Spogliatoio maschile della piscina comunale.
Orario pausa pranzo.
Un giovane istruttore di nuoto e due bambini di sette/otto anni.
Quello senza lucchetto chiede all'altro se può mettere la sua roba nell'armadietto dell'altro. Che risponde: - No! Io non lavoro in una biblioteca, in una libreria, o in una posteria ... io da grande voglio fare il pilota aeronautico!
venerdì 8 gennaio 2010
giovedì 7 gennaio 2010
Le Dimensioni di Carpi
Stamattina, come tutti noi mortali, tra i giri che avevo da fare, sono andato a fare una ricarica per il cellulare. Sono andato in una tabaccheria del centro perchè era vicino alle poste e così, con la stessa strada facevo due cose in una, comodo no? Sono entrato nella tabaccheria e, saranno state le 12 e qualcosa, i terminali non funzionavano ma io ero andato lì proprio per quello, perchè in quel posto m'avevan già dato un paio di ricevute della ricarica e ogni volta il tipo dietro il bancone m'aveva detto - conservalo, così la prossima volta me lo ridai e ti rifaccio la ricarica al volo - giusto, bella idea, così la prossima volta non devo star lì a sillabare con tono marziale il numero del mio cellulare perchè tanto poi lui non ci sente dietro il plexiglass mentre intorno gli altri prendono appunti. E gli altri, gli altri avventori, quelli che non scheggiano via subito dopo aver preso sigarette o ricariche non è che sian proprio gente che vorresti aver vicino sul tram (che a Carpi non c'è)... diciamo per spiegarci che la tabaccheria è anche un punto snai, o forse snarck, dove si scomette sui cavalli, al lotto, sui cani e per giunta sui canguri, a giudicare dagli sguardi da Mr Croccodile Dundee che fioccano nella sala quando una spaurita segretaria in tacchi e rossetto entra a chiedere le sue sigarettine sottili sottili e bianche, e quindi non è esattamente un posto dove ti vien voglia di offrire da bere per le belle facce intorno, a meno che non hai un macete nella tasca dietro. Ma torniamo a noi, il foglietto ce l'avevo, piegato in due e seppellito tra gli altri nel portafoglio, ma ce l'avevo. Era da 15€ e tiro subito fuori un pezzo da 20€ così ho pure il resto che devo dar dei soldi a un amico che me li ha anticipati per un regalo. Ero piuttosto di fretta ma da gran signore quale sono, sopratutto nella terra dei canguri, attendo che la signora a fianco giochi il suo lotto (dacci oggi il nostro lotto quotidiano). - Non c'è linea! ma guarda te... è tutta mattina che fà così! - chi parla è una signora bionda sui quaranta, capelli e unghie lunghe, rossetto rosato tenue e sorriso macchiato di caffeina, che non ho mai visto dietro la traparenza della plastica. La signora accantona la lobottizzata e prova a scansionare il codice sul mio foglietto, niente da fare. Dobbiamo aspettare. Allora, siccome che sono di fretta, tiro fuori dalla mia borsa il maledetto cellulare e comincio a scrivere un messaggio per giustificare il ritardo , perchè non riesco a chiamare, ho pochi soldi e ho fretta, se non si è capito. Il mio cellulare, che è carino per carità, e ce l'ho da poco, è maledetto perchè ha una sgradevolissima impostazione che ancora non son riuscito a cambiare: quando gli schiacci i tasti suona come lo xilofono, e per ogni tasto c'è la sua nota. Quindi adesso provate a immaginare un tizio di statura media, con un bel montgomery grigio, la borsa di cuoio nera, quella della laurea, quella che sembri più un cardiochirurgo che un letterato senza futuro, le scarpe di cuoio nere, il cellulino quasi nuovo che fà tutti quei rumorini esotici attorniato da quaranta-cinquantenni coi denti gialli, le mani dure e ruvide, l'espressione e le frasi da semi-invalido ma con lo sguardo da faina, ora ditemi se non m'avreste riconosciuto a occhi chiusi, come un tucano tra i pinguini dell'antartide, e forse m'avreste soccorso, chiesto se m'ero perso, se ero forestiero o cosa? ma non c'è nulla da temere, la barba e i capelli lunghi informano gli autoctoni della cruda verità, anch'io sono un disperato, di altra specie ma pur sempre disperato. Siam fatti così, ci riconosciamo a naso...
Finalmente il terminale resuscita e tra il giubilo e gaudio collettivo esco coi foglietti mentre la vegliarda lottista si accanisce nella cabala numerologica - 7, 54, routa de napule, route de Torin, ecc. ecc.
Fuori mi volto a sinistra, sempre col telefunken in mano, e percorro cento metri circa, volto a sinistra di nuovo e prendo per Via Cesare Battisti (non quello vivo, purtroppo, fosse per me... altro che Craxi). Finisco di scrivere il messaggio, m'arriva la conferma di avvenuta ricarica, avanzo altri novanta metri, cambio lato strada e finisco sotto al portico dell'ufficio delle poste che visto bene mi è sempre sembrato un gelato gigante da spiaggia col biscotto sopra e sotto, solo che al posto del biscotto c'è il cemento armato e al posto del ripieno c'è del vetro. M'infilo davanti al primo bancomat, ma tanto è il deserto, son tutti dentro agli sportelli a sacramentare e pistolare coi pacchi di natale ritardatari.
Prelevo, apro il portafoglio e m'accorgo solo lì di avere ben 2 foglietti promemoria ricarica telefonica ma nessun resto in pecunia.
Guardo l'ora e l'orario d'arrivo del messaggio della ricarica, son passati meno di 3 minuti.
Torno indietro, a passo sostenuto, scavalco il lato della strada, cammino contromano, giro radente l'angolo a destra per tornare nella via della tabaccheria. Ci arrivo davanti. Tempo impiegato: 1 minuto e 30 secondi.
10 secondi d'indecisione, quelli che ti fanno vedere tutti gli scenari possibili fino a che gli scenari stessi, incuriositi, non ti dicono - E entra!.
Dentro non c'è quasi più nessuno, niente canguri, pochi koala e qualche dingo. Dietro al plexiglass è comparso anche il vero tabaccaio mentre la mia signora blondie finge di avere cose in sospeso da qualche parte da sistemare. La richiamo educatamente, foglietto alla mano: - Scusi, mi scusi, guardi, si ricorda? ho appena fatto la ricarica e avevo un pezzo da 20 in mano ma mi sono appena accorto che non mi ha dato il resto, o forse l'ha appoggiato e io non l'ho preso uscendo, si ricorda?
La signora mi guarda in faccia ma solo in un lampo e poi subito dopo i suoi occhi cominciano a zigzagare nell'ambiente come un ray charles redivivo e sbiancato.
E comincia a balbettare: - eeh, ma saran stati 15-20 minuti fa, e poi con tutta la gente che c'è...
Ecco quanto è grande e popolosa Carpi al giorno d'oggi.
E Fil, quelli erano i soldi per il regalo di F.
Finalmente il terminale resuscita e tra il giubilo e gaudio collettivo esco coi foglietti mentre la vegliarda lottista si accanisce nella cabala numerologica - 7, 54, routa de napule, route de Torin, ecc. ecc.
Fuori mi volto a sinistra, sempre col telefunken in mano, e percorro cento metri circa, volto a sinistra di nuovo e prendo per Via Cesare Battisti (non quello vivo, purtroppo, fosse per me... altro che Craxi). Finisco di scrivere il messaggio, m'arriva la conferma di avvenuta ricarica, avanzo altri novanta metri, cambio lato strada e finisco sotto al portico dell'ufficio delle poste che visto bene mi è sempre sembrato un gelato gigante da spiaggia col biscotto sopra e sotto, solo che al posto del biscotto c'è il cemento armato e al posto del ripieno c'è del vetro. M'infilo davanti al primo bancomat, ma tanto è il deserto, son tutti dentro agli sportelli a sacramentare e pistolare coi pacchi di natale ritardatari.
Prelevo, apro il portafoglio e m'accorgo solo lì di avere ben 2 foglietti promemoria ricarica telefonica ma nessun resto in pecunia.
Guardo l'ora e l'orario d'arrivo del messaggio della ricarica, son passati meno di 3 minuti.
Torno indietro, a passo sostenuto, scavalco il lato della strada, cammino contromano, giro radente l'angolo a destra per tornare nella via della tabaccheria. Ci arrivo davanti. Tempo impiegato: 1 minuto e 30 secondi.
10 secondi d'indecisione, quelli che ti fanno vedere tutti gli scenari possibili fino a che gli scenari stessi, incuriositi, non ti dicono - E entra!.
Dentro non c'è quasi più nessuno, niente canguri, pochi koala e qualche dingo. Dietro al plexiglass è comparso anche il vero tabaccaio mentre la mia signora blondie finge di avere cose in sospeso da qualche parte da sistemare. La richiamo educatamente, foglietto alla mano: - Scusi, mi scusi, guardi, si ricorda? ho appena fatto la ricarica e avevo un pezzo da 20 in mano ma mi sono appena accorto che non mi ha dato il resto, o forse l'ha appoggiato e io non l'ho preso uscendo, si ricorda?
La signora mi guarda in faccia ma solo in un lampo e poi subito dopo i suoi occhi cominciano a zigzagare nell'ambiente come un ray charles redivivo e sbiancato.
E comincia a balbettare: - eeh, ma saran stati 15-20 minuti fa, e poi con tutta la gente che c'è...
Ecco quanto è grande e popolosa Carpi al giorno d'oggi.
E Fil, quelli erano i soldi per il regalo di F.
si parla di:
carpi e cavoli,
carta canta,
impara l'arte,
una vita è già troppa
Per rintuzzare il tedio post-festività
Essendo solo uno dei tanti umanisti disoccupati (binomio ormai più diffuso di fragole + panna o leptospirosi + bambino scalzo), vi propongo anch'io qualcosa con cui ricacciare il desiderio di un'attività, solitamente inutile, che vi coinvolga per ore e ore, che vi faccia maledire le corse, le attese, gli scazzi, gli impegni accavallati, i fax, le attese, il briefing, il caffè delle macchinette, il fegato, la fiducia nell'umanità e che vi strappi dalle vostre dolci animelle caramellate:
mercoledì 6 gennaio 2010
che Dio la manda
in qualità di massimo ingegnere umanista nella redazione di Barabba, visto e considerato il prolificare inarrestabile della parola neve nei socialcosi suppergiù tra la rete, non posso fare a meno di regalarvi due simpatici passatempo per allietare le vostre umide serate al calor del termosifone mentre fuori il mondo sbianca.
Passatempo n.1* (per ingegneri): lettura attenta del terzo capitolo di "Dante e le figure del vero: la fabbrica della Commedia" del grandissimo - che Dio l'abbia in gloria nei secoli dei secoli - Emilio Pasquini.
Passatempo n.2** (per umanisti): un giochino che tanto non capirete mai.
si ringraziano *la Cate e **disabledAlpha per le segnalazioni.
Passatempo n.1* (per ingegneri): lettura attenta del terzo capitolo di "Dante e le figure del vero: la fabbrica della Commedia" del grandissimo - che Dio l'abbia in gloria nei secoli dei secoli - Emilio Pasquini.
Passatempo n.2** (per umanisti): un giochino che tanto non capirete mai.
si ringraziano *la Cate e **disabledAlpha per le segnalazioni.
martedì 5 gennaio 2010
Il Prigioniero di Emma: 2° episodio di Letteratura Rinfacciabile
Anch'io, come Mr Many, ero a quell'incontro surreal-letterario, gentilmente ospitato dallo stesso amico, al quale và il nostro plauso per averci fatto passare una giornata incredibile, e se sei a Milano fai fatica a crederci, e invece...
Comunque, c'ero anch'io, ero nel gruppo Avventura, capitanato da Maurizio Matrone, l'ispiratore di questo tipo di letteratura sostenibile, un originale, lo si è visto subito,un uomo che a quaranta e passa anni non si vergogna per le fette di camicia sopra i pantaloni sotto il pullover con lo scollo a V, cos'altro è? e ci siam ritrovati a dover riadattare questo passo di Madame Bovary:
Comunque, c'ero anch'io, ero nel gruppo Avventura, capitanato da Maurizio Matrone, l'ispiratore di questo tipo di letteratura sostenibile, un originale, lo si è visto subito,un uomo che a quaranta e passa anni non si vergogna per le fette di camicia sopra i pantaloni sotto il pullover con lo scollo a V, cos'altro è? e ci siam ritrovati a dover riadattare questo passo di Madame Bovary:
La giornata seguente trascorse in una dolcezza nuova. Si fecero dei giuramenti. Lei gli raccontò le sue tristezze. Rodolphe la interrompeva con i suoi baci e lei gli chiedeva, contemplandolo dalla fessura delle palpebre, di chiamarla ancora per nome e di ripetere che l'amava. Erano nell foresta, come il giorno prima, in una capanna di zoccolai. I muri erano di paglia e il tetto era così spiovente che dovevano tenere la schiena curva. Se ne stavano seduti spalla contro spalla, su un letto di foglie morte.mentre questa è la mia versione spy-anni '60
Da quel giorno presero scriversi regolarmente tutte le sere. Emma andava a infilare la sua lettera in un interstizio del terrazzo, in fondo al giardino, dal lato del bar. Rodolphe veniva a prenderla e a metterci la sua, di cui lei lamentava sempre la brevità.
Un mattino che Charles era uscito prima dell'alba, fu presa dal capriccio di vedere Rodolphe, e subito. Non era difficile raggiungere la Huchette, rimanervi un'ora e rientrare a Yonville mentre tutti dormivano ancora.
La giornata seguente trascorso con un brivido nuovo, per una segretaria. Si fecero giuramenti reciproci. Lei gli confidò di tutti quei file secretati. Numero 6 la interrompeva con i suoi interrogativi e lei gli sussurrava, sbiriciando dalla fessura delle palpebre, di non chiamarla ancora per nome e di ripetere che non l'avrebbe tradita. Erano nella hall, come il giorno prima, in un motel per camionisti. I muri erano di cartongesso e il soffitto era così marcio che istinitvamente tenevano la testa china per paura dei calcinacci. Se ne stavano seduti, schiena contro schiena, su due potrone di spugna dura.
Da quel giorno presero a scambiarsi informazioni regolarmente tutti i giorni. Emma andava a infilare il suo dossier trafugato in un infisso della finestra, in fondo al bar, dal lato dei bagni. Un'ora dopo Numero 6 veniva a prenderlo e a metterci il suo, di cui lei gli lamentava sempre la scarsità di valore.
Un giorno che Numero 1 era uscito di fretta e accompagnato dai suoi luogotenenti, fu presa dall'ansia di vedere Numero 6, e subito. Non era facile raggiungere il motel, attendere l'ora d'arrivo di Numero 6, avvertirlo e rientrare al Quartier Generale mentre tutti lo cercavano ancora. Ma sapeva che doveva farlo.
Mi sono divertito quel giorno, a tal punto che andrò avanti e, sempre se nessuno è contrario, vi proporremo i prossimi ibridi...
mercoledì 30 dicembre 2009
Umani
quando usavo gli umani, in Warcraft, e magari arrivava un orco verde ad accopparmi un contadino, ecco, io cominciavo subito a farmi un esercito grande così per andare a distruggere il villaggio orco più vicino. Dopo ero contento, ma era un gioco.
lunedì 28 dicembre 2009
di quella volta in cui stuprai Giacomo Casanova
un amico che lavora alla Marcos y Marcos mi ha iscritto a un concorso letterario, il Bookjockey Day. In otto ore che son volate via come ridere si è parlato di cover letterarie e letteratura rinnovabile. Ero nel gruppo "Paura", il mio allenatore Paolo Nori.
Ci han dato un testo di Casanova da riscrivere:
Ci han dato un testo di Casanova da riscrivere:
GIACOMO CASANOVAMemorie scritte da lui medesimo
Mangiammo tutti di buon appetito, poi le donne ci prepararono due grandi letti di paglia fresca e ci coricammo al buio, perché l'unico mozzicone di candela esistente in quel triste abituro si era spento. Eravamo stesi sulla paglia da appena cinque minuti quando il frate mi grida che una femmina è andata a sdraiarsi accanto a lui, e contemporaneamente sento l'altra che mi abbraccia. Io la respingo, il monaco si dibatte; la mia spudorata insiste, faccio per alzarmi, ma il cane mi salta alla gola e per la paura sono costretto a rimettermi buono buono sulla paglia; il frate grida, bestemmia, si divincola, il cane abbaia a tutto spiano, il vecchio tossisce come un cavallo; è un vero pandemonio. Finalmente Stefano, protetto dalla pesante tonaca, si sottrae alle carezze della sua megera, affronta il cane, riesce ad agguantare il bastone e comincia a menare colpi a dritta e a manca. Una delle due donne caccia un urlo: «Ahi, Dio mio!» Il frate risponde: «Questa è sistemata». Così tornò la calma: il cane, senza dubbio colpito da una bastonata, non abbaiava più; il vecchio, che forse Stefano aveva spacciato, non tossiva più; i bambini dormivano; e le donne, temendo le cortesie del frate, si tenevano prudentemente alla larga. Rimanemmo tranquilli per il resto della notte.
e questa è la mia cover terrorizzante:
Mangiammo come maiali, io, Gianni detto “Il Frate” e Andrea “il vecchio”. Le femmine preparavano la roba sul tavolino, acciaccate sui due grandi divani color paglia. Ci coricammo con loro, quasi al buio, ché l’unica lampadina dell’abituro s’era fulminata. Stavamo stesi sul divano da cinque minuti, strafatti, il vecchio con una tosse da cavallo, quando il Frate mi grida ch’è ora e si prende una femmina accanto. Contemporaneamente abbraccio l’altra, ma mi respinge. Il Frate si dibatte sulla sua femmina e lei comincia a gridare, faccio per alzarmi, ma il cane mi salta alla gola e per paura mi ributto sul divano. Il Frate grida, eccitato, bestemmia, il cane abbaia a tutto spiano, il vecchio tossisce ancora; è un vero pandemonio. Finalmente Gianni, con le braghe calate, estrae un grosso coltello e comincia a menare colpi a dritta e a manca. La sua femmina lancia un urlo: «Ah! Dio mio!» Il Frate risponde: «Questa è sistemata». Così tornò la calma: il cane, zittito, non abbaiava più; il vecchio, che era rimasto a guardare e a pippare, non tossiva più: la mia femmina, giuro, pareva morta, anche quando la sbattemmo nel bagagliaio; i vicini dormivano beati, al Circeo. Rimanemmo tranquilli per il resto della notte.
Angelo Izzo, da Memorie scritte da me medesimo
Non ho vinto, ci mancherebbe, era tutto fortunatamente basato sul sorteggio. Non so nemmeno se la cosa che ho scritto e che han pubblicato sul sito sia querelabile o meno, dato che parla di fatti e cose e persone reali. Poi questa è tutta una scusa per dare una botta di vita al blog, che langue da un po'. Ciao.
sabato 26 dicembre 2009
La Rivoluzione Sdrucciola ovvero i Diari delle Clarks
Caro Dottor Perry, con questa mia sono a dolermi del suo intervento sul rapporto tra lotta studentesca e Clarks da lei evidentemente travisato,seppur mi auguro in buona fede.Nel suo stralcio esemplificativo su una dinamica così perniciosa et oscura, temo che sia caduto in una trappola maieutica e forse revisionista approntata dalle ideologie dominanti (cfr: http://alfredoperry.blogspot.com/2009/12/in-disuso.html).
Mi permetto quindi di proporle la mia versione di questa lotta tutt’altro che impari tra gli Anfibi dell’ordine e le Clarks rivoluzionarie. A parer mio i due modelli semiotici e calzaturieri si fondano su principi diametralmente opposti et oppositivi: laddove gli Anfibi si pongono come oggetto stabile, definito, inamovibile, radicato al suolo, come se fosse artigliato allo stesso, e soprattutto impermeabile da qualsivoglia sostanza o elemento, in definitiva identitario e pertanto fascista (Dio, Patria e Anfibio era un grido controrivoluzionario, ancora in voga, ahinoi, tutt’oggi, a dimostrarne la natura gerarchica, irremovibile e statuaria), le Clarks, grazie alla morbidezza, al calore e alla levigatezza che naturalmente le connota, si prestano all’incontro, alla partecipazione con l’altro e a un potenziale elevatissimo (da lei stesso registrato) di scivolamento. Tale proprietà, lungi dall’essere problematica o negativa, rispondeva perfettamente alle necessità strategiche imposte dallo scontro in atto. Traendo ispirazione (se in modo sciente o no sarà da verificarsi presso altra sede) dall’Arte della Guerra di Sun-Tzu e dalla cosiddetta teoria dei vuoti e dei pieni e riadattando le dinamiche complesse e spiraliformi scaturite dal Teatro-danza della compianta Pina Baush, i rivoluzionari, impossibilitati in una lotta equa sul piano di aderenza alla res terracea, grazie alle Clarks, hanno introdotto uno slittamento strategico ed empirico al fine di costringere gli avversari su un nuovo campo di battaglia. Appropriandosi letteralmente della definizione marxista sulla modernità (All that solid melt in to air – Tutto ciò che è solido diventa aria) i rivoluzionari hanno più volte costretto i terrei e schmittiani anfibi a confrontarsi con l’eterea danza del caos aereo clarksiano-spinozista. La letteratura a tal proposito è colma di testimonianze sul potere obliquo e sdilinquente delle Clarks, che grazie all’insita instabilità et volatilità, hanno permesso ritirate, contrattacchi e accerchiamenti, se si vuole rocamboleschi ma certamente impensabili con qualsiasi altra calzatura.
Oserei infine affermare che la guerriglia urbana, complicatissima arte, non avrebbe avuto luogo senza codesta re-invenzione.
Con l’augurio di averla distolta da un facile approccio hobbessiano e mercantilistico sull’evento le propongo caldamente di unirsi alla Internazionale Clarkistica per partecipare anche lei alla costruzione di un avvenire oltremodo emozionante, scintillante e schettinante.
Alla sua adesione le forniremo un prontuario con segnalati tutti i migliori reparti di traumatologia d’Italia.
Sinceramente e scivolamente suo
Dott. Carlo Dulinizo
si parla di:
1977,
eresie,
internazionale,
tanto per dire qualcosa
sabato 5 dicembre 2009
martedì 6 ottobre 2009
martedì 28 luglio 2009
Con veementi auspici di Buone Ferie...
"Non hai mestiere fisso? Allora ascoltami,e tieni bene a mente ciò che dico:
primo, liberati da questi sentimenti:
pietà, paura, amore, vana speranza;
che nulla ti commuova né impietosisca;
quando un cristiano piange, tu sorridi. ...
Ciò che a me piace è girare di notte
e uccidere i malati sotto i portici;
talvolta getto veleno in qualche pozzo."
(L'Ebreo di Malta "Barabba" - di Christopher Marlowe)
si parla di:
bestemmia,
cattivi consigli,
impara l'arte,
vacanze
domenica 12 aprile 2009
La Crisi del 60 d.c.

«Ma c’è la crisi, adesso, che non è mica poi qui tutta, qui da noi. Non bisogna che ci facciamo i difficili, che tutto il mondo è paese. Tu vai appena là, che ti dici già che ci passeggiano i maiali cotti, qui da noi, per le strade. E intanto, ci avremo il combattimento dei gladiatori, per i tre giorni della festa, ma che sarà una cosa scelta, noi. E non sono mica gli schiavi di squadra, ma che c’è tanto di liberti, invece. E il nostro Tito ci ha l’anima grande, che ci ha la testa calda. Sarà questa cosa, sarà quell’altra, ma qualche cosa sarà. Io me lo conosco bene, che è uno che non se li fa mica, i pasticci. Ci darà le buone spade, la gente che non scappa, con tutta la macelleria lì al centrocampo, che tutto lo stadio se la può vedere. E lui li ha, i mezzi. Si è ereditato i suoi trenta milioni, che il suo padre gli è morto, poveretto. Metti che se ne spende quattrocentomila, ma il suo patrimonio non se ne accorge nemmeno, e lui si fa la sua gloria per sempre. […] Ma me lo sento già, l’odore, io, del banchetto che ci fa il Mammea, e delle due monete d’oro, per me e per i miei. Che se davvero ce lo fa, gli toglie tutte le simpatie, lui, al Norbano. E te lo vedi, tu, come gli andranno a gonfie vele, le sue elezioni, a quello. Perché, davvero, che cosa ci ha fatto poi, di buono? Ci ha dato dei gladiatori da un soldo, dei vecchi decrepiti, che ti cascavano giù, se ci soffiavi tu su. Io me ne sono già visto, che ne hanno gettati alle bestie, ma che erano meglio di quelli. Ne ha fatto morire a cavallo, che ci andavano bene per decorarci un candelabro, che ti sembrano dei polli pollini, ecco. Uno era da buttarlo sopra il mulo, e via. L’altro ci aveva il piede matto. La riserva era più morta che il morto, che ce li aveva tagliati, i suoi tendini. C’era un trace, soltanto, che ci aveva del fiato, un po’, che combatteva che era come a lezione, però. Insomma, che gli toccata la frusta, a quelli, alla fine, a tutti, tanto gli avevano gridato: “Ma dàgliele!”, lì tutti in massa. Ma erano nati per scappare, proprio. “Però, io te l’ho offerto, il combattimento”. E io ti dico che sei bravo, te. Ma poi fa’ un po’ il conto, che ti ho dato di più di quello che mi ricevo, io.»
(Petronio, Satyricon, traduzione di Edoardo Sanguineti, Einaudi, 1993, pp. 51-53)
(Petronio, Satyricon, traduzione di Edoardo Sanguineti, Einaudi, 1993, pp. 51-53)
si parla di:
l'angolo del satiro,
la (mala)rappresentanza,
poesia,
sanguineti
mercoledì 31 dicembre 2008
SUCCISA VIRESCIT
Significa: Tagliato, ricresce; in ambito filosofico viene interpretato: Precipitare la fine, anticipare l'inizio. Questo concetto è comparso durante una conversazione tra Barabbisti et alii mentre si commentava la vittoria di Obama a Novembre. Per certi versi rieccheggia il classico Tanto peggio, tanto meglio che correva di bocca in bocca tra gli extraparlamentari del secolo scorso. Quella sera però assumeva connotazione più forti e darwinistiche, una sorta di conclamato Noi non ci saremo (infatti G. Lindo Ferretti, sotto questo aspetto e molti altri, non è più tra di noi). Quella notte stessa (6-7 nov) il sottoscritto sognava di svegliarsi tra brande di soldati all'interno di un sottomarino atomico in avaria. Pochi giorni dopo, credo 2 o 3 al massimo, qualcosa di simile è successo, molti soldati sono morti ma il potenziale mortifero nucleare non ha infettato il globo terracqueo. Qualche giorno prima P.P., rinomato e pluripremiato fumettista italiota, chiude una mail indirizzatami con:
Questi ultimi anni dell'era postmoderna mi sono sembrati un po' come quando sei alle superiori e i tuoi genitori partono e tu organizzi una festa. Chiami tutti i tuoi amici e metti su questo selvaggio, disgustoso, favoloso party, e per un po' va benissimo, è sfrenato e liberatorio, l'autorità parentale se ne è andata, è spodestata, il gatto è via e i topi gozzovigliano nel dionisiaco. Ma poi il tempo passa e il party si fa sempre più chiassoso, e le droghe finiscono, e nessuno ha soldi per comprarne altre, e le cose cominciano a rompersi o rovesciarsi, e ci sono bruciature di sigaretta sul sofà, e tu sei il padrone di casa, è anche casa tua, così, pian piano, cominci a desiderare che i tuoi genitori tornino e ristabiliscano un po' di ordine, cazzo... Non è una similitudine perfetta, ma è come mi sento, è come sento la mia generazione di scrittori e intellettuali o qualunque cosa siano, sento che sono le tre del mattino e il sofà è bruciacchiato e qualcuno ha vomitato nel portaombrelli e noi vorremmo che la baldoria finisse. L'opera di parricidio compiuta dai fondatori del postmoderno è stata importante, ma il parricidio genera orfani, e nessuna baldoria può compensare il fatto che gli scrittori della mia età sono stati orfani letterari negli anni della loro formazione. Stiamo sperando che i genitori tornino, e chiaramente questa voglia ci mette a disagio, voglio dire: c'è qualcosa che non va in noi? Cosa siamo, delle mezze seghe? Non sarà che abbiamo bisogno di autorità e paletti? E poi arriva il disagio più acuto, quando lentamente ci rendiamo conto che in realtà i genitori non torneranno più - e che noi dovremo essere i genitori.
David Foster Wallace
E una notte di dicembre questo genio, di cui conosco ancora poche cose, decide di non riuscire più a sopportare l'attesa, o il cambio di prospettiva, o queste e mille altre cose.
Perdonatemi questa svolta intimista e questo giochetto delle coincidenze, perdonatemi/ci una latitanza che sa di stanchezza ed esasperazione nel sopportare l'assurdo anche quando ha risvolti comici (la scuola tutta va a manifestare contro le previste mannaiate della Siura Gelmini mentre il governo, sotto pressione dela Lega Nord, aiuta con milioni di euri il piccolo mondo delle corse dei cavalli e delle scommesse correlate. Dopo questi fatti, reinterpreti sotto una nuova luce la frase preferita di alcuni professori della superiori. Datti all'Ippica! non è un insulto ma un consiglio...).
A tutti, o quasi, piace pensare di vivere in periodi storici irripetibili, unici, (che tu possa vivere tempi interessanti è un antico augurio cinese), e io non sono da meno. Confesso che in questi ultimi mesi mi son ritrovato ad augurarmi l'avvento di una nuova era, la fine di un epoca buia e stupida che è cominciata alla fine degli anni '70 e che sembra finalmente tirare le cuoia in questi ultimi scampoli del primo decennio del XXI° secolo (cfr. Come gli stregoni hanno conquistato il mondo - Breve storia delle delusioni moderne di Francis Wheen). Un moto di accellerazione è visibile in tutto il mondo, a causa della crisi finanziaria e dei suoi cascami tutt'altro che teorici e metafisici, e una delle sue più brutali manifestazioni sta avvenendo mentre scrivo e leggete: il massacro di Gaza. Intorno a questo evento, feroce, inumano e meschino, s'avverte il fiato corto, l'impazienza, l'ansia, la consapevolezza che potrebbe essere l'ultima occasione, la necessità di fare più danni e lutti possibili prima che le cose e le carte in tavola cambino.
Magari sono solo flebili percezioni, sensazioni apparenti, sproloqui da profeta rinnegato, ma non è questo lo spirito che ci porta ad accogliere il nuovo anno e tutti quelli a seguire?
Tornando alle prime righe, il mio buon proposito sarà spingere più in fondo ciò che va in putrefazione e favorire ciò che sta nascendo. Buon anno
Questi ultimi anni dell'era postmoderna mi sono sembrati un po' come quando sei alle superiori e i tuoi genitori partono e tu organizzi una festa. Chiami tutti i tuoi amici e metti su questo selvaggio, disgustoso, favoloso party, e per un po' va benissimo, è sfrenato e liberatorio, l'autorità parentale se ne è andata, è spodestata, il gatto è via e i topi gozzovigliano nel dionisiaco. Ma poi il tempo passa e il party si fa sempre più chiassoso, e le droghe finiscono, e nessuno ha soldi per comprarne altre, e le cose cominciano a rompersi o rovesciarsi, e ci sono bruciature di sigaretta sul sofà, e tu sei il padrone di casa, è anche casa tua, così, pian piano, cominci a desiderare che i tuoi genitori tornino e ristabiliscano un po' di ordine, cazzo... Non è una similitudine perfetta, ma è come mi sento, è come sento la mia generazione di scrittori e intellettuali o qualunque cosa siano, sento che sono le tre del mattino e il sofà è bruciacchiato e qualcuno ha vomitato nel portaombrelli e noi vorremmo che la baldoria finisse. L'opera di parricidio compiuta dai fondatori del postmoderno è stata importante, ma il parricidio genera orfani, e nessuna baldoria può compensare il fatto che gli scrittori della mia età sono stati orfani letterari negli anni della loro formazione. Stiamo sperando che i genitori tornino, e chiaramente questa voglia ci mette a disagio, voglio dire: c'è qualcosa che non va in noi? Cosa siamo, delle mezze seghe? Non sarà che abbiamo bisogno di autorità e paletti? E poi arriva il disagio più acuto, quando lentamente ci rendiamo conto che in realtà i genitori non torneranno più - e che noi dovremo essere i genitori.
David Foster Wallace
E una notte di dicembre questo genio, di cui conosco ancora poche cose, decide di non riuscire più a sopportare l'attesa, o il cambio di prospettiva, o queste e mille altre cose.
Perdonatemi questa svolta intimista e questo giochetto delle coincidenze, perdonatemi/ci una latitanza che sa di stanchezza ed esasperazione nel sopportare l'assurdo anche quando ha risvolti comici (la scuola tutta va a manifestare contro le previste mannaiate della Siura Gelmini mentre il governo, sotto pressione dela Lega Nord, aiuta con milioni di euri il piccolo mondo delle corse dei cavalli e delle scommesse correlate. Dopo questi fatti, reinterpreti sotto una nuova luce la frase preferita di alcuni professori della superiori. Datti all'Ippica! non è un insulto ma un consiglio...).
A tutti, o quasi, piace pensare di vivere in periodi storici irripetibili, unici, (che tu possa vivere tempi interessanti è un antico augurio cinese), e io non sono da meno. Confesso che in questi ultimi mesi mi son ritrovato ad augurarmi l'avvento di una nuova era, la fine di un epoca buia e stupida che è cominciata alla fine degli anni '70 e che sembra finalmente tirare le cuoia in questi ultimi scampoli del primo decennio del XXI° secolo (cfr. Come gli stregoni hanno conquistato il mondo - Breve storia delle delusioni moderne di Francis Wheen). Un moto di accellerazione è visibile in tutto il mondo, a causa della crisi finanziaria e dei suoi cascami tutt'altro che teorici e metafisici, e una delle sue più brutali manifestazioni sta avvenendo mentre scrivo e leggete: il massacro di Gaza. Intorno a questo evento, feroce, inumano e meschino, s'avverte il fiato corto, l'impazienza, l'ansia, la consapevolezza che potrebbe essere l'ultima occasione, la necessità di fare più danni e lutti possibili prima che le cose e le carte in tavola cambino.
Magari sono solo flebili percezioni, sensazioni apparenti, sproloqui da profeta rinnegato, ma non è questo lo spirito che ci porta ad accogliere il nuovo anno e tutti quelli a seguire?
Tornando alle prime righe, il mio buon proposito sarà spingere più in fondo ciò che va in putrefazione e favorire ciò che sta nascendo. Buon anno
si parla di:
buon anno,
cattivi consigli,
psicosi collettive
venerdì 7 novembre 2008
Dolori Interinali
“Farò tali cose
(quali ancora non so)
ma saranno il terrore del mondo”
(quali ancora non so)
ma saranno il terrore del mondo”
(Re Lear sulla soglia della pazzia)
ciao Many,
ti racconto quello che mi è accaduto pochi giorni fa ad un colloquio di lavoro.
Mi telefona l'agenzia interinale alla quale avevo lasciato un CV per un posto di tecnico informatico. Mi convocano per un colloquio da loro, il colloquio va bene e mi fissano un appuntamento nel pomeriggio per l'Azienda interessata.
Arrivo puntuale all'Azienda, dico alla ragazza alla reception che ho un appuntamento con la responsabile dell'ufficio personale e lei in risposta mi chiede, asettica: "Ha un documento?"
Cominciamo male.
Alquanto alterato le allungo la carta d'identità che la ragazza provvede a fotocopiare in una stanza attigua. Quando torna con le fotocopie (a colori, pensa te che spreco!) mi chiede di seguirla in una saletta. "Posso riavere la mia carta d'identità?" domando preoccupato perché l'atmosfera è oramai degna di un check-point militare e temo che il documento mi venga confiscato. Me lo restituisce, ma in cambio mi allunga un modulo di domanda di lavoro da compilare.
Sono esterrefatto.
"Ma ho un appuntamento, mi manda l'agenzia interinale, il mio curriculum l'avete già!" tento di fare capire alla centralinista che ligia al dovere mi risponde austera: "Queste sono le prassi aziendali" e se ne va senza aver nemmeno alzato la cornetta del telefono per avvisare la persona con la quale avevo un appuntamento.
Rimango lì, da solo nella saletta per alcuni istanti, le fotocopie (a colori) della mia carta d'identità in una mano e il modulo nell'altra. Mi sale un senso di disagio enorme, una vera e propria angoscia che si trasforma in stretta allo stomaco. Non è così che voglio esser trattato, non è certamente questo il posto ove voglio lavorare! La decisione è immediata: esco dalla saletta e poggio la penna e il modulo intonso sul bancone della reception.
La centralinista mi guarda stupita senza capire. La guardo e le dico con la massima calma: "Mi spiace ma questo modo di fare non è per me, nulla di personale, non ce l'ho con lei, ma con questa azienda non posso avere nulla a che fare" Poi mi giro e me ne vado.
Lei rimane di sasso, il viso paralizzato, attonita, ammutolita. Io sono felice di aver dato retta ai miei sentimenti, teneteveli i vostri moduli, la vostra burocrazia e il vostro lavoro del cazzo, meglio fare la fame che vendere la propria dignità!
Più tardi mi telefona l'impiegata dell'agenzia interinale chiedendo spiegazioni sull'accaduto. Ovviamente biasima il mio comportamento, secondo lei avrei comunque dovuto sostenere il colloquio perchè "la faccia ce la mettono loro" (ma le umiliazioni me le prendo io!)
L'impiegata e è disperata: "In cinque anni non mi era mai successa una cosa simile" si lamenta "Ci hai fatto perdere un cliente. Hai mandato a monte ore ed ore del mio lavoro"
Mi spiace baby, è la guerra!
Fantastico, due piccioni con una fava, in una sola mossa guasto i piani delle aziende e delle agenzie interinali, senza volere ho scoperto un modo strepitoso per sabotare il sistema! Diventerò il Paolini delle agenzie interinali!
Dopo una mezzora mi tornano a chiamare. Questa volta decido di non rispondere, ci siamo già detti tutto, non è necessario spiegare le cose due volte. Insistono, chiamano due, tre volte - cazzo vogliono? - mi decido finalmente a rispondere. E' un altri impiegato dell'agenzia interinale che, con toni concilianti, mi dice che l'Azienda è ancora interessata a vedermi.
"Il profilo del suo curriculum è interessante" mi dicono. Incredibile, Io li disdegno e loro mi cercano, Colloquio Man ha un fascino tale da farlo vincere anche quando vuole perdere.
La storia comincia a diventare interessante: di lavorare in quell'azienda non ci penso nemmeno, sarebbe per me un incubo, ma alla fine acconsento nel dar loro una seconda possibilità e per godermi il proseguio con la curiosità dell'antropologo.
Passo la mattina dopo in agenzia e spiego in maniera estesa il motivo del mio comportamento. La butto sul paradosso facendogli notare che se ad entrare non fossi stato io ma un cliente forse non gli avrebbero chiesto i documenti ma piuttosto gli avrebbero offerto un caffè. Faccio notare che compilando il loro modulo avrebbero potuto sapere le stesse cose contenute nel curriculum già in loro possesso mentre molte più informazioni le avrebbero avute PARLANDOMI invece di affibbiarmi il modulo asettico. E poi, se "per tutelarsi" sono così fiscali nel volere sapere cose su di me, allora voglio sapere anche io cose si di loro: che mi facciano vedere i bilanci aziendali e l'ammontare del loro indebitamento con le banche, voglio accertarmi che siano in grado di pagarmi lo stipendio per i prossimi mesi.
Inutile, non vengo capito, per loro il fatto che quell'insano modo di fare sia "la prassi aziendale" prevale sull'avere un comportamento umanamente accettabile e ragionevole, prevale sull'umiliazione di essere stato trattato come una nullità. Un'azienda dove le "prassi aziendali" prevalgono sulle più elementari norme di comportamento umano non mi sembra il posto dove uno debba desiderare di lavorare. Anche nella Germania nazista gli orrori commessi furono giustificati dicendo che "si ubbidiva solo agli ordini".
Se mi convocheranno per il colloquio ci andrò e gli parlerò di queste cose e magari gli chiederò anche come fanno ad essere così tonti da non capire che EVIDENTEMENTE, stante il mio comportamento, io non posso essere la persona adatta per loro.
Fanno tanto i professionali, sia nell'Azienda che nell'agenzia interinale, ma non si accorgono nemmeno che vogliono assumere una persona completamente inaffidabile!
ti racconto quello che mi è accaduto pochi giorni fa ad un colloquio di lavoro.
Arrivo puntuale all'Azienda, dico alla ragazza alla reception che ho un appuntamento con la responsabile dell'ufficio personale e lei in risposta mi chiede, asettica: "Ha un documento?"
Cominciamo male.
Alquanto alterato le allungo la carta d'identità che la ragazza provvede a fotocopiare in una stanza attigua. Quando torna con le fotocopie (a colori, pensa te che spreco!) mi chiede di seguirla in una saletta. "Posso riavere la mia carta d'identità?" domando preoccupato perché l'atmosfera è oramai degna di un check-point militare e temo che il documento mi venga confiscato. Me lo restituisce, ma in cambio mi allunga un modulo di domanda di lavoro da compilare.
Sono esterrefatto.
"Ma ho un appuntamento, mi manda l'agenzia interinale, il mio curriculum l'avete già!" tento di fare capire alla centralinista che ligia al dovere mi risponde austera: "Queste sono le prassi aziendali" e se ne va senza aver nemmeno alzato la cornetta del telefono per avvisare la persona con la quale avevo un appuntamento.
Rimango lì, da solo nella saletta per alcuni istanti, le fotocopie (a colori) della mia carta d'identità in una mano e il modulo nell'altra. Mi sale un senso di disagio enorme, una vera e propria angoscia che si trasforma in stretta allo stomaco. Non è così che voglio esser trattato, non è certamente questo il posto ove voglio lavorare! La decisione è immediata: esco dalla saletta e poggio la penna e il modulo intonso sul bancone della reception.
La centralinista mi guarda stupita senza capire. La guardo e le dico con la massima calma: "Mi spiace ma questo modo di fare non è per me, nulla di personale, non ce l'ho con lei, ma con questa azienda non posso avere nulla a che fare" Poi mi giro e me ne vado.
Lei rimane di sasso, il viso paralizzato, attonita, ammutolita. Io sono felice di aver dato retta ai miei sentimenti, teneteveli i vostri moduli, la vostra burocrazia e il vostro lavoro del cazzo, meglio fare la fame che vendere la propria dignità!
Più tardi mi telefona l'impiegata dell'agenzia interinale chiedendo spiegazioni sull'accaduto. Ovviamente biasima il mio comportamento, secondo lei avrei comunque dovuto sostenere il colloquio perchè "la faccia ce la mettono loro" (ma le umiliazioni me le prendo io!)
L'impiegata e è disperata: "In cinque anni non mi era mai successa una cosa simile" si lamenta "Ci hai fatto perdere un cliente. Hai mandato a monte ore ed ore del mio lavoro"
Mi spiace baby, è la guerra!
Fantastico, due piccioni con una fava, in una sola mossa guasto i piani delle aziende e delle agenzie interinali, senza volere ho scoperto un modo strepitoso per sabotare il sistema! Diventerò il Paolini delle agenzie interinali!
Dopo una mezzora mi tornano a chiamare. Questa volta decido di non rispondere, ci siamo già detti tutto, non è necessario spiegare le cose due volte. Insistono, chiamano due, tre volte - cazzo vogliono? - mi decido finalmente a rispondere. E' un altri impiegato dell'agenzia interinale che, con toni concilianti, mi dice che l'Azienda è ancora interessata a vedermi.
"Il profilo del suo curriculum è interessante" mi dicono. Incredibile, Io li disdegno e loro mi cercano, Colloquio Man ha un fascino tale da farlo vincere anche quando vuole perdere.
La storia comincia a diventare interessante: di lavorare in quell'azienda non ci penso nemmeno, sarebbe per me un incubo, ma alla fine acconsento nel dar loro una seconda possibilità e per godermi il proseguio con la curiosità dell'antropologo.
Passo la mattina dopo in agenzia e spiego in maniera estesa il motivo del mio comportamento. La butto sul paradosso facendogli notare che se ad entrare non fossi stato io ma un cliente forse non gli avrebbero chiesto i documenti ma piuttosto gli avrebbero offerto un caffè. Faccio notare che compilando il loro modulo avrebbero potuto sapere le stesse cose contenute nel curriculum già in loro possesso mentre molte più informazioni le avrebbero avute PARLANDOMI invece di affibbiarmi il modulo asettico. E poi, se "per tutelarsi" sono così fiscali nel volere sapere cose su di me, allora voglio sapere anche io cose si di loro: che mi facciano vedere i bilanci aziendali e l'ammontare del loro indebitamento con le banche, voglio accertarmi che siano in grado di pagarmi lo stipendio per i prossimi mesi.
Inutile, non vengo capito, per loro il fatto che quell'insano modo di fare sia "la prassi aziendale" prevale sull'avere un comportamento umanamente accettabile e ragionevole, prevale sull'umiliazione di essere stato trattato come una nullità. Un'azienda dove le "prassi aziendali" prevalgono sulle più elementari norme di comportamento umano non mi sembra il posto dove uno debba desiderare di lavorare. Anche nella Germania nazista gli orrori commessi furono giustificati dicendo che "si ubbidiva solo agli ordini".
Se mi convocheranno per il colloquio ci andrò e gli parlerò di queste cose e magari gli chiederò anche come fanno ad essere così tonti da non capire che EVIDENTEMENTE, stante il mio comportamento, io non posso essere la persona adatta per loro.
Fanno tanto i professionali, sia nell'Azienda che nell'agenzia interinale, ma non si accorgono nemmeno che vogliono assumere una persona completamente inaffidabile!
venerdì 10 ottobre 2008
China – Tibet. Fuori i secondi

Sabato 4 ottobre. Ore 11. Sala Borsa. Ferrara. Festival d’Internazionale. Asia - Il Tibet prega per la Cina: Incontro con Yu Hua scrittore cinese Ghesce Tenzin Tenphel lama tibetano modera Liliana Cardile d’Internazionale. Fin dall’inizio, più che ad un incontro culturale, m’è parso di assistere ad un incontro di pugilato, ovviamente pugilato verbale, ma la mole taurina dell’ecclesiastico e l’abbigliamento del suo traduttore, al quale mancavano solo l’asciugamano e lo stuzzicadenti, lasciavano intravedere possibili atteggiamenti agonistici, che ovviamente non sono mancati. Coi primi scambi interlocutori ed introduttivi, i due protagonisti avevano mostrato la loro tattica e la loro interpretazione del match. Yu Hua, esile e minuto, concentrandosi nell’esposizione storica dei legami atavici che uniscono da millenni le due terre aveva cercato in tutti i modi di stringersi all’avversario per non permettergli di sferrare diretti e colpi bassi. Ghesce Tenzin Tenphel, forte della propria condizione di lama esiliato a Pistoia, incoraggiato, purtroppo, dalla gran parte del pubblico, non rinunciava a scaricare sul malcapitato tutte le sciagure e i danni dell’assorbimento e della sinizzazione forzata del suo paese natio. Lo scrittore ha più volte ribadito di non essere filo-governativo, ha ripetutamente vituperato gli orrori della rivoluzione culturale, che, come faceva giustamente notare, ha colpito tutti, indifferentemente. Ha ammesso l’impossibilità di comprensione tra “Occidente” e Cina, fintanto che le notizie vengano montate, trasmesse ed interpretate in forme diametralmente opposte. Ha chiesto al pubblico da dove provenisse e che cosa significasse l’interesse, così spasmodico, sulla Situazione Tibetana, mostrato dall’”Occidente”. S’è persino sforzato nel tentativo di alleggerire la tensione e ha cercato comprensione attraverso un paio di battute. Ma Yu Hua aveva letto male l’incontro, in palio non c’era un tentativo di scambio delle reciproche opinioni bensì la conquista del pubblico e la gogna per il cattivo. In questo confronto fuori casa la vittima ha indicato il capro espiatorio ed ha conquistato la compassione e la benevolenza di molti, troppi a mio parere per un festival che pone l’accento sulla comprensione reciproca e l’interculturalità. Solo gli interventi della giornalista d’internazionale, nel ruolo di arbitro, hanno impedito al sacerdote di sferrare upper-cut da K.O.
Yu Hua avrà cercato di seguire il proverbio tibetano “Rivolgi discorsi morbidi e suadenti a coloro che si atteggiano a malvagi”, Ghesce Tenzin Tenphel quello che dice “Il naso rotto di un nemico odiato è molto più gradevole che ascoltare la pace invocata da parenti benevoli”. Lo scrittore una volta di più avrà compreso che “È problematico essere la madre di molti porci, è difficoltoso essere il governatore di molti paesi”.
Il rapporto tra Cina e Tibet, come nei legami più sordidi e complessi, non riguarda solo le due nazioni ma anche altri paesi, che attraverso movimenti d’opinione internazionali, cercano d’intromettersi nella dinamica, per scopi politici ed economici.
Una delle tante peculiarità del Tibet, oltre ad una travagliatissima storia, è quella di essere, almeno dal XIV secolo, guidata da alti gerarchi di una scuola buddista, delle quattro esistenti. Con le dovute cautele è possibile raffrontare la storia del Tibet medievale e moderno con le strategie e le scelte dello stato della chiesa, oggi ridimensionato nella più piccola nazione del mondo: Città del Vaticano. Se Brecht ricordava quanto sia povero lo stato che ha bisogno di eroi, posso solo specificare quanto disperata (ed ingenua) possa essere una popolazione che s’affida ai monaci nella propria lotta d’indipendenza.
All’uscita della sala una giovane signora distribuiva volantini per finanziare la costruzione di uno splendido tempio buddista in Toscana.
Yu Hua avrà cercato di seguire il proverbio tibetano “Rivolgi discorsi morbidi e suadenti a coloro che si atteggiano a malvagi”, Ghesce Tenzin Tenphel quello che dice “Il naso rotto di un nemico odiato è molto più gradevole che ascoltare la pace invocata da parenti benevoli”. Lo scrittore una volta di più avrà compreso che “È problematico essere la madre di molti porci, è difficoltoso essere il governatore di molti paesi”.
Il rapporto tra Cina e Tibet, come nei legami più sordidi e complessi, non riguarda solo le due nazioni ma anche altri paesi, che attraverso movimenti d’opinione internazionali, cercano d’intromettersi nella dinamica, per scopi politici ed economici.
Una delle tante peculiarità del Tibet, oltre ad una travagliatissima storia, è quella di essere, almeno dal XIV secolo, guidata da alti gerarchi di una scuola buddista, delle quattro esistenti. Con le dovute cautele è possibile raffrontare la storia del Tibet medievale e moderno con le strategie e le scelte dello stato della chiesa, oggi ridimensionato nella più piccola nazione del mondo: Città del Vaticano. Se Brecht ricordava quanto sia povero lo stato che ha bisogno di eroi, posso solo specificare quanto disperata (ed ingenua) possa essere una popolazione che s’affida ai monaci nella propria lotta d’indipendenza.
All’uscita della sala una giovane signora distribuiva volantini per finanziare la costruzione di uno splendido tempio buddista in Toscana.
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