L'ingegnere si avvicinò timidamente a uno specchio e guardò.
«Al diavolo, che razza di porcheria!» esclamò e sputò in terra.
«Ci fosse almeno qualcosa al posto del naso rosso, macchè! niente!...» (*)
venerdì 22 ottobre 2010
giovedì 21 ottobre 2010
Il naso rosso
L'ingegnere si svegliò abbastanza presto e con le labbra fece «Brr...», cosa che faceva sempre quando si destava, sebbene nemmeno lui sapesse spiegare perché. L'ingegnere si stirò, ordinò di dargli un piccolo specchio che stava sul tavolo. Voleva guardare un foruncoletto che la sera prima gli era spuntato; ma, con suo sommo stupore, vide che al posto del naso rosso aveva uno spazio perfettamente liscio! Spaventatosi, l'ingegnere ordinò di portargli dell'acqua e si fregò gli occhi con l'asciugamano: proprio così, niente naso rosso! Cominciò a tastare con la mano per vedere se non stesse ancora dormendo. No, a quanto pareva, non dormiva. L'ingegnere saltò giù dal letto, si diede uno scrollone: niente naso rosso!... Ordinò subito di portargli i vestiti e volò direttamente a scriverlo sull'internet. (*)
mercoledì 20 ottobre 2010
Son fatto così (3)
Son fatto che quando uno mi dice Ho voglia di vederti, ed è un amico, spesso, o Andiamo a prenderci una birra che è un po' che non ci vediamo, mi dice, che son cose normali, penso, son cose anche sane, vedersi, quando è un po' che non ci si vede, ma quando uno dice che vuole vedermi, dicevo, e mi manda un messaggio o mi telefona, e gli rispondo Va bene, non c'è problema, ok, il tal giorno alla tal ora, quando poi arriva il giorno dell'appuntamento, qualche ora prima, io, di solito, gli mando un sms con scritto Scusa, oggi non posso, davvero. E non è mica vero. Son fatto così.
martedì 19 ottobre 2010
Fantasie di un magazziniere: Orgoglio e Pregiudizio
Stamattina, consegna da effettuare presso l'ospedale.
L'ospedale di Carpi, che ha un'intera ala e un ingresso che portano il nome di una famiglia di benefattori (questa borghesia illuminata, sembrano secoli dagli attuali squaletti...). Una classe così illuminata da avere collocato all'ingresso un servizio di portineria con tanto di numerino come alle poste (tutti questi malati, la calca, il caldo, i bacilli, per carità, la folla dei bisognosi è spettacolo riprovevole, va eliminata, con albionico rigore). Mentre attendo paziente il mio turno (il mio numerino è il 23, il display segna il 12 e davanti in fila ho solo una persona...), alle spalle della portinaia sbuca una suora, di quelle classiche, da caricatura. Altissima, viso smunto da Emmenthal, dentoni e occhiali. Canonica, appunto.
Come da protocollo, è a caccia del nuovo numero de L'Avvenire che è certamente giunto in portineria ma che ancora non ha raggiunto il suo desco pentecostale. Lo chiede gentilmente, la portinaia blocca tutte le operazioni, lo cerca, lo porge a lei che lo prende, ringrazia, ironizza sulle capacità ubique e mai riconducibili al regno dell'umano del quotidiano e se ne va.
La routine riprende ma subito vengo individuato (porto tra le mani due scatole sufficientemente voluminose da attirare l'attenzione di ogni normovedente) e gentilmente interrogato in deroga al numerino illuminato (poi non lamentatevi se le cose in Italia ci sono ma non funzionano...) e dopo qualche secondo vengo informato circa la mia destinazione.
"Prenda l'ascensore qui a destra, terzo piano, non può sbagliare".
Trepidante, con le prime gocce di sudore che m'imperlano la fronte, arrivo dove indicatomi. E trovo lei, la suora. Mademoiselle Emmenthal (o Emmenthaler che dir si voglia). In attesa, pure lei. Non mi guarda nemmeno arrivare, ciondola il giornale come una vispa teresa, percepisce la mia presenza ma l'attesa dell'ascensore è più rilevante, e quest'attesa è simbolizzata dal suo sguardo che fissa un punto a due metri e trenta d'altezza, un pezzo di muro vuoto sopra l'ascensore.
E qui comincia il mio stallo.
Tutto è durato pochissimi secondi ma il dubbio ha dilagato il tempo all'infinito.
Non sono mai stato in ascensore con una suora. Mai. Neanche una volta. Nemmeno per sbaglio.
Nemmeno nei miei più disturbati sogni erotici.
E questo è un ascensore di quelli piccoli. Sìsì, è di quelli normali. Non è di quelli dove ci si sta in dodici più un paio di barelle coi barellieri. Che a quel punto io potrei tranquillamente schiacciarmi in un angolo e fingere che sia tutto normale, che sono da solo e che sto per portare due scatole al terzo piano e che non c'è nessuno con me, nessuno che ha ricevuto una chiamata, nessuno che ha sentito una vocina che le ha detto un giorno "Tu adesso sarai la mia sposa" o la mia serva, o la mia regina, nessuno che passi le giornate credendo nella vita eterna, nel paradiso e cose così. Questo ascensore invece è piccolo, a giudicare dall'ampiezza delle porte, capienza 4 persone, al massimo (borghiesia illuminata ma oculata nelle spese). E potrei correre il rischio di percepirne l'odore stantio e muffito di Mademoiselle Emmenthal(-er) e potrei persino rischiare un contatto incidentale che mi provocherebbe ustioni di terzo grado, secondo le ultime disposizioni in materia di peccato.
No, no. Il mio orgoglio di ex-chirichetto, ex-lupetto, ex-boyscout e di attuale miscredente mi obbliga alla fuga (gli americani la chiamano exit strategy). Fingo una premura altrimenti tollerabile, fisso anch'io lo stesso punto nel muro della suora ma con tutt'altro stato d'animo e dopo tre secondi netti, sbuffando, attacco la prima rampa di scale.
Infine, durante l'impervio sforzo di rapidità, causatomi dall'ansia di poterla eventualmente reincontrare al terzo piano e veder così crollare tutte le mie labili scuse sui tempi di consegna, spostando agilmente i cartoni su un solo braccio, con l'altra mano mi tasto in via precauzionale i gioielli.
Non si sa mai...
L'ospedale di Carpi, che ha un'intera ala e un ingresso che portano il nome di una famiglia di benefattori (questa borghesia illuminata, sembrano secoli dagli attuali squaletti...). Una classe così illuminata da avere collocato all'ingresso un servizio di portineria con tanto di numerino come alle poste (tutti questi malati, la calca, il caldo, i bacilli, per carità, la folla dei bisognosi è spettacolo riprovevole, va eliminata, con albionico rigore). Mentre attendo paziente il mio turno (il mio numerino è il 23, il display segna il 12 e davanti in fila ho solo una persona...), alle spalle della portinaia sbuca una suora, di quelle classiche, da caricatura. Altissima, viso smunto da Emmenthal, dentoni e occhiali. Canonica, appunto.
Come da protocollo, è a caccia del nuovo numero de L'Avvenire che è certamente giunto in portineria ma che ancora non ha raggiunto il suo desco pentecostale. Lo chiede gentilmente, la portinaia blocca tutte le operazioni, lo cerca, lo porge a lei che lo prende, ringrazia, ironizza sulle capacità ubique e mai riconducibili al regno dell'umano del quotidiano e se ne va.
La routine riprende ma subito vengo individuato (porto tra le mani due scatole sufficientemente voluminose da attirare l'attenzione di ogni normovedente) e gentilmente interrogato in deroga al numerino illuminato (poi non lamentatevi se le cose in Italia ci sono ma non funzionano...) e dopo qualche secondo vengo informato circa la mia destinazione.
"Prenda l'ascensore qui a destra, terzo piano, non può sbagliare".
Trepidante, con le prime gocce di sudore che m'imperlano la fronte, arrivo dove indicatomi. E trovo lei, la suora. Mademoiselle Emmenthal (o Emmenthaler che dir si voglia). In attesa, pure lei. Non mi guarda nemmeno arrivare, ciondola il giornale come una vispa teresa, percepisce la mia presenza ma l'attesa dell'ascensore è più rilevante, e quest'attesa è simbolizzata dal suo sguardo che fissa un punto a due metri e trenta d'altezza, un pezzo di muro vuoto sopra l'ascensore.
E qui comincia il mio stallo.
Tutto è durato pochissimi secondi ma il dubbio ha dilagato il tempo all'infinito.
Non sono mai stato in ascensore con una suora. Mai. Neanche una volta. Nemmeno per sbaglio.
Nemmeno nei miei più disturbati sogni erotici.
E questo è un ascensore di quelli piccoli. Sìsì, è di quelli normali. Non è di quelli dove ci si sta in dodici più un paio di barelle coi barellieri. Che a quel punto io potrei tranquillamente schiacciarmi in un angolo e fingere che sia tutto normale, che sono da solo e che sto per portare due scatole al terzo piano e che non c'è nessuno con me, nessuno che ha ricevuto una chiamata, nessuno che ha sentito una vocina che le ha detto un giorno "Tu adesso sarai la mia sposa" o la mia serva, o la mia regina, nessuno che passi le giornate credendo nella vita eterna, nel paradiso e cose così. Questo ascensore invece è piccolo, a giudicare dall'ampiezza delle porte, capienza 4 persone, al massimo (borghiesia illuminata ma oculata nelle spese). E potrei correre il rischio di percepirne l'odore stantio e muffito di Mademoiselle Emmenthal(-er) e potrei persino rischiare un contatto incidentale che mi provocherebbe ustioni di terzo grado, secondo le ultime disposizioni in materia di peccato.
No, no. Il mio orgoglio di ex-chirichetto, ex-lupetto, ex-boyscout e di attuale miscredente mi obbliga alla fuga (gli americani la chiamano exit strategy). Fingo una premura altrimenti tollerabile, fisso anch'io lo stesso punto nel muro della suora ma con tutt'altro stato d'animo e dopo tre secondi netti, sbuffando, attacco la prima rampa di scale.
Infine, durante l'impervio sforzo di rapidità, causatomi dall'ansia di poterla eventualmente reincontrare al terzo piano e veder così crollare tutte le mie labili scuse sui tempi di consegna, spostando agilmente i cartoni su un solo braccio, con l'altra mano mi tasto in via precauzionale i gioielli.
Non si sa mai...
lunedì 18 ottobre 2010
A tavola con Tiziano Fiorveluti: Spaghetti "Foyer"
Si chiamano così in onore di Eduardo De Filippo. La ricetta di base è la “Pasta alla saponara” che lui diceva essere il suo piatto preferito. Ho apportato diverse variazioni, praticamente è diventata un’altra cosa.
Si butta l’acqua con gli spaghetti. Io userei degli spaghetti grossi, i più grossi che trovate. Non i bucatini, però. Una libidine può essere usare sia gli spaghetti “normali” che quelli integrali, in egual misura. Aggiunge colore, che è sempre bello.
Gli spaghetti devono essere scolati al dente. Intanto snocciolate delle olive nere e delle olive verdi. Mescolatele (in una terrina capiente) con alcuni filetti di alici qualche foglia di basilico, pinoli, uno o due spicchi d’aglio tritati e olio d’oliva, versato man mano che mescolate.
Preparate del pan grattato. Ungete una pirofila da forno con l'olio d’oliva.
Buttate gli spaghetti insieme al compostone, unendo pure il pan grattato. Mettete tutto in pirofila e in forno, facendo in modo che in qualche minuto diventino croccantini. Tirate fuori e se necessario aggiungete un filo d’olio a crudo e una bella spolverata di prezzemolo.
Andate a teatro, preferibilmente per un’opera lirica.
Si butta l’acqua con gli spaghetti. Io userei degli spaghetti grossi, i più grossi che trovate. Non i bucatini, però. Una libidine può essere usare sia gli spaghetti “normali” che quelli integrali, in egual misura. Aggiunge colore, che è sempre bello.
Gli spaghetti devono essere scolati al dente. Intanto snocciolate delle olive nere e delle olive verdi. Mescolatele (in una terrina capiente) con alcuni filetti di alici qualche foglia di basilico, pinoli, uno o due spicchi d’aglio tritati e olio d’oliva, versato man mano che mescolate.
Preparate del pan grattato. Ungete una pirofila da forno con l'olio d’oliva.
Buttate gli spaghetti insieme al compostone, unendo pure il pan grattato. Mettete tutto in pirofila e in forno, facendo in modo che in qualche minuto diventino croccantini. Tirate fuori e se necessario aggiungete un filo d’olio a crudo e una bella spolverata di prezzemolo.
Andate a teatro, preferibilmente per un’opera lirica.
si parla di:
A tavola con Tiziano Fiorveluti
domenica 17 ottobre 2010
Non è star sopra un albero: ebook collettivi e socialcose che si fanno senza carta
È il titolo di un intervento che faremo sabato 23 ottobre all'EAVIcamp di Modena, il primo barcamp modenese della storia, stando a quel che si dice. Tutta la giornata sarà incentrata sulla partecipazione, il cittadino, l'open source e via discorrendo. Noi parleremo, di nuovo, di come abbiam fatto per creare Schegge di Liberazione e Cronache di una sorte annunciata, e di come si può fare per fare queste cose che vengon bene anche senza l'ausilio della carta.
Insomma, se ci avete tempo e voglia, noi siam là, nell'aula a gradoni del Dipartimento di Fisica, dove l'ingegnere che vi scrive ha bruciato gli anni migliori della sua giovinezza sulle sudate carte, e dove sarà una soddisfazione inimmaginabile stare, per una volta nella vita, dalla parte potente della cattedra.
Come se non bastasse, seguirà un tumblr meetup di quelli da ricordare. Per info e prenotazioni, come si dice, citofonare blondeinside.
E niente, a presto.
Insomma, se ci avete tempo e voglia, noi siam là, nell'aula a gradoni del Dipartimento di Fisica, dove l'ingegnere che vi scrive ha bruciato gli anni migliori della sua giovinezza sulle sudate carte, e dove sarà una soddisfazione inimmaginabile stare, per una volta nella vita, dalla parte potente della cattedra.
Come se non bastasse, seguirà un tumblr meetup di quelli da ricordare. Per info e prenotazioni, come si dice, citofonare blondeinside.
E niente, a presto.
sabato 16 ottobre 2010
Dilemma
"Siamo qui stasera per parlare con questo giovane scrittore, Ugo Cornia, che ha avuto i natali proprio nel nostro ospedale di Carpi per mano di un mago dell'ostetricia, e siamo qui per presentare le sue ultime fatiche: le Operette ipotetiche (che il nostro, giustamente, si è guardato bene dal chiamare ipotattiche) e il nuovissimo, fresco di stampa, Autobiografia della mia infanzia. Proprio in quest'ultimo libro, emerge la figura di un ragazzo cresciuto nella media borghesia modenese, con tutti gli agi e le coccole del caso, un ragazzo che potremmo definire un bravo ragazzo. Ecco, proprio questo è il dilemma, anzi, mi vien da pensare, l'incontro di stasera potrebbe intitolarsi Può un bravo ragazzo diventare un grande scrittore?"
(il vecchio malvissuto, ieri sera, alla Libreria Fenice di Carpi. Trascrizione più o meno fedele del sottoscritto)
(il vecchio malvissuto, ieri sera, alla Libreria Fenice di Carpi. Trascrizione più o meno fedele del sottoscritto)
giovedì 14 ottobre 2010
Biografie essenziali (speciale scienziati 5)
Paul Ehrenfest ebbe sempre bisogno di qualcuno nella sua vita e nel suo lavoro. Fece così anche quando decise di morire.
(di Peppe Liberti, fisico di riferimento)
(di Peppe Liberti, fisico di riferimento)
Biografie essenziali (92)
Vincent Willem Van Gogh non suonava, non aveva orecchio. Però dipingeva, dipingeva come un matto.
mercoledì 13 ottobre 2010
Una malattia
Mio nonno è milanista, lo è sempre stato. Mio padre è juventino da una vita, da quando era piccolo, nonostante i continui tentativi di mio nonno per trascinarlo dalla sua parte. Son questioni di tifo, mi dice lui, non puoi mica ragionarci, è una brutta bestia, il tifo, una malattia.
Mio nonno mi racconta che una volta è andato allo stadio con mio padre per vedere Milan-Juventus, a Milano. Si son presi su con la macchina da Novi di Modena a San Siro, loro due, padre e figlio, in una di quelle giornate che sono importantissime per i legami padre e figlio, almeno così dicono i pedagoghi.
Mi dice mio nonno che per farlo contento, per far contento mio padre, suo figlio, erano andati a sedersi nella curva della Juve anche se lui era milanista. Ma era la fine degli anni ‘50, racconta, cosa vuoi che gliene fregasse ai tifosi juventini se c’era un milanista in mezzo a loro, si doveva guardare la partita e buona lì. Si faceva il tifo.
Allora si son seduti, mio nonno e mio padre, padre e figlio, e si son messi a guardare la partita.
Quasi subito il Milan ha fatto un gol. Mio nonno racconta che si è alzato dal seggiolino di scatto con le mani alzate, i gomiti a novanta gradi, le gambe un po’ piegate, ha fatto un saltino e ha detto forte, non gridato, ha detto forte: GOL!
Si son girati tutti.
L’han guardato male per qualche secondo, qualche secondo silenziosissimo dove mio nonno mi dice che sentiva il suo respiro. Allora si è seduto, senza fiatare, con i palmi delle mani in avanti e la testa che scuoteva un po’ come a dire Scusate. Ma è rimasto lì, di fianco a mio padre, suo figlio, e han continuato a guardare la partita. Zittissimi.
E poi il Milan ha fatto un altro gol. E allora mio nonno, senza rendersi conto, senza pensarci, si è alzato un po’ dal seggiolino, ha battuto le mani una volta, un solo clap, e ha detto, neanche forte, stavolta, ha detto normalmente: ALÉ!
Si son girati tutti, ancora.
L’han guardato male e in silenzio per qualche secondo. Uno, da dietro, gli ha picchiato una mano sulla spalla e gli ha detto Signore, adesso lei si siede e ci fa il favore di tacere per tutta la partita.
Va bene, ha risposto mio nonno, con le mani avanti e scuotendo la testa come a dire Scusate di nuovo e scusi anche lei. Ed è rimasto lì, di fianco a mio padre, suo figlio, e han continuato a guardare la partita. Zittissimi. Ancor di più di prima.
Mio nonno racconta che era poi finita quattro a zero per il Milan, la partita, e lui per gli altri due gol aveva esultato tantissimo ma dentro di sé, nella pancia, provando anche a rimanere serio e impassibile, con gli angoli della bocca che un po’ ridevano, ma senza farsi vedere. Guardava sempre avanti, guardava il campo.
Era contentissimo, mi dice, che vittoria, mi dice.
Però era poi l’ultima volta che andavo allo stadio, mi dice anche, ché lui da giovane aveva sparato con delle mitragliatrici e non era mica uno che aveva paura della gente, per capirci, ma lo stadio gli sembrava che stesse diventando proprio un brutto ambiente.
Veh Jules, mi racconta di aver detto a mio padre juventino, che era un bambino e che si chiama Jules, Veh Jules, ha detto a suo figlio mentre tornavano in macchina da San Siro a Novi di Modena, è poi la prima e l’ultima volta che veniamo allo stadio, che non mi è mica piaciuto, anche se abbiamo vinto, anche se il Milan ha fatto una gran bella partita, mi sembra che sia proprio una brutta bestia, questa cosa, come la chiamate voi, il tifo. Una malattia.
E deve essere per quel motivo lì, per non farmi ammalare, che a otto anni, quando giocavo a pallone con gli amici nella via, e tenevo la Fiorentina e il Napoli, che un giorno d'estate loro due, mio nonno e mio padre, padre e figlio, mi han dato una bici da corsa e dei vestiti attillati, mi han messo a sedere sulla sella e mi han detto: pedala, Marco, pedala, che è meglio.
Mio nonno mi racconta che una volta è andato allo stadio con mio padre per vedere Milan-Juventus, a Milano. Si son presi su con la macchina da Novi di Modena a San Siro, loro due, padre e figlio, in una di quelle giornate che sono importantissime per i legami padre e figlio, almeno così dicono i pedagoghi.
Mi dice mio nonno che per farlo contento, per far contento mio padre, suo figlio, erano andati a sedersi nella curva della Juve anche se lui era milanista. Ma era la fine degli anni ‘50, racconta, cosa vuoi che gliene fregasse ai tifosi juventini se c’era un milanista in mezzo a loro, si doveva guardare la partita e buona lì. Si faceva il tifo.
Allora si son seduti, mio nonno e mio padre, padre e figlio, e si son messi a guardare la partita.
Quasi subito il Milan ha fatto un gol. Mio nonno racconta che si è alzato dal seggiolino di scatto con le mani alzate, i gomiti a novanta gradi, le gambe un po’ piegate, ha fatto un saltino e ha detto forte, non gridato, ha detto forte: GOL!
Si son girati tutti.
L’han guardato male per qualche secondo, qualche secondo silenziosissimo dove mio nonno mi dice che sentiva il suo respiro. Allora si è seduto, senza fiatare, con i palmi delle mani in avanti e la testa che scuoteva un po’ come a dire Scusate. Ma è rimasto lì, di fianco a mio padre, suo figlio, e han continuato a guardare la partita. Zittissimi.
E poi il Milan ha fatto un altro gol. E allora mio nonno, senza rendersi conto, senza pensarci, si è alzato un po’ dal seggiolino, ha battuto le mani una volta, un solo clap, e ha detto, neanche forte, stavolta, ha detto normalmente: ALÉ!
Si son girati tutti, ancora.
L’han guardato male e in silenzio per qualche secondo. Uno, da dietro, gli ha picchiato una mano sulla spalla e gli ha detto Signore, adesso lei si siede e ci fa il favore di tacere per tutta la partita.
Va bene, ha risposto mio nonno, con le mani avanti e scuotendo la testa come a dire Scusate di nuovo e scusi anche lei. Ed è rimasto lì, di fianco a mio padre, suo figlio, e han continuato a guardare la partita. Zittissimi. Ancor di più di prima.
Mio nonno racconta che era poi finita quattro a zero per il Milan, la partita, e lui per gli altri due gol aveva esultato tantissimo ma dentro di sé, nella pancia, provando anche a rimanere serio e impassibile, con gli angoli della bocca che un po’ ridevano, ma senza farsi vedere. Guardava sempre avanti, guardava il campo.
Era contentissimo, mi dice, che vittoria, mi dice.
Però era poi l’ultima volta che andavo allo stadio, mi dice anche, ché lui da giovane aveva sparato con delle mitragliatrici e non era mica uno che aveva paura della gente, per capirci, ma lo stadio gli sembrava che stesse diventando proprio un brutto ambiente.
Veh Jules, mi racconta di aver detto a mio padre juventino, che era un bambino e che si chiama Jules, Veh Jules, ha detto a suo figlio mentre tornavano in macchina da San Siro a Novi di Modena, è poi la prima e l’ultima volta che veniamo allo stadio, che non mi è mica piaciuto, anche se abbiamo vinto, anche se il Milan ha fatto una gran bella partita, mi sembra che sia proprio una brutta bestia, questa cosa, come la chiamate voi, il tifo. Una malattia.
E deve essere per quel motivo lì, per non farmi ammalare, che a otto anni, quando giocavo a pallone con gli amici nella via, e tenevo la Fiorentina e il Napoli, che un giorno d'estate loro due, mio nonno e mio padre, padre e figlio, mi han dato una bici da corsa e dei vestiti attillati, mi han messo a sedere sulla sella e mi han detto: pedala, Marco, pedala, che è meglio.
martedì 12 ottobre 2010
Fantasie di un magazziniere: piccoli episodi di una vita lavorativa senza www
(nuova rubrica)
Furgone del 1973, cambio al volante, impianto a GPL e sterzo inesistente, come le petroliere.
Smiccato la macchina di un amico nel tentativo di parcheggiare di punta.
Muro scrostato e fotocellula del cancello automatico distrutta nel tentativo d'entrata.
Assunto da meno di una settimana.
Avrei voluto tantissimo twitterare a tutta l'azienda le mie scuse.
Furgone del 1973, cambio al volante, impianto a GPL e sterzo inesistente, come le petroliere.
Smiccato la macchina di un amico nel tentativo di parcheggiare di punta.
Muro scrostato e fotocellula del cancello automatico distrutta nel tentativo d'entrata.
Assunto da meno di una settimana.
Avrei voluto tantissimo twitterare a tutta l'azienda le mie scuse.
si parla di:
fantasie di un magazziniere,
fare imprese
lunedì 11 ottobre 2010
A tavola con Tiziano Fiorveluti: Rigatoni “prima del letargo”
(nuova rubrica)
Intanto occorre dire che questa ricetta va servita in ciotole di coccio, non nei piatti normali. Il perché lo capirete da soli durante lo svolgimento, spero.
Intanto occorre dire che questa ricetta va servita in ciotole di coccio, non nei piatti normali. Il perché lo capirete da soli durante lo svolgimento, spero.
Dovete comprare del formaggio bavarese a fette. Va bene anche l’emmenthal, il tilsiter, l’edamer, il gouda, quello che volete. L’importante è farselo affettare dal droghiere come se fosse prosciutto. Vi fate affettare anche del prosciutto cotto. Quanto? Dipende, io non mi metto mica lì a dare dosi. Ognuno segua la propria indole dopo la lettura e si faccia i suoi calcoli.
Lessate delle patate. Una a testa, così mi contraddico subito. Tenetele lì. Lessatele oltremisura che si dovranno sfarinare.
Scaldate l’olio in padella con uno o due spicchi d’aglio interi. Aggiungete il prosciutto cotto fatto a listarelle e la salsa di pomodoro. Intanto avete messo su l’acqua per i rigatoni, spero. Spero anche di non dover spiegare come si butta la pasta e quando. Comunque, quando la salsa di pomodoro è quasi pronta ci buttate dentro le patate e mescolate mentre si riscalda.
Oliate le ciotole di coccio. Stendete le fette di formaggio dentro alle ciotole di coccio. Dovete “foderarle” di formaggio, se capite cosa intendo.
Quando cuoce la pasta buttatela nel padellone del sugo. Oliate di fresco e mettete il tutto dentro le ciotole di coccio. Coprite con altro formaggio. Riscaldate in forno per 2 minuti.
È un piatto pesantissimo, ma dopo dovrete andare in letargo e non mangerete per mesi, quindi...
si parla di:
A tavola con Tiziano Fiorveluti
sabato 9 ottobre 2010
Sarà il gioco di Caborca
Da un po' di tempo, ogni tanto, vado a correre su per il portico di San Luca.
Oggi ho provato a farlo due volte.
Alla seconda volta, quando ero in cima, mi è apparso Elvis.
Oggi ho provato a farlo due volte.
Alla seconda volta, quando ero in cima, mi è apparso Elvis.
si parla di:
gioco,
Wonder Bologna
venerdì 8 ottobre 2010
Un gioco 2.0 - Restringiamo il campo - E Nick Cave è un gruppo
Provate a dire il nome di un cantante che, dopo aver fatto parte di un gruppo "importante" per la storia del rock, con la propria carriera solista abbia superato le cose che ha fatto col gruppo.
Penso che Nick Cave non valga.
Perché ritengo che Nick Cave non abbia mai fatto davvero il solista, perché lui è un gruppo, ovvero Nick Cave and The Bad Seeds, che secondo me è un gruppo, appunto, non è Nick Cave solista.
Penso che Nick Cave non valga.
Perché ritengo che Nick Cave non abbia mai fatto davvero il solista, perché lui è un gruppo, ovvero Nick Cave and The Bad Seeds, che secondo me è un gruppo, appunto, non è Nick Cave solista.
giovedì 7 ottobre 2010
Un gioco
Provate a dire il nome di un cantante che con la propria carriera solista ha superato, no, anzi, ha eguagliato, no, anzi, è anche solo andato molto vicino ad eguagliare le cose che ha fatto col proprio gruppo.
Ah, che non sia Lou Reed.
E non so se Nick Cave valga (parliamone), perché Nick Cave è Nick Cave and The Bad Seeds.
Ah, che non sia Lou Reed.
E non so se Nick Cave valga (parliamone), perché Nick Cave è Nick Cave and The Bad Seeds.
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