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mercoledì 9 novembre 2016

La pizza del Pastels

“Allora, McDermott, che cosa c’è che non va?” Faccio una smorfia. “Lunga coda allo Stairmaster, stamattina?”
“Chi l’ha detto che qualcosa non va?” domanda lui, tirando su col naso, mentre volta le pagine del Financial Times.
“Senti,” gli dico, protendendomi, “ti ho già chiesto scusa, per aver denigrato la pizza del Pastels, l’altra sera.”
“Chi l’ha detto che era per questo?” mi chiede, in modo alquanto teso.
“Credevo che la cosa si fosse già chiarita,” bisbiglio, agguantando il bracciolo della poltroncina; e intanto sorrido a Thompson di fronte. “Mi spiace di aver insultato le pizze del Pastels. Sei soddisfatto?”
“Chi l’ha detto che si trattava di questo?” torna a domandare lui.
“E allora che c’è, McDermott?” gli chiedo, sottovoce. Avverto un movimento alle mie spalle. Conto fino a tre, poi mi giro di scatto e colgo Luis Carruthers mentre cerca di sporgersi per origliare. Sa di essere stato colto in fallo e lentamente si ritrae, con aria colpevole.
“Ciò è ridicolo,” dico a McDermott, a bassa voce. “Non puoi tenermi il muso per giorni e giorni perché ho detto che le pizze del Pastels sono… ‘crostose’.”
“Mal cotte,” dice lui, guardandomi in tralice. “Hai detto testualmente ‘mal cotte e bruciacchiate’.”
“Chiedo scusa,” dico. “Però non ritiro. Sono, effettivamente, bruciacchiate. Friabili. Le leggi anche tu, le recensioni gastronomiche sul Times, no?”
“Ecco qua.” Tira fuori di tasca un articolo fotocopiato e me lo porge. “Questo, per dimostrarti che ti sbagli. Leggilo!”
“Che cos’è?” chiedo, dispiegando il foglio.
“È un articolo del tuo idolo, Donald Trump,” dice McDermott, e sogghigna.
“Oh, sì…” dico, con apprensione. “Chissà perché mi era sfuggito.”
“Ecco…” McDermott dà una scorsa all’articolo e punta un dito accusatore sull’ultimo paragrafo, da lui evidenziato con inchiostro rosso. “Ecco, qui Donald Trump dice chiaro e tondo dove, secondo lui, si mangia la miglior pizza di Manhattan.”
“Lasciami leggere,” dico, sospirando. Lo scanso. “Magari hai capito male. Che schifo di foto!”
“Leggi da te, Bateman. Leggi e poi dimmi!”
Faccio finta di leggere quel fottuto articolo, ma sono talmente arrabbiato che la vista mi si è praticamente annebbiata. Restituisco il foglio a McDermott e, totalmente seccato, gli chiedo: “E con questo? Che significa? Che cosa stai cercando di dirmi, McDermott?”
“Che cosa ne pensi adesso, Bateman, della pizza del Pastels?” mi chiede lui, con sussiego.
“Insomma,” dico io, scegliendo con cura le parole. “Sarà bene che ci torni a riassaggiarla, quella pizza…” Pronuncio queste parole a denti stretti. “Insisto, però, nel dire che l’ultima volta che l’ho mangiata, la pizza era…”
“Mal cotta e bruciacchiata,” suggerisce McDermott.
“Appunto.” Mi stringo nelle spalle.
“Bruciacchiata e mal cotta.”
“Hmm, hmm!” McDermott sorride, trionfante. “Senti, se la pizza del Pastels va bene a Donny Trump…” prendo a dire. Mi scoccia ammetterlo. La mia voce è appena un soffio. Concludo: “… allora, va bene anche a me.”
McDermott ridacchia allegro. Ha vinto.

(Bret Easton Ellis, American Psycho; 1991)

sabato 28 dicembre 2013

Lamerica (1bis)

Se devo dire cos'è Lamerica, per come l'ho capita io in dieci giorni che sono stato là, è come girare l'angolo di una stradina silenziosa e deserta di Brooklyn, sbucare sulla 4th Avenue e vedere due nastri gialli che separano il marciapiede dalla strada dove sta passando la coda della Maratona di New York, sono le nove e qualcosa del mattino, ci sono due agenti di polizia al centro della carreggiata, due o tre disabili corrono sulle sedie a rotelle, il viso affaticato, le braccia che mulinano sulle ruote, la pettorina bianca mostrata con fierezza tra due ali di folla che incita, e di fronte, sull'altro angolo della strada, una band di cinquantenni, due chitarre, basso e batteria, sta suonando Take It Easy. Quello è il momento esatto in cui sorrido uno dei sorrisi più sinceri della mia vita, e gli occhi mi si bagnano d'imbarazzo. Faccio una foto, ma non la guardo nemmeno: non serve a niente.

(Per fortuna la mia morosa è più svelta e meno impressionabile di me, e ha tirato fuori la macchinetta fotografica per farci un video.)

venerdì 13 dicembre 2013

Lamerica (3)

Mentre camminavamo sulla 5th avenue, in mezzo ai grattacieli, o forse non eravamo proprio sulla 5th avenue ma sempre lì dalle parti di Midtown, in mezzo ai grattacieli, o forse eravamo nel Financial District, comunque in mezzo ai grattacieli, non importa, fatto sta che ero lì col naso per aria, e mi son fermato a un incrocio, e gli incroci di New York sono stupefacenti, perché la struttura reticolare delle strade ti fa vedere queste vie lunghissime costeggiate di palazzoni e così dritte che potrebbero arrivare all'infinito, e sovrappensiero ho detto, più tra me e me che rivolto a lei, una cosa del tipo: ma te ce lo vedi l'uomo ragno, qui sopra le nostre teste, che spara le sue ragnatele e svolazza a zig zag in cerca di supercattivi?
La cosa sensazionale è che lei ha alzato gli occhi, girando lo sguardo tutt'attorno, e senza alcun dubbio nel tono della voce ha risposto: sì.

mercoledì 27 novembre 2013

In Russia c'è da morir dal ridere (12) | Lamerica (2)

Stai camminando su una passeggiata di legno lunga un chilometro, da un lato ti arriva il rumore della risacca insieme a un vento che ti gela la barba e ti fa stringere gli occhi, è il primo giorno davvero freddo di novembre e sulla spiaggia non c'è nessuno, solo dei gabbiani grossi come oche che si contendono resti di chele di granchio; dall'altra parte un luna park è in via di dismissione, le cabine della ruota panoramica sono state rimosse, c'è una torre rossa molto alta fatta di travi intrecciate e ti chiedi chissà com'è bella quando è in funzione; ci sono le montagne russe senza i trenini, sono montagne russe costruite negli anni venti o trenta, di legno, da far paura, davanti a grappoli di palazzi che poi sono dei gran parallelepipedi con le finestre, e ti ricordi i quartieri dismessi che hai incontrato mentre gironzolavi a caso a piedi o in treno per le vie periferiche di Mosca e di San Pietroburgo; sulla passeggiata di legno è pieno di donne anziane o di mezza età che non si curano del freddo e chiacchierano tra loro in russo, e ti viene da sorridere perché le riconosci, sono familiari, sono loro, le babushke; ci sono addirittura babushke che fanno da badanti ad altre babushke; ti fermi un minuto e fai un giro su te stesso, osservi il panorama in un colpo solo e potresti essere sulla riva del Volga o davanti al Mar Baltico, o chissà in quale luogo possibile o impossibile ai bordi della Russia. E invece sei a Coney Island.

martedì 12 novembre 2013

Lamerica

Se devo dire cos'è Lamerica, per come l'ho capita io in dieci giorni che sono stato là, è come girare l'angolo di una stradina silenziosa e deserta di Brooklyn, sbucare sulla 4th Avenue e vedere due nastri gialli che separano il marciapiede dalla strada dove sta passando la coda della Maratona di New York, sono le nove e qualcosa del mattino, ci sono due agenti di polizia al centro della carreggiata, due o tre disabili corrono sulle sedie a rotelle, il viso affaticato, le braccia che mulinano sulle ruote, la pettorina bianca mostrata con fierezza tra due ali di folla che incita, e di fronte, sull'altro angolo della strada, una band di cinquantenni, due chitarre, basso e batteria, sta suonando Take It Easy. Quello è il momento esatto in cui sorrido uno dei sorrisi più sinceri della mia vita, e gli occhi mi si bagnano d'imbarazzo. Faccio una foto, ma non la guardo nemmeno: non serve a niente.
Dopo un paio di minuti prendo la cartina della metropolitana, dobbiamo andare via, degli amici ci aspettano dall'altra parte della città.

__________
Il primo numero di quella rivista mai nata chiamata Barabba, per come l'avevamo pensata nel 2006, doveva intitolarsi Lamerica. Nessuno di noi, allora, ci era mai stato. Per me, la prima volta è stata la settimana scorsa. Avremo forse modo di parlarne.

lunedì 21 ottobre 2013

Barabba Elettrolibri: Well NYC really has it all

Quando devo partire per un viaggio, guardo sempre sul blog di Buoni Presagi se per caso lui è già stato là dove ho in programma di andare: nell’economia spicciola della mia vita internettiana, i suoi report di viaggio sono un punto di riferimento, e mi sono sempre ripromesso di visitare il mondo un po’ alla volta con gli scritti di Buoni Presagi sotto mano, sperando di riuscire a vedere e raccontare le cose come le vede e le racconta lui [...]
La prossima settimana, se tutto va bene, vado a New York. [...] Quindi, qualche giorno fa, appena finito con le prenotazioni, sono andato sul blog di Buoni Presagi e ho saccheggiato i suoi post newyorkesi del 2011 per metterli sul kindle e affiancarli alla Routard. Poi mi sono ricordato di aver fondato una collana inesistente che non pubblica niente dal nome Barabba Elettrolibri, allora ho contattato il buon signor Presagi e gli ho chiesto se, a questo punto, non fosse il caso raccogliere i suoi post di viaggio, metterci anche le foto e farne un ebook per tutti. Lui mi ha detto che ero un matto, ma che comunque la cosa si poteva fare.
Well NYC really has it all è nato così.

Preso da una smania ridicola da editore inesistente che mi viene sempre quando faccio questo genere di cose, poco prima di mandare questo libro “alle stampe” mi è venuto in mente che nel mare magnum della blogsfera, e forse da quando la blogsfera esiste così com’è, c’è un altro blogger che gira il mondo in lungo e in largo, soprattutto per lavoro, e ne parla spesso in un modo del tutto invidiabile. SirSquonk, quando va in un posto, ha un sistema tutto suo per vedere le cose, un sistema che ha poco a che fare coi cinque sensi, ma che è piuttosto un “sentire” le cose che gli stanno intorno.
Così, alla fine, Well NYC really has it all è diventato un racconto di viaggio di Buoni Presagi, e in fondo ci ho aggiunto un’appendice dal titolo Greetings From New York con i post che ho preso in prestito dal blog di SirSquonk.

(un estratto dalla prefazione a Well NYC really has it all che ho scritto al volo ieri sera)
Ho deciso di non pubblicare Well NYC really has it all in pdf, perché, se siete di quelli che gli ebook li leggono in pdf, potete andare direttamente sul blog Buoni Presagi a questo indirizzo, o scartabellare nell’archivio storico del blog di SirSquonk, e semplicemente copincollarne i contenuti dentro a un documento qualsiasi.
Per quelli di voi, invece, che in viaggio si portano dietro i giabanini elettronici che servono per leggere, Well NYC really has it all è un libro elettrico che si scarica gratuitamente in epub e mobi.

Buona lettura.
E, nel caso, come nel mio, buon viaggio.

sabato 28 luglio 2012

Gli antieroi - speciale olimpiadi: Jim Thorpe, il più grande atleta del mondo

Se andate a Shawnee, nell'Oklahoma, vi diranno che in quella città è nato Brad Pitt, uno degli attori più famosi del mondo. Se fate una quarantina di miglia, potreste vedere due tribù indiane chiamate Meskwaki e Thakiwaki. Queste due tribù si sono unite in una nazione indiana che in inglese si chiama "Sac and Fox Nation". La nazione indiana, riconosciuta dal governo federale, conta circa 3800 cittadini e ha un'economia basata principalmente sul turismo, sugli introiti di un paio di casinò, di un locale notturno e di alcuni negozi collegati. Inutile dire che una volta qui era tutta "nazione indiana". Sulle rive del North Canadian River, vicino alla città di Shawnee, nel maggio del 1888 (presumibilmente, visto che nessun certificato di nascita è mai stato trovato) nacque un bambino da una famiglia le cui radici vedevano padre e madre entrambi figli di coppie miste di indiani e bianchi caucasici, con buona pace dei razzisti di turno. Il bambino si chiamava Wa-Tho-Huk, che nel linguaggio Sac significa "sentiero luminoso". Venne anche battezzato dalla chiesa cristiana con il nome di James Francis Thorpe.

Quel bambino si fece immediatamente notare per la grande prestanza fisica, accompagnando il padre in numerose battute di caccia e pesca. Alla tenerà età di 9 anni dovette affrontare la morte del fratello per una brutta polmonite e due anni più tardi quella della madre, per complicazioni durante una nuova gravidanza. Il ragazzo si allontanò da casa dopo un rapporto burrascoso con il padre e tornò solo alcuni anni dopo per terminare gli studi interrotti bruscamente.

Frequentando la "scuola industriale indiana di Carlisle", qualche professore si accorse della sua grande abilità negli sport. Non c'era infatti specialità che non vedesse il giovane "sentiero luminoso" primeggiare. Ogni singola gara di atletica, e persino football e baseball. Narrano le cronache che Thorpe si aggiudicasse addirittura le gare di ballo. Folklore a parte, i risultati del giovane indiano dell'Oklahoma erano così entusiasmanti che venne invitato a partecipare ai Trials per le Olimpiadi di Stoccolma del 1912. Thorpe primeggiò in salti, lanci, asta, giavellotto, disco, sollevamento pesi. La sua versatilità era una cosa mai vista prima e così si decise di schierarlo in due nuove specialità multi-disciplina presenti nel programma olimpico. Il pentathlon (salto in lungo, 200 m, giavellotto, disco, 1500 metri) e il decathlon, oltre a schierarlo nel salto in alto e nel salto in lungo.

A Stoccolma fu un trionfo. "Sentiero Luminoso" stracciò tutti gli avversari in entrambe le competizioni e vinse agevolmente con grandi distacchi le due medaglie d'oro. Nel salto in alto si piazzò quarto e nel salto in lungo soltanto settimo, visto che qualcuno che forse lo temeva troppo pensò bene di rubargli le scarpe prima della gara. Nelle foto d'epoca si può vedere Thorpe che posa con scarpe diverse, parecchio più larghe della sua taglia.

Nel 1912 iniziò l'usanza delle premiazioni effettuate da dignitari e notabili. Thorpe venne premiato dallo Zar Nicola II di Russia per la medaglia del pentathlon e, al momento della premiazione del decathlon, quando era già il protagonista indiscusso dei giochi, a incoronarlo fu il Re Gustavo V di Svezia. Nell'infilargli la medaglia al collo, il dignitario padrone di casa si rivolse al nativo americano della tribù Sauk dicendogli "Signore, voi siete il più grande atleta del mondo". Thorpe, evidentemente frastornato da tanto onore, rispose con un grottesco "Thank you, King" (Grazie, Re).

***

Quando si toccano vertici così alti è inevitabile cadere e farsi molto male, a volte. Il febbraio del 1913 l'Amatheur Atletic Union degli USA comunicò che Thorpe, l'anno prima, aveva giocato in una squadra di Baseball nella Carolina del Sud percependo uno stipendio di 60 dollari al mese. Questo entrava in conflitto con la celeberrima (e famigerata) regola del dilettantismo olimpico, al quale non interessava che un giovane orfano (nel frattempo anche di padre) dovesse comunque in qualche modo sbarcare il lunario. A Thorpe vennero tolte le medaglie, senza possibilità di appello.

"Sentiero luminoso" seppe distinguersi a quel punto nello sport professionistico a stelle e strisce. Diventò un giocatore professionista di Baseball, Football e Basket (!!!). Guadagnò anche qualche bella somma, ma quando si ritirò a 40 anni non gli rimaneva molto. Thorpe continuava a protestare per quelle medaglie tolte (a suo dire) ingustamente, per le quali lo stesso De Coubertin spezzò una lancia a suo favore, ma inutilmente.

Thorpe cominciò ad attaccarsi alla bottiglia e non di rado venne trovato a fare qualsiasi lavoro per sopravvivere. Sollevatore di pesi, guardiano notturno, operaio nei cantieri. Nel 1932 si presentò fuori dallo stadio olimpico di Los Angeles, venne riconosciuto e per lui ci fu una standing ovation. Ma niente medaglie. Ebbe un paio di matrimoni che crollarono a picco e nel 1950 venne operato al labbro per un cancro, poi fu accolto in una casa di riposo, dato che non riusciva a provvedere alla propria sussistenza. Morì di attacco cardiaco nel 1953.

***

(Nel 1983 il comitato olimpico internazionale provò a metterci una pezza. A seguito di una domanda fatta direttamente dal Congresso degli Stati Uniti d'America, che provava che il reclamo per il professionismo di Thorpe era stato presentato dopo i 30 giorni regolamentari per questo tipo di proposte, il CIO restituì i titoli olimpici a Thorpe, in una cerimonia commemorativa dove vennero consegnate due medaglie commemorative ai figli Bill e Gale. Le medaglie originali vennero infatti rubate e non si trovarono mai più. Oggi in Pennsylvania c'è una città chiamata JIM THORPE, con una statua commemorativa al "Più grande atleta del mondo".)

giovedì 4 novembre 2010

Un diamante è per sempre

L’altra sera guardavo una partita delle World Series, la finale del campionato americano di baseball, quella dove se vinci sei il campione del mondo, anche se ci giocano solo delle squadre americane. Dopo un’ora e mezza ho pensato Toh, guarda, è già finita una partita di calcio. Ed eravamo al quinto inning, circa a metà.

Poi ho pensato che nel baseball americano ci sono delle regole strabilianti. Il faul ball, per esempio, dove il battitore colpisce la pallina e questa gli schizza dietro la testa, verso le tribune, o comunque fuori dal campo ma non di fronte, altrimenti sarebbe home run, e vale come strike solo se il battitore ha meno di due strike sul groppone, altrimenti non vale e si deve rifare, e a lui gli può capitare un altro faul ball e allora bisogna rifare ancora, e questa cosa qui può andare avanti per sempre.

Oppure il tentativo di rubare una base, per esempio, dove un tizio che ha conquistato una base, mentre il lanciatore sta decidendo che tiro tirare al battitore, lui, il tizio, prova a correre verso la base successiva, ma il lanciatore se ne accorge e tenta di eliminarlo buttando la palla al suo compagno in difesa sulla base già conquistata, allora lui, il tizio che sta correndo, è costretto a tornare indietro verso la base dov’era prima e toccare il cuscino prima che lo faccia il compagno di squadra del lanciatore, e intanto il battitore è lì che si gira i pollici perché non deve fare niente, e se il tizio che voleva rubare una base torna indietro e si salva, quando il lanciatore si rimette a pensare al tiro da tirare al battitore, lui, il tizio che è tornato indietro, può provare a rubare una base di nuovo e il lanciatore a fregarlo ancora, e questa cosa qui può andare avanti per sempre.

Oppure il pareggio, per esempio, che non esiste, perché nel baseball americano o vinci o perdi, magari piove e si annulla tutto, ma non si può pareggiare, e quindi, arrivati al nono inning, che è l’ultimo, di solito, se le due squadre son pari, si fa un altro inning, il decimo, e poi se dopo il decimo inning, che son già quasi passate tre ore di gioco, le due squadre sono ancora pari, allora si fa un altro inning, l’undicesimo, e questa cosa qui può andare avanti per sempre.

Ecco, a me questa cosa qui, che esiste uno sport così, nel mondo, e non è un caso che sia proprio in America, dove sembra sempre tutto tirato al massimo, al limite, come la farcitura dei panini, questa cosa qui, dicevo, questa cosa che esiste uno sport dove una partita può durare per sempre, mi manda giù di testa.