Mia nonna, quando voleva togliersi il pensiero, si asciugava la mano con cui si spazzava la fronte sul grembiule. Indovinava il preciso angolo di stoffa in cui non c'erano già macchie o aloni di bagnato e si passava la mano con vigore, strofinando per bene: per togliersi il pensiero serviva attenzione e determinazione.
Togliersi il pensiero per lei era faticoso, perché poi si fermava sempre un attimo prima di riprendere a fare quello che stava facendo e non ho mai capito per davvero se qualche volta ce l'avesse fatta.
martedì 24 settembre 2013
lunedì 23 settembre 2013
La gente si dividono in due (6)
Quelli che, quando arriva la mezza stagione, scoprono o coprono sotto; e quelli che, quando arriva la mezza stagione, scoprono o coprono sopra.
giovedì 19 settembre 2013
L'(n+1)esimo libro della fantascienza: doveva uscire oggi...
È il secondo compleanno di Carlo Fruttero senza Carlo Fruttero, e proprio oggi avevamo in programma di pubblicare il nostro secondo volume (anzi, enne-più-unesimo) di racconti fantascientifici. Ma non abbiamo fatto in tempo, ci sono stati degli impegni improrogabili. Allora proviamo a farlo uscire la prossima settimana, forse già da lunedì.
Intanto, per farci perdonare, vi spoileriamo la copertina.
Intanto, per farci perdonare, vi spoileriamo la copertina.
domenica 15 settembre 2013
(Trascrizione più o meno fedele di) Delle cose non prive di conseguenze
[Ieri è capitata una cosa strana: l'elena (osvaldo) e Chettimar si sono sposati. Li ho sposati io. La mattina in maniera ufficiale, il pomeriggio in modo ufficioso. Com'è andata la mattina, nel Palazzo Reale di Milano, l'ho scritto qui. Quello che segue è il discorso del pomeriggio, nell'atmosfera bucolica della Tenuta Limido di Zerbolò, in provincia di Pavia, davanti a un centinaio di persone.]
Buonasera a tutti.
Si sente se parlo così?
Bene.
Anche là in fondo? Si sente?
Speriamo.
L'importante è che sentano i due che ho qui davanti, e anche i loro testimoni, perché le cose che devo dire oggi sono soprattutto per loro, e sono delle cose non prive di conseguenze.
Allora, adesso cominciamo.
Come dovreste sapere, se oggi siete qui, oggi siamo qui perché le due persone che ho davanti hanno deciso di prendere degli impegni l'una verso l'altra, degli impegni che, se sono bravi – ma se li conosco almeno un po' e se voi li conoscete almeno un po' sapete che sono bravi; anche se nella vita non si può mai dire, ma noi oggi diciamo di sì, che sono bravi – queste due persone che ho qui davanti hanno deciso di prendere degli impegni che sono forse tra i più importanti che due persone possano pensare di prendere insieme. La cosa sorprendente è che hanno chiesto a me di fare, come dire, da garante a questi impegni, e quindi di farmi celebrare il loro matrimonio.
Perché proprio a me? Dopo ve lo spiego, se ho capito bene e se avete pazienza. Intanto alcuni di voi si staranno domandando: Chi è questo tizio qua con l'accento emiliano che viene fino in Lombardia per unire in matrimonio un brianzolo e una molisana?
Allora mi presento, anche perché non tutti gli invitati mi conoscono. Io mi chiamo Marco Manicardi, sono un ingegnere, come lo sposo, vengo da Carpi, in provincia di Modena, e conosco le due persone che mi stanno davanti da circa tre anni. Nonostante tutto, posso dire senza temere smentite di essere loro amico d’infanzia, perché in questi circa tre anni che ci conosciamo sono successe tante, tali e grandi cose che quando davanti a una birra o a un Negroni delle volte ci viene da parlare del 2010, ci sembra di parlare di quando eravamo bambini.
Ma andiamo con ordine.
Nel lontanissimo 2010, quando cominciavano a espandersi nuovi mezzi di comunicazione su internet che si chiamano social network, e sui giornali si cominciava a dire che internet e i social network erano i covi dell’odio, io avevo cominciato a scrivere delle cose e a conoscere della gente sulla rete, delle persone con le quali chiacchieravo e discutevo pressoché quotidianamente attraverso uno schermo e una tastiera, senza esserci mai incontrati e senza esserci mai visti se non in qualche foto che sporadicamente veniva pubblicata qua e là. Ed è stato proprio lì, nello svago impalpabile dell’internet, che avevo conosciuto una ragazza molisana che abitava a Milano e che si faceva chiamare l’elena, scritto tutto in lettere minuscole e con l’apostrofo, e con la quale mi piaceva parlare di libri e di scrittura e di quello che ci passava per la testa.
Avevo anche cominciato, nel frattempo, a scrivere su un blog (adesso, per chi non sa cosa sia un blog: non ve lo spiego, lo farà un’altra persona più avanti, se portate pazienza), e col mio blog, che si chiama Barabba, avevo chiesto pubblicamente, a chi avesse avuto voglia, di mandarmi dei racconti sulla Resistenza e sulla Liberazione, da raccogliere e poi pubblicare in un libro elettronico e gratuito che si sarebbe chiamato Schegge di Liberazione, forse qualcuno di voi ne ha sentito parlare, forse no. Ma è stato proprio quel libro, Schegge di Liberazione, a non essere stato privo di conseguenze, e in fin dei conti la sua pubblicazione è la chiave di tutta la faccenda che si svolge in questo momento tra le due persone che mi stanno davanti.
Anche l’elena mi mandò un suo raccontino, intitolato Resistenza di ceramica e ambientato nella campagna molisana. Parlava di conserva, di una cantina e di una nonna che affronta come può l’arrivo dell’esercito tedesco. Era un racconto molto bello, come un po’ tutto quello che scriveva su internet l’elena, che non avevo ancora mai visto dal vivo, ma l’avevo capito subito che era una di quelle persone su un milione che quando le conosci non puoi fare a meno di chiedergli delle opinioni e dei consigli.
E infatti eravamo diventati amici, io e l'elena, amici nel senso più vero del termine – come dice il dizionario della lingua italiana alla voce amicizia: Reciproco affetto costante e operoso tra persona e persona – anche se non ci eravamo ancora mai incontrati e anzi, addirittura, all’inizio del 2010, secondo me, non sapevo neanche come faceva di cognome, l’elena.
Poi sono successe delle cose, e una di queste è che il 24 aprile del 2010 quel libro elettronico sulla Resistenza e la Liberazione avevamo deciso di leggerlo in pubblico, perché a Carpi c’era un anniversario importante e la città stava organizzando i festeggiamenti per la ricorrenza. Quella sera molte persone dell’internet sono venute un po’ da tutta l’Italia in un locale di Carpi per leggere i racconti che ci avevano mandato, e io ero tutto indaffarato nell’organizzazione, correvo avanti e indietro compilando scalette per le letture, istruendo i musicisti sulle canzoni da suonare, sistemando il palco, eccetera. Per me era la prima volta ed ero molto in ansia.
Cinque minuti prima di cominciare, con il locale già pieno di gente, io sono lì che riguardo la scaletta che non mi convince, manca una bella voce per iniziare, perché l’inizio importante, ma ormai è troppo tardi e sto per dare il via al primo lettore quando... sento picchiettarmi una manina sulla spalla. Mi giro, abbasso un po’ gli occhi, e mi trovo davanti una ragazza che non avevo mai visto e che mi allunga una mano e mi dice: «Ciao, io sono l’elena.»
Avete presente quegli attimi in cui siamo in mezzo a una folla, talmente immersi nel rumore da non saper distinguere i nostri pensieri dalle nostre orecchie e dal casino che c’è intorno, ma proprio in quel momento lì succede una cosa che ci isola completamente, ed è come se fossimo in una stanza vuota e silenziosa, e tutti e cinque i sensi sono focalizzati su un punto, su quella cosa particolare che sta succedendo? Ecco, in quel momento, per me, il tempo si è fermato per un attimo, intorno si è fatto silenzio. Con gli occhi vedevo solo questa ragazza più bassa di me che mi sembrava giovanissima e sorrideva imbarazzata e bella, e con le orecchie sentivo soltanto quattro parole, scandite, musicali, semplicissime: Ciao, io sono l’elena.
«Ciao, elena,» le ho detto. «Siamo un po’ in ritardo, dobbiamo partire subito, ti va di cominciare te?» E senza aspettare la risposta, l’ho spinta sul palco e lei ha cominciato per davvero. Era la prima volta che sentivo la voce dell’elena ammutolire il pubblico e volare così leggera di frase in frase, una sensazione che si fa fatica a spiegarla; e se non l’avete mai sentita, quella voce, penso che dovreste farlo, prima o poi.
Non oggi, oggi sentite la mia, ché l’elena adesso è qui davanti a me ed è occupata a sposarsi, una cosa che sarà non priva di conseguenze, per lei.
Da quel 24 aprile del 2010, insieme a delle altre persone, io e l’elena abbiamo iniziato a girare l’Italia e il mondo (una volta siamo stati anche a Parigi) a leggere dei racconti davanti a un pubblico, a dormire nei sacchi a pelo o sui divani di chi ci ospitava, a bere delle birre e dei Negroni, eccetera. E in una di queste tappe del nostro tour, eravamo ancora nel 2010, anzi, il 10-10-2010, per la precisione, e ce lo sentivamo che era una data particolare e qualcosa sarebbe successo, siamo finiti a leggere le Schegge di Liberazione in un locale di Milano, zona Bovisa, chiamato La Scighera.
Qualche giorno prima, su internet, avevo conosciuto un’altra persona, si faceva chiamare Chettimar, ne ignoravo il nome e il cognome. Mi aveva chiesto, con modi molto educati, via mail, il permesso di leggere in pubblico la sera della Scighera e, precisamente, voleva leggere un racconto che avevo scritto io e parlava di mio nonno e delle sue vicissitudini con una divisa da Balilla che si era strappata. Io avevo risposto educatamente, acconsentendo.
La sera del 10-10-10, arrivo alla Scighera che è ancora vuota, ci sono solo due baristi, un tizio seduto a un tavolino che sistema delle scartoffie e poi c’è una stanza molto lunga e buia, con in fondo un palco illuminato, un pianoforte e un ragazzo sulla ventina che lo sta suonando magnificamente. Credo che suonasse Chopin, ma non vorrei ricordarmi male.
Mi sono avvicinato, mi sono presentato allungandogli la mano e lui, afferrandola, mi ha detto: «Molto piacere, Chettimar, ci eravamo sentiti qualche giorno fa, dovrei leggere il pezzo che parla di tuo nonno.»
«Ma tu,» gli ho chiesto, «suoni anche il pianoforte?»
«Sì, diciamo che mi diletto,» ha risposto Chettimar.
«Bene,» ho continuato, «allora facciamo così: stasera, oltre a leggere, potresti accompagnare tutte le letture col pianoforte.»
Chettimar era molto imbarazzato. «Non saprei,» mi ha detto.
Ma alla fine l’ho spuntata io, e lui ha diligentemente riempito l’aria della Scighera per tutta la durata delle letture. Due ore abbondanti.
Ero molto contento, e anche il pubblico lo era. Io, di Chettimar, il 10-10-10, non conoscevo ancora né il nome né il cognome, l’avrei scoperto qualche giorno dopo. Ma intanto lo sentivo suonare, nella sala buia, con la luce del palco che lo illuminava, e veniva da incantarsi. E se non lo avete mai sentito suonare, Chettimar, dovreste sentirlo, prima o poi, soprattutto quando fa Chopin.
Non oggi però, oggi vi tocca ascoltare la mia voce, ché Chettimar adesso è qui davanti a me ed è occupato a sposarsi, una cosa che sarà non priva di conseguenze, per lui.
Tornando a quella sera della Scighera, ricordo che l’elena lesse quattro o cinque racconti accompagnata da Chettimar al pianoforte, e dopo le letture si sono presentati e hanno scambiato qualche parola. Quelle prime parole smangiucchiate, tra una birra e un Negroni in località Bovisa, a Milano, a quanto pare, non sono state prive di conseguenze, per loro.
Ma insomma, così ho conosciuto l’Elena Marinelli e così ho conosciuto Simone Marchetti, e in tre anni di giri e letture su e giù per l’Italia e una volta anche all’estero (siamo stati a Parigi), in tre anni di chiacchiere, bevute, risate, birre, Negroni, sacchi a pelo, divani, bei momenti, brutti momenti, eccetera, ma forse anche già da subito, queste due persone qui che mi stanno davanti sono diventati miei amici, e io sono diventato amico loro. Quando ci pensiamo, delle volte, ci sembra che amici lo siamo da sempre.
Adesso, se mi sono spiegato bene, se avete portato pazienza, e scusate se sono stato un po’ lungo – ma tanto non scappate, volenti o nolenti, che mi han detto di tenervi qui finché i camerieri non han finito di preparare gli aperitivi – adesso dovreste aver capito il motivo per cui noi tre ci troviamo qui a celebrare un matrimonio, e loro due a farsi delle promesse, a prendere degli impegni, degli impegni importanti che non saranno privi di conseguenze, da oggi in poi.
Quindi, per riassumere, è successo che io una volta ho pubblicato un libro dal nome Schegge di Liberazione, dentro a quel libro c’era un racconto di Elena Marinelli, e quel libro l’abbiamo letto in pubblico una volta con l’accompagnamento di Simone Marchetti al pianoforte.
Insomma, mi è capitata una cosa, una volta, in questa vita, una cosa che non capita mica a tutti: mi è capitato di fare qualcosa che ha cambiato la vita a due persone. Non dico che senza di me non si sarebbero potuti conoscere e innamorare, avevano già degli amici in comune, vivevano nella stessa città, frequentavano gli stessi posti dell’internet, ma, insomma, la storia è andata così, è andata che dovevo essere io quello che doveva muovere il primo tassello del domino che ruzzolando per la storia li ha portati qui oggi.
Sono stato fortunato. Ho fatto una cosa che ha cambiato la vita a delle persone. Se ci penso, mi scoppia la testa.
E adesso è anche venuto il momento di sbrigare le formalità del caso, quelle già citate formalità non prive di conseguenze. Ma se pazientate ancora un attimo – che tanto dovete aspettare lo stesso, così mi han detto – ci sono un paio di persone che mi hanno chiesto di poter dire due parole per l’Elena e Simone.
La prima è Francesca, che vi leggerà una cosa che ha scelto apposta per gli sposi…
(Francesca Gentile – testimone della sposa – ha letto La promessa di Nicolò Fabi)
(Fabrizio Gabrielli – testimone della sposa – ha poi letto il suo sermoncino)
Prego SirSquonk di avvicinarsi e dire quello che deve dire…
(SirSquonk, il grande vecchio, ha benedetto)
Quindi LEGGO AGLI SPOSI LE PRINCIPALI DISPOSIZIONI DEL CODICE CIVILE CHE RIGUARDANO I DIRITTI E I DOVERI DEI CONIUGI FRA LORO.
Articolo 143 – Con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri. Dal matrimonio deriva l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione. Entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia.
Articolo 144 – I coniugi concordano tra loro l’indirizzo della vita famigliare e fissano la residenza della famiglia secondo le esigenze di entrambi e quelle preminenti della famiglia stessa.
A ciascuno dei coniugi spetta il potere di attuare l’indirizzo concordato.
Articolo 147 – Il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire ed educare la prole tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli.
Dichiara il signor Simone Marchetti di voler prendere in moglie la qui presente signora Elena Marinelli?
(Ha risposto di sì.)
Dichiara la signora Elena Marinelli di voler prendere in marito il qui presente signor Simone Marchetti?
(Anche lei ha risposto di sì.)
Io, Marco Manicardi, delegato dal Sindaco alle funzioni di Ufficiale dello Stato Civile, pronuncio in nome della legge che:
il Signor Simone Marchetti
e
la Signora Elena Marinelli
qui presenti
sono uniti in matrimonio.
Lo sposo può baciare la sposa (questo non c’era scritto ma ci tenevo da matti a dirlo).
Grazie a tutti.
Abbiamo finito.
Andate in pace.
Buonasera a tutti.
Si sente se parlo così?
Bene.
Anche là in fondo? Si sente?
Speriamo.
L'importante è che sentano i due che ho qui davanti, e anche i loro testimoni, perché le cose che devo dire oggi sono soprattutto per loro, e sono delle cose non prive di conseguenze.
Allora, adesso cominciamo.
Come dovreste sapere, se oggi siete qui, oggi siamo qui perché le due persone che ho davanti hanno deciso di prendere degli impegni l'una verso l'altra, degli impegni che, se sono bravi – ma se li conosco almeno un po' e se voi li conoscete almeno un po' sapete che sono bravi; anche se nella vita non si può mai dire, ma noi oggi diciamo di sì, che sono bravi – queste due persone che ho qui davanti hanno deciso di prendere degli impegni che sono forse tra i più importanti che due persone possano pensare di prendere insieme. La cosa sorprendente è che hanno chiesto a me di fare, come dire, da garante a questi impegni, e quindi di farmi celebrare il loro matrimonio.
Perché proprio a me? Dopo ve lo spiego, se ho capito bene e se avete pazienza. Intanto alcuni di voi si staranno domandando: Chi è questo tizio qua con l'accento emiliano che viene fino in Lombardia per unire in matrimonio un brianzolo e una molisana?
Allora mi presento, anche perché non tutti gli invitati mi conoscono. Io mi chiamo Marco Manicardi, sono un ingegnere, come lo sposo, vengo da Carpi, in provincia di Modena, e conosco le due persone che mi stanno davanti da circa tre anni. Nonostante tutto, posso dire senza temere smentite di essere loro amico d’infanzia, perché in questi circa tre anni che ci conosciamo sono successe tante, tali e grandi cose che quando davanti a una birra o a un Negroni delle volte ci viene da parlare del 2010, ci sembra di parlare di quando eravamo bambini.
Ma andiamo con ordine.
Nel lontanissimo 2010, quando cominciavano a espandersi nuovi mezzi di comunicazione su internet che si chiamano social network, e sui giornali si cominciava a dire che internet e i social network erano i covi dell’odio, io avevo cominciato a scrivere delle cose e a conoscere della gente sulla rete, delle persone con le quali chiacchieravo e discutevo pressoché quotidianamente attraverso uno schermo e una tastiera, senza esserci mai incontrati e senza esserci mai visti se non in qualche foto che sporadicamente veniva pubblicata qua e là. Ed è stato proprio lì, nello svago impalpabile dell’internet, che avevo conosciuto una ragazza molisana che abitava a Milano e che si faceva chiamare l’elena, scritto tutto in lettere minuscole e con l’apostrofo, e con la quale mi piaceva parlare di libri e di scrittura e di quello che ci passava per la testa.
Avevo anche cominciato, nel frattempo, a scrivere su un blog (adesso, per chi non sa cosa sia un blog: non ve lo spiego, lo farà un’altra persona più avanti, se portate pazienza), e col mio blog, che si chiama Barabba, avevo chiesto pubblicamente, a chi avesse avuto voglia, di mandarmi dei racconti sulla Resistenza e sulla Liberazione, da raccogliere e poi pubblicare in un libro elettronico e gratuito che si sarebbe chiamato Schegge di Liberazione, forse qualcuno di voi ne ha sentito parlare, forse no. Ma è stato proprio quel libro, Schegge di Liberazione, a non essere stato privo di conseguenze, e in fin dei conti la sua pubblicazione è la chiave di tutta la faccenda che si svolge in questo momento tra le due persone che mi stanno davanti.
Anche l’elena mi mandò un suo raccontino, intitolato Resistenza di ceramica e ambientato nella campagna molisana. Parlava di conserva, di una cantina e di una nonna che affronta come può l’arrivo dell’esercito tedesco. Era un racconto molto bello, come un po’ tutto quello che scriveva su internet l’elena, che non avevo ancora mai visto dal vivo, ma l’avevo capito subito che era una di quelle persone su un milione che quando le conosci non puoi fare a meno di chiedergli delle opinioni e dei consigli.
E infatti eravamo diventati amici, io e l'elena, amici nel senso più vero del termine – come dice il dizionario della lingua italiana alla voce amicizia: Reciproco affetto costante e operoso tra persona e persona – anche se non ci eravamo ancora mai incontrati e anzi, addirittura, all’inizio del 2010, secondo me, non sapevo neanche come faceva di cognome, l’elena.
Poi sono successe delle cose, e una di queste è che il 24 aprile del 2010 quel libro elettronico sulla Resistenza e la Liberazione avevamo deciso di leggerlo in pubblico, perché a Carpi c’era un anniversario importante e la città stava organizzando i festeggiamenti per la ricorrenza. Quella sera molte persone dell’internet sono venute un po’ da tutta l’Italia in un locale di Carpi per leggere i racconti che ci avevano mandato, e io ero tutto indaffarato nell’organizzazione, correvo avanti e indietro compilando scalette per le letture, istruendo i musicisti sulle canzoni da suonare, sistemando il palco, eccetera. Per me era la prima volta ed ero molto in ansia.
Cinque minuti prima di cominciare, con il locale già pieno di gente, io sono lì che riguardo la scaletta che non mi convince, manca una bella voce per iniziare, perché l’inizio importante, ma ormai è troppo tardi e sto per dare il via al primo lettore quando... sento picchiettarmi una manina sulla spalla. Mi giro, abbasso un po’ gli occhi, e mi trovo davanti una ragazza che non avevo mai visto e che mi allunga una mano e mi dice: «Ciao, io sono l’elena.»
Avete presente quegli attimi in cui siamo in mezzo a una folla, talmente immersi nel rumore da non saper distinguere i nostri pensieri dalle nostre orecchie e dal casino che c’è intorno, ma proprio in quel momento lì succede una cosa che ci isola completamente, ed è come se fossimo in una stanza vuota e silenziosa, e tutti e cinque i sensi sono focalizzati su un punto, su quella cosa particolare che sta succedendo? Ecco, in quel momento, per me, il tempo si è fermato per un attimo, intorno si è fatto silenzio. Con gli occhi vedevo solo questa ragazza più bassa di me che mi sembrava giovanissima e sorrideva imbarazzata e bella, e con le orecchie sentivo soltanto quattro parole, scandite, musicali, semplicissime: Ciao, io sono l’elena.
«Ciao, elena,» le ho detto. «Siamo un po’ in ritardo, dobbiamo partire subito, ti va di cominciare te?» E senza aspettare la risposta, l’ho spinta sul palco e lei ha cominciato per davvero. Era la prima volta che sentivo la voce dell’elena ammutolire il pubblico e volare così leggera di frase in frase, una sensazione che si fa fatica a spiegarla; e se non l’avete mai sentita, quella voce, penso che dovreste farlo, prima o poi.
Non oggi, oggi sentite la mia, ché l’elena adesso è qui davanti a me ed è occupata a sposarsi, una cosa che sarà non priva di conseguenze, per lei.
Da quel 24 aprile del 2010, insieme a delle altre persone, io e l’elena abbiamo iniziato a girare l’Italia e il mondo (una volta siamo stati anche a Parigi) a leggere dei racconti davanti a un pubblico, a dormire nei sacchi a pelo o sui divani di chi ci ospitava, a bere delle birre e dei Negroni, eccetera. E in una di queste tappe del nostro tour, eravamo ancora nel 2010, anzi, il 10-10-2010, per la precisione, e ce lo sentivamo che era una data particolare e qualcosa sarebbe successo, siamo finiti a leggere le Schegge di Liberazione in un locale di Milano, zona Bovisa, chiamato La Scighera.
Qualche giorno prima, su internet, avevo conosciuto un’altra persona, si faceva chiamare Chettimar, ne ignoravo il nome e il cognome. Mi aveva chiesto, con modi molto educati, via mail, il permesso di leggere in pubblico la sera della Scighera e, precisamente, voleva leggere un racconto che avevo scritto io e parlava di mio nonno e delle sue vicissitudini con una divisa da Balilla che si era strappata. Io avevo risposto educatamente, acconsentendo.
La sera del 10-10-10, arrivo alla Scighera che è ancora vuota, ci sono solo due baristi, un tizio seduto a un tavolino che sistema delle scartoffie e poi c’è una stanza molto lunga e buia, con in fondo un palco illuminato, un pianoforte e un ragazzo sulla ventina che lo sta suonando magnificamente. Credo che suonasse Chopin, ma non vorrei ricordarmi male.
Mi sono avvicinato, mi sono presentato allungandogli la mano e lui, afferrandola, mi ha detto: «Molto piacere, Chettimar, ci eravamo sentiti qualche giorno fa, dovrei leggere il pezzo che parla di tuo nonno.»
«Ma tu,» gli ho chiesto, «suoni anche il pianoforte?»
«Sì, diciamo che mi diletto,» ha risposto Chettimar.
«Bene,» ho continuato, «allora facciamo così: stasera, oltre a leggere, potresti accompagnare tutte le letture col pianoforte.»
Chettimar era molto imbarazzato. «Non saprei,» mi ha detto.
Ma alla fine l’ho spuntata io, e lui ha diligentemente riempito l’aria della Scighera per tutta la durata delle letture. Due ore abbondanti.
Ero molto contento, e anche il pubblico lo era. Io, di Chettimar, il 10-10-10, non conoscevo ancora né il nome né il cognome, l’avrei scoperto qualche giorno dopo. Ma intanto lo sentivo suonare, nella sala buia, con la luce del palco che lo illuminava, e veniva da incantarsi. E se non lo avete mai sentito suonare, Chettimar, dovreste sentirlo, prima o poi, soprattutto quando fa Chopin.
Non oggi però, oggi vi tocca ascoltare la mia voce, ché Chettimar adesso è qui davanti a me ed è occupato a sposarsi, una cosa che sarà non priva di conseguenze, per lui.
Tornando a quella sera della Scighera, ricordo che l’elena lesse quattro o cinque racconti accompagnata da Chettimar al pianoforte, e dopo le letture si sono presentati e hanno scambiato qualche parola. Quelle prime parole smangiucchiate, tra una birra e un Negroni in località Bovisa, a Milano, a quanto pare, non sono state prive di conseguenze, per loro.
Ma insomma, così ho conosciuto l’Elena Marinelli e così ho conosciuto Simone Marchetti, e in tre anni di giri e letture su e giù per l’Italia e una volta anche all’estero (siamo stati a Parigi), in tre anni di chiacchiere, bevute, risate, birre, Negroni, sacchi a pelo, divani, bei momenti, brutti momenti, eccetera, ma forse anche già da subito, queste due persone qui che mi stanno davanti sono diventati miei amici, e io sono diventato amico loro. Quando ci pensiamo, delle volte, ci sembra che amici lo siamo da sempre.
Adesso, se mi sono spiegato bene, se avete portato pazienza, e scusate se sono stato un po’ lungo – ma tanto non scappate, volenti o nolenti, che mi han detto di tenervi qui finché i camerieri non han finito di preparare gli aperitivi – adesso dovreste aver capito il motivo per cui noi tre ci troviamo qui a celebrare un matrimonio, e loro due a farsi delle promesse, a prendere degli impegni, degli impegni importanti che non saranno privi di conseguenze, da oggi in poi.
Quindi, per riassumere, è successo che io una volta ho pubblicato un libro dal nome Schegge di Liberazione, dentro a quel libro c’era un racconto di Elena Marinelli, e quel libro l’abbiamo letto in pubblico una volta con l’accompagnamento di Simone Marchetti al pianoforte.
Insomma, mi è capitata una cosa, una volta, in questa vita, una cosa che non capita mica a tutti: mi è capitato di fare qualcosa che ha cambiato la vita a due persone. Non dico che senza di me non si sarebbero potuti conoscere e innamorare, avevano già degli amici in comune, vivevano nella stessa città, frequentavano gli stessi posti dell’internet, ma, insomma, la storia è andata così, è andata che dovevo essere io quello che doveva muovere il primo tassello del domino che ruzzolando per la storia li ha portati qui oggi.
Sono stato fortunato. Ho fatto una cosa che ha cambiato la vita a delle persone. Se ci penso, mi scoppia la testa.
E adesso è anche venuto il momento di sbrigare le formalità del caso, quelle già citate formalità non prive di conseguenze. Ma se pazientate ancora un attimo – che tanto dovete aspettare lo stesso, così mi han detto – ci sono un paio di persone che mi hanno chiesto di poter dire due parole per l’Elena e Simone.
La prima è Francesca, che vi leggerà una cosa che ha scelto apposta per gli sposi…
(Francesca Gentile – testimone della sposa – ha letto La promessa di Nicolò Fabi)
Il giorno in cui sei arrivata si è aperta una porta su un mondo che non conoscevoE poi c'è Fabrizio, che ha scritto un sermoncino per l’occasione e adesso ve lo leggerà col suo accento caratteristico del centr’Italia.
hai portato con te una parte di me
che adesso è il mio vanto
mi hai trovato abbracciato a un ricordo
seduto e annoiato davanti a uno specchio
ho sentito di avere il permesso
di chiudere gli occhi e aprire le braccia
ora è possibile spingerci insieme
oltre i confini del tempo
come certe idee come le maree
come le promesse
è possibile andare lontano senza avere paura
come certe idee come le maree
come le promesse che si fanno
Adesso siamo compagni di vita
di vita sognata e di sopravvivenza
la nostra casa è arredata con i tuoi colori
e con le mie parole
i nostri libri mescolati insieme intrecciano
e fondono le nostre storie
ma i segreti nascosti in ogni rapporto
quelli non si raccontano
il nostro amore si sporca le mani
ogni giorno nel fango
più di certe idee più delle maree
più delle certezze
il nostro amore è sospeso nel vuoto
ma con i piedi per terra
più di certe idee più delle maree
più delle certezze che si hanno
Tu sei la luce e la pace
la comprensione della sofferenza
io sono la voce e la direzione
le spalle e la malinconia
così abbiamo unito anche il sangue
per coltivare il nostro giardino
e per quanto saremo capaci di farlo
noi lo custodiremo
se potessimo spingerci insieme oltre
i confini del tempo
come certe idee come le maree
come le promesse
se potessimo andare lontano
senza avere paura
come certe idee come le maree
questa è la promessa che ti faccio
(Fabrizio Gabrielli – testimone della sposa – ha poi letto il suo sermoncino)
Buonasera,E infine, portate ancora un attimo di pazienza, è arrivato il momento della benedizione. E chi meglio dell’anziano del gruppo cui affidare un compito del genere?
ora dovrei leggere un discorso, una ròba preparata, scritta a mente fredda - che poi ma come si fa, ad averci la mente fredda, poi? - già da un pezzo, una ròba che conoscono il cerimoniere, i musici, un sacco di gente, mancan solo quasi gli sposi, in effetti, e voi.
Se c'è qualcosa che mi sembra sia il caso di rispolverare, di riportare in auge, è la pregnanza di una tecnica spesso demonizzata: l'improvvisazione.
Perché vedete: a voi oggi sembra - perché lo è - tutto così meravigliosamente organizzato, incastrato, in una parola perfetto, che vi verrebbe quasi da andarglielo a sussurrare in un orecchio, agli sposi, alla chetichella: psss, guardate che non sarà sempre così! pssss, vedrete: cambierà tutto.
Certo, ci vorrà una buona dose di improvvisazione: ma con un po' di dimestichezza col freestyle e la creatività - doti che ai nostri amici non mancano - ecco, la fertile vallata di serendipitù continuerà a stenderglisi verdeggiante ai piedi.
Non esistono parole, davvero, per spiegare agli sposi quanta gratitudine ho per loro, che mi hanno voluto come testimone. Per sdebitarmi, però, una cosa posso farla: testimoniare. Perché io questo turbiglione qua l'ho già provato, e badate: non cambia davvero niente.
Se solo sarete bravi ad allineare l'improvvisazione alle aspettative.
E adesso leggo la parte preparata, che si intitola "Non è forse amarsi mordersi e appiccare il fuoco?".
Guardateli, guardateci: siam venuti tutto qua per cosa? Per il bianco. Che è l'infinitamente possibile, come diceva Barthes. Una corona di fiamme dietro il capo, come tra i cardi la rosa appare Elena oggi agli occhi di Simone. E come il melo nella boscaglia lui a lei. Bianca è la pagina di quaderno che gli si para innanzi, e che s'apprestano a scrivere, con lettere ricamate, vergate in bella calligrafia.
Quando tra poco avranno attraversato la riva del Giordano, quando avranno lambito l'altra sponda, ci diranno - con gli occhi come colombe lei, con la serenità della vigna che si stende sui clivi lui - che si son scelti perché l'incastro era, è e sarà per sempre perfetto; e perché chiamarsi l'un l'altra ha per loro
la dolcezza del vino
che sulle labbra degli assopiti
dov'è colato
muove parole.
Parole, parole ce ne sono molte per cantare l'amore, ma le più belle secondo me le ha scritte Salomone quando? millemila anni fa?, in un libro che si chiama Verso dei Versi, Canto dei Canti, e la cui essenza è tutta nella semplicità grezza di un verso, che è piede e vetta dell'amore quello maiuscolo, il verso che fa
mi stravolgi la mente
sorella mia e sposa (vale anche fratello mio e sposo)
mi stravolgi la mente
la cui essenza è tutta nella pirotennìa di un attacco
Mi abbeveri di baci la tua bocca
perché il tuo amore inebria più del vino
che come fai, con quest'attacco, a non pensare ai nostri amici, a un cerchio di fiamme e a un alone di sangiovese semitico che abbevera e brucia?
Che poi, non è forse questo, amarsi?
Mordersi e appiccare il fuoco?
Prego SirSquonk di avvicinarsi e dire quello che deve dire…
(SirSquonk, il grande vecchio, ha benedetto)
Fratelli e sorelle, buonasera.(SirSquonk – in inglese – e grushenka – in italiano – hanno letto una canzone dei Genesis)
Non ho ben capito cosa sto facendo qui, ma so di avere tra i cinque e i sette minuti a disposizione per farlo, quindi rassegnatevi e magari siate così gentili da far partire un cronometro e farmi dei segni quando arrivo al sesto minuto. Il fatto è che, su mio incauto suggerimento e per la perfidia dell’officiante, io dovrei raccontarvi una storia: che è il compito degli anziani, come si sa.
L’altro fatto è che non si dovrebbe mai rovinare una buona storia raccontando la verità, ma al tempo stesso bisognerebbe avere abbastanza fantasia da riuscire a inventarsela, la storia buona: e questa è una dote che non posseggo. Quindi sarò costretto a dirvi la verità.
La verità è che io non mi ricordo come ho conosciuto Simone. Né quando. Ne ho una vaga idea, diciamo. Parliamo di dieci anni fa, e perdendo tempo su Internet mi imbattei in un blog, che – per inciso – me ne fece perdere ancora di più, ma questa è un’altra storia. Ora, lo smarrimento dipinto sulla maggior parte dei vostri volti mi fa capire che non sappiate cosa sia un blog; se io fossi un anziano come si deve roteerei le pupille, sospirerei profondamente, mormorerei “o tempora o mores” e poi vi tirerei un pippone agghiacciante (mi perdonino le signore per l’aggettivo poco delicato) a base di “ai miei tempi”. Siccome sono pigro, facciamo che andate a scoprirlo su Wikipedia cos’è un blog (detto tra noi, in breve: un coso che serve a gente tipo il sottoscritto, e lo sposo, e qualcun altro tra i presenti, gente che ha dei problemi).
Quel blog aveva un nome, e fu quello a farmelo notare: si chiamava The Blog Lies Down On Broadway, e quella era una citazione, la citazione di un disco famoso di un gruppo più vecchio di quasi tutti noi. Forse fu questo il motivo della mia sorpresa quando conobbi Simone di persona, e mi resi conto che doveva aver finito la quarta elementare la settimana prima. Ciò nonostante mi dissi che ci doveva essere del buono in quel ragazzo, se ascoltava quella musica, e fu così che, senza rendermene conto, diventai suo amico. Che è un po’ quel che dicono i cocainomani, adesso che ci penso.
Vabeh.
Qualche anno, molte birre e una piadina formaggio e nutella dopo, una sera ci muovemmo alla volta di Roma per andare al concerto di quel gruppo (cosa che ripetemmo in seguito, per andare a una manifestazione del PD: a noi le cose, se non sono fuori moda non ci piacciono mica). Ci andammo in compagnia di un signore che, dall’alto della sua autorevolezza, ci convinse che al Circo Massimo avremmo trovato quattro gatti e non c’era bisogno di affrettarsi; e in effetti i romani erano ancora tutti a casa, ma intanto altre duecentocinquantamila persone avevano pensato bene di prendere i posti migliori. Di quella notte ci rimane il tenero ricordo di quest’uomo che fende la folla come Mosè ritornando a noi con una pannocchia in mano, e il pensiero che quello fu il loro ultimo concerto.
Ecco, fratelli e sorelle, avevo questi due ricordi e cercavo un modo per metterli insieme e dar loro un senso. Ed è stato in quel momento che mi sono ricordato che nel lontano luglio del 2004 io feci un’intervista allo sposo, un’intervista che pubblicai sul mio blog (sì, sì, va bene: c’era un solo motivo al mondo per cui dovessi intervistare Simone? No. Il che mi pare un ottimo motivo, a ben vedere). E mi sono ricordato di una domanda, e di una risposta, che vado a leggervi:
SMS - E infine, le viene concessa la facoltà di esprimere un desiderio da inoltrare a Babbo Natale. C'è tempo, è vero, ma è meglio portarsi avanti col lavoro.
PCI - Il suo acume mi stupisce, o intervistatore. Mi verrebbe quasi da dire che è nel ramo marketing.
"Stimato Commendator Natale,
In quanto rappresentante legale dell'Ordine dei Single Patetici, ti chiederei di portarmi, magari anticipatamente, una persona che mi sopporti, che sappia capire il caos esponenziale della mia mente e che, nei ritagli di tempo, dimostri della stima e - perché no? - dell'affetto nei miei confronti.
Ora, se in questo preciso momento non vi siete sciolti in un mare di lacrime siete il fratello cattivo di Charles Bronson e la vostra durezza di cuore non dovrebbe essere giustificata dal sapere che la risposta continuava dicendo “Ma, se non ce l'hai, va benissimo anche un milione di euro in banconote di piccolo taglio e un'autobotte di gelato alla menta."
Il fatto è che adesso le cose si tenevano insieme: il nome di quel blog, questa risposta, quel concerto. Perché vedete, quel gruppo, che si chiamava Genesis, scrisse una canzone. Che io e Simone e milioni di altri abbiamo ascoltato milioni di volte. Si chiama The Cinema Show, parla di un ragazzo e di una ragazza, e a noi oggi piace pensare che parli di Simone, e di Elena. Ci sono sei righe in quella canzone, che sono una delle più belle dichiarazioni d’amore che noi abbiamo avuto la fortuna di sentire. E che adesso, se vi va, leggiamo a loro, e per loro.
Take a little trip back with Father Tiresias,Ecco fatto. Siamo quasi arrivati. Ora, come impone la legge, procederemo con le promesse e gli impegni, cioè dando lettura dei diritti che gli sposi acquisiscono e dei doveri che si assumono unendosi in matrimonio, cose importantissime e non prive di conseguenze come, per esempio, l’assistenza carceraria, l’assistenza ospedaliera e la pensione di reversibilità.
Listen to the old one speak of all he has lived through.
Fai un piccolo viaggio indietro nel tempo con Padre Tiresia
Ascolta il vecchio raccontare tutto ciò che ha vissuto
I have crossed between the poles, for me there’s no mystery.
Ho attraversato la terra da un polo all’altro, per me non ci sono misteri.
Once a man, like the sea I raged,
Once a woman, like the earth I gave.
But there is in fact more earth than sea.
Quando ero un uomo, mi infuriavo come fa il mare
Quando ero una donna, donavo come fa la terra
Ma, alla fine, c’è più terra che mare.
Quindi LEGGO AGLI SPOSI LE PRINCIPALI DISPOSIZIONI DEL CODICE CIVILE CHE RIGUARDANO I DIRITTI E I DOVERI DEI CONIUGI FRA LORO.
Articolo 143 – Con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri. Dal matrimonio deriva l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione. Entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia.
Articolo 144 – I coniugi concordano tra loro l’indirizzo della vita famigliare e fissano la residenza della famiglia secondo le esigenze di entrambi e quelle preminenti della famiglia stessa.
A ciascuno dei coniugi spetta il potere di attuare l’indirizzo concordato.
Articolo 147 – Il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire ed educare la prole tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli.
Dichiara il signor Simone Marchetti di voler prendere in moglie la qui presente signora Elena Marinelli?
(Ha risposto di sì.)
Dichiara la signora Elena Marinelli di voler prendere in marito il qui presente signor Simone Marchetti?
(Anche lei ha risposto di sì.)
Io, Marco Manicardi, delegato dal Sindaco alle funzioni di Ufficiale dello Stato Civile, pronuncio in nome della legge che:
il Signor Simone Marchetti
e
la Signora Elena Marinelli
qui presenti
sono uniti in matrimonio.
Lo sposo può baciare la sposa (questo non c’era scritto ma ci tenevo da matti a dirlo).
Grazie a tutti.
Abbiamo finito.
Andate in pace.
mercoledì 11 settembre 2013
Tema: IL MIO PRIMO CONCERTO. Svolgimento:
Avevo pochi anni, i pantaloni di jeans risvoltati sulla gamba un bel po', le scarpette da ginnastica e una maglietta verde a maniche corte e il mio primo concerto è stato un concerto dei miei genitori: cantava Lucio Dalla, a Termoli.
Io mi sono addormentata prima che potesse cantare Piazza Grande, che mi piaceva moltissimo (e il piacermi moltissimo consisteva nel cantarla, spesso a parole mie, prima di pranzo o prima di cena), perché, dicevo, una piazza grande deve essere un posto divertente con molta gente. Da piccola mi piaceva la gente. Sono figlia unica.
Mi sono addormentata sul prato, con la schiena al fresco e gli occhi persi a guardar le stelle.
Era agosto.
È stato bellissimo lo stesso.
***
Questo post risponde alla chiamata del prode Farabegoli.
Io mi sono addormentata prima che potesse cantare Piazza Grande, che mi piaceva moltissimo (e il piacermi moltissimo consisteva nel cantarla, spesso a parole mie, prima di pranzo o prima di cena), perché, dicevo, una piazza grande deve essere un posto divertente con molta gente. Da piccola mi piaceva la gente. Sono figlia unica.
Mi sono addormentata sul prato, con la schiena al fresco e gli occhi persi a guardar le stelle.
Era agosto.
È stato bellissimo lo stesso.
***
Questo post risponde alla chiamata del prode Farabegoli.
domenica 8 settembre 2013
8 settembre 2013
È l’otto settembre, la guerra è finita, o è questione di ore. La notizia, una volta affidata alle onde, si lascerà trasportare nell’aria e presto la ripeteranno tutti gli apparecchi radio del paese.Letture consigliate: Click.
Ma è già arrivata? Ci sono ordini nuovi?
Amico e nemico sono mai state parole sensate? I tedeschi stanno fuggendo a nord, metà dei militari della caserma di Reggio è in ricognizione sui monti, l’altra metà è di presidio alla base.
Lino è nella guardiola e quando arrivano i tedeschi è il primo a morire.
(Fabrizio Chinaglia "Bicio", Armistizio)
giovedì 5 settembre 2013
L'(n+1)esimo libro della fantascienza: deadline!
Avete tempo fino alle 23.59 del giorno 5 settembre (toh, guarda, è oggi) per la consegna delle vostre speculazioni fantascientifiche. L'indirizzo è sempre lo stesso: marcomncrd chiocciola gmail punto com. Ripensate al futuro.
martedì 3 settembre 2013
Spudorate indicazioni di voto
Si vede che abbiam fatto bene a lamentarci, gli anni scorsi, del meccanismo di votazione dei Macchianera Italian Awards, perché quest'anno per rendere una scheda valida basta votare 10 categorie su 32 (l'anno scorso erano 40 su 40, per dire).
Bene, visto che addirittura della gente che pensavo risiedesse sulla sponda opposta del digital-divide mi ha chiesto per chi dovrebbe votare, e ribadendo che nella categoria Miglior Sito Letterario voi dovete tutti votare Barabba altrimenti peste vi colga, ho pensato come gli anni passati di scrivere un post di servizio con i miei consigli (personalissimi) su dove, come e perché riempire le caselline di voto (almeno dieci su trendadue, si può fare).
Se avete delle altre idee sensate o delle obiezioni ragionevoli, mettetele pure nei commenti.
Intanto, la parola d'ordine di quest'anno è: controcultura. E io farei così:
Allora voi adesso votate, votate bene, votate Barabba.
Si vota qui.
Bene, visto che addirittura della gente che pensavo risiedesse sulla sponda opposta del digital-divide mi ha chiesto per chi dovrebbe votare, e ribadendo che nella categoria Miglior Sito Letterario voi dovete tutti votare Barabba altrimenti peste vi colga, ho pensato come gli anni passati di scrivere un post di servizio con i miei consigli (personalissimi) su dove, come e perché riempire le caselline di voto (almeno dieci su trendadue, si può fare).
Se avete delle altre idee sensate o delle obiezioni ragionevoli, mettetele pure nei commenti.
Intanto, la parola d'ordine di quest'anno è: controcultura. E io farei così:
- 1. Miglior Sito: Diecimila.me, ché della lista sono forse gli unici paladini dell'indipendenza. Finché dura.
- 2. Miglior Personaggio: Zoro, che quest'anno ha vinto tutto portando l'internet in tv senza mandare in vacca nessuno dei due (l'internet e la tv). (Cosa che, per esempio, non è riuscita a Lia Celi nonostante Guido Catalano.)
- 4. Miglior Articolo: Ma pensarci domenica? per due semplici motivi: primo, dove c'è Leonardo, vota Leonardo; secondo, vorrei che lo rileggeste, e se doveste sentirvi un pochino in colpa, dopo averlo letto, o anche durante, dovreste, per favore, battervi forte una mano sulla fronte e produrre uno "s-ciàf!" udibile dai vostri colleghi o familiari o animali domestici. Grazie.
- 7. Miglior sito di Satira: Diecimila.me, cioè un voto controculturale against Spinoza (without rancore).
- 8. Miglior Battuta: Basta fannulloni. Ambasciator porti anche pene. (Casalegglo), perché è universale. Oppure: Se continua così, questo papa finirà per far sembrare un pezzo di merda pure Gesù Cristo. (Azael), perché, indicativamente, dove c'è Azael dovreste votare Azael.
- 9. Miglior Disegnatore-Vignettista: Zerocalcare, così vediamo se riprende a disegnare davvero, come millanta, dal 22 settembre.
- 12. Miglior sito Cinematografico: I 400 calci, per svariati miliardi di motivi tra i quali la partigianeria e la Ragione, o anche soltanto per lo Speciale Bruce Lee.
- 13. Miglior sito Musicale: Bastonate, perché la musica è finita e loro, sovente, ve ne elencano, argomentandoli, i motivi. E poi c'è che spaccano.
- 14. Miglior sito Letterario: Barabba.
- 19. Miglior sito Tecnico-Divulgativo: Il Disinformatico, che linkiamo sempre con soddisfazione e il ditino puntato verso l'interlocutore scimmiotto o complottista.
- 20. Miglior sito Politico-d'Opinione: Leonardo, ché dove c'è Leonardo, mi pare d'averlo già detto, dovete votare Leonardo.
- 22. Miglior sito di Viaggi e Turismo: No Borders Magazine che sono nostri amici.
- 28. Miss Internet: La paolina, perché dal vivo è addirittura meglio che in avatar.
- 29. Mister Internet: Azael, ché dove c'è Azael, eccetera. E poi secondo me è un bell'uomo.
- 31. Miglior Fake: Casalegglo, così sono addirittura 15 categorie e possiamo dire d'aver strafatto con orgoglio.
Allora voi adesso votate, votate bene, votate Barabba.
Si vota qui.
giovedì 29 agosto 2013
La gente si dividono in due (5)
Quelli che escono di casa, guardano in su, conoscono le nuvole e prendono la bici anche se minaccia pioggia; e quelli che escono di casa, guardano in su e cercano il sole.
martedì 27 agosto 2013
L'(n+1)esimo libro della fantascienza: Giuro che non lo sapevo
“Quinn aveva già sentito parlare di casi simili a quello di Peter Stillman. Nei giorni della sua vita precedente, poco dopo la nascita del figlio, aveva recensito un libro che parlava del ragazzo selvaggio di Aveyron, e perciò si era documentato sull’argomento. A quanto ricordava, i primi resoconti di esperimenti del genere compaiono nelle opere di Erodoto: nel VII secolo a. C. il faraone egiziano Psammetico isolò due neonati ordinando allo schiavo cui erano affidati di non pronunciare mai una parola in loro presenza. Secondo Erodoto, cronista di famigerata inaffidabilità, i bimbi appresero a parlare: la loro prima parola fu «pane» in lingua frigia. Nel Medioevo l’imperatore Germanico Federico II ripeté l’esperimento con metodi analoghi nella speranza di scoprire il vero «idioma naturale» dell’uomo: ma i bambini morirono prima di avere detto una sola parola. Infine, nella prima metà del Cinquecento, il re di Scozia Giacomo IV asserì – senz’altro mendacemente – che dei bimbi scozzesi isolati in ugual modo avessero finito per parlare «in ottimo ebraico». Tuttavia non furono solo gli eccentrici e i filosofi a interessarsi dell’argomento. Anche un pensatore equilibrato e scettico come Montaigne esaminò attentamente la questione, e nel suo saggio più importante, l’Apologia di Raymond Sebond, scrisse: «Io credo che un fanciullo che sia stato allevato in completa solitudine, lontano da qualsiasi rapporto umano (e sarebbe un esperimento difficile a effettuarsi) avrebbe qualche sorta di linguaggio per esprimere le proprie idee. E non è credibile che la Natura abbia negato a noi quella risorsa che ha elargito a tanti altri animali… Ma è ancora da sapere quale lingua quel bimbo parlerebbe; e ciò che per congettura se ne è detto non appare probabile». A parte gli esperimenti, ci sono stati i casi di isolamento accidentale – bambini smarriti nei boschi o allevati dai lupi, naufraghi su un’isola deserta – oltre a quelli di genitori crudeli e sadici che segregavano i loro figli, li incatenavano al letto, li picchiavano dentro gli armadi, li torturavano senza altro motivo che la coazione della loro follia: e Quinn aveva compulsato la vasta letteratura dedicata a queste vicende. C’era stato il marinaio scozzese Alexander Selkirk (da alcuni ritenuto il modello di Robinson Crusoe) che visse quattro anni in solitudine su un’isola al largo della costa cilena e, secondo il capitano della nave che lo soccorse nel 1708, «per mancanza di pratica aveva scordato la sua lingua a tal punto che a stento riuscivamo a comprenderlo». Meno di vent’anni più tardi Peter di Hannover, un fanciullo selvaggio di circa quattordici anni, scoperto muto e ignudo in una foresta presso la cittadina tedesca di Hamelin, fu condotto alla corte d’Inghilterra sotto la speciale protezione di Giorgio I. Sia Swift sia Defoe ebbero la possibilità di avvicinarlo, e l’esperienza sfociò nell’opuscolo di Defoe Mere Nature Delineated (1726). Peter però non imparò mai a parlare, e alcuni mesi dopo fu mandato in campagna dove visse fino a settant’anni senza mostrare interesse né per il sesso, né per il denaro né per altri aspetti del mondo. Poi ci fu il caso di Victor, il fanciullo selvaggio di Aveyron scoperto nel 1800. Grazie alle cure pazienti e scrupolose del dr. Itard, Victor imparò alcuni rudimenti del linguaggio, ma mai oltre un livello infantile. Ancor più famoso di Victor fu Kaspar Hauser, che apparve a Norimberga un pomeriggio del 1828 con indosso un bizzarro costume, praticamente incapace di proferire alcun suono comprensibile. Sapeva scrivere il proprio nome, ma per il resto si comportava come un infante. Adottato dalla città e affidato alle cure di un insegnante locale, passava le giornate seduto sul pavimento a baloccarsi con i cavallini giocattolo, mangiando solo pane e acqua. Tuttavia Kaspar fece dei progressi. Diventò un ottimo cavallerizzo, diventò maniaco della pulizia, gli nacque una passione per i colori bianco e rosso, e a detta di tutti dimostrò una memoria eccezionale, specialmente per i nomi e per i volti. Tuttavia, preferiva rimanere in casa, fuggiva la luce troppo intensa e, come Peter di Hannover, non manifestò mai interesse per il sesso o per il denaro. A mano a mano che in lui riaffiorava il ricordo del passato, ricordò di avere trascorso molti anni sul pavimento di una stanza oscurata, nutrito da un uomo che non gli parlava mai né gli mostrava il volto. Non molto tempo dopo queste rivelazioni, Kaspar fu ucciso a coltellate da uno sconosciuto in un parco pubblico.”
(Paul Auster, Città di vetro)
“Quand’ero piccolo, ma piccolo piccolo, diciamo in prima media, mia mamma m’aveva regalato di sua spontanea volontà un computer: era un Olivetti PC1, un 8086 senza disco fisso, con 512Kb di RAM, lo schermo monocromatico verde e due porte per i dischetti da tre pollici e mezzo. Ero il bambino più felice della Terra. Non che immaginassi che quel computer m’avrebbe poi condizionato la vita, le passioni, le scelte e, insomma, il futuro. Ma questa è un’altra storia. [...] con quel computer lì, con l’Olivetti PC1, ci facevo di tutto; e in particolare è sul quel computer lì che ho cominciato a scrivere. Mi ricordo che avevo un dischetto, con l’etichetta “RACCONTI”, in cui raccoglievo tutto quello che scrivevo nella mia stanzetta, davanti allo schermo monocromatico verde, dove avevo anche imparato a scrivere usando quasi tutte le dita e senza guardare la tastiera, che è una cosa che è come andare in bicicletta, poi uno non si dimentica più come si fa.
Chissà dov’è andato a finire, il dischetto “RACCONTI”, anche se, comunque, nel caso in cui saltasse fuori adesso, improvvisamente, non saprei davvero come fare a leggerlo. Però di due racconti che c’eran dentro mi ricordo qualcosa, non i titoli, ma mi ricordo che erano entrambi incompiuti.
In uno si parlava di un bambino che veniva strappato alla madre subito dopo il travaglio e veniva chiuso in una stanza buia da un gruppo di ricercatori; poi questi ricercatori l’hanno sfamato e lavato fino all’adolescenza, e tutte le volte che entravano nella stanza buia in cui l’avevano chiuso, gli parlavano a caso, con delle parole che non esistono, senza senso, le prime combinazioni di suoni che passavan per la testa, tipo “asdurubala scuri scalavateri” o “sberfi maraviona patori” o “pleburi tani tuttidrugini bibbi” e così via; e il bambino, arrivato a quindici o sedici anni, si era creato un linguaggio tutto suo, nella sua testa, ed era anche riuscito a scappare non ricordo come. Poi il racconto si interrompeva lì, immagino che fosse perché non sapevo come andare avanti.”
(Io, dalla prefazione a L’ennesimo libro della fantascienza)
Ho cominciato a scrivere con l’Olivetti PC1 nel 1990, avevo undici anni.
Paul Auster ha pubblicato Città di vetro nel 1985, ho iniziato a leggerlo qualche giorno fa.
Voi, invece, avete poco più di una settimana, cioè fino alla data stellare -310071.2347792999 (le 23:59 del 5 settembre 2013), per mandarci un racconto, un saggio, un ragionamento, una foto, una poesia, un disegno o quello che vi pare sul tema della fantascienza all'indirizzo marcomncrd [chiocciola] gmail [punto] com.
Le cose che ci manderete, le pubblicheremo il 19 settembre 2013 in un libro elettrico e gratuito dal titolo L'(n+1)esimo libro della fantascienza.
Dovete rispettare una sola regola: NO FANTASY.
Dài. Ripensate al futuro.
lunedì 26 agosto 2013
La gente si dividono in due (4)
Quelli che al cinema comprano il popcorn per mangiarlo e quelli che lo spargono ben benino davanti al sedile così ci fanno la pedicure.
si parla di:
cinematografo,
la gente si dividono in due
venerdì 23 agosto 2013
Miglior sito letterario?
Incomprensibilmente, visto il calo di almeno due terzi nella quantità e forse anche nella qualità dei post su Barabba, anche quest'anno, e per il terzo anno di fila, siete diventati matti e avete candidato questo bizzarro blogghetto ai Macchianera Italia Awards 2013, nella categoria Miglior sito letterario (insieme a gente del calibro di Paolo Nori, minima et moralia e al nostro amico Stefano Amato de L'Apprendista libraio al quale auguriamo tutto il bene del mondo).

Potete esprimere il vostro voto per Barabba a questo indirizzo fino al 19 settembre. Nel rendere grazie a tutti quelli che hanno candidato il blog, vi chiediamo di nuovo un piccolo sforzo: o popolo, fai come un paio di migliaia d'anni fa, VOTA BARABBA.
Potete esprimere il vostro voto per Barabba a questo indirizzo fino al 19 settembre. Nel rendere grazie a tutti quelli che hanno candidato il blog, vi chiediamo di nuovo un piccolo sforzo: o popolo, fai come un paio di migliaia d'anni fa, VOTA BARABBA.
martedì 20 agosto 2013
giovedì 15 agosto 2013
venerdì 2 agosto 2013
L'(n+1)esimo libro della fantascienza: «Porta le chiappe su Marte!»
Vi piacerebbe sciare nell'Antartico ma siete sepolti sotto una valanga di lavoro? Sognate una vacanza sul fondo del mare ma il prezzo vi manderebbe a fondo? Avete sempre desiderato scalare le montagne di Marte ma al momento vi trovate in una valle di lacrime? Allora venite alla Rekall Incorporate, dove potrete acquistare le memorie della vostra vacanza ideale meno cara, più sicura e migliore di una vacanza normale! Non lasciate che la vita vi lasci indietro, chiamate la Rekall, per le memorie di tutta una vita!Mentre noi partiamo per le ferie, voi avete tempo fino alla data stellare -310071.2347792999 (cioè le 23:59 del 5 settembre 2013) per mandarci un racconto, un saggio, un ragionamento, una foto, una poesia, un disegno o quello che vi pare sul tema della fantascienza all'indirizzo marcomncrd [chiocciola] gmail [punto] com.
Le cose che ci manderete, se siete di quelli che ancora non lo sanno, le mettiamo il 19 settembre 2013 dentro a un libro elettrico e gratuito dal titolo L'(n+1)esimo libro della fantascienza, che è il seguito de L'ennesimo libro della fantascienza che abbiamo pubblicato il 19 settembre dell'anno scorso.
Ci teniamo MOLTO a sottolineare l'unica regola che dovete rispettare: NO FANTASY.
Ovunque voi siate, ripensate al futuro.
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