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giovedì 15 settembre 2011

Una poesia

se alle cose
reali
togli zero
è uguale

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(Tempo fa c'era un concorso per la Marcos y Marcos, si chiamava Trent'anni DiVersi, bisognava mandare una poesia su un tema a scelta tra "la differenza" e "l'indifferenza"; io ho spedito quella che leggete qui sopra, e avevo detto alla Marcos y Marcos di scegliere loro, dove metterla. Comunque, non ho vinto niente.)

martedì 11 gennaio 2011

Della superiorità dell’ingegneria sui ragionamenti di Ivan Fëdorovič Karamazov

Quel che ci preme è ch’io possa, al più presto, dichiararti il mio vero essere, cioè che uomo sono io, in che cosa credo e in che cosa spero […] E perciò ti dichiaro senz’altro che accetto, in tutte lettere, l’esistenza di Dio. Ma ecco, tuttavia, che cosa occorre rilevare: posto che Dio esista, e che abbia realmente creato la terra, questa, come tutti sappiamo, è stata creata secondo la geometria euclidea, e l’intelletto umano è stato creato idoneo a concepire soltanto uno spazio a tre dimensioni. Vi sono stati, invece, e vi sono anche ora, geometri e filosofi, e anzi fra i più grandi, i quali dubitano che tutta la natura, o più ampiamente, tutto l’universo, sia stato creato secondo la geometria euclidea, e s’avventurano perfino a supporre che due linee parallele, che secondo Euclide non possono a nessun patto incontrarsi sulla terra, potrebbero anche incontrarsi prima o dopo all’infinito. E così, cuore mio, ho tratto la conclusione che, se nemmeno questo mi riesce intelligibile, come potrei mai innalzarmi al concetto di Dio? Umilmente riconosco che in me non c’è nessuna capacità di risolvere problemi simili: in me c’è una mente euclidea, terrestre, e come potrei pretendere di ragionare su ciò che non è di questo mondo? E anche a te, Alëša, consiglio che a queste cose ti astenga sempre dal pensare, e soprattutto (per quanto tocca Iddio) se esista o non esista. Queste son tutte questioni assolutamente inadatte a un’intelligenza creata con concetto d’uno spazio unicamente tridimensionale. Cosicché, ammetto volentieri Iddio […]
Io sono una cimice, e riconosco con la massima umiltà che non posso intendere un ette delle ragioni per cui il mondo è composto così. Si vede che gli uomini stessi ne avranno colpa: gli era stato dato il paradiso, loro han voluto la libertà e han rapito il fuoco dal cielo, pur sapendo che sarebbero stati infelici: non è dunque il caso di averne pietà. Oh, io, con la mia miserabile, terreste intelligenza euclidea, io so, unicamente, che la sofferenza c’è, che colpevoli non esistono, che da una cosa deriva l’altra in linea retta, che tutto scorre via e viene a controbilanciarsi: ma questo, certamente, non è che vaneggiamento euclideo, e so io stesso che è così, e vivere secondo esso è una cosa a cui non posso, io, acconsentire! […] quel che occorre, a me, è una sensazione suprema, altrimenti sarò costretto ad annichilarmi.

(Fëdor Michajlovič Dostoevskij, I fratelli Karamazov, parte seconda, libro quinto “Pro e contra”, dai capitoli III I fratelli fanno conoscenza e IV Ribellione, ed. Einaudi)

Quando Ivan Fëdorovič tiene questo discorso al fratello Aleksej nella locanda della Capitale, poco prima di esporgli il suo poema mai scritto dal titolo Il grande inquisitore, ha circa ventitre anni. Io ne avevo ancora meno, tra i diciannove e i venti, mi pare, quando dimostravo che due rette parallele, all’infinito, si incontrano senza problemi. Quel punto lì, dove le rette parallele si incontrano all’infinito, si chiama punto improprio. Se vogliamo pensare che Dio sia da quelle parti, cioè all’infinito, è molto verosimile l’ipotesi che si tratti, appunto, coerentemente, di un Dio improprio. Altrimenti è da un’altra parte o, più semplicemente, non è. E per quanto mi riguarda, e nemmeno da oggi, ma da quando avevo diciannove o vent’anni, la questione è archiviata.

mercoledì 24 novembre 2010

Il macchinario reale del karma

Quando studiavo Controlli Automatici, ci avevano insegnato che una funzione reale non si comporta mica come una funzione teorica. Prendiamo, per esempio, una costante. Nel piano cartesiano, per semplicità consideriamo solo il primo quadrante, la costante che abbiam preso è una linea retta che parte attaccata all’asse delle y e va avanti parallela all’asse delle x, e può andare avanti per sempre. Una costante è una funzione che non cambia mai, che è sempre dritta, un po’ come uno vorrebbe che fosse la sua vita, senza particolari felicità ma anche senza dei gran traumi. Ecco, un macchinario che deve replicare un segnale costante non ha niente di dritto. La funzione reale che corrisponde alla costante teorica parte subito con una curva che supera il valore che vogliamo raggiungere, quello della costante che avevamo preso, poi c’è un’altra curva che va sotto, poi un’altra curva che va sopra, ma più vicina alla costante della prima curva, poi ce n’è un’altra che va sotto, e anche questa più vicina alla costante della seconda, poi un’altra sopra, un’altra sotto e così via, finché l’oscillazione è talmente piccola che all’occhio umano la funzione reale sembra una costante, da un certo punto in poi. Bene, la prima curva, quella più alta di tutte che supera la costante teorica che volevamo replicare col macchinario reale, si chiama sovraelongazione.

Quando ho finito di leggere Un karma pesante, il libro di Daria Bignardi, la signora Sofri, la prima cosa che ho pensato è stata che quel libro lì assomigliava a una funzione reale, a un macchinario, dove la costante dritta, perfetta e teorica è la vita immaginata da una persona che vorrebbe nascere, vivere e invecchiare senza che debba succedere per forza qualcosa di particolare, e la narrazione, invece, è il macchinario reale che spiega questa vita teorica, dove non succede davvero granché di particolare, ma non è proprio una cosa dritta che fila via liscia e imperturbabile.

Il primo capitolo è una sovraelongazione narrativa, se mi passate il termine. Inizi a leggere il karma pesante e dici Cavolo, che figata. Perché il primo capitolo, che è anche quello scritto meglio e il meno noioso del libro, ti catapulta a novemila metri d’altezza, su un aereo, dove la protagonista, che si chiama Eugenia, muore. Una cosa che non si era quasi mai sentita.

Il problema della macchina della narrazione, però, è che è incostante. Passa dal presente al passato, facendo su e giù per la vita vera della protagonista, una vita normale e anche un po’ inutile, che se non fosse per quei saliscendi narrativi, dove quando si sale siamo nel presente e quando si scende siamo nel passato di Eugenia, la protagonista, se non fosse per il saliscendi, avremmo chiuso il libro e saremmo andati a fare una passeggiata.

Con l’andare della storia, invece, questo andar su e giù dalla linea della vita normalissima nel passato e nel futuro di Eugenia si fa sempre meno ripido, sempre più vicino alla linea della vita normalissima, finché, alla fine del libro, la macchina narrativa diventa indistinguibile dalla costante, dalla vita immaginata. E così, nel momento preciso in cui le due funzioni diventano indistinguibili, il libro finisce, perché se la signora Sofri avesse continuato a scrivere delle altre cose, avrebbe scritto una storia noiosa e normalissima, avrebbe imbrattato le carte.

Un giorno di qualche settimana fa ho letto il primo capitolo ad alta voce e l’ho messo su internet. Poche ore dopo mi è arrivata una mail del buon Carlo Dulinizo, che il libro non l’aveva mica letto. Diceva, la mail: “Si vocifera che la prima cosa che dicono alla scuola Holden è di mettere la cosa migliore del libro all'inizio, come incipit, per acchiappare il lettore, così poi dicono che è fatta, infatti le chiusure e l'inmezzo di Baricco son sciapi e insignificanti. Forse anche per la Bignardi è così”. Son saltato subito sulla sedia e gli ho risposto che sì, è così. Gli ho detto che questa cosa succede con i macchinari reali che vogliono andar dietro alle funzioni teoriche e gli ho detto che è un fenomeno che si chiama sovraelongazione. Mi ha dato del matto, lui, il buon Carlo. Ma secondo me ha capito.

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(Daria Bignardi, "Un karma pesante", Mondadori 2010, pagg. 224)(update: note a margine e uno spoiler)

martedì 2 novembre 2010

Che libro strano

La prima volta che ho letto la centoventotto rossa (si scrive così, senza maiuscole) ho pensato Che libro strano. Quando l'autrice, l'elena (si scrive con l'articolo e la minuscola), mi ha chiesto cosa ne pensassi, io le ho risposto Non lo so, non so neanche farti delle critiche, ti conosco troppo bene, come faccio? Poi l'ho chiuso e sono andato alla finestra. Che strano, ho pensato. Non bello, non brutto, non un qualsiasi altro aggettivo che potesse passarmi per la testa, no, mi veniva in mente solo quella cosa lì, che era un libro strano.

La centoventotto rossa è un frattale. Dopo le sue centoventidue pagine ti sembra di avere in testa una forma, diciamo un quadrato, tanto per capirci e farci un'idea visiva. Poi ci ripensi, e quel quadrato ti accorgi di averlo trovato, nella sua interezza, in ognuno dei racconti del libro. E allora ti rimetti a pensare, e trovi ancora lo stesso quadrato in tutte le pagine, anche prese una per una, e scopri che ogni frase è lì a ribadire e rappresentare lo stesso quadrato. Non importa che a parlare o a pensare sia ora un personaggio maschile, ora uno femminile, ora una bambina, ora un non si sa chi. La centoventotto rossa è il libro ed è il quadrato, ma la centoventotto rossa, il quadrato, è anche ogni racconto, ogni pagina, ogni frase.
La mia capacità di analisi, come al microscopio, arriva fin lì, alle frasi, che sono la cosa più piccola che riesco ad analizzare. Con una raffinatezza ottica migliore, una cosa che io non ho, magari si può arrivare alle parole, all'inchiostro, ai pori della carta, alle molecole, agli atomi, alle particelle e così via, e secondo me, se uno riesce a farlo, dovrebbe trovare sempre quel quadrato che all'inizio avevamo preso per semplicità, per farci un'idea visiva. Insomma, trova sempre la centoventotto rossa.

La centoventotto rossa, quel quadarato frattale che si ripete nella sua interezza, è una ragazza che cammina sola per la strada, di sera; cammina lenta, pensierosa; è triste, è appena piovuto e lei non ha una gran voglia di tornare a casa, allora è lì che cammina; cammina lenta e pensa, si fa delle domande e si risponde. Alle domande che si fa, e sono tante, si risponde sempre Boh.

La prima volta che ho letto la centoventotto rossa ho pensato Che libro strano. Secondo me è un complimento.

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(Elena Marinelli, “la centoventotto rossa”, Autoprodotto, pagg. 122, 10 euro)