lunedì 11 febbraio 2013

Tunnel

Quella che stai per iniziare è la grande storia del tunnel.
Ci sono voluti 3 giorni a farlo. Tu impiegherai al peggio 8 minuti a leggerlo. Non lesinare.

Io e la mia famiglia abitiamo in una casa che ha un nome, il nome è Le Budrie, la casa è a Samone, a 5 km da Zocca, in una valletta che non ha un nome - per quanto ne sappiamo, e per arrivare a casa Le Budrie dalla strada provinciale bisogna imboccare una via, che ha un nome pure questa, ed è via Busano, e percorrere 580 mt di strada sterrata.
Il numero civico di fianco all’ingresso di casa Le Budrie è, to’ mò, 580.
Quando nevica parecchio quei 580 mt di strada diventano impraticabili.
Se la neve rimane - diciamo - più o meno al di sotto dell’altezza delle ruote della Lada, allora vado avanti e indietro e via di gran sgommate. Se ne scende più di mezzo metro desisto, non avrebbe senso, suicidio automobilistico. Lascio l’auto sulla provinciale e si scende a piedi.
A quel punto telefoniamo al cowboy, che è un tizio che fa centomila lavori qua in montagna, uno che dalle mie parti si chiamerebbe un fattorone, e che in emergenza neve è precettato per la pulizia delle strade.
Il cowboy per pulire la nostra strada si piglia almeno almeno un cinquantello.
Era il prezzo di due anni fa. Magari quest’anno si piglia pure di più.
La settimana scorsa – che è nevicato pure la settimana scorsa - è venuto a pulirci la strada, e una volta arrivato giù a casa nostra son voluto salire sul trattore per tornare a prendere la macchina. Mi ha detto che coi mezzi spalaneve devono uscire quando supera i 5 cm. Che devono stare in giro finché le strade non sono praticabili. Che sono divisi per zone. Che quando hanno finito la loro zona possono andare dai privati. E fare un fracasso di soldi. Questo non l’ha detto.

La settimana che va dal 6 al 12 febbraio ha visto una delle peggio nevicate della storia della collina modenese (me l’ha detto un tizio della protezione civile, io sono uno di pianura che si è trasferito, non ho memoria storica). Roba che i mezzi spalaneve han dovuto girare sempre, ché le strade non restavano pulite (così mi ha detto la moglie del cowboy al telefono). Il vento forte non mi ha aiutato coi calcoli: in certi punti le dune di neve mi arrivavano alla spalla. Sono basso, certo. Però parliamo comunque di un metro e mezzo almeno. Neve e freddo. Il freddo ci ha congelato i tubi dell’acqua calda che escono dalla caldaia, che è in uno stanzino adiacente alla casa, pure al coperto. In una mattinata tempestosa il nostro idraulico si è fatto tutta la stradina a piedi per venire a casa nostra a scongelarci i tubi. Noi eravamo tutti a letto. Ci ha svegliato il cane che ha sentito l’idraulico che bussava. L’idraulico aveva tipo un phon però che faceva un caldo così assurdo da piegare i metalli.

Non ricordo neppure quando ha cominciato a nevicare. Abbiamo perso la cognizione dei giorni. Pare che la neve ci sia da sempre e che debba restare per sempre. C’è questo cartone uscito qualche mese fa, che piacque molto ad Ester, che si chiama Arietty, dove loro sono degli esserini minuscoli che vivono sotto al pavimento, e la madre ha questi fondali dietro alle finestre della loro casetta minuscola con dei paesaggi incantevoli, e ogni tanto li cambia per dare l’impressione di essere sempre in posti diversi e ariosi e bellissimi.
Agnese in questi giorni dice che vorrebbe avere dei pannelli come quelli di Arietty da mettere alle finestre di casa.
Ora che scrivo è domenica sera. Il calendario dice che è iniziato venerdì notte. Nella notte tra giovedì e venerdì. E infatti giovedì sera decidemmo di uscire e andare da amici prima della reclusione. Qua in montagna la viviamo così. Quando minacciano queste nevicate esose si vive il più possibile il giorno prima della catastrofe, si fa scorta di cibo, si copre per bene la legna, si sistemano le cose come se dovesse iniziare una guerra lampo. E poi si sta reclusi. Per giorni.

Agnese al primo giorno già strippa. Io al secondo.

Così, il secondo giorno, si diede inizio al tunnel. E tunnel fu.
Però prima c’ho da spiegare ancora due robe.


Dalla notte di venerdì a sabato mattina la mazzata di neve fu tosta. Già si superava il record di qualche anno fa. In pianura l’hanno chiamato blizzard, qua si dice neve e vento. Una vera e propria tormenta. Pari pari a quelle che si vedono nei film sulla neve, tipo Sulle tracce dell’assassino con Sidney Poitier, che dal titolo non vi dirà niente ma l’avete visto di sicuro. È quel film dove lui è un agente federale che deve inseguire sui monti un killer e si fa accompagnare da un montanaro scorbutico come i montanari e c’è questa scena di tormenta di neve dove loro si rifugiano sotto la neve e si spogliano tutti e due nudi e il montanaro lo salva dall’assideramento abbracciandolo forte forte. Capito? Sì dai.
Tra l’altro, con ‘sto vento fortissimo, il venerdì non riusciamo ad accendere la stufa a legna in sala, che ha una canna fumaria non proprio regolamentare, e stiamo abbastanza al freddo. Ester il giorno dopo avrà il raffreddore. Genitori screanzati. Alla sera poi deciderò che con la stufa devo averla vinta io, quindi inondo la casa di fumo ma riesco a farla partire. La mattina dopo inonderò la casa di fumo ancora e riuscirò di nuovo a farla partire. Al che decidiamo che per la notte avremmo fatto i turni per tenerla sempre accesa come il fuoco di Vesta.
Insomma, neve e vento e -10°.

Casa

Per raggiungere qualsiasi cosa fuori casa devi creare dei cunicoli in mezzo alla neve. I nostri cunicoli standard sono: porta-di-casa > legnaia | legnaia > stalla | porta-di-casa > stalla | stalla > pollaio. Nella stalla vivono i gatti. Nella legnaia vive la legna. Nel pollaio vivono le galline. Nella casa viviamo noi. Dopo un’ora che hai portato da mangiare, quel che non è stato mangiato è ghiacciato. L’acqua pure. Perciò, di tanto in tanto, si va a portare ristoro. Le galline detestano la neve. Sì e no escono dal pollaio, e se escono stanno su una zampa sola, per disprezzo. Gli portiamo il cibo fin sotto il naso. Sembra di nutrire dei malati con le flebo. I gatti hanno i loro rispettivi giacigli, si sono distribuiti i posti, quando arriva il cibo si stiracchiano, mangiano, e tornano nei rispettivi giacigli. Ogni tanto si appostano davanti alle finestre per entrare. Chi riesce ad arrivarci superando i muri di neve lo premiamo e lo facciamo entrare in casa.
Detto ciò, questi 40 metri di cunicoli cominciavano a starmi stretti. Così, sabato, verso mezzogiorno dico: Agnes, io salgo in strada a vedere se c’è ancora la macchina…
Agnes mi guarda con una faccia che non capisco se voglia dirmi illuso o idiota.
Anche senza un caloroso incitamento coniugale, parto lo stesso. Convinto di arrivare in cima.
In un’ora e mezzo faccio 100 mt. Arrivo alla Grande Quercia e mi fermo per i morsi della fame.
La neve è alta. Il vento ha fatto delle dune come nel deserto. In certi punti le dune sono alte come me. In altri gli avvallamenti sono giusto una trentina di centimetri. Proseguire in mezzo alla neve senza farsi strada con la pala è impresa impossibile. Ad ogni passo devo liberare davanti a me almeno 50 cm di neve. Anche di più, se la duna intralcia il cammino. Il percorso, visto dall’alto, è quantomeno tortuoso. Il tunnel ancora non era nei miei piani. Mi stavo semplicemente aprendo un varco per avanzare. Il tronco della Grande Quercia aveva creato una specie di riparo attorno a sé, dove un parapetto di neve proteggeva dal vento e teneva l’altezza dello strato più bassa che in qualsiasi altro punto. Tutt’attorno era sempre tormenta. Chiamai quel luogo: campo base. Occhi verso l’orizzonte. Sguardo fiero. Non avevo nulla da piantare per segnalare la zona, così ci pisciai nel mezzo. Grettezza. Tornai a casa.

Dopo pranzo decisi che quel semplice sentiero apertosi come il mar Rosso in mezzo a una distesa di bianco nulla poteva diventare… il tunnel.
E così ripartii. Agnese mi dice: È inutile, la neve te l’avrà già ricoperto. Miscredente. La neve non aveva battuto il tunnel. Lui era ancora lì, vegeto, e in attesa. Stavolta Gisella decide di entrare a far parte della missione e mi segue.
Il tratto dopo la quercia è quello più esposto di tutti i 580 mt. Come un’unica duna altissima che divide il campo base dalla casa Bassa. La casa Bassa è una casa disabitata esattamente a metà tra casa mia e la strada provinciale. Riprendo l’opera di scavo verso le 15.30. La neve è davvero alta. Dopo 50 mt le braccia cominciano ad essere stanche. Un passo equivale a 4 spalate davanti. Un passo equivale a 20 cm in avanti. E nonostante le spalate, sotto ai piedi rimane ancora neve, come se la terra si fosse allontanata verso il basso. Gisella è sempre alle mie spalle. Sento che mi è vicina, ma quando mi è troppo vicina le arriva un colpo di pala sul petto. Non facevo apposta. Lei comunque sembrava non capire la dinamica del movimento, ché ogni 4-5 mt si ribeccava il suo colpo di pala nel petto. La fatica è grave. Le braccia dolgono ogni spalata di più, e le gambe sembrano portarsi appresso tutta la neve che mi sono lasciato alle spalle. Ogni tanto mi accascio, come in una via crucis. E tutte le volte che sono caduto, la zampa di Gisella si è posata sul mio moonboot. Non so se la cosa avesse un senso. Ma io l’ho letto come un segnale: IO-TI-DO-FIDUCIA. Grazie Gisella.
Dopo due ore arrivo nei pressi della casa Bassa. Mi accascio definitivamente. Resto fermo almeno un quarto d’ora. Gisella mi guarda per tutto il tempo. La neve comincia a ricoprirmi. Il fiatone non molla. Sotto ai mille strati sento che sono sudatissimo. Gli occhiali costantemente appannati. Avrei voluto aprirmi un rifugio sotto alla neve, e spogliarmi nudo, e restare lì. Mi sembrava una fine consona, intonata. Chiudere gli occhi. Lasciarsi seppellire. Quand’ecco che sento la sua zampa sul mio stinco. La guardo negli occhi. Hai ragione, penso. Torniamo a casa: domani dobbiamo portare a termine il tunnel.

Metà tunnel

Mi rialzo e riprendo la via di casa, e solo in quel momento mi accorgo di quando potente, e vero, e lungo fosse già il tunnel. Arrivo a casa che l’unica cosa che desidero è una doccia. Mi spoglio, entro in doccia, apro l’acqua, ma l’acqua non c’è. Si è ghiacciata di nuovo dentro i tubi. Mi metto i vestiti puliti senza lavarmi, giusto per darmi il contentino. Vado in cucina, apro l’acqua calda. E l’acqua calda lì c’è. Praticamente scopro che si è ghiacciata in quel metro e mezzo che va dalla cucina alla sala, dove i tubi attraversano un sottoscala vicino ad una finestrella per nulla coibentata. Coibento la finestra. Accendo alcune candele sotto al pezzo di tubo incriminato. Niente. Ci piazzo una stufetta elettrica per un paio d’ore. Niente. Vado a letto. Mi spalmo crema all’arnica praticamente su tutta la schiena e le braccia, che ad ogni movimento fanno ahi. Saluto Agnese chiedendole se ha messo la sveglia dei turni per tenere accesa la stufa. Mi dice: Io starò sveglia tutta notte per soffiare il naso ad Ester, tu badi alla stufa. Parole sante. Metto cinque sveglie. Alle 3.00, alle 4.15, alle 6.00, alle 8.15, alle 10.30. La stufa resta accesa. Avanti così.
Ci svegliamo, è domenica, nevica fitto come se fosse nebbia. Deprimendomi, mentre guardo fuori dalla finestra, ho un’idea: mettere delle braci ardenti sopra al metro di tubo ghiacciato.
Funziona. L’acqua si sblocca. E il mio primo pensiero è: oggi, dopo il tunnel, farò la doccia.
La mattina in casa tutti assieme. E alle 15.00 mi preparo ed esco. Nonostante siano trascorse un’intera notte e una mezza domenica di neve indefessa, il tunnel ha resistito. Certo, va ritoccato qua e là, e il pavimento non è duro come il giorno prima ma sprofonda. Ma il tunnel c’è. Lo percorro tutto fino alla casa Bassa, dando qualche colpo di pala qua e là come si fa con i disegni già finiti. Ma manca ancora metà strada da fare.
I primi 25 metri sono assurdi. Un’intera duna di più di un metro e mezzo di neve. La lavoro per bene, aprendo un varco comodo e catafratto. Ma già le braccia, ai primi colpi, tornano a far male. Decido che per alcuni tratti dovrò proseguire senza spalare. Provo a fare una ventina di metri così, solo con la forza delle gambe, ma i quadricipiti non reggono. Cado. Ansimo. Sudo. Mi rialzo e opto per una tecnica mista, tipo vogatore: spalo due bracciate di neve davanti come se stessi remando e intanto avanzo. Funziona. Procedo di altri 25 mt. Mi volto. È passata un’ora e sono solo qua. Mi ribello: grandi falcate e possenti vogate mi fanno arrivare in pochi minuti fino alla cassetta della posta. Poi quasi svengo. Devo fermarmi. Davanti a me rimane solo l’ultimo tratto, la terribile salita finale, quella che fa tanto paura ad Agnese nelle notti di ghiaccio. Le forze non ci sono più, mi è rimasta solo l’inerzia, e lo spartiacque che si apre tra tornare-a-casa o vincere è labile. Rifletto. Il fiato ancora non è tornato. Mi volto; Gisella mi guarda. È sufficiente. Con l’ormai collaudata tecnica del vogatore salgo, senza soste, con sempre meno fiato e sempre più sudore, e con quelle voci lontane.

Gisella

Porca eva. Che minchia sono queste voci? Sono quasi arrivato alla strada e sento parlare. A voi non sembrerà così strano, uscire di casa e sentire qualcuno che parla. Ma oggi, in mezzo a questo nulla ricoperto di neve, dopo due ore in compagnia dell’unica Gisella, pensare che ci sia addirittura qualcuno ad accogliermi all’uscita dal tunnel mi fa un effetto davvero straniante. Ultimi metri, ultime vogate, lo spalaneve ha avuto il buon cuore di piazzare una bella montagna sullo sbocco d’uscita della mia via ma non c’è problema, attraverso anche quello come un centometrista taglia il traguardo ed ecco… i volontari della Protezione Civile.

L'antro

Sono in due squadre. Stanno rimettendo a posto le pale sulla capote del loro pandino. Hanno aiutato la badante dell’anziana che abita nella casa sulla provinciale a pulire il vialetto. Arrivo in strada, uno di loro mi guada e fa: Serve una mano?
Resisto alla tentazione di scagliargli il cane addosso, e semplicemente ansimo un: Ah, ormai…
Poi mi volto verso il punto dove dovrebbe esserci la macchina. E vedo una tondeggiante collinetta bianca, circondata da muri di neve pressatale addosso dagli spalaneve.

La Lada

Le braccia fanno male. Le gambe fanno male. Ma non posso lasciare la Lada lì. In montagna circola questa storia di un tizio a cui hanno spalato l’auto giù da un burrone perché era ricoperta di neve e non l’avevano vista. Comincio a toglierne un po’ da un punto dove dovrebbero esserci dei finestrini. “C’è la tua macchina lì?”, mi fa uno di quelli, “Non te la portano mica via sai…”. Risate. Salgo su uno di quei parapetti di neve che stanno attorno alla Lada per spingerne giù un po’ dal tettuccio senza dover fare la fatica di sollevare la pala. Faccio un passo di troppo, metto il piede su un punto di neve non pressata e precipito sepolto.
Da fuori sento: “Alza la pala, così ti vediamo…”. Risate. Io alzo la pala, inconsciamente. Poi mi mando a cagare.
Gisella è molto felice di avere un po’ di spazio per correre. Ha già fatto amicizia con tutti, quando finalmente i tizi se ne vanno, e io sto già meglio. Gisella un po’ meno. La prima auto che transita sulla strada è quella delle pompe funebri di Zocca. Amen. Tento in vari modi di salire sulla capote della Lada per essere più comodo a spingere giù la neve, ma non ho la forza di saltare. Poi appoggio un piede sul paraurti dietro, compatto la neve alle mie spalle per poterci appoggiare l’altro piede e riesco a montare su. Grondo. Sono un po’ affranto. E anche un po’ coglione per non aver chiesto aiuto. Decido di fare il minimo: far vedere un po’ del blu della macchina e tornare a casa. Sono sopra alla capote che do gli ultimi colpi quando arriva la badante della vicina a portare via il pattume. Mi guarda e sorride e mi fa: Adesso vado prendere pala e aiuto te. Io provo a dirle che fa lo stesso, si figuri, ha già fatto tanto, ma quella non capisce e ve a prendere pala. Io volevo dirle che avevo due anguille al posto delle braccia e che ero a posto così, avevo già fatto il tunnel, non avevo bisogno di altro, cara badante non tornare, fa’ la brava, su, ma quella torna, ha la pala in mano e dice: Devi uscire?, e io: No no, figurarsi, volevo solo far vedere la macchina, sa, c’è quel mio amico a cui hanno spinto l’auto già dal burrone etc etc; ma è chiaro che non ha capito e si mette a spalare come se dovesse salvare una vita. E io non posso neppure prendermi delle pause troppo lunghe che quella pare lo faccia di mestiere, e io fermo a prender fiato sembro un approfittatore, e pure razzista, e quindi, mi dico, adesso muoio, va bene così.
Non muoio. Ringrazio. Saluto. Chiamo il cane. Si scende.
E finalmente ripercorro tutto il tunnel fino a casa.
È lunghissimo. Nei punti dove non ho spalato l’incedere è meno agevole, certo. Ma è un difetto veniale. Mentre lo attraverso vorrei tanto che qualcuno, dal satellite, vi facesse una foto ora, perché sono certo che nella valletta di casa Le Budrie il tunnel figurerebbe come la Muraglia cinese dallo spazio. È ospitale. È vario. Certe spalate fuori posto le ricordo come ricordo i disegni di mia figlia; il pezzo fatto con la tecnica vogatoria; la duna inattraversabile dopo la casa Bassa; il campo base. E mentre scendo penso a quando, tra un paio di giorni, arriverà il cowboy a fare la rotta, e cancellerà tutto.
Ma in realtà non cancellerà nulla.
Perché il tunnel non è che una striscia di vuoto lunga 580 metri, un vuoto tra due pareti algide e fredde come quest’inverno, che in giorni così ci sembra debba durare per sempre, e che ogni tanto vorremmo nascondere, con dei pannelli disegnati, appesi alle nostre finestre.
Domani, con tutta la famiglia, saliremo il tunnel, e faremo foto, e arriveremo in cima.
E forse sarà questo il suo unico, vero significato.
Impiego circa 15 minuti a percorrerlo in discesa. Arrivo a casa, faccio fatica persino a tenere la pala in mano, la ficco nella neve e mi volto.
E penso che è stato difficilissimo.
Ma che ora c’è. Il tunnel esiste. Ed è bello ed effimero e inutile come tutte le opere d’arte.


Update: il tunnel è stato rimosso la mattina dopo aver scritto queste pagine. Nessuno, a parte il sottoscritto, lo ha percorso. Foto: The Eraser.

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Questo pezzo era originariamente sul blog legno.wordpress.com
Da qualche giorno quel blog è defunto, ma visto che a volte conviene credere nella risurrezione ecco che il tunnel ritorna a nuova vita su Barabba.

2 commenti:

  1. bellissimo post! =)

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  2. peccato. doveva essere davvero bello, tutto così *catafratto*
    : ))
    e la gag della badante assassina è spassosa.

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