giovedì 24 novembre 2011

Hanno ucciso Barbapapà o Io per me vorrei essere una rana (6)

di Sara Parravicini (sesta parte)

Il geco invece è un animalino tipo una lucertola grassottina, solo che sembra di gomma. È un po’ trasparente o un po’ marroncino chiaro tipo colore delle calze collant delle vecchie che si dice beige.
Il geco è un animale che sta sempre in vacanza, infatti lo vedi solo quando vai in vacanza al mare.
Al geco piace stare attaccato ai muri per far vedere a tutti che può stare attaccato a qualsiasi cosa. Infatti, ogni millimetro delle sue zampe è coperto di migliaia di setole speciali che gli permettono di fare l’equilibrista. Con quelle setole speciali potrebbe stare attaccato ovunque, anche nell’acqua o sulla Luna, giuro.

Io penso che deve essere bello avere quelle setole. Quando vai al mercato con la mamma e la tieni per mano, con quelle setole sei sicura di non perderti mai.

***

e non credo che sia solo l’adolescenza
o forse sì
ma che ne so.
io sono scivolata giù
e me ne sto qui
coi miei capelli blu
quattro poeti morti e rinsecchiti a farmi compagnia
manco una sigaretta tra le dita ché non fumo.
ma va bene così, lo dice anche vasco.
io scrivo poesie
e tutti mi dicono che brava che brava
ma a me non frega niente
cioè, non è che scrivo per i loro complimenti
scrivo perché non so fare altro
scrivo perché non riesco a parlare alla gente
a parlarle davvero, intendo.
scrivo perché quei fili di parole
annodate sulla carta
mi legano alla realtà.
sono fili sottili ma resistenti le mie parole,
sono parole partigiane.
sono bava da pesca
che mi àncora nel mare dell’esistenza,
filo di seta
che mi cuce al mondo.
sono tela di ragno le mie parole
che mi attacca al concreto dei miei giorni.
e così riempio quaderni
di parole e di disegni anche
disegni inquietanti a dir la verità
di bambini stilizzati e monchi
soprattutto la bocca gli manca
non lo so perché
ma va bene così, lo dice anche vasco.

io scrivo per non perdermi del tutto
scrivo per non volare via.

io scrivo perché non so che altro fare.

***

Da mia nonna ho ereditato una scatola di vecchie fotografie di famiglia, un neo sulla guancia, il suo ricettario, una collezione di caffettiere, la passione per le piante e alcuni utensili da cucina.
Ma ciò a cui più ambivo è andato perso con la sua morte: la capacità di narrare.
Mia nonna aveva una memoria strepitosa e poteva raccontare fatti avvenuti durante o prima della guerra con la precisione auspicata per una deposizione in tribunale: date di nascita, nomi, cognomi, vie, rapporti di parentela… tutto si ricordava! E riportava racconti di altri in maniera mirabile. Storie di guerra, per lo più, ma non solo. Nei suoi racconti scoprivo la vita dei bambini che non avevano tempo per essere bambini, quella dei contadini che crescevano i figli con un braccio solo “perché l’altro era del padrone”, quella delle donne che valevano meno di un mulo, che partorivano nella vigna e continuavano a lavorare.

Se mia nonna fosse ancora qui, vi racconterebbe la storia di questo tagliere. Perché anche gli oggetti hanno una storia e la loro storia è memoria e la memoria è resistenza.
Ricordare queste storie e raccontarle significa, per me, ritrovare la mia collocazione sulla spirale del tempo.

Questo è il tagliere su cui pelo sempre le patate. Fu di mia nonna e prima ancora fu della mia bisnonna che lo ebbe in dote da sua madre.
È un tagliere in legno di noce. Il legno di noce è un legno pregiato, normalmente non è utilizzato per forgiare oggetti da cucina, sarebbe uno spreco.
I miei trisavoli avevano un podere su una terra dove crescevano noci e castagni. Ovviamente non erano di loro proprietà, era tutto del padrone. Però insomma, ci vivevano, su quella terra piena di alberi.
La casa in cui nacque la mia bisnonna si trovava all’ombra di un noce imponente. Da quel noce prendeva il nome la casa in cui viveva: Casa Nocina. In quella casa, in quel noce, in quel nome, c’era tutta la storia della mia famiglia materna.
Un giorno il padrone decise che, con il legno di quell’albero, ci avrebbe fatto costruire i mobili da dare in dote alla figlia. Il mio bis-bisnonno provò a dissuaderlo, ma se il suo cavallo avesse saputo parlare, sarebbe senz'altro stato preso in maggiore considerazione.
Tutti erano usciti di casa per assistere all’evento, tutti guardavano gli uomini del padrone che segavano il noce.
I bambini erano eccitati, il noce era enorme, per loro era una festa.
Le donne si coprirono la bocca con le mani.
Gli uomini si tolsero il cappello.

Quando il primo ramo cadde a terra tra un crepitare di fronde, la madre della mia bisnonna svenne.

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(qui ci sono le altre parti, dalla prima alla quinta)

3 commenti:

  1. Anonimo10:48 AM

    daccordissimissimo sui gechi

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  2. Questo racconto mi piace sempre di più!

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