venerdì 14 gennaio 2011
Schegge di Liberazione: Barabba dice 26 X 1
A tutti i blogger STOP Barabba dice 26 X 1 STOP nemici in putredine finale STOP ancora una volta STOP scrivete un racconto, una poesia STOP fate un disegno, scattate una foto STOP sulla Resistenza storica e/o su quella quotidiana STOP Barabba selezionerà severamente il materiale STOP e creerà un libro di carta STOP che odorerà di carta STOP e un libro elettronico STOP che odorerà di elettroni STOP li presenteremo il 24 e il 25 aprile STOP a Carpi, a Casa Cervi, a Fossoli, vedremo STOP tutti i post finiranno comunque sul blog STOP o in un altro ebook STOP inviate i vostri lavori entro il 15 marzo STOP a marcomncrd chiocciola gmail punto com STOP Barabba dice 26 X 1 STOP ripeto: Barabba dice 26 X 1 STOP
giovedì 13 gennaio 2011
Meraviglie dalla campagna (2) - la faina
L'altra sera rientravamo da una serata fuori con tutta la famiglia (evento raro già di per sé). Sarà stata la mezza. Agnese porta ester a letto, io faccio uscire gisella e vedo che subito annusa con fare molto serio e zelante. Si avvicina alla catasta di legna e comincia a scalarla. Prendo la torcia, vado anch'io, e la vedo. La faina. Sulla trave centrale del tetto. La faina mi mancava. (La faina mangia le galline. La faina uccide anche più galline di quante ne voglia mangiare. Si chiama surplus killing. Grazie) Mi viene un coccolone: corro al pollaio: ci sono tutte. Lo chiudo. Le avevamo lasciate aperte perché eravamo partiti nel primo pomeriggio, e lasciare le galline al chiuso col sole non è mai una bella cosa (neanche trovarle senza testa, a dir la verità, ma è un discorso che faremo un'altra volta). In ogni caso la faina è un animaletto carino. Tipo un gatto-scoiattolo. Siam stati a fissarci per un quarto d'ora. Poi è salita su un albero e non l'ho più vista. La faina mi mancava. La aggiungo al mio elenco di animali selvatici con cui ho fatto simpatici incontri frontali: capriolo, cinghiale, faina, falco, istrice, tasso.
Mi avevi scelto tu
La prima volta che sono entrato in casa tua, quasi sei anni fa, e mi son seduto su una sedia, sei arrivata e ti sei messa sulle mie ginocchia. Non lo facevi mica con tutti, mi diceva lei, ma a me, chissà perché, ti avvicinavi, non ti andavi a nascondere come quando entrava qualcuno in casa.
La prima volta che ti ho vista ascoltare i Doors, quasi sei anni fa, anche se lei me l’aveva già raccontato, non ci credevo. Te ne stavi lì davanti alle casse dello stereo, seduta, ascoltavi Riders On The Storm con gli occhi semichiusi, per poi chiuderli del tutto quando sentivi la voce di Jim Morrison. Sorridevi, secondo me, son sicuro, si vedeva.
La prima volta che ho dormito a casa tua, con lei, quasi sei anni fa, nel cuore della notte sei arrivata, sei salita sul letto e mi hai dormito addosso. Non l’avevi mai fatto con nessuno, mi diceva lei. E diceva anche che, secondo lei, prima di lei, mi avevi scelto tu.
La prima volta che ho portato le valigie in casa tua, quasi sei anni fa, tu avevi due anni. Siamo stati quasi sei anni insieme. Ci hai amati e ti sei fatta amare. E se il paradiso degli umani, se c’è, è nelle teste di chi rimane, il tuo paradiso, se c’è, e credo proprio che ci sia, è nelle nostre due teste, nella testa di Caterina e nella mia testa.
Ci hai voluto bene. Ti abbiamo voluto bene. Ciao Grushenka.
La prima volta che ti ho vista ascoltare i Doors, quasi sei anni fa, anche se lei me l’aveva già raccontato, non ci credevo. Te ne stavi lì davanti alle casse dello stereo, seduta, ascoltavi Riders On The Storm con gli occhi semichiusi, per poi chiuderli del tutto quando sentivi la voce di Jim Morrison. Sorridevi, secondo me, son sicuro, si vedeva.
La prima volta che ho dormito a casa tua, con lei, quasi sei anni fa, nel cuore della notte sei arrivata, sei salita sul letto e mi hai dormito addosso. Non l’avevi mai fatto con nessuno, mi diceva lei. E diceva anche che, secondo lei, prima di lei, mi avevi scelto tu.
La prima volta che ho portato le valigie in casa tua, quasi sei anni fa, tu avevi due anni. Siamo stati quasi sei anni insieme. Ci hai amati e ti sei fatta amare. E se il paradiso degli umani, se c’è, è nelle teste di chi rimane, il tuo paradiso, se c’è, e credo proprio che ci sia, è nelle nostre due teste, nella testa di Caterina e nella mia testa.
Ci hai voluto bene. Ti abbiamo voluto bene. Ciao Grushenka.
mercoledì 12 gennaio 2011
martedì 11 gennaio 2011
Della superiorità dell’ingegneria sui ragionamenti di Ivan Fëdorovič Karamazov
Quel che ci preme è ch’io possa, al più presto, dichiararti il mio vero essere, cioè che uomo sono io, in che cosa credo e in che cosa spero […] E perciò ti dichiaro senz’altro che accetto, in tutte lettere, l’esistenza di Dio. Ma ecco, tuttavia, che cosa occorre rilevare: posto che Dio esista, e che abbia realmente creato la terra, questa, come tutti sappiamo, è stata creata secondo la geometria euclidea, e l’intelletto umano è stato creato idoneo a concepire soltanto uno spazio a tre dimensioni. Vi sono stati, invece, e vi sono anche ora, geometri e filosofi, e anzi fra i più grandi, i quali dubitano che tutta la natura, o più ampiamente, tutto l’universo, sia stato creato secondo la geometria euclidea, e s’avventurano perfino a supporre che due linee parallele, che secondo Euclide non possono a nessun patto incontrarsi sulla terra, potrebbero anche incontrarsi prima o dopo all’infinito. E così, cuore mio, ho tratto la conclusione che, se nemmeno questo mi riesce intelligibile, come potrei mai innalzarmi al concetto di Dio? Umilmente riconosco che in me non c’è nessuna capacità di risolvere problemi simili: in me c’è una mente euclidea, terrestre, e come potrei pretendere di ragionare su ciò che non è di questo mondo? E anche a te, Alëša, consiglio che a queste cose ti astenga sempre dal pensare, e soprattutto (per quanto tocca Iddio) se esista o non esista. Queste son tutte questioni assolutamente inadatte a un’intelligenza creata con concetto d’uno spazio unicamente tridimensionale. Cosicché, ammetto volentieri Iddio […]
Io sono una cimice, e riconosco con la massima umiltà che non posso intendere un ette delle ragioni per cui il mondo è composto così. Si vede che gli uomini stessi ne avranno colpa: gli era stato dato il paradiso, loro han voluto la libertà e han rapito il fuoco dal cielo, pur sapendo che sarebbero stati infelici: non è dunque il caso di averne pietà. Oh, io, con la mia miserabile, terreste intelligenza euclidea, io so, unicamente, che la sofferenza c’è, che colpevoli non esistono, che da una cosa deriva l’altra in linea retta, che tutto scorre via e viene a controbilanciarsi: ma questo, certamente, non è che vaneggiamento euclideo, e so io stesso che è così, e vivere secondo esso è una cosa a cui non posso, io, acconsentire! […] quel che occorre, a me, è una sensazione suprema, altrimenti sarò costretto ad annichilarmi.
(Fëdor Michajlovič Dostoevskij, I fratelli Karamazov, parte seconda, libro quinto “Pro e contra”, dai capitoli III I fratelli fanno conoscenza e IV Ribellione, ed. Einaudi)
Quando Ivan Fëdorovič tiene questo discorso al fratello Aleksej nella locanda della Capitale, poco prima di esporgli il suo poema mai scritto dal titolo Il grande inquisitore, ha circa ventitre anni. Io ne avevo ancora meno, tra i diciannove e i venti, mi pare, quando dimostravo che due rette parallele, all’infinito, si incontrano senza problemi. Quel punto lì, dove le rette parallele si incontrano all’infinito, si chiama punto improprio. Se vogliamo pensare che Dio sia da quelle parti, cioè all’infinito, è molto verosimile l’ipotesi che si tratti, appunto, coerentemente, di un Dio improprio. Altrimenti è da un’altra parte o, più semplicemente, non è. E per quanto mi riguarda, e nemmeno da oggi, ma da quando avevo diciannove o vent’anni, la questione è archiviata.
lunedì 10 gennaio 2011
A tavola con Tiziano Fiorveluti: Fettuccine Calindri Viendalmare
Comprate dei gamberi. Sbucciateli. Portate pazienza.
Comprate delle tagliatelle all’uovo, non verdi. Il cromatismo ha la sua importanza, anche se devo ammettere che non siamo mica qui a parlare di pittura e quindi potremmo soprassedere sul colore delle tagliatelle. Però non verdi, porca zozza, va bene?
Detto questo, comprate dei carciofi. Tagliate i gambi, togliete le foglie più esterne. Tagliate la parte superiore del carciofo e poi tagliate in 4 pezzi. Dovete anche aver messo a soffriggere dell’olio con due spicchi d’aglio, altrimenti se non buttate subito il carciofo in padella vi diventa nero e non sta bene. I vecchi sapientoni vi diranno che se lo spruzzate di limone o se mettete i carciofi in una ciotola piena di acqua e limone la cosa non succede, ma se non siete abili vi capita lo stesso. Quindi MUOVETEVI.
Fate soffriggere i carciofi un paio di minuti e poi aggiungete acqua calda e un dado da brodo. Abbassate il fuoco e mescolate di tanto in tanto. Mescolate pure. Quando si restringe il sughetto mettete un bicchiere di vino bianco secco. Cuocete le tagliatelle in acqua abbondantemente salata, come dicono i libri di cucina veri, e quando scolate e incorporate al sugo, tritate del prezzemolo e buttatecelo in cima servendo su un bel piattone da portata, partendo da 76 metri.
Comprate delle tagliatelle all’uovo, non verdi. Il cromatismo ha la sua importanza, anche se devo ammettere che non siamo mica qui a parlare di pittura e quindi potremmo soprassedere sul colore delle tagliatelle. Però non verdi, porca zozza, va bene?
Detto questo, comprate dei carciofi. Tagliate i gambi, togliete le foglie più esterne. Tagliate la parte superiore del carciofo e poi tagliate in 4 pezzi. Dovete anche aver messo a soffriggere dell’olio con due spicchi d’aglio, altrimenti se non buttate subito il carciofo in padella vi diventa nero e non sta bene. I vecchi sapientoni vi diranno che se lo spruzzate di limone o se mettete i carciofi in una ciotola piena di acqua e limone la cosa non succede, ma se non siete abili vi capita lo stesso. Quindi MUOVETEVI.
Fate soffriggere i carciofi un paio di minuti e poi aggiungete acqua calda e un dado da brodo. Abbassate il fuoco e mescolate di tanto in tanto. Mescolate pure. Quando si restringe il sughetto mettete un bicchiere di vino bianco secco. Cuocete le tagliatelle in acqua abbondantemente salata, come dicono i libri di cucina veri, e quando scolate e incorporate al sugo, tritate del prezzemolo e buttatecelo in cima servendo su un bel piattone da portata, partendo da 76 metri.
si parla di:
A tavola con Tiziano Fiorveluti
domenica 9 gennaio 2011
Il paradiso degli umani
Il paradiso degli umani, se c'è, non è quello cattolico, ma è nelle teste di chi rimane. Non devi amare il prossimo o non peccare, devi farti amare. Se c'è, non è un premio, ma sei tu, per qualcun altro, che rimani, il paradiso degli umani.
sabato 8 gennaio 2011
venerdì 7 gennaio 2011
Nel nome del padre (1) e Meraviglie dalla campagna (1)
Ieri è arrivata la prima raffica di perché?.
Mi ha detto agnese che verso metà mattina erano uscite a nutrire gli animali (in inglese: to feed) e hanno dato del pane vecchio alle galline. Poi agnese è andata a riempire le ciotole dei gatti, e quando è tornata ha trovato ester che si mangiava il pane vecchio assieme alle galline. Ad ester le galline sono simpatiche; agnese le rispetta, ma non le stima.
Arriva anche gisella, che è il cane, e anche lei si mette a mangiare il pane vecchio destinato alle galline assieme ad ester e alle galline.
Allora agnese ritorna dai gatti, vede la scena, e fa: “Ma tesoro, non si mangia il pane vecchio”
Figlia: “pecché?”
Madre: “perché è per le galline”
Figlia: “pecché galline?”
Madre: “Perché è duro”
Figlia: “pecché dulo?”
Madre: “perché... è vecchio”
Figlia: “pecché vecchio?”
Madre: “aaahhh... perché è rimasto lì, e il fornaio non lo vendeva, e ora si da alle galline”
Figlia: “pecché anche gi mangia?”
Madre: “Aiuto”
Mi ha detto agnese che verso metà mattina erano uscite a nutrire gli animali (in inglese: to feed) e hanno dato del pane vecchio alle galline. Poi agnese è andata a riempire le ciotole dei gatti, e quando è tornata ha trovato ester che si mangiava il pane vecchio assieme alle galline. Ad ester le galline sono simpatiche; agnese le rispetta, ma non le stima.
Arriva anche gisella, che è il cane, e anche lei si mette a mangiare il pane vecchio destinato alle galline assieme ad ester e alle galline.
Allora agnese ritorna dai gatti, vede la scena, e fa: “Ma tesoro, non si mangia il pane vecchio”
Figlia: “pecché?”
Madre: “perché è per le galline”
Figlia: “pecché galline?”
Madre: “Perché è duro”
Figlia: “pecché dulo?”
Madre: “perché... è vecchio”
Figlia: “pecché vecchio?”
Madre: “aaahhh... perché è rimasto lì, e il fornaio non lo vendeva, e ora si da alle galline”
Figlia: “pecché anche gi mangia?”
Madre: “Aiuto”
Campagna acquisti (un altro reintegro, in verità)
È con piacere delirante che diamo nuovamente il benvenuto a capra, barabbista della prima ora, anche lui già dal 2006 e scomparso per motivi oscuri allo scrivente, vincitore di premi a suon di preghiere e bestemmie, nonché chitarra pinguina sotto il gazebo. Di seguito la sua biografia essenziale:
capra è nato, marito e padre rispettivamente da 28, 5 e 2 anni. Nella vita vorrebbe fare lo scrittore di discorsi per i matrimoni perché è un campo ancora sgombro da concorrenza e, sostiene, con ampie possibilità di guadagno.
Ora diciamo tutti insieme: "ciao capra".
capra è nato, marito e padre rispettivamente da 28, 5 e 2 anni. Nella vita vorrebbe fare lo scrittore di discorsi per i matrimoni perché è un campo ancora sgombro da concorrenza e, sostiene, con ampie possibilità di guadagno.
Ora diciamo tutti insieme: "ciao capra".
Campagna acquisti (un reintegro, in verità)
È con piacere scomposto che diamo nuovamente il benvenuto a un barabbista della prima ora, che era iscritto al blog già nel 2006, ma poi, per motivi ignoti a chi scrive, è sparito e nessuno se ne è più curato. Di solito i nuovi barabbisti si presentano con una biografia essenziale. La biografia essenziale del nuovo barabbista è nel nome.
Quindi diciamo tutti insieme: "ciao leonardo" (sì, QUEL leonardo).
Quindi diciamo tutti insieme: "ciao leonardo" (sì, QUEL leonardo).
giovedì 6 gennaio 2011
Come uno che va a fare un giro in piazza la domenica
Quando ho appoggiato la bici da corsa al muro, con l’idea in testa di lasciarla lì per sempre, ed era passato già qualche giorno da quando avevo smesso di fare le gare per dedicarmi all’ingegneria e alla vita, mi son detto No, dai, Marco, pedala ancora un po’. Allora l’ho ripresa in mano, la bici da corsa, mi son vestito attillato con la maglia della vecchia squadra, l’ultima, IMAL Pedale Modenese, son saltato sul sellino e via, ho fatto un giro per la bassa.
E mentre ero lì nella campagna modenese, doveva essere, credo, intorno a Gargallo, mi son fermato al bordo della strada, di colpo, ho messo giù il piede, ho bevuto un sorso d’acqua dalla borraccia e mi son messo a fissare il vuoto. Cosa ci facevo, io, lì in mezzo alla prateria emiliana, da solo, con un costumino attillato, a vent’anni, senza nessuna ruota da inseguire, senza uno scopo, senza dover lavorare per una squadra e senza salite per rimanere indietro, ritirarmi e montare sull’ammiraglia come un asino?
Cosa ci facevo lì da solo senza sapere dove andare? Niente.
È in quel momento che ho capito che a me del ciclismo amatoriale non me ne fregava poi tanto. Mi piaceva gareggiare, lottare, agonizzare, fare di quelle fatiche che a un certo punto, delle volte, ti piegavano la testa di lato, e i polmoni cercavano aria inutilmente, e ogni tanto cadevo e mi facevo male, che ancora oggi son pieno di cicatrici sui gomiti e sulle ginocchia, e il primo istinto che hai quando sei lì per terra è di tirarti su, prendere la bici e via, correr dietro agli altri, col sangue che ancora sgocciola sull'asfalto.
E allora cosa stavo facendo, adesso che avevo finito di correre? Andavo in giro in bici da solo come un vecchietto, come un amatore, di quelli che si fanno i cicli di dialisi per vincere un salame, han sempre le cose all’ultimo grido sulla bici e spendon di più in roba da corridore che in regali di Natale per i figli?
Tutte queste cose mi venivano in mente mentre ero ancora lì, al bordo della strada di Gargallo, ché all’inizio volevo andare a Rubiera, e invece ho girato la bici da corsa, ho incastrato i piedi nei pedali e son tornato verso casa, ai venti all’ora, come uno che va a fare un giro in piazza la domenica.
__________
Sono stato l'ospite della settimana sul blog di Grazia, il magazine. Questo post non c'è sul blog di Grazia, il magazine, ma lì ho parlato dei pensieri ciclici, tutta roba che avete già letto su Barabba, anche se l'ho rimaneggiata un po', e li trovate, nell'ordine, appunto, sul blog di Grazia, il magazine: Una malattia, Piccolo, King Kong e Pedala, Marco, Pedala!. Spero almeno che la mamma e la sorella siano contente, la moglie già salta dalla gioia.
E mentre ero lì nella campagna modenese, doveva essere, credo, intorno a Gargallo, mi son fermato al bordo della strada, di colpo, ho messo giù il piede, ho bevuto un sorso d’acqua dalla borraccia e mi son messo a fissare il vuoto. Cosa ci facevo, io, lì in mezzo alla prateria emiliana, da solo, con un costumino attillato, a vent’anni, senza nessuna ruota da inseguire, senza uno scopo, senza dover lavorare per una squadra e senza salite per rimanere indietro, ritirarmi e montare sull’ammiraglia come un asino?
Cosa ci facevo lì da solo senza sapere dove andare? Niente.
È in quel momento che ho capito che a me del ciclismo amatoriale non me ne fregava poi tanto. Mi piaceva gareggiare, lottare, agonizzare, fare di quelle fatiche che a un certo punto, delle volte, ti piegavano la testa di lato, e i polmoni cercavano aria inutilmente, e ogni tanto cadevo e mi facevo male, che ancora oggi son pieno di cicatrici sui gomiti e sulle ginocchia, e il primo istinto che hai quando sei lì per terra è di tirarti su, prendere la bici e via, correr dietro agli altri, col sangue che ancora sgocciola sull'asfalto.
E allora cosa stavo facendo, adesso che avevo finito di correre? Andavo in giro in bici da solo come un vecchietto, come un amatore, di quelli che si fanno i cicli di dialisi per vincere un salame, han sempre le cose all’ultimo grido sulla bici e spendon di più in roba da corridore che in regali di Natale per i figli?
Tutte queste cose mi venivano in mente mentre ero ancora lì, al bordo della strada di Gargallo, ché all’inizio volevo andare a Rubiera, e invece ho girato la bici da corsa, ho incastrato i piedi nei pedali e son tornato verso casa, ai venti all’ora, come uno che va a fare un giro in piazza la domenica.
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Sono stato l'ospite della settimana sul blog di Grazia, il magazine. Questo post non c'è sul blog di Grazia, il magazine, ma lì ho parlato dei pensieri ciclici, tutta roba che avete già letto su Barabba, anche se l'ho rimaneggiata un po', e li trovate, nell'ordine, appunto, sul blog di Grazia, il magazine: Una malattia, Piccolo, King Kong e Pedala, Marco, Pedala!. Spero almeno che la mamma e la sorella siano contente, la moglie già salta dalla gioia.
mercoledì 5 gennaio 2011
martedì 4 gennaio 2011
A tavola con Tiziano Fiorveluti: Tartine Volgari
Comprate del caviale del Volga pagandolo più soldi di quelli che avete. Comprate anche un cucchiaino d'argento purissimo per servirlo. Stendete delle piccole fettine di pan carrè e metteteci un ricciolo di burro. Sopra mettete il caviale. Mentre lo mangiate, osservate le seguenti regole fondamentali:
1) Fate finta che sia buonissimo.
2) Quando vi scapperà la prima smorfia di disgusto, dite che quel caviale lì va mangiato in purezza (o “nature”) e che lo avete servito così soltanto per accontentare le donne, che dicono abbia un sapore troppo forte. Se invece siete donna, servite uova di lompo banalissime, ma nel farlo indossate abiti scollatissimi mozzafiato e ammiccate pesantemente a CHIUNQUE. Tutti giureranno di aver assaggiato delle tartine fenomenali.
1) Fate finta che sia buonissimo.
2) Quando vi scapperà la prima smorfia di disgusto, dite che quel caviale lì va mangiato in purezza (o “nature”) e che lo avete servito così soltanto per accontentare le donne, che dicono abbia un sapore troppo forte. Se invece siete donna, servite uova di lompo banalissime, ma nel farlo indossate abiti scollatissimi mozzafiato e ammiccate pesantemente a CHIUNQUE. Tutti giureranno di aver assaggiato delle tartine fenomenali.
si parla di:
A tavola con Tiziano Fiorveluti
lunedì 3 gennaio 2011
Animali morti molto antichi morti invano
Sarà perché da piccolo mi portavano sempre in montagna, in un appartamento vicino a un ruscello, di quei ruscelli di montagna con l'acqua freddissima e le sponde piene di sassi piatti, e io ci andavo tutti i giorni, da solo, con un martellino e un sacchetto, in riva al ruscello a martellare i sassi piatti, spezzarli due e cercare i fossili, e cercavo i trilobiti, che mi son sempre stati simpatici, ma trovavo sempre e solo delle conchiglie, ma un sacco di conchiglie fossili, che ce le ho ancora in uno scatolone molto pesante nel garage dei miei, e sarà per quello, boh, ma tutte le volte che faccio benzina, poi, quando stacco la cornetta della pompa dal serbatoio per rimetterla a posto, in quel momento lì, sempre, capita che cada una goccina di benzina sull'asfalto, e dato che mi han sempre spiegato che la benzina è fatta di animali morti, animali morti molto antichi, fossili che invece di diventare pietre piatte in riva ai ruscelli freddissimi di montagna son diventati benzina, ecco, sarà per quello, ma anche adesso, tutte le volte che quella goccina di benzina lì cade per terra, io penso che un trilobite sia morto invano. E mi dispiace un casino.
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