si rese conto che quello era un momento storico per la piccola compagine centramericana. Si trattava pur sempre del primo gol della storia dei mondiali e chissà in quanti nel suo paese avrebbero esultato. Quindi corse per tutto lo stadio gaudente ed esultò come se avesse segnato il gol più importante della storia dei mondiali di calcio.
Gli ungheresi non la presero bene e trattarono El Salvador come un punchball. Alla fine il punteggio fu di 10 a 1, la sconfitta con il maggior numero di reti subite della storia dei mondiali. El Salvador divenne una barzelletta e, nonostante le due sconfitte successive comunque onorevolissime (0-1 contro il Belgio e 0-2 contro l'Argentina campione del mondo in carica), una volta tornati a casa, i 22 giocatori diventarono il simbolo della vergogna di un paese e vennero aspramente criticati (e non c'è bisogno di dirvi come una critica in El Salvador negli anni 80 potesse diventare piuttosto pesante, per usare un eufemismo).
"El Pelè" si ritrovava immerso per sempre dentro un incubo. "Tutti avevano in mente soltanto quel numero 10", disse, "per il mio gol non c'era spazio".
***
Venticinque anni dopo, a San Salvador, i reduci di quella partita di Ungheria ed El Salvador si ritrovarono per giocare la rivincita. Venne chiamata La partita del ricordo. Un grande striscione recitava: "Questa volta ricominciamo da zero a zero". Finì 2-2. C'è bisogno che vi dica chi segnò i due gol per El Salvador?
(Per approfondire: il film UNO : LA HISTORIA DE UN GOL)
si parla di:
antieroi,
eroi,
il pallone è rotondo,
vita morte e miracoli
venerdì 26 novembre 2010
Biografie essenziali (96)
Non so perché molti credano che Robert Musil fosse un ingegnere, in realtà aveva un sacco di ottime qualità.
Sigarette spente (1)
Ieri, per la pausa pranzo, io e la mia amica Sandra siamo uscite dalla Sala Borsa e siamo andate a mangiarci i nostri panini con la mortadella e l'insalata verde davanti a San Petronio.
Ah, L., ti saluta San Petronio.
E va bene, ritornando al nostro discorso, davanti a San Petronio c’era uno, un ragazzo di colore, magro, alto, carino, in piedi su un banchetto che parlava a un gruppo di persone disposte in cerchio intorno a lui. Quando ha smesso di parlare, sul banchetto è salita una ragazza, anche lei di colore, meno magra, meno alta, carina anche lei tuttavia, che tra le altre cose ha citato Machiavelli. Dopo è salito sul banchetto uno vestito da clown, che parlava troppo piano perché potessi capire tutto quello che diceva.
Ho capito cosa ha detto solo in tre occasioni, in cui ha parlato più forte, e ha detto, nella prima occasione: A pedate nel culo vanno presi questi signori! E nella seconda: Allora io li prenderei tutti a pedate nel culo! E nella terza: A questi qui dobbiamo dargli delle pedate nel culo!
In tutte e tre le occasioni non ho potuto fare a meno di notare che i presenti, a quelle parole, annuivano molto convinti e si scambiavano sguardi che sembravano voler dire Eh, sì, altroché, ha proprio ragione.
Allora, ho guardato la mia amica Sandra e le ho detto che se avessi dovuto fondare un partito, o una qualche lista, in quel frangente lì io lo avrei chiamato sicuramente P.N.C, Pedate Nel Culo.
Sandra ha riso e si stava per strozzare con la mortadella, o forse con l'insalata verde, comunque poi ha bevuto e è sopravvissuta.
Subito dopo dell’uomo vestito da clown è salito sul banchetto un signore sulla cinquantina, con in testa un cappello di lana fucsia, degli occhiali molto grandi e, in generale, un abbigliamento non proprio sobrio. Mentre si apprestava a salire sul banchetto parlava con un gruppo di signori distinti, in giacca e cravatta, che si erano appena aggiunti al consesso.
Una volta salito, questo signore col cappello di lana fucsia ha detto, riferendosi evidentemente ai signori distinti, ma declamando ad altissima voce verso tutti noi: Volete sapere cosa stiamo facendo? Siete arrivati qui e non sapete cosa stiamo facendo? La rivoluzione!, qui la rivoluzione stiamo facendo! Perché bisogna esprimersi nel teatro dell'esistenza, non solo occupare le università o le stazioni. Qui siete nel teatro della vera rivoluzione!
Sandra ha sgranato gli occhi, ha accartocciato la stagnola del panino e ha tirato fuori le sigarette dalla borsetta.
A quel punto io ancora ascoltavo il cappello fucsia, ma poi ho avuto una specie di visione e mi sono immaginata che arrivava mio padre, o meglio, mi sono immaginata che ero lì in piazza Maggiore che passeggiavo con mio padre, e quando vedevamo questo gruppo di persone mio padre mi guardava con un'espressione interrogativa come a dire E questi?
E io, sempre nella mia immaginazione, gli rispondevo Eh, oh, babbo, il mondo è bello perché è vario!
Poi la fantasia è svanita lasciandomi questa frase: Il mondo è bello perché è vario. Il mondo è bello perché è vario. Il mondo è bello perché è vario. Il mondo è bello perché è vario. Il mondo è bello perché è vario.
Ma ne siamo proprio sicuri? Mi sono domandata Ne siamo sicuri Ilke Bab?
No, mi sono risposta, non ne sono sicura. Forse era bello anche se eravamo tutti come me e Sandra.
Poi Sandra ha finito la sua paglia, mi ha fatto cenno di aspettare, ha fatto una chiamata col cellulare e mi ha detto Anche domattina si fa il corteo, poi forse in facoltà si continua l'occupazione.
Bene, le ho detto io, occhio che hai un pezzo di insalata tra i denti.
E via di nuovo a studiare.
Ah, L., ti saluta San Petronio.
E va bene, ritornando al nostro discorso, davanti a San Petronio c’era uno, un ragazzo di colore, magro, alto, carino, in piedi su un banchetto che parlava a un gruppo di persone disposte in cerchio intorno a lui. Quando ha smesso di parlare, sul banchetto è salita una ragazza, anche lei di colore, meno magra, meno alta, carina anche lei tuttavia, che tra le altre cose ha citato Machiavelli. Dopo è salito sul banchetto uno vestito da clown, che parlava troppo piano perché potessi capire tutto quello che diceva.
Ho capito cosa ha detto solo in tre occasioni, in cui ha parlato più forte, e ha detto, nella prima occasione: A pedate nel culo vanno presi questi signori! E nella seconda: Allora io li prenderei tutti a pedate nel culo! E nella terza: A questi qui dobbiamo dargli delle pedate nel culo!
In tutte e tre le occasioni non ho potuto fare a meno di notare che i presenti, a quelle parole, annuivano molto convinti e si scambiavano sguardi che sembravano voler dire Eh, sì, altroché, ha proprio ragione.
Allora, ho guardato la mia amica Sandra e le ho detto che se avessi dovuto fondare un partito, o una qualche lista, in quel frangente lì io lo avrei chiamato sicuramente P.N.C, Pedate Nel Culo.
Sandra ha riso e si stava per strozzare con la mortadella, o forse con l'insalata verde, comunque poi ha bevuto e è sopravvissuta.
Subito dopo dell’uomo vestito da clown è salito sul banchetto un signore sulla cinquantina, con in testa un cappello di lana fucsia, degli occhiali molto grandi e, in generale, un abbigliamento non proprio sobrio. Mentre si apprestava a salire sul banchetto parlava con un gruppo di signori distinti, in giacca e cravatta, che si erano appena aggiunti al consesso.
Una volta salito, questo signore col cappello di lana fucsia ha detto, riferendosi evidentemente ai signori distinti, ma declamando ad altissima voce verso tutti noi: Volete sapere cosa stiamo facendo? Siete arrivati qui e non sapete cosa stiamo facendo? La rivoluzione!, qui la rivoluzione stiamo facendo! Perché bisogna esprimersi nel teatro dell'esistenza, non solo occupare le università o le stazioni. Qui siete nel teatro della vera rivoluzione!
Sandra ha sgranato gli occhi, ha accartocciato la stagnola del panino e ha tirato fuori le sigarette dalla borsetta.
A quel punto io ancora ascoltavo il cappello fucsia, ma poi ho avuto una specie di visione e mi sono immaginata che arrivava mio padre, o meglio, mi sono immaginata che ero lì in piazza Maggiore che passeggiavo con mio padre, e quando vedevamo questo gruppo di persone mio padre mi guardava con un'espressione interrogativa come a dire E questi?
E io, sempre nella mia immaginazione, gli rispondevo Eh, oh, babbo, il mondo è bello perché è vario!
Poi la fantasia è svanita lasciandomi questa frase: Il mondo è bello perché è vario. Il mondo è bello perché è vario. Il mondo è bello perché è vario. Il mondo è bello perché è vario. Il mondo è bello perché è vario.
Ma ne siamo proprio sicuri? Mi sono domandata Ne siamo sicuri Ilke Bab?
No, mi sono risposta, non ne sono sicura. Forse era bello anche se eravamo tutti come me e Sandra.
Poi Sandra ha finito la sua paglia, mi ha fatto cenno di aspettare, ha fatto una chiamata col cellulare e mi ha detto Anche domattina si fa il corteo, poi forse in facoltà si continua l'occupazione.
Bene, le ho detto io, occhio che hai un pezzo di insalata tra i denti.
E via di nuovo a studiare.
mercoledì 24 novembre 2010
Il macchinario reale del karma
Quando studiavo Controlli Automatici, ci avevano insegnato che una funzione reale non si comporta mica come una funzione teorica. Prendiamo, per esempio, una costante. Nel piano cartesiano, per semplicità consideriamo solo il primo quadrante, la costante che abbiam preso è una linea retta che parte attaccata all’asse delle y e va avanti parallela all’asse delle x, e può andare avanti per sempre. Una costante è una funzione che non cambia mai, che è sempre dritta, un po’ come uno vorrebbe che fosse la sua vita, senza particolari felicità ma anche senza dei gran traumi. Ecco, un macchinario che deve replicare un segnale costante non ha niente di dritto. La funzione reale che corrisponde alla costante teorica parte subito con una curva che supera il valore che vogliamo raggiungere, quello della costante che avevamo preso, poi c’è un’altra curva che va sotto, poi un’altra curva che va sopra, ma più vicina alla costante della prima curva, poi ce n’è un’altra che va sotto, e anche questa più vicina alla costante della seconda, poi un’altra sopra, un’altra sotto e così via, finché l’oscillazione è talmente piccola che all’occhio umano la funzione reale sembra una costante, da un certo punto in poi. Bene, la prima curva, quella più alta di tutte che supera la costante teorica che volevamo replicare col macchinario reale, si chiama sovraelongazione.
Quando ho finito di leggere Un karma pesante, il libro di Daria Bignardi, la signora Sofri, la prima cosa che ho pensato è stata che quel libro lì assomigliava a una funzione reale, a un macchinario, dove la costante dritta, perfetta e teorica è la vita immaginata da una persona che vorrebbe nascere, vivere e invecchiare senza che debba succedere per forza qualcosa di particolare, e la narrazione, invece, è il macchinario reale che spiega questa vita teorica, dove non succede davvero granché di particolare, ma non è proprio una cosa dritta che fila via liscia e imperturbabile.
Il primo capitolo è una sovraelongazione narrativa, se mi passate il termine. Inizi a leggere il karma pesante e dici Cavolo, che figata. Perché il primo capitolo, che è anche quello scritto meglio e il meno noioso del libro, ti catapulta a novemila metri d’altezza, su un aereo, dove la protagonista, che si chiama Eugenia, muore. Una cosa che non si era quasi mai sentita.
Il problema della macchina della narrazione, però, è che è incostante. Passa dal presente al passato, facendo su e giù per la vita vera della protagonista, una vita normale e anche un po’ inutile, che se non fosse per quei saliscendi narrativi, dove quando si sale siamo nel presente e quando si scende siamo nel passato di Eugenia, la protagonista, se non fosse per il saliscendi, avremmo chiuso il libro e saremmo andati a fare una passeggiata.
Con l’andare della storia, invece, questo andar su e giù dalla linea della vita normalissima nel passato e nel futuro di Eugenia si fa sempre meno ripido, sempre più vicino alla linea della vita normalissima, finché, alla fine del libro, la macchina narrativa diventa indistinguibile dalla costante, dalla vita immaginata. E così, nel momento preciso in cui le due funzioni diventano indistinguibili, il libro finisce, perché se la signora Sofri avesse continuato a scrivere delle altre cose, avrebbe scritto una storia noiosa e normalissima, avrebbe imbrattato le carte.
Un giorno di qualche settimana fa ho letto il primo capitolo ad alta voce e l’ho messo su internet. Poche ore dopo mi è arrivata una mail del buon Carlo Dulinizo, che il libro non l’aveva mica letto. Diceva, la mail: “Si vocifera che la prima cosa che dicono alla scuola Holden è di mettere la cosa migliore del libro all'inizio, come incipit, per acchiappare il lettore, così poi dicono che è fatta, infatti le chiusure e l'inmezzo di Baricco son sciapi e insignificanti. Forse anche per la Bignardi è così”. Son saltato subito sulla sedia e gli ho risposto che sì, è così. Gli ho detto che questa cosa succede con i macchinari reali che vogliono andar dietro alle funzioni teoriche e gli ho detto che è un fenomeno che si chiama sovraelongazione. Mi ha dato del matto, lui, il buon Carlo. Ma secondo me ha capito.
______
(Daria Bignardi, "Un karma pesante", Mondadori 2010, pagg. 224)(update: note a margine e uno spoiler)
Quando ho finito di leggere Un karma pesante, il libro di Daria Bignardi, la signora Sofri, la prima cosa che ho pensato è stata che quel libro lì assomigliava a una funzione reale, a un macchinario, dove la costante dritta, perfetta e teorica è la vita immaginata da una persona che vorrebbe nascere, vivere e invecchiare senza che debba succedere per forza qualcosa di particolare, e la narrazione, invece, è il macchinario reale che spiega questa vita teorica, dove non succede davvero granché di particolare, ma non è proprio una cosa dritta che fila via liscia e imperturbabile.
Il primo capitolo è una sovraelongazione narrativa, se mi passate il termine. Inizi a leggere il karma pesante e dici Cavolo, che figata. Perché il primo capitolo, che è anche quello scritto meglio e il meno noioso del libro, ti catapulta a novemila metri d’altezza, su un aereo, dove la protagonista, che si chiama Eugenia, muore. Una cosa che non si era quasi mai sentita.
Il problema della macchina della narrazione, però, è che è incostante. Passa dal presente al passato, facendo su e giù per la vita vera della protagonista, una vita normale e anche un po’ inutile, che se non fosse per quei saliscendi narrativi, dove quando si sale siamo nel presente e quando si scende siamo nel passato di Eugenia, la protagonista, se non fosse per il saliscendi, avremmo chiuso il libro e saremmo andati a fare una passeggiata.
Con l’andare della storia, invece, questo andar su e giù dalla linea della vita normalissima nel passato e nel futuro di Eugenia si fa sempre meno ripido, sempre più vicino alla linea della vita normalissima, finché, alla fine del libro, la macchina narrativa diventa indistinguibile dalla costante, dalla vita immaginata. E così, nel momento preciso in cui le due funzioni diventano indistinguibili, il libro finisce, perché se la signora Sofri avesse continuato a scrivere delle altre cose, avrebbe scritto una storia noiosa e normalissima, avrebbe imbrattato le carte.
Un giorno di qualche settimana fa ho letto il primo capitolo ad alta voce e l’ho messo su internet. Poche ore dopo mi è arrivata una mail del buon Carlo Dulinizo, che il libro non l’aveva mica letto. Diceva, la mail: “Si vocifera che la prima cosa che dicono alla scuola Holden è di mettere la cosa migliore del libro all'inizio, come incipit, per acchiappare il lettore, così poi dicono che è fatta, infatti le chiusure e l'inmezzo di Baricco son sciapi e insignificanti. Forse anche per la Bignardi è così”. Son saltato subito sulla sedia e gli ho risposto che sì, è così. Gli ho detto che questa cosa succede con i macchinari reali che vogliono andar dietro alle funzioni teoriche e gli ho detto che è un fenomeno che si chiama sovraelongazione. Mi ha dato del matto, lui, il buon Carlo. Ma secondo me ha capito.
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(Daria Bignardi, "Un karma pesante", Mondadori 2010, pagg. 224)(update: note a margine e uno spoiler)
martedì 23 novembre 2010
Il più colto fra gli eserciti
Non tutti forse lo sanno, ma i garibaldini di Marsala formavano il più colto fra gli eserciti che la storia militare ricordi. Una buona metà infatti erano addottorati o studenti di medicina, di legge, di “belle lettere”. Finita la spedizione a decine entrarono a costituire la classe dirigente della nuova Italia – generali, ministri, parlamentari, giornalisti: finita la spedizione, molti, e Garibaldi in persona fra i primi, impugnarono la penna e misero sulla carta i ricordi della straordinaria avventura. Cioè dunque, per dirla nella lingua dei critici, sulla spedizione dei Mille noi abbiamo una vasta letteratura di prima mano.Una volta ero a un convegno su Bianciardi e il Risorgimento, a Grosseto. Nel convegno si diceva, più o meno, che i miti fondativi (o fondanti) dell'Italia sono tre: l'impero romano, il Risorgimento e la Resistenza. Il primo, l'impero romano, è stato ridicolizzato dal fascismo ed è irrecuperabile. Il secondo, il Risorgimento, è stato fatto cadere nel dimenticatoio dal terzo, la Resistenza, e dalla successiva e necessaria ricostruzione della Nazione. Il terzo, appunto, la Resistenza, l'unico mito fondativo (o fondante) ancora in vita, sta subendo un processo analogo al Risorgimento da parte del benessere, delle classi dirigenti e dell'affievolirsi naturale della memoria che tuttavia non riesce a inserirsi ufficialmente nei libri di Storia.
Eppure soltanto adesso, mentre si celebra il centenario dell’Italia unita, quella letteratura esce dallo stretto ambito degli studi specializzati e va al lettore medio: in questo senso possiamo parlare di “scoperta” dei Mille, di Giuseppe Bandi, a cui peraltro già il Croce riconosceva il merito d’essere “fra i libri di memorie garibaldine uno dei più limpidi nel racconto e uno dei più persuasivi nei sentimenti che lo animano”.
Giuseppe Bandi scrisse le sue memorie di antico garibaldino ventisei anni dopo che la spedizione s’era conclusa: già più che cinquantenne, e giornalista di grande merito nella provincia toscana (fu lui, fra l’altro, il fondatore del “Telegrafo” livornese) egli volle riprendere in mano i suoi taccuini di volontario, e provarsi a raccontare quel che vide e sentì, “così come racconterei a’ miei figlioletti, nel cantuccio del focolare, in quelle sere d’inverno, nelle quali si novella patriarcalmente”. Non lo spingevano insomma ambizioni letterarie, ma solo la volontà di dirci il vero, e di aggiungere alla già allora vasta schiera di memorie garibaldine “quakche coserella che non si trova altrove”.
Diremo perciò che I Mille è un libro importante anche per questo: il suo autore ebbe la singolare ventura di trovarsi a fianco di Garibaldi quasi di continuo, da Quarto al Volturno; vide e sentì cose che altri ignorarono, e anche gli storici della spedizione si son rifatti a lui per chiarire aspetti politici e militari sin allora oscuri o persino ignoti: il vero senso della “diversione Zambianchi”, per esempio; o i temi tattici della battaglia di Milazzo; o ancora, il motivo reale dell’improvvisa partenza di Garibaldi per il Golfo degli Aranci, in Sardegna, poco prima dello sbarco sul continente.
Ma questo non è né il solo né il primo motivo che ci indusse ad aprire, confidenti, il nostro libro. I risultati letterari di esso van ben oltre la modestia dell’incipit dianzi citato, e queste pagine oltre che vere son belle. Il fatto è che Giuseppe Bandi, nell’istante in cui prese in mano la penna, seppe ritrovare – e questo a noi importa più di tutto – l’identico scanzonato entusiasmo di quando, lui ufficiale ventiseienne dell’esercito regio, abbandonava all’improvviso l’oziosa vita di guarnigione in Alessandria, per unirsi a Garibaldi. Il generale, che l’aveva conosciuto e apprezzato l’anno prima, lo volle nella sua “famiglia militare” ( nel suo stato maggiore, diremmo noi oggi), quale aiutante di campo.
Un aiutante di campo con gli occhi bene aperti davvero; sì che i fatti e i personaggi della straordinaria avventura ritornano sulla pagina così come seppe vederli questo giovanotto maremmano, ricco di buoni studi ma senza pedanterie, innamorato della buona causa italiana ma senza retorica alcuna, pronto al sorriso ironico, ma non mai al cinismo, anche nel divampare della battaglia, padrone di un toscano schietto e saporoso, ma senza risciacquature in Arno.
Così gli uomini della spedizione ce li ritroviamo davanti, su queste pagine, riportati alla loro reale statura umana. Ecco Nino Bixio, sempre disponibile all’ira e al pentimento: “in camicia e in mutande, stava cincischiando un galletto lesso”. Ecco Giuseppe Sirtori, ascetico e severo, in tuba e palandrana, “che sembra un profeta e conta con gli occhi imbambolati i ‘punti’ delle mosche nel soffitto”. O Giuseppe La Masa, siciliano ardente e retorico: “lo chiamavano il generale Enea”. O Giovanni Pantaleo, “un frate giovane, vispo, e con due occhi pieni di fuoco, che indicavano in lui maggior dose di pepe che non comportasse la fratesca mansuetudine”. E Agostino Depretis, “barbuto e ispido come un orso”.
Parrà irriverente questo modo di presentare “gli uomini sodi” della spedizione? Parranno forse irriverenti i ritrattini dal vero di Garibaldi che si lascia spogliare e mettere a letto, sotto la tenda, “come se si fosse trattato del nostro babbo”; o si lamenta dei dolori artritici; o riceve i parlamentari borbonici sbucciando un’arancia, e ne offre uno spicchio infilzato in punta di coltellino?
Certo, l’oleografia ufficiale esige sempre un Garibaldi a cavallo, con tanto di piedistallo sotto gli zoccolo: ed è questa la ragione per cui sino a oggi la storia dei Mille non è diventata patrimonio di cultura diffusa, popolare. E invece occorre riscoprire l’umanità vera del generale e dei suoi volontari se vogliamo intendere il senso della spedizione dei Mille, se vogliamo risentire il Risorgimento come fatto veramente nostro, italiano.
E converrà aggiungere che proprio sullo sfondo di questa realistica prosa quotidiana può spiccare la poesia autentica e schietta di certe pagine, come quelle che narrano il preludio alla battaglia di Calatafimi: la valletta assolata a mezzogiorno, Garibaldi seduto su di un greppo col sigaro in bocca, a guardare le evoluzioni delle colonne nemiche fuor dal villaggio, il risuonar delle trombe nemiche e , in risposta, la sveglia garibaldina del bergamasco Tironi, e infine le parole del generale: “Adesso pensiamo a dar due buone bastonate a questi signori.”
Noi oggi preferiamo sentirla così, la spedizione di Sicilia: e non a caso chi ha tentato di portarla sugli schermi del cinema, e di farcela vedere senza orpelli retorici, ha scelto per sua guida proprio queste pagine.
(Luciano Bianciardi, prefazione a "I Mille. Da Genova a Capua" di Giuseppe Bandi, Mondadori-Club degli Editori, 1961)
Un amico, ieri sera, si chiedeva e mi chiedeva una cosa, si chiedeva, e mi chiedeva, se noi che giriamo lo stivaletto con le Schegge di Liberazione saremmo capaci di farla davvero, la Resistenza, se fosse il caso. Gli ho risposto che "non lo so" e sono ancora convinto della risposta che gli ho dato. Poi gli ho anche detto che tenere acceso il fuoco è importante, ma saperlo usare davvero, il fuoco, è tutta una un'altra questione e forse lo si socoprirà quando arriveranno i lupi. Ma se ci penso, da discreto conoscitore del Risorgimento per colpa di Bianciardi e di una moglie che su Bianciardi ci ha fatto una tesi, mi vien da dire che noi protointellettuali del web, portatori di un pensiero embrionale e confuso, pensanti ingenui, in qualche modo, e fondamentalmente benestanti, siam più simili ai garibaldini, quelli dei mille, che ai nostri nonni. E non è detto che sia un male.
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("I Mille" del Bandi è un gran bel libro, a casa ho l'edizione del 1961, ma grazie a Stampa Alternativa potete scaricarne una ristampa in pdf, anche se han tolto la prefazione di cui sopra. E ringrazio grushenka, la mia Dulcinea del Toboso, ché le ho mandato un sms dicendole che mi serviva questa prefazione per rispondere a un amico e lei l'ha ricopiata e me l'ha spedita.)
lunedì 22 novembre 2010
A tavola con Tiziano Fiorveluti: Petto d'anatra per tirarsela
Sparate a un'anatra. Mollate il cane che la vada a prendere...
No, facciamo che la comprate al supermarket. Comprate del petto d'anatra. Prima di andare a letto, togliete la pelle e tagliatelo a fettine. Mettetelo in un sacchetto da frigo chiuso ermeticamente con della birra bianca, dell'alloro e delle bacche di ginepro schiacciate. Cucinerete per la cena di domani.
Siamo già a domani sera? Bene. Tagliate un finocchio alla Giuliana (o alla Julienne, se volete fare i francesi) e mettetelo intorno ai piatti dei commensali come le stanghette dei minuti di un orologio, ma lasciate libero un quarto d'ora. Spargeteci sopra del sale fino e del prezzemolo. Un attimo prima di servire bagnerete con olio di oliva.
Scaldate la piastra. Sbucciate una mela per ogni commensale. Io lo farei con delle granny smith, ma voi fatelo con le mele che avete e andrà bene lo stesso. Dividete a fettine. Scaldate in una padella del burro con sale, pepe nero, un goccio di limone, parecchio curry e abbondante zucchero di canna. Non appena il burro comincia a sciogliersi un po', buttate dentro le mele e fatele andare fino a quando non si sono imbrunite per bene. Poi tiratele fuori e mettetele nel "quarto d'ora mancante" dell'orologio al finocchio.
Intanto la piastra sarà calda, sgocciolate i pezzi di petto d'anatra dalla marinata e sbatteteceli sopra, cuocendo secondo i tempi che vi suggerisce il vostro gusto.
Portate nel mezzo del piatto i petti d'anatra, circondati da finocchi e mele.
Oltre a consentirvi di tirarvela un bel po' per l'accostamento ardito con le mele e per la bella presentazione del piatto, il petto d'anatra è buono. Non rovinate il tutto con della maionese o altre salse volgari, grazie.
No, facciamo che la comprate al supermarket. Comprate del petto d'anatra. Prima di andare a letto, togliete la pelle e tagliatelo a fettine. Mettetelo in un sacchetto da frigo chiuso ermeticamente con della birra bianca, dell'alloro e delle bacche di ginepro schiacciate. Cucinerete per la cena di domani.
Siamo già a domani sera? Bene. Tagliate un finocchio alla Giuliana (o alla Julienne, se volete fare i francesi) e mettetelo intorno ai piatti dei commensali come le stanghette dei minuti di un orologio, ma lasciate libero un quarto d'ora. Spargeteci sopra del sale fino e del prezzemolo. Un attimo prima di servire bagnerete con olio di oliva.
Scaldate la piastra. Sbucciate una mela per ogni commensale. Io lo farei con delle granny smith, ma voi fatelo con le mele che avete e andrà bene lo stesso. Dividete a fettine. Scaldate in una padella del burro con sale, pepe nero, un goccio di limone, parecchio curry e abbondante zucchero di canna. Non appena il burro comincia a sciogliersi un po', buttate dentro le mele e fatele andare fino a quando non si sono imbrunite per bene. Poi tiratele fuori e mettetele nel "quarto d'ora mancante" dell'orologio al finocchio.
Intanto la piastra sarà calda, sgocciolate i pezzi di petto d'anatra dalla marinata e sbatteteceli sopra, cuocendo secondo i tempi che vi suggerisce il vostro gusto.
Portate nel mezzo del piatto i petti d'anatra, circondati da finocchi e mele.
Oltre a consentirvi di tirarvela un bel po' per l'accostamento ardito con le mele e per la bella presentazione del piatto, il petto d'anatra è buono. Non rovinate il tutto con della maionese o altre salse volgari, grazie.
si parla di:
A tavola con Tiziano Fiorveluti
venerdì 19 novembre 2010
Come zucchero per le formiche
Le formiche non vogliono vedere animali, a loro non piace. A me non fanno schifo o paura le formiche, dopo ti ci abitui. Le prime volte chiaramente sì, gli occhi lucidi e le antenne e i peli. Adesso no. Ti abitui a tutte le schifezze.Questa sera, alla Tenda di Modena, che è un locale, appunto, sotto a una tenda, il prode carlo dulinizo, barabbista della prima ora, presenterà e converserà amabilmente con lo scrittore Matteo Martignoni. Parleranno del più e del meno e dell'ultimo libro del secondo, una raccolta di raccontini neri dal titolo Come zucchero per le formiche.
Sul sito del Martignoni è possibile scaricare il libro in pdf. Ma, se volete un consiglio, comprategliene una copia cartacea, perché ogni copia e rilegata a mano su carta pregiata e cucita con ago e filo dall'autore. Costa anche poco.
In fondo a questa pagina, come potete notare, ci sono i nomi di Simone Rossi e Bicio, il chitarrino e il chitarrone che solitamente accompagnano i reading di Schegge di Liberazione e Cronache di una sorte annunciata. Non so se ci saranno, Simone e Bicio, ma a noi basta il loro spirito, la loro benedizione, per sentirci a casa un po' dappertutto. Ci vediamo là.
giovedì 18 novembre 2010
Sigarette spente (intro)
Da qualche mese ho smesso di fumare.
Il guadagno in termini di salute lo vedrò col senno di poi, per il momento ho l'alito più buono e corro meglio.
Il guadagno in termini economici invece, il guadagno in pecore, come direbbe un mio amico, si calcola facile.
Fumavo circa cinque pacchetti di sigarette a settimana, cinque pacchetti da quattro euro ciascuno, quindi per fumare spendevo venti euro a settimana, ottanta al mese. Ora, da sei mesi, ogni mese ho ottanta pecore in più in saccoccia. Cosa ci faccio? Me le spendo in altri modi.
Il primo mese ci ho comprato caramelle senza zucchero, stecche di liquirizia e quattro sedute di massaggi rilassanti/decontratturanti in un centro benessere che faceva una promozione convenientissima. Compensazione.
Il secondo mese mi ci sono finanziata una delle sbornie più clamorose della mia vita, volevo festeggiare di aver perso un brutto vizio e nell'occasione è finita che ho perso anche l'iPhone, lasciato in spiaggia mentre andavo a fare il bagno, all'alba, cantando quella canzone di Silvestri che fa "gettai ogni cosa nel fiume e mi tuffai nell'oblio, scappai da tutto il marciume e dallo sguardo di Dio". Momento francescano.
Il terzo li ho spesi per un registratore vocale che fa direttamente degli mp3, mi serviva per delle interviste e visto che non avevo più un iPhone... registratore vocale, per forza.
Quarto mese, settembre, ho comprato delle scarpe da tennis e mi sono lasciata sedurre dalle gioie del fitness: liberare endorfine, dimagrire, fare fiato per tentare addirittura la mezza maratona di Bologna. Ilke Bab come Gianni Morandi.
Ottobre, quinto mese senza fumo, ho pensato che mi meritavo quel fine settimana a Monaco che rimandavo da anni, così ho preso i biglietti del treno e ho avvisato il mio amico che vive là che finalmente arrivavo. A/R, offerta Trenitalia, ottanta euro spaccati: cinque pacchetti di paglie.
Adesso sono al sesto mese e per questo anniversario di mezzo anno ho iniziato a cantare, una lezione di canto ogni mercoledì. Pagata la maestra, quel poco che avanza delle ottanta pecore lo spendo in castagne e vino novello. L'abbraccio rassicurante della stagionalità.
Adesso che viene il freddo poi, c'è una situazione inedita che mi si presenta con maggiore evidenza, e a cui associo un ulteriore guadagno.
Un guadagno in termini di tempo e solitudine, se così si può dire: quello dovuto alla pausa sigaretta.
Nei locali tra un bicchiere e l'altro, al cinema durante l'intervallo, in biblioteca nelle canoniche tregue dallo studio, ovunque, prima o poi, negli interstizi della giornata del fumatore, arriva la pausa sigaretta. Per me invece, non arriva più.
Allora che posso fare in quei minuti lì, mentre i fumatori fumano?
Posso pensare, ho pensato. Posso provare a pensare a qualcosa, giusto il tempo di una paglia o poco più. Aprirmi in testa delle parentesi cognitive (!) per poi chiuderle, così, dopo averci messo dentro dei pensieri che altro non sono che sigarette spente.
Ecco, questa sarebbe l'idea.
Come a dire: Ho smesso di fumare, ora voglio iniziare a farmi le seghe mentali.
Il guadagno in termini di salute lo vedrò col senno di poi, per il momento ho l'alito più buono e corro meglio.
Il guadagno in termini economici invece, il guadagno in pecore, come direbbe un mio amico, si calcola facile.
Fumavo circa cinque pacchetti di sigarette a settimana, cinque pacchetti da quattro euro ciascuno, quindi per fumare spendevo venti euro a settimana, ottanta al mese. Ora, da sei mesi, ogni mese ho ottanta pecore in più in saccoccia. Cosa ci faccio? Me le spendo in altri modi.
Il primo mese ci ho comprato caramelle senza zucchero, stecche di liquirizia e quattro sedute di massaggi rilassanti/decontratturanti in un centro benessere che faceva una promozione convenientissima. Compensazione.
Il secondo mese mi ci sono finanziata una delle sbornie più clamorose della mia vita, volevo festeggiare di aver perso un brutto vizio e nell'occasione è finita che ho perso anche l'iPhone, lasciato in spiaggia mentre andavo a fare il bagno, all'alba, cantando quella canzone di Silvestri che fa "gettai ogni cosa nel fiume e mi tuffai nell'oblio, scappai da tutto il marciume e dallo sguardo di Dio". Momento francescano.
Il terzo li ho spesi per un registratore vocale che fa direttamente degli mp3, mi serviva per delle interviste e visto che non avevo più un iPhone... registratore vocale, per forza.
Quarto mese, settembre, ho comprato delle scarpe da tennis e mi sono lasciata sedurre dalle gioie del fitness: liberare endorfine, dimagrire, fare fiato per tentare addirittura la mezza maratona di Bologna. Ilke Bab come Gianni Morandi.
Ottobre, quinto mese senza fumo, ho pensato che mi meritavo quel fine settimana a Monaco che rimandavo da anni, così ho preso i biglietti del treno e ho avvisato il mio amico che vive là che finalmente arrivavo. A/R, offerta Trenitalia, ottanta euro spaccati: cinque pacchetti di paglie.
Adesso sono al sesto mese e per questo anniversario di mezzo anno ho iniziato a cantare, una lezione di canto ogni mercoledì. Pagata la maestra, quel poco che avanza delle ottanta pecore lo spendo in castagne e vino novello. L'abbraccio rassicurante della stagionalità.
Adesso che viene il freddo poi, c'è una situazione inedita che mi si presenta con maggiore evidenza, e a cui associo un ulteriore guadagno.
Un guadagno in termini di tempo e solitudine, se così si può dire: quello dovuto alla pausa sigaretta.
Nei locali tra un bicchiere e l'altro, al cinema durante l'intervallo, in biblioteca nelle canoniche tregue dallo studio, ovunque, prima o poi, negli interstizi della giornata del fumatore, arriva la pausa sigaretta. Per me invece, non arriva più.
Allora che posso fare in quei minuti lì, mentre i fumatori fumano?
Posso pensare, ho pensato. Posso provare a pensare a qualcosa, giusto il tempo di una paglia o poco più. Aprirmi in testa delle parentesi cognitive (!) per poi chiuderle, così, dopo averci messo dentro dei pensieri che altro non sono che sigarette spente.
Ecco, questa sarebbe l'idea.
Come a dire: Ho smesso di fumare, ora voglio iniziare a farmi le seghe mentali.
mercoledì 17 novembre 2010
Tutto quello che c'è da sapere
Curriculum vitae:
- So leggere. Riesco a farmi delle opinioni.
- So scrivere, con ogni mezzo disponibile.
- So scrivere abbastanza bene, secondo me, se interessa.
- So scrivere senza guardare la tastiera.
- So scrivere senza guardare, volendo.
- So far di conto.
- Ho una laurea in ingegneria, del 2004. Ho preso 107, se conta qualcosa.
martedì 16 novembre 2010
lunedì 15 novembre 2010
Campagna acquisti
È con piacere inenarrabile che diamo il benvenuto tra le fila dei barabbisti, con titolo guadagnato per meriti sul campo, e peste colga chi sosterrà il contrario, a simone e osvaldo. Di seguito le loro biografie essenziali:
simone nasce in romagna, ha scritto un libro, anzi due, suona sempre i chitarrini e fa le polpette. osvaldo nasce nell'isola che non c'è, ha scritto un libro, legge sempre dal vivo e fa i biscotti. Un contrabbasso li seppellirà.
Ora diciamo tutti insieme: "ciao simone, ciao osvaldo".
simone nasce in romagna, ha scritto un libro, anzi due, suona sempre i chitarrini e fa le polpette. osvaldo nasce nell'isola che non c'è, ha scritto un libro, legge sempre dal vivo e fa i biscotti. Un contrabbasso li seppellirà.
Ora diciamo tutti insieme: "ciao simone, ciao osvaldo".
A tavola con Tiziano Fiorveluti: l'uovo impiccato
Rispolvero un classico della cucina contadina. Se gli ingredienti li comprate da un contadino invece che al supermercato, la ricetta viene più buona, a patto che ci crediate.
Comprate della rete di maiale. Se siete al supermercato, davanti al reparto frattaglie inginocchiatevi e pregate, poi comprate della rete di maiale. Arrivati a casa lavatela e mettetela a mollo una notte, così si ammorbidisce un po'.
Comprate della Verza. Foglie grosse, mi raccomando.
Comprate delle belle uova. Uno per commensale.
Fate a dadini della pancetta, oppure del prosciutto crudo, guanciale, soppressata, speck… Al limite anche del salame, vedete voi. L’affettato della vostra zona. Quello che avanza lo mangerete col pane come antipasto.
Fate a dadini della caciotta o pecorino o dei formaggi simili. Quelli della vostra zona. Quelli che avanzano li mangerete con il pane come antipasto.
Sale e pepe, secondo coscienza.
Tirate via dal forno la gratella. Sistematela in modo che stia su da sola (usate due sedie o quel che vi pare) e poi procedete come segue: stendete la rete di maiale e adagiatevi la verza. Infilate dentro i dadini di salume e i dadini di formaggio. Scocciate un uovo e chiudete la rete, appendendo il fagotto alla grata del forno. Ecco perché IMPICCATO.
Cuocete a 220 per 20 minuti.
Comprate della rete di maiale. Se siete al supermercato, davanti al reparto frattaglie inginocchiatevi e pregate, poi comprate della rete di maiale. Arrivati a casa lavatela e mettetela a mollo una notte, così si ammorbidisce un po'.
Comprate della Verza. Foglie grosse, mi raccomando.
Comprate delle belle uova. Uno per commensale.
Fate a dadini della pancetta, oppure del prosciutto crudo, guanciale, soppressata, speck… Al limite anche del salame, vedete voi. L’affettato della vostra zona. Quello che avanza lo mangerete col pane come antipasto.
Fate a dadini della caciotta o pecorino o dei formaggi simili. Quelli della vostra zona. Quelli che avanzano li mangerete con il pane come antipasto.
Sale e pepe, secondo coscienza.
Tirate via dal forno la gratella. Sistematela in modo che stia su da sola (usate due sedie o quel che vi pare) e poi procedete come segue: stendete la rete di maiale e adagiatevi la verza. Infilate dentro i dadini di salume e i dadini di formaggio. Scocciate un uovo e chiudete la rete, appendendo il fagotto alla grata del forno. Ecco perché IMPICCATO.
Cuocete a 220 per 20 minuti.
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A tavola con Tiziano Fiorveluti
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