C'è uno sketch dei Monthy Pyton in cui un uomo entra in una stanza dicendo di essere "l'uomo invisibile". L'uomo in realtà si vede benissimo e già qui partono le risate. Lo sketch prosegue allora con l'intervistatore che chiede al sedicente invisibile come mai si attribuisce questa facoltà. L'uomo risponde che al lavoro nessuno gli rivolge la parola, quando torna a casa sua moglie non si accorge di lui e bla bla bla... fin quando l'immagine dell'uomo che racconta non sparisce dalla nostra visione, mentre si sente soltanto la voce. Le risate diventano amare, ma i Monty Python erano piuttosto bravi a fare queste cose.
Peter Norman è un esempio di come non solo gli uomini insignificanti riescano a diventare invisibili agli occhi del mondo, ma talvolta questo amaro destino possa essere riservato anche agli eroi. Eroe per caso, verrebbe da dire citando il titolo di un vecchio film di Frears. Ma non siamo qui a parlare di cinema.
Peter Norman è un velocista australiano, uno che in Australia corre i 100 e i 200 più forte di chiunque altro e su di lui si hanno grandissime speranze per le olimpiadi che si terranno a Città del Messico. Siamo nel 1968, anno quanto mai travagliato per la storia del mondo. Un anno di disordini sociali in Europa e Stati Uniti, con l'escalation della guerra in Vietnam, il massacro del Biafra, l'assassinio di Bob Kennedy e di Martin Luther King. Ed è anche l'anno dell'introduzione del Tartan, nuova superficie delle piste di atletica della quale si dice un gran bene, soprattutto per le gare di velocità. E in Messico si corre in altura, a più di duemila metri, l'ideale per fare dei gran tempi.
Norman si trova ad arrivare in finale nei 200 metri, in un'edizione dove, nei giorni precedenti, le gare di atletica hanno visto dei record eccezionali, alcuni letteralmente disintegrati grazie a risultati che hanno fatto gridare al miracolo. La finale dei 200 metri vede Norman comportarsi benissimo e, in giorni nei quali inizia lo strapotere dei neri nelle gare di velocità, si piazza al secondo posto in mezzo ai due americani Tommie Smith (oro con il nuovo record mondiale) e John Carlos (bronzo). Un bianco in mezzo a due "negri", come si diceva senza le virgolette una volta.
Al momento della premiazione i due americani hanno deciso di indossare un paio di guanti neri e di salire senza scarpe ma con le calze nere in segno di protesta per il razzismo imperante nel loro paese. Il problema è che uno dei due ha dimenticato i guanti nel dormitorio. Norman allora suggerisce: "indossate un guanto per uno". E poi, visto che i due hanno anche una coccarda dell'OPHR (Olympic Project for Human Rights), un'organizzazione nata nel 1967 per protestare contro la segregazione razziale negli USA, Norman a quel punto dice ai due ragazzi: "io sto con voi, datemi una coccarda e la indosserò durante la premiazione".
***
La premiazione è ben rappresentata da una foto che ormai conoscono tutti ed è diventata un simbolo della protesta in tutto il mondo. Una protesta che avrà strascichi assurdi. Smith e Carlos riceveranno minacce di morte continue, la moglie di uno dei due arriverà a suicidarsi per l'insostenibilità di quella situazione. Smith e Carlos passeranno alla storia come eroi che hanno combattuto per i diritti umani, eroi di un popolo e di una generazione. Nel 2005 l'università di San José erigerà un monumento raffigurante il podio di Messico 1968 con Smith e Carlos che alzano il pugno.
Peter Norman verrà osteggiato per sempre dall'atletica australiana. Nonostante raggiunga il tempo necessario per le olimpiadi di Monaco 1972 per cinque volte nei 100 e per tredici volte nei 200, il comitato olimpico australiano preferirà non mandare NESSUNO a correre gli sprint piuttosto che mandare lui, unico caso nella storia dello sport australiano. Lo stesso comitato olimpico australiano non lo inviterà nemmeno ai giochi olimpici di Sidney, né in qualità di tedoforo né di spettatore, come se non fosse mai esistito. Ogni qualvolta si accennerà alla fotografia del podio di Messico 1968 il suo nome non verrà mai menzionato, a differenza di Carlos e Smith. Vivrà nell'anonimato e cadrà preda della depressione e dell'alcool fino alla sua morte, avvenuta per un attacco di cuore nel 2003. Al funerale saranno proprio Carlos e Smith a reggerne il feretro.
Nel monumento all'università di San José raffigurante il podio, il secondo posto è VUOTO. Il tempo (20:06) ottenuto il 16 Ottobre 1968 a Città del Messico sui 200 da Peter Norman è ancora oggi record australiano.
martedì 24 luglio 2012
lunedì 23 luglio 2012
Per un amico vicino
Mercoledì 25 luglio, quello che viene, leggeremo delle cose sul terremoto, credo, in Piazza Unità d'Italia a Novellara (RE). Divideremo il palco con le nostre amiche del Coro delle Mondine di Novi di Modena e i nostri amici Flexus - e con Nevruz (click), Andrea Mingardi (click), Little Taver (click) e i Ridillo (click). Il ricavato della serata servirà, dicono, per ricostruire il Cinema Teatro Lux di Rovereto Sul Secchia, frazione di Novi di Modena.
Qui c'è il volantino della serata e, insomma, diffondete, accorrete, donate, eccetera.
Qui c'è il volantino della serata e, insomma, diffondete, accorrete, donate, eccetera.
venerdì 20 luglio 2012
Se tutto va bene
In fondo, mi viene da dirmi, tra tutti i periodi che uno può immaginarsi, credo, questo è (stato) il più buio e difficile delle nostre vite, nel senso dell'insieme, e d'ora in poi, penso, dovrà esser meglio per forza, se tutto va bene.
giovedì 19 luglio 2012
Biografie essenziali (speciale)
Vincenzo Li Muli, oggi, forse, a quest'ora, avrebbe 42 anni.
Emanuela Loi, oggi, forse, a quest'ora, avrebbe 44 anni.
Claudio Traina, oggi, forse, a quest'ora, avrebbe 47 anni.
Walter Eddie Cosina, oggi, forse, a quest'ora, avrebbe 51 anni.
Agostino Catalano, oggi, forse, a quest'ora, avrebbe 63 anni.
Paolo Borsellino, oggi, forse, a quest'ora, avrebbe 72 anni.
L'Italia, oggi, forse, a quest'ora, sarebbe un posto diverso.
Emanuela Loi, oggi, forse, a quest'ora, avrebbe 44 anni.
Claudio Traina, oggi, forse, a quest'ora, avrebbe 47 anni.
Walter Eddie Cosina, oggi, forse, a quest'ora, avrebbe 51 anni.
Agostino Catalano, oggi, forse, a quest'ora, avrebbe 63 anni.
Paolo Borsellino, oggi, forse, a quest'ora, avrebbe 72 anni.
L'Italia, oggi, forse, a quest'ora, sarebbe un posto diverso.
martedì 17 luglio 2012
L'ennesimo libro della fantascienza: intendiamoci subito
«intendiamoci subito: la letteratura è una nicchia della fantascienza.» (arditodelpopolo in una discussione senza capo né coda su friendfeed)Se non vi siete scordati, noi non ci siamo scordati, facciamo L'ennesimo libro della fantascienza. Avete tempo fino alla data stellare -310316.93992233363 (le 23:59 del 6 settembre 2012) per mandarci un racconto, un saggio, un ragionamento, una foto, una poesia, un disegno o quello che vi pare all'indirizzo marcomncrd [chiocciola] gmail [punto] com. Potete sfruttare la fantascienza in tutte le sue forme e in tutti i suoi sottogeneri, potete anche inventarne dei nuovi, non avete limiti. C'è solo una regola da rispettare: NO FANTASY. Pensate al futuro.
__________
(Di solito abbiamo una specie di dogma che ci vieta di postare immagini nei post, qui su Barabba, ma per il dottor thunalab possiamo fare volentierissimo un'eccezione. Grazie, thunalab.)
domenica 15 luglio 2012
Adesso
Adesso, se qualcuno mi chiede com'è che si sta adesso, io gli rispondo che adesso, per dire, se son lì che bevo una birra sul tavolo del salotto come facevo prima, mentre magari ciappino al computer o leggo un libro come facevo prima, e tiro su la bottiglia e ingollo un bel sorsone a collo come facevo prima, e poi la riappoggio contento di fianco al libro o al computer vicino al bordo del tavolo come facevo prima, adesso mi chiedo «oh, e se viene il terremoto?» E allora prendo la birra mezza piena e la sposto al centro del tavolo oppure la metto per terra oppure bevo a collo quella che rimane e «ecco,» mi dico tranquillo, «adesso sì.»
venerdì 13 luglio 2012
Biografie essenziali (144 e 145)
Sir Michael Philip Jagger e il suo amico Keith Richards han compiuto cinquant'anni. Due volte.
martedì 10 luglio 2012
RiScossa Music Festival: 14 e 15 luglio 2012
In breve: taluni barabbisti questa domenica 15 luglio, ma anche questo sabato 14 luglio, andranno a sentire i Camillas, i Mad Pour l'Unheard, per non parlare degli Zambramora, di Na Isna, degli Humus e degli altri ancora, che ancora non conosciamo ma che stimiamo di già. Saremo al circolo Arci Arcobaleno (non ci sarà bisogno della tessera) di Santa Croce, la provincia più south e più californiana di Carpi.
Qui il sito al festival e all'associazione AppenAppena che lo promuove.
Qui il link all'evento su fb, per partecipare e far partecipare.
(Uscendo dall'autostrada, andando verso Correggio, dopo una rotonda, si sale un pezzo di cavalcavia, si volta a sinistra prima di arrivarci in cima, si volta di nuovo due volte a sinistra, eccovi arrivati.)
A leggere cosa e perché: non lo sappiamo ancora bene, anche se il posto a me fa tornare in mente alcune emozioni vivide, certo è che saremo lì per supportare ancora una volta le nostre zone terremotate e le belle genti ancora un po' sotto shock.
A leggere quando e con chi: saremo prima dei concerti della domenica (indicativamente ore 17:30), durante, in mezzo o dopo il reading di un gradissimo poeta che mi fregio di conoscere dai tempi del servizio civile a Bologna: Vate Valerio Grutt.
A leggere secondo chi: i promotori di questa due giorni sono l'associazione culturale AppenAppena che, per chi non lo sapesse, il 19 e 20 maggio scorso tentarono a Carpi di portare a termine un Festival sulla Resistenza, nomato R.esistenze appunto. Con l'attentato di Brindisi e poi la scossa del 20 maggio il festival si era prima temporaneamente procrastinato, poi interrotto.
Alcuni artisti che si erano proposti allora, e tanti altri nuovi, hanno accolto la proposta degli AppenAppena di riprovarci (A GRATISSE!!!), e stavolta i proventi andranno alla ricostruzione di uno spazio culturale reso inagibile dai sismi.
Insomma, se volete venire a vedere un bel pezzo d'Emilia, ci trovate lì, sotto i 40° previsti, armati di gnocco fritto e lambro con ombrellino e cannuccia.
Qui il sito al festival e all'associazione AppenAppena che lo promuove.
Qui il link all'evento su fb, per partecipare e far partecipare.
(Uscendo dall'autostrada, andando verso Correggio, dopo una rotonda, si sale un pezzo di cavalcavia, si volta a sinistra prima di arrivarci in cima, si volta di nuovo due volte a sinistra, eccovi arrivati.)
A leggere cosa e perché: non lo sappiamo ancora bene, anche se il posto a me fa tornare in mente alcune emozioni vivide, certo è che saremo lì per supportare ancora una volta le nostre zone terremotate e le belle genti ancora un po' sotto shock.
A leggere quando e con chi: saremo prima dei concerti della domenica (indicativamente ore 17:30), durante, in mezzo o dopo il reading di un gradissimo poeta che mi fregio di conoscere dai tempi del servizio civile a Bologna: Vate Valerio Grutt.
A leggere secondo chi: i promotori di questa due giorni sono l'associazione culturale AppenAppena che, per chi non lo sapesse, il 19 e 20 maggio scorso tentarono a Carpi di portare a termine un Festival sulla Resistenza, nomato R.esistenze appunto. Con l'attentato di Brindisi e poi la scossa del 20 maggio il festival si era prima temporaneamente procrastinato, poi interrotto.
Alcuni artisti che si erano proposti allora, e tanti altri nuovi, hanno accolto la proposta degli AppenAppena di riprovarci (A GRATISSE!!!), e stavolta i proventi andranno alla ricostruzione di uno spazio culturale reso inagibile dai sismi.
Insomma, se volete venire a vedere un bel pezzo d'Emilia, ci trovate lì, sotto i 40° previsti, armati di gnocco fritto e lambro con ombrellino e cannuccia.
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terremoto in emilia
venerdì 6 luglio 2012
Interviste alla rovescia: Adelchi Battista
Adelchi Battista una volta ci ha regalato un suo monologo teatrale intitolato La vendetta è il racconto per le nostre Schegge di Liberazione (lo trovate qui). Ho sempre avuto un debole per quel monologo e quando è uscito Io sono la guerra, il romanzo di Adelchi, son corso a comprarlo. Appena finito di leggere mi son detto: che figata. Poi mi son detto: che libro strano. Allora l'ho contattato, Adelchi Battista, e gli ho chiesto se avesse voglia di farmi delle domande. Lui me le ha fatte, io ho risposto, e quella che segue è la terza intervista alla rovescia di Barabba.
Adelchi Battista – Odio molto questa cosa delle domande rovesciate, perché è molto più difficile che non rispondere a una normale intervista su un libro che ho scritto – intervista di cui so già quasi tutte le domande a memoria e ho avuto tutta una vita per elaborare le risposte più argute e intellettuali che ci siano. Tu mi chiedi di intervistarti quale lettore del tuo libro, e ti garantisco era meglio offrirti una cena. Purtroppo la mia coscienza di anzyano militare in congedo mi impone di affrontare questa ulteriore sfida e quindi eccomi qua. Io sono la guerra. Complimenti per averlo letto tutto fino alla fine da parte dell'autore, prima di ogni cosa. Non ti ha sfiancato? Non ti è sembrato che l'impersonalità come tratto fondamentale, la mancanza di sostegni narrativi classici, l'anarchia della trama ne abbiano un po' frammentato l'andamento?
Many - Ciao, Adelchi. No, Io sono la guerra non mi ha sfiancato, anzi, me lo son proprio bevuto, come si dice. I motivi sono vari e forse quello principale - a parte l'interesse personale per il periodo storico trattato - è legato strettamente agli eventi: Io sono la guerra è il libro con cui ho ripreso a leggere i libri nei giorni successivi al terremoto (mica poi tanto successivi, visto che la terra continuava a ballare ancora, ogni tanto). Era un periodo che leggere era fatica, c'erano delle cose da fare, dei parenti da sfollare, delle persone da aiutare, c'era il cervello da rimettere in bolla e c'era da decidere, sera per sera, dove dormire. Da questo punto di vista, leggere del bombardamento di San Lorenzo è stata un'esperienza tutta particolare. Anche leggere di quei piccoli scorci di Auschwitz che ci sono nel libro è stato abbastanza coinvolgente, visto che sono stato sul Treno della Memoria a Gennaio di quest'anno e fondere quello che ho visto di persona con quello che hai scritto, ecco, non so come dirlo, ma mi sembrava di esser lì e delle volte ho dovuto alzare gli occhi dal libro per tirare fiato.
Per finire di rispondere alla domanda, parlando dell'impianto narrativo, ammetto di aver avuto delle difficoltà alla partenza, proprio per l'impersonalità e la frammentazione degli episodi narrati e il continuo cambio del soggetto e del luogo. Ma appena ingranata la marcia, non mi sono più fermato. Non è mica vero che la trama è anarchica. Mi è sembrata una trama precisa e in continua ascesa verso il finale. E gli ultimi capitoli li ho letti d'un fiato, sono avvincentissimi.
A.B. – Mi è stato spesso detto che il libro in effetti ha una tale specificità che si rende inclassificabile. Ho cercato di difenderlo, di tenerlo dentro la categoria del romanzo, ma senza riuscirci. C'è chi addirittura vorrebbe metterlo tra i saggi e chi ancora nella storiografia divulgativa, che mi fa particolarmente spavento. Non andava bene romanzo e basta? Che ho fatto di male?
M. – Va benissimo romanzo e basta. Solo che davvero è difficile capire che Io sono la guerra sia un romanzo, di primo acchito. Ci si mette del tempo, almeno metà libro. È che se uno lo legge superficialmente, magari rischia di farti fare la figura del Valerio Massimo Manfredi della Seconda Guerra Mondiale, ma non mi pare il caso. (Mi piace molto la definizione che ha dato del tuo libro un tizio sul tuo profilo di facebook: "Io sono la guerra è un romanzo storico dalla forma di Fuga".)
A.B. – Chi è la guerra? Cioè a dire: chi è la guerra nel mio libro? Chi sta parlando? Chi dice 'io sono la guerra', secondo te?
M. – Questa è una domanda difficile. Per come l'ho capito io, l'autore, cioè Adelchi Battista, cioè tu, è diventato la guerra. Quindi l'autore che nel romanzo si fa Dio, che sa tutto, in questo caso diventa Guerra, la Guerra che in quel periodo era dappertutto, che coinvolgeva in qualche modo tutte le persone del pianeta, tutti i luoghi, nessuno escluso. Ecco, se Dio è in ogni cosa e in ogni luogo, come dicono quelli che ci credono, la Seconda Guerra Mondiale è stata decisamente Dio, con la differenza che non si può non credere alla Seconda Guerra Mondiale. Poi magari non ho capito niente.
A.B. – Secondo te c'è tanto futuro nel libro? Ho voluto parlare dell'oggi? Le cadute dei regimi sono tutte simili?
M. – Sì. Ecco, da questo punto di vista la dicitura "romanzo" è perfetta, perché la storia di Io sono la guerra ha una sua universalità.
A.B. – L'autore continua a sostenere che sia ormai maturo il tempo di una memoria condivisa, unica, per tutto il Paese. Condividi questo pensiero? E se lo condividi, come pensi ci si possa giungere? Se invece non lo condividi, perché?
M. – Vorrei scrivere una risposta, ma hai già detto molto tu con la domanda e con una cosa che avevi scritto su facebook tempo fa. Sì, credo che sia tempo per una memoria condivisa e credo che sia tempo già da tempo. Ultimamente, quando giriamo coi reading sulla Resistenza e cerchiamo di leggere alcuni racconti di Schegge di Liberazione tra quelli meno retorici (speriamo), alla fine degli spettacoli ci son sempre delle persone che ci dicono cose come "bravi, era ora che si leggessero racconti così", e mi vien da pensare che la gente forse è pronta per iniziare il processo di condivisione della memoria. Delle altre volte, invece, magari dopo aver acceso la televisione, mi sembra che abbiamo ancora il Novecento appoggiato sulla spalla come un pappagallo.
A.B. – Tu hai lavorato molto sulla parte finale della Seconda Guerra Mondiale, in particolare su tanti episodi resistenziali. Ti sei fatto un'idea generale su cosa sia stata la Resistenza?
M. – Sì, me la sono fatta, un'idea generale, e non so se riesco a spiegarla, ché con le parole, in questi casi, faccio fatica. Però più si delinea in testa quest'idea generale della e sulla Resistenza, più resto affascinato dai racconti individuali, dai singoli episodi, come a voler rappresentare la Resistenza con una figura molto grande con tantissime piccole sezioni da colorare e una tavolozza molto ma molto ampia.
A.B. – Mi colpisce spesso, trattando di questi temi, l'argomento 'giustizia'. Penso agli episodi di giustizia sommaria nei confronti dei repubblichini, penso alla giustizia del processo di Verona, e penso alla mancata giustizia, ovvero alla mancata consegna di Mussolini agli alleati da parte del governo Badoglio. Fantasticando, mi viene in mente Mussolini in catene portato nei teatri di New York, come una specie di King Kong. Ma mi viene anche in mente quella Norimberga italiana che forse ci avrebbe evitato parecchio spargimento di sangue, inclusi gli anni di piombo. Tu che ne pensi?
M. – Penso che la giustizia sia un concetto molto difficile da universalizzare, credo che dipenda sempre dal tempo e dal luogo. Faccio fatica a pensare a come sarebbero andate le cose se ci fosse stata una Norimberga italiana, perché non c'è stata, o se Mussolini fosse stato consegnato agli americani, perché non è stato consegnato. L'idea di giustizia che abbiamo oggi è calibrata secondo la Storia e secondo quello che è accaduto anche in quell'occasione.
In pratica non ti so rispondere (e la cosa che mi è piaciuta molto di Io sono la guerra è che il tuo libro non dà delle risposte, che poi è quello che deve fare un bel libro, come si dice sempre). Però Mussolini portato nei teatri di New York come una specie di King Kong è già un'idea per un altro romanzo. Se non lo scrivi tu, te la rubo.
M. – Oh, eran domande difficili. La prossima volta facciamo che mi inviti a cena. Allora, adesso, come tradizione delle interviste alla rovescia, rompo lo schema e ti faccio le uniche due domande che penso abbiano senso quando si intervista uno scrittore: Adelchi Battista, perché hai scritto Io sono la guerra?
A.B. – Non c'è mai un motivo preciso per cui uno scrive un libro. Di solito sono dei casi fortuiti. Io ho incominciato a pensare a questa cosa mentre scrivevo un monologo teatrale intitolato 'la vendetta è il racconto', che tu dovresti conoscere perché l'hai pubblicato in uno dei tuoi ebook. Ecco, il monologo aveva qualcosa di non detto, voleva dare delle risposte, ma non erano abbastanza approfondite per mancanza di spazio, e così ho pensato di lavorare in modo più accurato, anzi più accurato di tutto quanto riuscivo a trovare in commercio sull'argomento. Doveva essere talmente accurato da risultare non attaccabile politicamente. Ci sono voluti degli anni, ma il libro si è fatto un po' da solo e forse il motivo principale è proprio questo: voler ottenere un libro di memoria condivisa.
M. – L'altra domanda: è bello?
A.B. – Ah questo io proprio non lo so. Mi dicono che è bello, ma io di certo so solo una cosa. Scriverlo è stato non solo bellissimo, ma proprio esaltante.
Adelchi Battista – Odio molto questa cosa delle domande rovesciate, perché è molto più difficile che non rispondere a una normale intervista su un libro che ho scritto – intervista di cui so già quasi tutte le domande a memoria e ho avuto tutta una vita per elaborare le risposte più argute e intellettuali che ci siano. Tu mi chiedi di intervistarti quale lettore del tuo libro, e ti garantisco era meglio offrirti una cena. Purtroppo la mia coscienza di anzyano militare in congedo mi impone di affrontare questa ulteriore sfida e quindi eccomi qua. Io sono la guerra. Complimenti per averlo letto tutto fino alla fine da parte dell'autore, prima di ogni cosa. Non ti ha sfiancato? Non ti è sembrato che l'impersonalità come tratto fondamentale, la mancanza di sostegni narrativi classici, l'anarchia della trama ne abbiano un po' frammentato l'andamento?
Many - Ciao, Adelchi. No, Io sono la guerra non mi ha sfiancato, anzi, me lo son proprio bevuto, come si dice. I motivi sono vari e forse quello principale - a parte l'interesse personale per il periodo storico trattato - è legato strettamente agli eventi: Io sono la guerra è il libro con cui ho ripreso a leggere i libri nei giorni successivi al terremoto (mica poi tanto successivi, visto che la terra continuava a ballare ancora, ogni tanto). Era un periodo che leggere era fatica, c'erano delle cose da fare, dei parenti da sfollare, delle persone da aiutare, c'era il cervello da rimettere in bolla e c'era da decidere, sera per sera, dove dormire. Da questo punto di vista, leggere del bombardamento di San Lorenzo è stata un'esperienza tutta particolare. Anche leggere di quei piccoli scorci di Auschwitz che ci sono nel libro è stato abbastanza coinvolgente, visto che sono stato sul Treno della Memoria a Gennaio di quest'anno e fondere quello che ho visto di persona con quello che hai scritto, ecco, non so come dirlo, ma mi sembrava di esser lì e delle volte ho dovuto alzare gli occhi dal libro per tirare fiato.
Per finire di rispondere alla domanda, parlando dell'impianto narrativo, ammetto di aver avuto delle difficoltà alla partenza, proprio per l'impersonalità e la frammentazione degli episodi narrati e il continuo cambio del soggetto e del luogo. Ma appena ingranata la marcia, non mi sono più fermato. Non è mica vero che la trama è anarchica. Mi è sembrata una trama precisa e in continua ascesa verso il finale. E gli ultimi capitoli li ho letti d'un fiato, sono avvincentissimi.
A.B. – Mi è stato spesso detto che il libro in effetti ha una tale specificità che si rende inclassificabile. Ho cercato di difenderlo, di tenerlo dentro la categoria del romanzo, ma senza riuscirci. C'è chi addirittura vorrebbe metterlo tra i saggi e chi ancora nella storiografia divulgativa, che mi fa particolarmente spavento. Non andava bene romanzo e basta? Che ho fatto di male?
M. – Va benissimo romanzo e basta. Solo che davvero è difficile capire che Io sono la guerra sia un romanzo, di primo acchito. Ci si mette del tempo, almeno metà libro. È che se uno lo legge superficialmente, magari rischia di farti fare la figura del Valerio Massimo Manfredi della Seconda Guerra Mondiale, ma non mi pare il caso. (Mi piace molto la definizione che ha dato del tuo libro un tizio sul tuo profilo di facebook: "Io sono la guerra è un romanzo storico dalla forma di Fuga".)
A.B. – Chi è la guerra? Cioè a dire: chi è la guerra nel mio libro? Chi sta parlando? Chi dice 'io sono la guerra', secondo te?
M. – Questa è una domanda difficile. Per come l'ho capito io, l'autore, cioè Adelchi Battista, cioè tu, è diventato la guerra. Quindi l'autore che nel romanzo si fa Dio, che sa tutto, in questo caso diventa Guerra, la Guerra che in quel periodo era dappertutto, che coinvolgeva in qualche modo tutte le persone del pianeta, tutti i luoghi, nessuno escluso. Ecco, se Dio è in ogni cosa e in ogni luogo, come dicono quelli che ci credono, la Seconda Guerra Mondiale è stata decisamente Dio, con la differenza che non si può non credere alla Seconda Guerra Mondiale. Poi magari non ho capito niente.
A.B. – Secondo te c'è tanto futuro nel libro? Ho voluto parlare dell'oggi? Le cadute dei regimi sono tutte simili?
M. – Sì. Ecco, da questo punto di vista la dicitura "romanzo" è perfetta, perché la storia di Io sono la guerra ha una sua universalità.
A.B. – L'autore continua a sostenere che sia ormai maturo il tempo di una memoria condivisa, unica, per tutto il Paese. Condividi questo pensiero? E se lo condividi, come pensi ci si possa giungere? Se invece non lo condividi, perché?
M. – Vorrei scrivere una risposta, ma hai già detto molto tu con la domanda e con una cosa che avevi scritto su facebook tempo fa. Sì, credo che sia tempo per una memoria condivisa e credo che sia tempo già da tempo. Ultimamente, quando giriamo coi reading sulla Resistenza e cerchiamo di leggere alcuni racconti di Schegge di Liberazione tra quelli meno retorici (speriamo), alla fine degli spettacoli ci son sempre delle persone che ci dicono cose come "bravi, era ora che si leggessero racconti così", e mi vien da pensare che la gente forse è pronta per iniziare il processo di condivisione della memoria. Delle altre volte, invece, magari dopo aver acceso la televisione, mi sembra che abbiamo ancora il Novecento appoggiato sulla spalla come un pappagallo.
A.B. – Tu hai lavorato molto sulla parte finale della Seconda Guerra Mondiale, in particolare su tanti episodi resistenziali. Ti sei fatto un'idea generale su cosa sia stata la Resistenza?
M. – Sì, me la sono fatta, un'idea generale, e non so se riesco a spiegarla, ché con le parole, in questi casi, faccio fatica. Però più si delinea in testa quest'idea generale della e sulla Resistenza, più resto affascinato dai racconti individuali, dai singoli episodi, come a voler rappresentare la Resistenza con una figura molto grande con tantissime piccole sezioni da colorare e una tavolozza molto ma molto ampia.
A.B. – Mi colpisce spesso, trattando di questi temi, l'argomento 'giustizia'. Penso agli episodi di giustizia sommaria nei confronti dei repubblichini, penso alla giustizia del processo di Verona, e penso alla mancata giustizia, ovvero alla mancata consegna di Mussolini agli alleati da parte del governo Badoglio. Fantasticando, mi viene in mente Mussolini in catene portato nei teatri di New York, come una specie di King Kong. Ma mi viene anche in mente quella Norimberga italiana che forse ci avrebbe evitato parecchio spargimento di sangue, inclusi gli anni di piombo. Tu che ne pensi?
M. – Penso che la giustizia sia un concetto molto difficile da universalizzare, credo che dipenda sempre dal tempo e dal luogo. Faccio fatica a pensare a come sarebbero andate le cose se ci fosse stata una Norimberga italiana, perché non c'è stata, o se Mussolini fosse stato consegnato agli americani, perché non è stato consegnato. L'idea di giustizia che abbiamo oggi è calibrata secondo la Storia e secondo quello che è accaduto anche in quell'occasione.
In pratica non ti so rispondere (e la cosa che mi è piaciuta molto di Io sono la guerra è che il tuo libro non dà delle risposte, che poi è quello che deve fare un bel libro, come si dice sempre). Però Mussolini portato nei teatri di New York come una specie di King Kong è già un'idea per un altro romanzo. Se non lo scrivi tu, te la rubo.
M. – Oh, eran domande difficili. La prossima volta facciamo che mi inviti a cena. Allora, adesso, come tradizione delle interviste alla rovescia, rompo lo schema e ti faccio le uniche due domande che penso abbiano senso quando si intervista uno scrittore: Adelchi Battista, perché hai scritto Io sono la guerra?
A.B. – Non c'è mai un motivo preciso per cui uno scrive un libro. Di solito sono dei casi fortuiti. Io ho incominciato a pensare a questa cosa mentre scrivevo un monologo teatrale intitolato 'la vendetta è il racconto', che tu dovresti conoscere perché l'hai pubblicato in uno dei tuoi ebook. Ecco, il monologo aveva qualcosa di non detto, voleva dare delle risposte, ma non erano abbastanza approfondite per mancanza di spazio, e così ho pensato di lavorare in modo più accurato, anzi più accurato di tutto quanto riuscivo a trovare in commercio sull'argomento. Doveva essere talmente accurato da risultare non attaccabile politicamente. Ci sono voluti degli anni, ma il libro si è fatto un po' da solo e forse il motivo principale è proprio questo: voler ottenere un libro di memoria condivisa.
M. – L'altra domanda: è bello?
A.B. – Ah questo io proprio non lo so. Mi dicono che è bello, ma io di certo so solo una cosa. Scriverlo è stato non solo bellissimo, ma proprio esaltante.
giovedì 5 luglio 2012
Generi di prima necessità
L'altro giorno abbiamo smontato e caricato e spostato letti e armadi dalla casa inagibile dei nonni, poi abbiamo chiuso a chiave per sempre la porta. Ma prima di farlo, prima di girare per l’ultima volta la chiave nella toppa, col cuore che piangeva, io e mio padre siamo andati nel solaio tutto crepato e abbiamo tirato fuori la macchina da cucire della nonna. Quando gliel’abbiamo portata, forse per la prima volta da tantissimo tempo, ho visto gli occhi di mia nonna inumidirsi. Ha sorriso e ha detto «oh, là, questa è proprio la mia». È una vecchia CASER fissata su un tavolino di legno tarlato, con la pedaliera in metallo, che forse è di ghisa, secondo me. L’ha comprata nel ’53 già usata.
«Non l’ho proprio comprata» dice mia nonna dopo qualche minuto di silenzio e contemplazione, «l’avevo vista da una signora, mi piaceva, l’ho scambiata con un una cassetta di mele.»
Dopo, mia sorella ha scritto una cosa su facebook. Una cosa che fa così:
Mio suocero, Gianfranco, che non è mai uscito dalla sua casa piena di crepe, nella zona rossa di Carpi, che non c'è stato proprio verso di farlo uscire, anche se ci abbiam provato, ma niente, quando gli abbiamo chiesto cosa gli serviva, ci ha detto: sigarette e Lambrusco. E noi glieli abbiamo portati. «Siete la mia protezione civile», ci ha detto. È fatto così.
Mia nonna, Ada, sfollata in un camper davanti a casa dei miei, a Novi di Modena, quando siamo andati a recuperare le sue cose col carriolino e lei ha iniziato a capire che forse non sarebbe mai più rientrata nel posto in cui ha abitato per almeno cinquant’anni, ecco, le prime cose che ci ha fatto portar fuori, prima ancora dei vestiti e dei giabanini di valore, sono state: il casco per la permanente (perché le signore son signore in ogni situazione), l’asse per la sfoglia (perché «tua madre ha un tavolo che non va mica bene»), due o tre mattarelli e farina e uova (perché anche se casca il mondo bisogna fare delle torte). È fatta così.
Ed è proprio vero, mi vien da pensare, quello che diceva un mio amico cantautore un paio di giorni dopo la prima scossa del 20 maggio, e cioè che «l’unica cosa positiva di un disastro è che ti fa riconsiderare le priorità, e non so se sia il karma, lo ying e lo yang o chissà che cosa, però è indubbio che ti rimette a posto il cervello per quel che vale la pena di avere e vivere. Poi, piano piano, ti scordi tutto e ritorni un cretino. Chissà quale delle due è la nostra vera indole.» Siam fatti così.
__________
Questa cosa qui, che è il montaggio di un paio di post che avevo scritto dopo il terremoto (anche se "dopo" non è corretto, che era un periodo, ma l'abbiam capito dopo, che eravamo ancora "durante" il terremoto) sul mio blog personale, l'abbiamo letta al Concertone della Guazza, a Novi di Modena, e forse la leggiamo ancora il 25 luglio a Novellara, in provincia di Reggio Emilia, insieme al Coro delle Mondine di Novi di Modena, in una serata di raccolta fondi per la ricostruzione del Cinema Lux di Rovereto sul Secchia, frazione di Novi di Modena. Ma poi ve lo diciamo meglio.
«Non l’ho proprio comprata» dice mia nonna dopo qualche minuto di silenzio e contemplazione, «l’avevo vista da una signora, mi piaceva, l’ho scambiata con un una cassetta di mele.»
Dopo, mia sorella ha scritto una cosa su facebook. Una cosa che fa così:
Poi ti ritrovi a svuotare e smontare completamente la camera dei nonni, perché lì, nella loro casina che per loro era come un castello, per niente moderna ma tenuta con tanto amore, piena di ricordi e di abitudini… ahimè, non ci potranno più vivere. Guardo negli occhi la nonna che, per non pensarci, sta a casa mia a cucinare qualsiasi cosa gli sta passando per la testa e poi guardo negli occhi il nonno, che invece è là a guardare il figlio e i nipoti che smontano e caricano sul furgone un pezzo della sua vita. Entro in casa e prendo una M&M’s (che adora), gliela porto, la mangia ma è arrabbiato, il cuore è spezzato. Li vedo, sono abbattuti, delusi, arrabbiati con un nemico invisibile che in pochi secondi (un po’ per volta) gli ha portato via tutto ciò che con fatica e sudore si erano costruiti per poter vivere una vecchiaia serena. Li vedo così, con reazioni diverse, ma entrambi seri e in silenzio. Cercano di farsene una ragione, che in realtà non si faranno mai. Cercano di non far vedere troppo la sofferenza che stanno provando, ma che negli occhi si vede comunque, solo per non far stare peggio noi che gli siamo vicini.Ecco, io adesso giro sempre col cane al guinzaglio e una borsina con dentro il computer, il caricabatterie del cellulare, la carta di credito e due o tre libri, anche se è un periodo che leggere è fatica. Son fatto così.
Ci penso e l’unica cosa che mi viene da fare è piangere, ma non mi faccio vedere.
Io, come mio fratello, in quella casa ci sono cresciuta. Se non tutti i giorni, al massimo ogni due giorni, andavo là per fare due risate e soprattutto per fargli fare due risate. Dopo sì che erano felici, dopo sì che anche io ero felice sapendo di averli resi felici.
Da oggi non potrò più dire “vado dai nonni”; da oggi non potrò più fare arrabbiare la nonna presentandomi all’ultimo secondo a casa sua per pranzo o per cena, senza averla avvisata almeno qualche ora prima; da oggi non potrò più andare là e dire “dai nonno, vieni con me! – e lui perplesso: ma indua? – Nonno non preoccuparti, andiamo!” e anche se un po’ nervoso per non averlo avvisato prima, veniva sempre.
Ci ripenso e l’unica cosa che mi viene da fare è piangere, ma non mi faccio vedere.
Mio suocero, Gianfranco, che non è mai uscito dalla sua casa piena di crepe, nella zona rossa di Carpi, che non c'è stato proprio verso di farlo uscire, anche se ci abbiam provato, ma niente, quando gli abbiamo chiesto cosa gli serviva, ci ha detto: sigarette e Lambrusco. E noi glieli abbiamo portati. «Siete la mia protezione civile», ci ha detto. È fatto così.
Mia nonna, Ada, sfollata in un camper davanti a casa dei miei, a Novi di Modena, quando siamo andati a recuperare le sue cose col carriolino e lei ha iniziato a capire che forse non sarebbe mai più rientrata nel posto in cui ha abitato per almeno cinquant’anni, ecco, le prime cose che ci ha fatto portar fuori, prima ancora dei vestiti e dei giabanini di valore, sono state: il casco per la permanente (perché le signore son signore in ogni situazione), l’asse per la sfoglia (perché «tua madre ha un tavolo che non va mica bene»), due o tre mattarelli e farina e uova (perché anche se casca il mondo bisogna fare delle torte). È fatta così.
Ed è proprio vero, mi vien da pensare, quello che diceva un mio amico cantautore un paio di giorni dopo la prima scossa del 20 maggio, e cioè che «l’unica cosa positiva di un disastro è che ti fa riconsiderare le priorità, e non so se sia il karma, lo ying e lo yang o chissà che cosa, però è indubbio che ti rimette a posto il cervello per quel che vale la pena di avere e vivere. Poi, piano piano, ti scordi tutto e ritorni un cretino. Chissà quale delle due è la nostra vera indole.» Siam fatti così.
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Questa cosa qui, che è il montaggio di un paio di post che avevo scritto dopo il terremoto (anche se "dopo" non è corretto, che era un periodo, ma l'abbiam capito dopo, che eravamo ancora "durante" il terremoto) sul mio blog personale, l'abbiamo letta al Concertone della Guazza, a Novi di Modena, e forse la leggiamo ancora il 25 luglio a Novellara, in provincia di Reggio Emilia, insieme al Coro delle Mondine di Novi di Modena, in una serata di raccolta fondi per la ricostruzione del Cinema Lux di Rovereto sul Secchia, frazione di Novi di Modena. Ma poi ve lo diciamo meglio.
Nel nome del padre (9)
Ester sta guardando questa foto appesa alla credenza.
"E io dove sono papà?"
"Tu non c'eri ancora"
"Ero nella pancia della mamma?"
"No... no... non c'eri proprio... cioé, era prima che finissi nella pancia della mamma. Era prima che nascessi... ma ancora prima. Non avevamo ancora pensato di avere una bambina. Era prima... capisci?"
"Sì, ho capito. Ero in un'altra pancia"
"E io dove sono papà?"
"Tu non c'eri ancora"
"Ero nella pancia della mamma?"
"No... no... non c'eri proprio... cioé, era prima che finissi nella pancia della mamma. Era prima che nascessi... ma ancora prima. Non avevamo ancora pensato di avere una bambina. Era prima... capisci?"
"Sì, ho capito. Ero in un'altra pancia"
mercoledì 4 luglio 2012
Dialettica (12)
La comprensione del dialetto, e soprattutto delle espressioni dialettali, è una cosa che s'impara in modo euristico. Per come l'ho capita io, negli anni, che ormai son trentatré, teniamo botta ha un significato del tipo: oh, è così e basta, non ci sono alternative, porta pazienza. Solo che, adesso, dopo il terremoto, mi sembra che teniamo botta venga un po' usata con un significato alterato, quasi deviato, come a voler dire che gli emiliani son gente più forte dell'altra gente, son gente che non molla, come se ci fosse qualcosa da mollare. Che è un po' come dire, per esempio, che i giapponesi tengono botta perché ci sono abituati, come si sente dire spesso, ai terremoti (e con più di tredicimila morti e quindicimila dispersi non mi sembra che ci siano tanto abituati, i giapponesi, ai terremoti). Ecco, quello che volevo dire è che a me questa cosa del teniamo botta, son sincero, mi ha un po' rotto i maroni.
martedì 3 luglio 2012
Biografie essenziali (143)
Muore Sergio Pininfarina. Il corteo funebre durerà ben tre secondi in meno del previsto, grazie allo spoiler sulla bara.
Trucchi della borghesia (66)
Gli orari delle banche.
"Lasciate perdere broletti, palazzi del governo e anche le università, ragazzi, pensate alle banche. Intendiamoci, non sono da sconfessare le occupazioni spontanee di questi edifici, e magari anche delle carceri e dei manicomi. Anzi, esse sono da riguardare con simpatia, ma bisogna in ogni caso riconoscerne l'infantilismo rivoluzionario, l'errata valutazione circa la priorità degli obiettivi [...]
L'occupazione delle banche richiederà l'impiego di squadre specializzatissime. Se anche noi possiamo permettere e anzi approvare quei moti spontanei e repentini della piazza, e potremo persino giungere a sollecitarli, per l'azione risolutiva noi avremo bisogno di altissima funzionalità, perfetta scelta di tempo, fulmineità di manovra e risolutissima decisione. E badiamo bene: occupare le banche non significa entrarci dentro e rimanerci, seduti per terra a tenere assemblee, concioni e bambate simili [...]
Le banche non vanno presidiate. Vanno vuotate."
(Luciano Bianciardi, Aprire il fuoco, Rizzoli, 1969, pp. 173-174.)
lunedì 2 luglio 2012
Nel mio mondo perfetto (16)
Nel mio mondo perfetto la gente va al cinema da sola o, eventualmente, insieme ad altra gente che abbia la comprovata capacità di andare al cinema da sola; e le cibarie da portarsi in sala, oltre a essere essenzialmente gommose, sono dentro a dei sacchetti che, per quanto tu li stropicci e li appallottoli e ci metti le mani dentro a ravanare, non fan rumore. Tutto questo, a parte le gommose, non vale per i film coi supereroi, per i quali è obbligatorio essere accompagnati da dei parenti preadolescenti, ma c'è anche da dire che i film son quasi tutti coi supereroi, nel mio mondo perfetto.
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