mercoledì 29 giugno 2011

Cicatrici: Hokuto No Ken

(Posizione)
Sul petto, ma ora non più.

(Cause)
Siamo alla fine del ventesimo secolo e il mondo intero è sconvolto dal progresso tecnologico in campo ciclistico.

Nei pedali, per esempio. Quando inizio a correre in bici, a sette anni, i piedi dobbiamo legarli col cinturino. E vuol dire che appena partiti, appena infilato il piede nei pedali, tutti ci abbassiamo con una mano per stringere la cordicella che ci aggancia inesorabilmente al nostro mezzo. Poi quando cadiamo, la bici, il più delle volte, ci rimane attaccata al culo. E non è bello. Quando smetto di correre, invece, a diciannove anni, i cinturini non esistono più perché ci sono i “look”: i piedi si agganciano al tacchetto che abbiamo sotto le scarpe e si staccano con una flessione della caviglia verso l'esterno; quando cadiamo, la bici si stacca di dosso e va per la sua strada, e almeno non ci aggrovigliamo. Un pensiero in meno per le mamme ai bordi delle strade durante le gare.
Poi ci sono i freni, per fare un altro esempio. Quando inizio a correre ho i fili dei freni che escono dalle leve del manubrio, vanno verso l'alto, arrivano ad altezza occhio, si incrociano ad arco e poi scendono per agganciarsi alla canna. E vuol dire che quando cadi devi stare attento a non infilarci le mani, che non si sa mai. Quando smetto di correre, invece, da grande, i fili dei freni passano di nascosto nella fasciatura del manubrio e s’inabissano nella tubatura della bici fino ad arrivare là dove devono fare il loro mestiere. Un altro pensiero in meno, a parte il corno nudo del freno che ti si può conficcare in pancia, ma non succede (quasi) mai.
E infine il cambio. All’inizio sono levette macchinose che muovi infilandoti una mano tra le gambe, alla fine sono asticelle sottili attaccate ai freni e le sposti con dei movimenti minimi delle dita. Il progresso, insomma.

Ma la conquista tecnologica più importante, almeno per noi che veniamo dalla bassa modenese dove l’afa è una cosa che ci vorrebbero le branchie, la conquista tecnologica più importante è: la cerniera sulla maglietta, ché quando abbiamo iniziato a correre avevamo quelle cernierine di tre centimetri che non servivano a niente, e invece adesso c'è la cerniera che arriva fino alla fine della maglietta, così quando fai allenamento da solo – in gara no perché bisogna essere sempre elegantissimi e seri di fronte ai giudici e alle altre squadre – te la puoi aprire quanto vuoi e farci passare un po’ d’aria mentre vai. Goduria suprema.

E quindi quel giorno infausto sto facendo l’allenamento rilassato del giovedì, quello dopo l’allenamento pesante del mercoledì quando ci portano con tutta la squadra a farci uscire l'anima in montagna. Ma oggi è giovedì e sono alla fine dei miei settanta chilometri sciolti, quasi arrivato a casa, è estate e c’è caldissimo, quindi a metà strada mi sono aperto la maglietta fino alla pancia e mi godo l’arietta che ci passa carezzevole e mi rinfresca. È circa a cinque chilometri da casa che sento qualcosa che mi punge sul pettorale destro. Poi sul sinistro. Poi ancora, ancora e ancora.

Smetto di pedalare e mi infilo una mano nella maglia: c’è un esserino peloso che sicuramente ha una paura del diavolo, poverello, ma intanto si difende come può e mi punge il petto continuamente.

Avevo sempre sentito dire che quando le api e le vespe ti pungono, lasciano il pungiglione nella puntura e muoiono, ma questa, che è un’ape o una vespa, si vede che non fa in tempo a conficcare bene la sua arma bianca nella carne e allora punge, punge e ancora punge. Finché non riesco ad afferrarla con la mano e a stritolarla col palmo, senza pietà, vaffanculo ape o vespa del cazzo. Sto ansimando.

Poi mi fermo. Stacco il piede destro e l’appoggio sull'asfalto. Mi sento strano e stacco anche il piede sinistro. Mi siedo sul bordo di un fosso perché sto iniziando a sudare e non sto per niente bene. Ho un po' di nausea.

Quando mi passa il giramento di testa, mi apro la maglietta e vedo sette bollini rossi e incandescenti.

(Conseguenze)
Per qualche mese non faccio altro che vantarmene in piscina con gli amici. Faccio i versolini di Kenshiro, prendo a pugni la gente e spesso ne prendo indietro il doppio. Così quando smetto di correre in bici mi iscrivo a karate e divento cintura nera.

Ma pian piano le cicatrici delle punture, che rimangono per molto tempo, chissà come mai, vengono riassorbite e spariscono. Ora quando lo racconto, quando racconto che un’ape o una vespa mi ha fatto le sette stelle di Hokuto sul petto, non ci crede nessuno. Forse nemmeno voi che leggete queste righe. Ma tant’è. Un giorno vi piazzo un calcio volante quando meno ve lo aspettate e vi faccio vedere io. UATTA'.

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Domani è la deadline per la consegna delle vostre cicatrici, se ne avete. Potete mandarle, entro e non oltre le 23:59 del 30 giugno, al solito indirizzo marcomncrd chiocciola gmail punto com. Siete ancora in tempo, dateci un taglio.

2 commenti:

  1. No, ma io che non conosco Ocutonochen e neanche Chensciro, io ci credo nelle api e nelle vespe. E credo anche che se i sette puntini fossero inventati, beh, allora sarebbero inventati bene. Bravo.

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  2. (è tutto vero) grazie :)

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