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venerdì 28 settembre 2012
Noi che ci piace scrivere
Sto cercando di scrivere una cosa per un posto che poi, se finisco di scrivere quella cosa, vi dirò che posto è. Dato che è un posto che pubblica cose particolari, ho chiesto se per caso ci fossero delle linee guida da seguire, per la cosa che sto cercando di scrivere, e la titolare del posto, che poi vi dirò che posto è se finisco di scrivere, mi ha detto così: venire a suggerire a te come scrivere mi sembrerebbe un paradosso. Ecco, a parte il complimento, che mi fa piacere e ringrazio di cuore anche se non credo di esser così bravo da dovermi prendere un complimento del genere senza spendere un euro, ma siamo brave persone e delle volte esageriamo, ma a parte il complimento, dicevo, secondo me dei paletti ci devono sempre essere, per noi che ci piace scrivere. Perché noi che ci piace scrivere, che lo si faccia bene o meno non importa, i paletti li malediciamo, ma in una parte che nascondiamo agli occhi altrui noi che ci piace scrivere i paletti li adoriamo. Quindi, per favore, piazzate dei paletti sul nostro cammino, quando noi che ci piace scrivere vi proponiamo un pezzo o voi che vi piace leggerci ce ne commissionate uno, ché quando ci troviamo davanti a un paletto, noi che ci piace scrivere diventiamo matti, e allora delle volte siamo disonesti e cerchiamo tutti i modi che conosciamo per farci lo slalom, ma delle altre volte, se siamo onesti, davvero onesti, mettiamo il paletto al centro dello sguardo, aumentiamo ben bene la velocità, e ci andiamo a sbattere contro. Nel nostro stato di grazia, quelle due o tre volte nella vita in cui ci capita, sui paletti andiamo a sbatterci davvero forte. Ci sbattiamo di schianto, col sorriso stampato, e nel fragore del legno che si spacca, con un suono gutturale di vittoria, li tiriamo giù.
mercoledì 24 novembre 2010
Il macchinario reale del karma
Quando studiavo Controlli Automatici, ci avevano insegnato che una funzione reale non si comporta mica come una funzione teorica. Prendiamo, per esempio, una costante. Nel piano cartesiano, per semplicità consideriamo solo il primo quadrante, la costante che abbiam preso è una linea retta che parte attaccata all’asse delle y e va avanti parallela all’asse delle x, e può andare avanti per sempre. Una costante è una funzione che non cambia mai, che è sempre dritta, un po’ come uno vorrebbe che fosse la sua vita, senza particolari felicità ma anche senza dei gran traumi. Ecco, un macchinario che deve replicare un segnale costante non ha niente di dritto. La funzione reale che corrisponde alla costante teorica parte subito con una curva che supera il valore che vogliamo raggiungere, quello della costante che avevamo preso, poi c’è un’altra curva che va sotto, poi un’altra curva che va sopra, ma più vicina alla costante della prima curva, poi ce n’è un’altra che va sotto, e anche questa più vicina alla costante della seconda, poi un’altra sopra, un’altra sotto e così via, finché l’oscillazione è talmente piccola che all’occhio umano la funzione reale sembra una costante, da un certo punto in poi. Bene, la prima curva, quella più alta di tutte che supera la costante teorica che volevamo replicare col macchinario reale, si chiama sovraelongazione.
Quando ho finito di leggere Un karma pesante, il libro di Daria Bignardi, la signora Sofri, la prima cosa che ho pensato è stata che quel libro lì assomigliava a una funzione reale, a un macchinario, dove la costante dritta, perfetta e teorica è la vita immaginata da una persona che vorrebbe nascere, vivere e invecchiare senza che debba succedere per forza qualcosa di particolare, e la narrazione, invece, è il macchinario reale che spiega questa vita teorica, dove non succede davvero granché di particolare, ma non è proprio una cosa dritta che fila via liscia e imperturbabile.
Il primo capitolo è una sovraelongazione narrativa, se mi passate il termine. Inizi a leggere il karma pesante e dici Cavolo, che figata. Perché il primo capitolo, che è anche quello scritto meglio e il meno noioso del libro, ti catapulta a novemila metri d’altezza, su un aereo, dove la protagonista, che si chiama Eugenia, muore. Una cosa che non si era quasi mai sentita.
Il problema della macchina della narrazione, però, è che è incostante. Passa dal presente al passato, facendo su e giù per la vita vera della protagonista, una vita normale e anche un po’ inutile, che se non fosse per quei saliscendi narrativi, dove quando si sale siamo nel presente e quando si scende siamo nel passato di Eugenia, la protagonista, se non fosse per il saliscendi, avremmo chiuso il libro e saremmo andati a fare una passeggiata.
Con l’andare della storia, invece, questo andar su e giù dalla linea della vita normalissima nel passato e nel futuro di Eugenia si fa sempre meno ripido, sempre più vicino alla linea della vita normalissima, finché, alla fine del libro, la macchina narrativa diventa indistinguibile dalla costante, dalla vita immaginata. E così, nel momento preciso in cui le due funzioni diventano indistinguibili, il libro finisce, perché se la signora Sofri avesse continuato a scrivere delle altre cose, avrebbe scritto una storia noiosa e normalissima, avrebbe imbrattato le carte.
Un giorno di qualche settimana fa ho letto il primo capitolo ad alta voce e l’ho messo su internet. Poche ore dopo mi è arrivata una mail del buon Carlo Dulinizo, che il libro non l’aveva mica letto. Diceva, la mail: “Si vocifera che la prima cosa che dicono alla scuola Holden è di mettere la cosa migliore del libro all'inizio, come incipit, per acchiappare il lettore, così poi dicono che è fatta, infatti le chiusure e l'inmezzo di Baricco son sciapi e insignificanti. Forse anche per la Bignardi è così”. Son saltato subito sulla sedia e gli ho risposto che sì, è così. Gli ho detto che questa cosa succede con i macchinari reali che vogliono andar dietro alle funzioni teoriche e gli ho detto che è un fenomeno che si chiama sovraelongazione. Mi ha dato del matto, lui, il buon Carlo. Ma secondo me ha capito.
______
(Daria Bignardi, "Un karma pesante", Mondadori 2010, pagg. 224)(update: note a margine e uno spoiler)
Quando ho finito di leggere Un karma pesante, il libro di Daria Bignardi, la signora Sofri, la prima cosa che ho pensato è stata che quel libro lì assomigliava a una funzione reale, a un macchinario, dove la costante dritta, perfetta e teorica è la vita immaginata da una persona che vorrebbe nascere, vivere e invecchiare senza che debba succedere per forza qualcosa di particolare, e la narrazione, invece, è il macchinario reale che spiega questa vita teorica, dove non succede davvero granché di particolare, ma non è proprio una cosa dritta che fila via liscia e imperturbabile.
Il primo capitolo è una sovraelongazione narrativa, se mi passate il termine. Inizi a leggere il karma pesante e dici Cavolo, che figata. Perché il primo capitolo, che è anche quello scritto meglio e il meno noioso del libro, ti catapulta a novemila metri d’altezza, su un aereo, dove la protagonista, che si chiama Eugenia, muore. Una cosa che non si era quasi mai sentita.
Il problema della macchina della narrazione, però, è che è incostante. Passa dal presente al passato, facendo su e giù per la vita vera della protagonista, una vita normale e anche un po’ inutile, che se non fosse per quei saliscendi narrativi, dove quando si sale siamo nel presente e quando si scende siamo nel passato di Eugenia, la protagonista, se non fosse per il saliscendi, avremmo chiuso il libro e saremmo andati a fare una passeggiata.
Con l’andare della storia, invece, questo andar su e giù dalla linea della vita normalissima nel passato e nel futuro di Eugenia si fa sempre meno ripido, sempre più vicino alla linea della vita normalissima, finché, alla fine del libro, la macchina narrativa diventa indistinguibile dalla costante, dalla vita immaginata. E così, nel momento preciso in cui le due funzioni diventano indistinguibili, il libro finisce, perché se la signora Sofri avesse continuato a scrivere delle altre cose, avrebbe scritto una storia noiosa e normalissima, avrebbe imbrattato le carte.
Un giorno di qualche settimana fa ho letto il primo capitolo ad alta voce e l’ho messo su internet. Poche ore dopo mi è arrivata una mail del buon Carlo Dulinizo, che il libro non l’aveva mica letto. Diceva, la mail: “Si vocifera che la prima cosa che dicono alla scuola Holden è di mettere la cosa migliore del libro all'inizio, come incipit, per acchiappare il lettore, così poi dicono che è fatta, infatti le chiusure e l'inmezzo di Baricco son sciapi e insignificanti. Forse anche per la Bignardi è così”. Son saltato subito sulla sedia e gli ho risposto che sì, è così. Gli ho detto che questa cosa succede con i macchinari reali che vogliono andar dietro alle funzioni teoriche e gli ho detto che è un fenomeno che si chiama sovraelongazione. Mi ha dato del matto, lui, il buon Carlo. Ma secondo me ha capito.
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(Daria Bignardi, "Un karma pesante", Mondadori 2010, pagg. 224)(update: note a margine e uno spoiler)
sabato 16 ottobre 2010
Dilemma
"Siamo qui stasera per parlare con questo giovane scrittore, Ugo Cornia, che ha avuto i natali proprio nel nostro ospedale di Carpi per mano di un mago dell'ostetricia, e siamo qui per presentare le sue ultime fatiche: le Operette ipotetiche (che il nostro, giustamente, si è guardato bene dal chiamare ipotattiche) e il nuovissimo, fresco di stampa, Autobiografia della mia infanzia. Proprio in quest'ultimo libro, emerge la figura di un ragazzo cresciuto nella media borghesia modenese, con tutti gli agi e le coccole del caso, un ragazzo che potremmo definire un bravo ragazzo. Ecco, proprio questo è il dilemma, anzi, mi vien da pensare, l'incontro di stasera potrebbe intitolarsi Può un bravo ragazzo diventare un grande scrittore?"
(il vecchio malvissuto, ieri sera, alla Libreria Fenice di Carpi. Trascrizione più o meno fedele del sottoscritto)
(il vecchio malvissuto, ieri sera, alla Libreria Fenice di Carpi. Trascrizione più o meno fedele del sottoscritto)
venerdì 24 settembre 2010
Glabro
C'è un bel libro, nel quale ci sono i due protagonisti, o due tra i protagonisti, che a loro modo sono degli eroi.
L’altro ieri un amico mi ha chiesto quale di quei due ero io, quale mi sentivo.
E io ho pensato che, mentre leggevo il romanzo, avevo preso davvero a immedesimarmi in uno dei due protagonisti.
Però mi sono pure ricordato che rimasi un po’ deluso quando leggendo scoprii che quel personaggio, nel quale volevo identificarmi, era glabro.
L’altro ieri un amico mi ha chiesto quale di quei due ero io, quale mi sentivo.
E io ho pensato che, mentre leggevo il romanzo, avevo preso davvero a immedesimarmi in uno dei due protagonisti.
Però mi sono pure ricordato che rimasi un po’ deluso quando leggendo scoprii che quel personaggio, nel quale volevo identificarmi, era glabro.
si parla di:
c'è un bel libro,
glabro,
letteratura e vita
mercoledì 11 agosto 2010
Caffelatte
C'è un bel libro, nel quale i protagonisti, che a loro modo sono degli eroi, bevono soprattutto caffelatte, dove vanno ordinano caffelatte, non whiskey o tequila, neppure birra o vino, ma caffelatte.
Quando lessi quel libro, mi misi in testa di andare anch'io a caffelatte, e questo chiedevo quando entravo in un bar.
Ecco, tutte le volte che al bar ordinavo un caffelatte, il barista, qualsiasi barista, mi rispondeva sempre: "Un latte macchiato?"
Quando lessi quel libro, mi misi in testa di andare anch'io a caffelatte, e questo chiedevo quando entravo in un bar.
Ecco, tutte le volte che al bar ordinavo un caffelatte, il barista, qualsiasi barista, mi rispondeva sempre: "Un latte macchiato?"
si parla di:
c'è un bel libro,
caffelatte,
letteratura e vita
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